Surrogacy e povertà

children for sale

Si è svolta martedì a Parigi l’Assise per l’abolizione universale della maternità surrogata.

Un argomento complesso, il dibattito intorno al quale è stato viziato dalla strumentalizzazione messa in atto da tutti coloro che ne hanno fatto una bandiera contro l’omosessualità, dai quali ci tengo a dissociarmi.

A proposito di surrogacy, uno degli interventi che ho letto di recente mi ha colpito in particolar modo: quello di Michela Murgia sull’Espresso.

Murgia ci chiede:

se in questo paese esiste una legge che consente l’interruzione di gravidanza perché non si hanno abbastanza sicurezze economiche, secondo quale logica non dovrebbe esistere una legge che per ottenere quelle sicurezze ne consenta invece l’inizio e il prosieguo? Quale sarebbe la ragione per cui si può impedire la nascita di un essere umano perché non si hanno abbastanza soldi, ma non si può ipotizzare una legge che permetta di realizzarla per ottenerli?

Dice ancora Michela Murgia: “La gestazione per altri (da qui in poi GPA) dal punto di vista formale non è altro che una gravidanza indesiderata – dato che per se stesse non la si sarebbe intrapresa – portata a termine invece che interrotta.”

Il fatto che una donna possa decidere di interrompere una gravidanza perché troppo povera per provvedere al figlio che nascerà è la premessa a questa domanda.

Una gravidanza indesiderata è, per sua stessa definizione, un evento non programmato dalla donna, la quale, a prescindere dalla sua volontà di essere madre o meno, si trova incinta.

Si può scegliere una gravidanza indesiderata? Se è indesiderata, non è liberamente scelta. E proprio perché non è liberamente scelta, la donna ha il diritto di interromperla, esercitando la sua volontà sovrana.

Abortire non comporta alla donna che fa questa scelta nessun “guadagno”, nel senso che non riceve nessun compenso. La scelta di non mettere al mondo un figlio a causa della povertà  non è una scelta che possa rendere la donna meno povera, non può modificare in alcun modo la sua situazione economica, che dopo l’intervento rimane immutata; piuttosto, è una scelta che risparmia ad un altro essere umano (il bambino che sarebbe nato) il destino di condividere una vita pesantemente condizionata dall’indigenza.

Una donna che decide di portare a termine una gravidanza per altri non è vittima delle circostanze, nel senso che sceglie di rimanere incinta: la sua volontà sul proprio corpo la esercita nel momento in cui lascia che l’embrione venga impiantato nel suo utero; che non lo faccia perché desidera diventare madre del bambino che nascerà ma perché desidera il denaro che avrà in cambio del bambino, non può rendere a mio avviso la gravidanza un evento “indesiderato”.

È proprio Michela Murgia che distingue maternità e gravidanza all’inizio del suo articolo, una distinzione con la quale sono d’accordo: una donna che si ritrova incinta non è obbligata da una condizione meramente fisica a sentirsi “madre”, perché – cito dall’articolo – “Non è quindi tollerabile oggi in un discorso serio sentir definire “maternità” il processo fisico della semplice gravidanza, che in sé – e lo sappiamo tutte – può escludere sia il desiderio procreativo sia la disposizione ad assumersi la responsabilità e la cura del nascituro”.

Sulla base dello suo stesso discorso è errato definire la GPA (gestazione per altri) una “gravidanza indesiderata” solo perché non porta con sé la “disposizione ad assumersi la responsabilità e la cura del nascitura“; al massimo si può parlare di “maternità indesiderata”.

A monte della GPA, che, lo ribadisco, è programmata e non imprevista, il desiderio c’è, ed è il desiderio della donna che si sottopone al procedimento di modificare il suo status di persona in difficoltà economica.

In realtà c’è anche un altro desiderio in gioco, che Murgia non nomina, ed è il desiderio di diventare genitore della persona non povera, che paga per avere il bambino che nascerà.

Di fatto la GPA può considerarsi un contratto che ha per oggetto un essere umano.

Una lettrice poco tempo fa ha obiettato che questa analisi della questione non sarebbe corretta, perché il “materiale biologico” impiantato (ovulo e sperma) spesso non appartiene alla donna che porta avanti la gravidanza, di conseguenza quel feto non può definirsi “suo” e quindi non può dalla donna essere venduto. Tecnicamente, mi veniva spiegato, il denaro che la donna riceve come compenso lo riceve a titolo di “canone d’affitto”, per il fatto di ospitare per nove mesi materiale biologico altrui.

A sostegno di questa analisi, si può aggiungere che la donna che porta avanti la gravidanza riceve comunque un compenso, seppure decurtato, anche quando per qualsiasi motivo la gravidanza non va a buon fine.

Questa analisi, però, non tiene conto del fatto che non esiste solo la cosiddetta gestational surrogacy, ma anche la traditional surrogacy, nella quale la gestante è anche madre biologica del nascituro, e comporta delle conseguenze, perché, se accettiamo la teoria della “donna-contenitore di un bambino altrui” come vera, dobbiamo sostenere anche che tutte le donne che si sottopongono alla fecondazione assistita eterologa e concepiscono un figlio grazie ad un ovocita donato e allo sperma del compagno non sono da considerarsi madri del bambino che nascerà, ma “organismi ospitanti” di materiale biologico altrui, e il nascituro a rigor di logica sarebbe da considerarsi figlio della donatrice, eventualmente adottabile dalla donna che l’ha concepito.

Ma questo non accade. Perché?

A mio avviso il motivo è che non è corretto considerare la gestante un mero contenitore di embrioni; sappiamo che, dal momento che l’embrione è impiantato, il contributo del corpo della donna è ciò che gli permette di svilupparsi fino a diventare un bambino: l’embrione, sotto forma di blastocisti, va ad inserirsi nell’endometrio della donna, un fenomeno noto come annidamento, durante il quale gli enzimi in esso contenuto letteralmente digeriscono la mucosa uterina per scavarsi una cavità nella quale alloggiare. Fin da subito, insomma, è chiaro che quel “materiale biologico” (l’embrione) letteralmente si nutre della donna che lo ospita.

Non vorrei che mi fraintendeste, non sto affermando che basta uno scambio di fluidi a rendere una persona un genitore: essere madre o padre non dipende da quanto “materiale biologico” queste figure condividono con la creatura della quale decidono di prendersi cura, e sono certa che qualsiasi genitore o figlio adottivo sarebbe d’accordo con me. A renderci genitori è soprattutto “la disposizione ad assumersi la responsabilità e la cura” di un bambino.

Alla luce di ciò che significa portare avanti una gravidanza, però, non è onesto paragonare una donna incinta ad un vaso di coccio nel quale si è gettato un seme che da quel vaso riceve solo il mero contributo di essere contenuto. Non si può neanche definire il portare avanti una gravidanza una prestazione d’opera, un lavoro, visto che non necessita di alcuna competenza o di nessuna attività diversa dal continuare ad esistere. Feto e donna che lo ospita vivono in una forma di simbiosi nella quale uno si nutre dell’altra. E, come ho letto in un interessante articolo sull’argomento, dovremmo chiederci di che genere di sensazioni si nutre un feto che vive in simbiosi con una donna che per nove mesi si esercita a non provare sentimenti di tenerezza nei suoi confronti, allo scopo di distaccarsene senza troppo dolore.

Ma poniamo anche il caso che si possa considerare il compenso offerto come una sorta di “canone d’affitto” dell’utero della donna. In questo caso oggetto del contratto non sarebbe il bambino, ma l’utero della donna. Mettendola in questo modo, quindi, abbiamo una parte del corpo umano che diventa a tutti gli effetti un bene disponbile: può essere affittato per ottenere del guadagno, quindi è definito da quel contratto un patrimonio che può essere, sebbene temporaneamente, alienato.

Chi ha il diritto di prendere delle decisioni su ciò che avviene in quel corpo nel corso della gravidanza? La donna o le persone che l’hanno affittato? E, nel secondo caso, che fine fa la volontà sovrana della donna sul suo corpo?

Dobbiamo confrontarci con l’idea che una condizione economica disperata possa spingere qualcuno a decidere volontariamente di vendere il suo corpo o il bambino che ha generato, che questo è causato da una iniqua distribuzione della ricchezza globale e che stigmatizzare i più poveri per quello che fanno a causa della povertà non è certo una soluzione.

Ma se davvero siamo intenzionati ad affrontare problema, dobbiamo innanzi tutto trovare il coraggio di guardare la realtà per quello che è, senza indorare la pillola: aborto e GPA non sono paragonabili, perché l’aborto non comporta alcuna transazione di denaro, non c’è mercificazione del corpo umano, mentre la gestazione per altri dietro compenso rientra in una visione del mondo nella quale tutto, anche la vita, può essere ricondotto ad un valore commensurabile ed essere commerciato.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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23 risposte a Surrogacy e povertà

  1. annita ha detto:

    Ciao, ti seguo silenziosamente da molto tempo…di solito concordo totalmente con il tuo pensiero…e anche questa volta è così!

  2. Primavera ha detto:

    Ottimo post (come sempre…).questa in sintesi la mia opinione: non sono d’accordo con la surrogacy, la trovo aberrante. un ennesimo sfruttamento del corpo femminile e dei bambini (nascituri). ennesimo giro di denaro a danno dei più “deboli”. nessuno sa che conseguenze possa avere sulla psiche dei bambini che ormai sono diventati un diritto degli adulti, un bene da acquistare o vendere. tra i diritti di tutti mi stanno più a cuore quelli dei bambini e se uno ha tutta questa voglia di essere genitore vada ad adottare un bambino orfano (anche di 10/12 anni…) così com’è non a sceglierlo come al mercato del pesce e lo tolga dalla sua vita di dolore… se scoppia il secondo big ben magari non saremo più noi donne a fare figli e allora saranno forse tutti felici! ormai siamo solo incubatrici bistrattate e giudicate da chiunque. Mi dispiace se ho offeso qualcuno e me ne scuso già ora. ma questo penso e questo dico!

  3. Zorin ha detto:

    Si, nella surrogacy c’e’ scambio di denaro, come in migliaia di altre attivita’ umane, a partire dal lavoro, che non e’ solo scaldare la sedia davanti a una scrivania, perche’ esistono mille lavori sporchi, pericolosi, spiacevoli e degradanti, tutti perfettamente legali.
    Quindi il fatto che ci sia uno scambio di denaro, un do ut des, non e’ certo un motivo sufficiente per farsi un’opinione negativa della GPA.

  4. paolam ha detto:

    Cara Ricciocorno, è stupefacente vedere come su questo tema anche le migliori intelligenze subiscano un repentino totale oscuramento. Io non so più che dire, anche perché mi rispondono con le stesse formule cui le mie argomentazioni hanno già offerto una replica. Proviamo così, con l’analogia: vi siete mai chieste/i perché non potreste, volendolo, vendere il vostro sangue? Per quale motivo non si può vendere il sangue, né si può comprarlo? Guardate che il sangue non è come un rene, il quale una volta asportato non ricresce, e lascia il rene superstite a fare tutto il lavoro che prima svolgevano in due. No, no. Il sangue si riforma, dunque: perché è vietato comprare il sangue? Sù, la risposta è facile. Ricapitoliamo: il sangue ce lo abbiamo tutti, una volta prelevato si riforma e, quindi, la risposta è: perché se fosse possibile comprare il sangue tutti i poveri e tutte le povere si precipiterebbero a venderlo. Adesso è più chiaro?

    • In uno stato di diritto tutti noi rinunciamo ad alcune libertà, e la giustificazione alle limitazioni imposte dalle leggi è la tutela dei cittadini. Per fare un esempio sciocco: il limite di velocità imposto a chi guida. Perché non sono libera di schiantarmi a 200 all’ora? Il codice della strada tutela tutti, non solo me, e sebbene si potrebbe dire che io debba essere libera di mettere a rischio la mia vita, non mi è concesso mettere a rischio anche quella degli altri. Perché non sono libera di vendere i miei organi? Perché, anche presupponendo che per qualcuno potrebbe essere una scelta consapevole e non particolarmente sofferta, in una società caratterizzata dalla diseguaglianza – economica, ma non solo – il rischio che le categorie più vulnerabili finiscano sfruttate è troppo alto.

  5. Maura ha detto:

    Per altro, definire aborto un diritto è una parola che mi fa orrore. In una società che garantisse diritti veri, di welfare, educazione sessuale, ecc. Quasi nessuna donna abortirebbe. Il diritto di aborto viene riconosciuto perchè siano ancora e sempre noi a pagare il prezzo di una società con sempre meno diritti.

  6. Alberta Ferrari ha detto:

    Grazie Ricciocorno, una delle argomentazioni più rigorose e serie che io abbia letto fino ad ora.

  7. Cesare ha detto:

    Abortire non comporta alla donna che fa questa scelta nessun “guadagno” … non mettere al mondo un figlio a causa della povertà non è una scelta che possa rendere la donna meno povera”.
    Non è vero: danno cessante è uguale a lucro emergente e la donna povera che abortisce a causa della propria condizione economica evita di diventare ancora più povera, di conseguenza consegue un guadagno.
    Del resto nel presente Ordinamento Giuridico italiano non occorre affatto una povertà estrema per esercitare il “sovrano diritto” di abortire: tale “diritto”, nel nostro Paese, è riconosciuto ad libitum, motivo per cui basta – al fine di godere dell’ IVG libera gratuita e assistita – che una donna ritenga meno conveniente per i propri interessi (economici – magari di ricca Signora – o di qualunque altro genere, anche i più futili) l’interromepere la gravidanza, anziché portarla a termine. Dura lex, sed lex. Casomai si potrebbe osservare che la legge sull’aborto TOLLERA un male, non promuove un bene, e per questo motivo non può servire da riferimento per altre leggi. Ma le paleofemministe sono disposte ad arrivare a tanto?

    • Ma non diciamo fesserie per favore. Nessuno ti ha derubato oggi, quindi hai guadagnato? Per questo sei più ricco?

      • Cesare ha detto:

        No. Ma se vi fosse stata una causa altrimenti certa di mio impoverimento che io, con un particolare atto, avessi potuto evitare, certamente quell’atto sarebbe stato per me economicamente vantaggioso. Esempi pratici: mi viene comminata una multa, faccio ricorso e riesco a non pagarla; eredito un’azienda piena di debiti e rinuncio all’eredità … Sono tutti casi in cui uno non si ritrova, è vero, più ricco (magari ha pure avuto un po’ di spese legali), ma evita di diventare più povero, cioè consegue un vantaggio.
        Vantaggio che può andare ben oltre la mera sopravvivenza, anche nel caso della donna che abortisce. Ti consta che la legge italiana lo vieti?

      • Che una cosa sia economicamente vantaggiosa non implica che comporti un effettivo guadagno. Sono due cose diverse.

  8. Jinbe ha detto:

    Dovresti iscriverti al gruppo UAAR su facebook, ne leggeresti delle belle.

  9. Maura ha detto:

    Guarda, io che sono iscritta alla UAAR, mi sono appena tolta da fecebook perché leggevo tali e tante ca. te che perfino Giovanardi mi sembrava intelligente. Tipo che i mariti eterosessuali picchiano e uccidono le mogli (in effetti, farli sposare tra loro, i maschi, potrebbe essere una soluzione).
    Come già detto, io sono contraria alle adozioni in famiglie gay. ma anche a certe soluzioni estreme per “avere figli ad ogni costo” tra eterosessuali. Per motivi che giudico importanti, ma certamente non confessionali. Penso che quello di avere un figlio non sia un diritto. Essendo operata al seno, so, ad esempio, che il tumore è in aumento tra le donne giovani e che quelle che fanno cure contro l’infertilità anche per fecondazioni assistite, sembra abbiano molta maggiore possibilità di contrarlo. La faciloneria , ma soprattutto il bussines economico, delle cliniche italiane ed estere si pone questo problema? Vogliamo dirlo che riempirsi di ormoni è pericoloso? Se, come ambientalisti, siamo contro gli ogm, i pesticidi, la tav e quant’altro, com’è che, improvvisamente, reputiamo normale violentare la natura riempiendo una donna di ormoni purchè possa figliare o facendo crescere i figli dai maschi? In quale momento della storia dell’uomo, in ogni paese, in ogni era, i figli non sono cresciuti dalle madri, dato poi che siamo mammiferi? E altre cose ancora. ma se dici queste cose, ti irridono subito dicendo che sei amica di Alfano (come la vignetta di Vauro contro la libertà di coscienza di Grillo) e scopri così quanto sono confessionali, irrazionali, bigotti gli atei italiani. Io ho dubbi che la quasi totalità degli italiani ha. Spiegatemi dove sbaglio, non datemi della criptocattolica!

    • “In quale momento della storia dell’uomo, in ogni paese, in ogni era, i figli non sono cresciuti dalle madri, dato poi che siamo mammiferi?” Beh, in molti momenti della storia dell’uomo si è verificato che dei figli non fossero cresciuti dalle madri. Anzi, in alcune classi sociali per secoli i figli non sono stati cresciuti dalle madri, ma dalle tate e dai precettori. I bambini orfani di madre ci sono sempre stati, come pure quelli orfani di padre, e crescono benissimo, ovviamente se affidati ad un genitore o a dei parenti amorevoli. E questo avviene anche per altri mammiferi: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/07/31/i-gorilla/

    • Jinbe ha detto:

      Uomini che non possono crescere i figli, no adozioni gay, OGM = male; facevi per caso parte degli antivax?

    • Antome ha detto:

      Ah quindi non già per omofobia sei contraria alle adozioni gay, ma perchè non concepisci che due uomini, che chiami maschi, crescano dei figli?
      Se si vuole fare appello, ovviamente distorto, alla natura delle madri di crescere i figli, ci starebbe anche quella, di qualche tempo fa, prima del femminismo, per cui sarebbero in effetti portate a fare solo quello. Quindi attenzione agli appelli alla “natura” o alla “naturalezza”, come una donna può essere una scienziata (in barba ai vecchi pregiudizi), un uomo può crescere un figlio :).

  10. Stefano Dall'Agata ha detto:

    Sulla distinzione tra maternità e gravidanza non sarei d’accordo, mi pare strumentale per arrivare ai concetti veicolati da Marzano, per cui la gestante non dovrebbe essere chiamata madre.
    Ragioniamo sul fatto che la maternità è un concetto complesso, e che, come definiamo madre biologica o padre biologico coloro che forniscono il seme, dovremmo definire madre gestante colei che porta avanti la gravidanza.

  11. paolam ha detto:

    Quindi la nuova accusa per chi è contraria/o alla GPA è l’omofobia? Vi do una notizia: c’è pieno di lesbiche femministe che sono contrarie alla GPA. E che sono favorevoli alle adozioni, per tutti i i tipi di coppia: etero, omo, in matrimonio oppure in unione civile. E favorevoli anche alle adozioni per le persone singole. Per cui rilancio: chi è favorevole alle GPA è una persona misogina, e pure lesbofoba. Ci volevo mettere “tiè”, ma immaginatelo.

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