“Sometimes being a bitch is all a woman’s got to hold on to” (certe volte fare la carogna è tutto quello che resta a una donna)

dolores-claiborneChi scrive di violenza contro le donne, soprattutto di violenza consumata fra le mura domestiche, spesso si sofferma sul silenzio della vittima: “ha taciuto le violenze fino alla morte”, titolava l’Huffington Post qualche mese fa.

La donna descritta da queste narrazioni è una donna fragile, avvinta al suo carnefice come l’edera al tronco di un albero, vittima non tanto della violenza del partner quanto della sua stessa incapacità di staccarsi da lui: se avesse parlato si sarebbe liberata, se avesse denunciato si sarebbe salvata – sussurrano fra le righe queste storie.

Spesso però, quando leggo di “amori malati” – nei quali (ci raccontano) è malsano il sentimento di chi infligge sofferenza, ma altrettanto lo è la sottomissione di chi non fa nulla per trovare una via di fuga – mi capita di scorgere dei dettagli che ai più passano inosservati, ma che a me suonano come note stonate.

Leggendo gli articoli su Vincenzina Ingrassia, ad esempio, ho scoperto che molti citano “un consultorio familiare di Biancavilla“.

Nel corso di 40 anni di matrimonio, sebbene prima di assassinare il marito non avesse mai presentato denunce per maltrattamento, pare che oltre “a confidarsi con qualche amica” (come ha dichiarato il procuratore di Catania Michelangelo Patané), la donna si fosse rivolta ad un consultorio familiare.

I consultori familiari sono stati istituiti con la legge 405 del 1975, e sono delle strutture socio-sanitarie, pubbliche o private convenzionate dell’Azienda Sanitaria, nate con l’intento di affiancare all’attività sanitaria anche quella psico-sociale, per favorire un approccio in grado non solo di offrire un servizio ad un “utente”, ma soprattutto di accogliere una persona.

Nei consultori, infatti, opera (o dovrebbe operare) un’equipe multidisciplinare che vede collaborare ginecologi, pediatri, ostetriche, personale parasanitario, psicologi e assistenti sociali, creata per offrire servizi rivolti specificamente alla tutela della salute della donna, dell’adolescente e della famiglia.

Racconta Vincenzina che l’uomo che conobbe a quattordici anni e poi sposò, “la picchiava continuamente, minacciandola con coltelli e pistole”, ” “la chiamava lurida mula”, “quando erano in Germania, negli anni Settanta, l’avrebbe costretta ad abortire due volte perché non era il momento di avere figli, ma di lavorare“, “salì sulla sua pancia e le diede tante di quelle botte che perse il bambino”…

Solo io mi domando chi accolse Vincenzina Ingrassia quando si recò in consultorio a chiedere aiuto “per cercare di salvare il suo matrimonio“? Nessuno – il medico, lo psicologo, l’assistente sociale – si accorse dei segni che tanta violenza fisica e psicologica inflitta per lunghi anni deve aver lasciato sul corpo e nell’anima di questa donna?

Che genere di consigli ricevette, Vincenzina Ingrassia? Che tipo di supporto?

Cosa accade alle donne che entrano in un consultorio familiare e raccontano di essere state picchiate con lo stesso bastone con il quale viene battuto il cane?

Io, se fossi il Procuratore Patané, invece di limitarmi ad invitare “chi è vittima di violenze a denunciare subito e non aspettare turbamenti omicidi”, mi farei anche queste domande.

Perché le donne si confidano e chiedono aiuto, ma a quanto pare le loro richieste ricevono la risposta sbagliata, se la conclusione è spesso e volentieri la morte di qualcuno.

 

P.S. Onde evitare orde di commenti indignati del tipo: “ah, quando è una donna che uccide, giustifichi la violenza, misandrica che non sei altro!”, vi rimando ad un mio post sul tema della nonviolenza.

Per approfondire:

Il familismo amorale

Violenza domestica e mediazione familiare

La negoziazione nelle cause di separazione: dalla violenza al conflitto

L’appello di una madre

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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5 risposte a “Sometimes being a bitch is all a woman’s got to hold on to” (certe volte fare la carogna è tutto quello che resta a una donna)

  1. Paolo ha detto:

    sono d’accordo con te (apprezzo tantissimo la citazione kinghiana! Dolores Claiborne, libro e film, è stupendo)

  2. IDA ha detto:

    “chi è vittima di violenze a denunciare subito e non aspettare turbamenti omicidi” dice il Procuratore.
    Ma cosa fanno, tutte le istituzioni per incoraggiare una donna a fare denuncia? La sentenza d’appello della fortezza è una dimostrazione. Se il 91% delle molestie, stupri e tentato stupri sul posto di lavoro, non vengono segnalati, (dati Istat) se il 99% dei ricatti sessuali sul lavoro non vengono segnalati, un motivo ci sarà?
    Quindi il procuratore, invece di colpevolizzare la vittima di violenza, dovrebbe chiedersi, cosa possiamo fare per proteggere e incoraggiare a fare denuncia queste donne? Perchè non sono le donne che non fanno denuncia, le colpevoli, ma tutta la società, le istituzioni, noi, che forse non facciamo abbastanza, tutti i negazionisti, i divulgatori di pregiudizi e calunnie sulle donne, siamo responsabili. Di fronte a questi fatti, io mi sento in colpa, perchè so di non aver fatto abbastanza, ancora di più un procuratore che ha più responsabilità di me.

  3. IDA ha detto:

    Ora con il codice penale alla mano, faccio un discorsetto da “misandrica”.
    Art. 52 c.p. “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.” Quindi al massimo eccessiva difesa.
    Questo per dire che aggredire e difendersi da un’aggressione, è sempre violenza, ma non sono comparabili, La violenza nell’aggressione è una violazione dei diritti della vittima. La violenza nella difesa è una riaffermazione dei propri diritti.

  4. primavera ha detto:

    Denunciate donne denunciate così poi vi distruggiamo meglio..
    Quando ho letto questa storia ho pensato al dolore di questa povera donna,alla sua solitudine,alla sua paura.
    Nessuno l’ha aiutata e nessuno ci aiuterà.
    Durei che possono smetterla di dire frasi fatte ben sapendo che le denunce ad altro nn servono se non ad infilare le donne in un circo impazzito. Solo se ci scappa il morto allora siamo tutti pronti a “sconvolgerci”.
    Mi auguro che lascino questa povera donna vittima almeno agli arresti domiciliari. Finalmente in pace in casa sua e libera da un mostro.

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