Giustizia per Federico

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Il ricorso alla CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo) presentato da Antonella Penati contro l’assoluzione in Cassazione dei tre operatori coinvolti nella morte del figlio Federico Barakat, ucciso dal padre nel corso di un incontro “protetto”, è stato dichiarato procedibile: l’Italia sarà processata.

Antonella Penati, da quel 25 febbraio 2009 in cui si è vista strappare il suo affetto più grande, non ha mai smesso di lottare per ottenere giustizia per il piccolo Federico: dopo l’assoluzione dei due assistenti sociali e un educatore in primo grado (Elisabetta Termini, responsabile del servizio minori di San Donato Milanese, Nadia Chiappa, l’assistente sociale che seguiva il padre di Federico e Stefano Panzeri, l’educatore che seguiva Federico e che avrebbe dovuto essere presente all’incontro protetto,), è ricorsa alla corte d’appello di Milano, che ha condannato a quattro mesi di reclusione, con pena sospesa, la responsabile dei servizi per concorso colposo in omicidio volontario, quindi in Cassazione, che ha annullato l’unica sentenza di colpevolezza ottenuta e ha condannato Antonella Penati al pagamento delle spese processuali.

La vicenda di Antonella è una vicenda emblematica, è la stessa storia di molte altre donne e dei loro bambini, è la storia di Rosie Batty, la mamma che in Australia è diventata il simbolo della lotta alla violenza domestica e al pregiudizio che pesa sulle donne che si fanno coraggio e denunciano il padre dei loro figli, che ci spiega: “When you’re involved with family violence, friends, family judge you, the woman. The decisions you should make, the decisions you don’t make. You’re the victim, but you become the person that people condemn.” – Quando si tratta di violenza domestica, gli amici, la famiglia, tutti giudicano te, la donna. Le decisioni che avresti dovuto prendere, quelle che non hai preso. Nonostante tu sia la vittima, diventi la persona che gli altri condannano“.

Antonella Penati ha cercato aiuto, prima presso le forze dell’ordine, poi presso il Tribunale e i servizi, perché – come possiamo ascoltare in un servizio andato in onda tempo fa su Chi l’ha visto? – lei e Federico erano vittime di un uomo disturbato, ossessivo e violento, condannato per aggressione in sede penale perché reo confesso.

Antonella Penati aveva richiesto l’affido esclusivo del figlio perché terrorizzata dalle minacce di un uomo che ripetutamente aveva dato prova di essere perfettamente in grado di mettere in pratica ciò che minacciava, aveva richiesto che gli incontri fra padre e figlio venissero sospesi perché un uomo che abusa, aggredisce, ricatta, pedina o terrorizza la sua ex partner non può in nessun caso essere un “buon padre”, perché – come confermano tutti gli studi in merito – la violenza coniugale è un predittore statisticamente significativo di abusi fisici sui minori: maggiore è la quantità di violenza esercitata nei confronti del partner, più alta è la probabilità che quel genitore maltrattante eserciti violenza anche contro i figli.

Nonostante questo, i servizi sociali e il Tribunale non sono stati in grado di riconoscere che quella che avevano di fronte era una storia di violenza domestica, tanto che nella sentenza della Cassazione leggiamo che, di fronte alle richieste di tutela mosse da Antonella Penati, l’analisi della situazione effettuata dai servizi sociali portò all’emissione di un decreto che parlava di “genitori inadeguati“: ecco che , come racconta Rosie Batty, la vittima viene processata e giudicata, al pari del suo aggressore, ed etichettata come genitore incapace perché vittima di violenza e perché denuncia la violenza subita.

Poco più di un mese fa The Guardian titolava: Child removals mark a return to Victorian values (la sottrazione di minori segna un ritorno a valori di stampo vittoriano), denunciando proprio questa preoccupante tendenza dei Tribunali, che non riguarda soltanto l’Italia, ma l’Europa tutta:

La violenza domestica è al momento il pretesto più comune per la rimozione del minore. Il Family Rights Group ha rilevato che “la violenza domestica ha superato la malattia mentale dei genitori o l’abuso di droga o alcol come la causa più comune degli interventi a tutela dei minori”. L’Ispettorato di Sua Maestà di Constabulary riferisce che casi di violenza domestica sono aumentati del 31% tra il 2013 e il 2015. Ma mentre le madri vengono punite con l’allontanamento dei figli, motivato dal fatto che non sono state in grado di proteggerli, i padri violenti spesso ottengono il diritto di visita o addirittura l’affido.

E’ estremamente importante che il caso di Antonella Penati venga discusso di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo, non solo perché la morte di Federico Barakat poteva essere evitata se i servizi sociali avessero riconosciuto la pericolosità della situazione in cui versava (considerato che c’erano tutti gli elementi perché fosse riconosciuta), ma anche perché è urgente che si prenda coscienza che c’è un problema di percezione della violenza domestica e delle dinamiche che la sottendono, viziata da un pregiudizio contro le donne che mette a rischio il benessere e l’incolumità delle vittime coinvolte.

Per questo motivo vi esorto nuovamente a partecipare alla raccolta fondi creata per finanziare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, perché l’intento dell’iniziativa non è meramente punitivo, ma l’obiettivo è il riconoscimento di una tendenza diffusa che si concretizza nell’incapacità degli operatori di riconoscere una violazione dei diritti umani quando essa è perpetrata contro donne e bambini nel contesto della violenza domestica.

Non si tratta di aiutare solo Antonella Penati, ma attraverso lei di aiutare tutte le donne che si trovano nella sua stessa situazione, donne che denunciano la violenza subita e finiscono con l’essere etichettate come madri manchevoli, malevole, inabili a provvedere ai loro figli, quando nella realtà sono solo donne che fanno ciò che paradossalmente viene richiesto loro di fare: denunciare la violenza subita dai loro partner.

Come scrive Lundy Bancroft, autore del volume “The batterer as a parent“:

La nostra società, attualmente, sta inviando alle madri un messaggio follemente contraddittorio.  Si dice alle madri, “Se il padre dei vostri figli è violento o maltrattante, verso di voi o nei confronti dei vostri figli, dovete lasciarlo, per fare in modo che i vostri figli non siano esposti al suo comportamento.” Ma nel momento in cui la madre lascia un uomo violento, la società molte volte sembra fare un brusco dietro-front, e afferma: “Ora che ti sei separata da un uomo maltrattante, è necessario che i tuoi figli lo incontrino. Solo ora è necessario che li lasci da soli con lui, ora che non puoi più essere lì con loro a controllare se va tutto bene.” Che cosa vogliamo? Vogliamo che le madri di proteggano i loro bambini dalla violenza, o no?

I bambini hanno bisogno di essere protetti dai genitori abusanti.

Federico Barakat doveva essere protetto, e i servizi sociali, alla richiesta di aiuto di Antonella Penati, hanno dato la risposta sbagliata. Perché questo non accada più, debbono assumersi la piena responsabilità del loro errore.

La causa portata avanti da Antonella Penati assume un grande valore per tutte le donne di questo paese che, quando si tratta di violenza domestica, ancora si ostina a parlare di “raptus” e di violenza improvvisa e imprevedibile: è urgente che le istituzioni preposte alla tutela di donne e bambini assumano la prospettiva di genere necessaria ad identificare e decostruire quel bagaglio di stereotipi e pregiudizi che grava su un sistema che si sofferma sul problema di “mediare conflitti”, laddove sempre più pressante è l’urgenza di nominare la violenza maschile nelle relazioni di intimità, gettando le basi di quel cambiamento culturale che da sempre è indicato come la via maestra da seguire per contrastare davvero un fenomeno che non mostra battute d’arresto.

 

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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2 risposte a Giustizia per Federico

  1. Daria ha detto:

    Leggo sul Fatto Quotidiano il solito commento ripugnante di un tizio che si preoccupa della violazione dei diritti di questo povero papà (sono parole sue), che si è suicidato dopo aver ucciso il figlio alienato. Notare l’uso subdolo di “alienato”, per escludere subito qualsiasi pietà verso il bambino, facendolo apparire non vittima ma colpevole, non un bambino innocente ma un bambino “cattivo”che si rifiutava di vedere il povero papà. Naturalmente il fatto che ci fosse una perizia che confermava la pericolosità del padre è irrilevante, quello che conta è che la madre era “cattiva” perchè mossa solo dal desiderio di vendetta. E’ osare troppo ipotizzare che questo commentatore
    sia un padre violento a cui magari un giudice illuminato ha rifiutato l’affido condiviso?
    Approfitto di questo spazio per mandare un abbraccio a Primavera e al suo bambino

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