Di surrogacy, amore e sacrificio

In queste settimane, mentre ero offline, nel web impazzava un dibattito feroce: quello che ruota attorno alla surrogacy.

Il casus belli che ha scatenato i professionisti dell’invettiva è stata la notizia della paternità di Nichi Vendola, che ai giornali ha dichiarato:

«Questo bambino è figlio di una bellissima storia d’amore, la donna che lo ha portato in grembo e la sua famiglia sono parte della nostra vita. Quelli che insultano e bestemmiano nei bassifondi della politica e dei social network mi ricordano quel verso che dice: “ognuno dal proprio cuor l’altro misura” (anche se capisco che citare Dante non faccia audience)».

A proposito di Vendola è stato scritto che le reazioni scomposte al suo annuncio affondano le radici nell’omofobia che pervade questo paese: vero, verissimo.

Per alcuni, forse per molti, è proprio così.

E’ sicuramente vero per quelli che hanno appeso striscioni, è vero per quelli del Family Day, gente come Giorgia Meloni,

meloniche ha colto l’occasione di Sanremo per lanciare strali contro Elton John, mentre il festival canoro ospitava un’altro personaggio famoso, oltre che per i meriti professionali, anche per aver usufruito dell’utero in affitto, ovvero Nicole Kidman, eterosessuale, contro la quale – almeno da quello che ho potuto leggere – nessuno ha usato la medesima volgare terminologia che viene riservata alle celebrità gay.

Non è vero, però, che tutte coloro che non si esprimono a favore della regolamentazione della surrogacy, in Italia o altrove, sono motivate dall’omofobia.

Da sempre diverse esponenti del femminismo esprimono la loro posizione critica nei confronti della pratica di servirsi della surrogacy per diventare genitoriqui un articolo del 2011 di Julie Bindel, ma potrei citare il libro “Being and Being Bought: Prostitution, Surrogacy & the Split Self”, di Kajsa Ekis Ekman, pubblicato nel 2013, e tanti altri esempi, stranieri e nostrani – e il fatto che la grande maggioranza della gente lo scopra solo oggi ci dà la misura di quanto irrilevanti siano, per l’opinione pubblica, le istanze sollevate dalle donne, soprattutto quando a parlare sono donne che si proclamano femministe e assumono una prospettiva di genere.

Come ho già spiegato in passato, accusare indiscriminatamente di omofobia chiunque si inserisca nel dibattito non solo è ingiusto, ma contribuisce a fornire del fenomeno un’immagine falsata, perché, come suggeriscono i pochi dati sensibili a disposizione, la maggioranza di coloro che ricorrono alla surrogacy è composta da coppie eterossuali.

A proposito del rischio che la posizione femminista contro la surrogacy diventi uno strumento in mano a persone che non sono neanche in grado di comprenderne il senso, mi è capitato di leggere un articolo di Marco Palillo, che scrive:

“Ecco che, anche in questo caso, le battaglie per la libertà femminile e per i diritti riproduttivi vengono utilizzati per raggiungere altri scopi, in una più ampia strategia omofoba che mira dichiaratamente a bloccare il cammino difficile delle unioni civili in Italia. Una strategia omofoba non nel senso psicologico o psicoanalitico del termine, ma sociologico e strutturale. Le donne, i loro corpi, in pratica, vengono utilizzati dal potere maschile per produrre discorsi contro le persone LGBTI, le loro famiglie, i loro figli, rendendoci tutti noi compratori di bambini, schifosi sfruttatori di utero in affitto – anche chi come me è omosessuale e non farebbe mai ricorso a tale pratica.”

Nulla da eccepire su questo paragrafo: è vero.

In quanto donna e donna femminista, non posso che provare un brivido di disgusto nel leggere Mario Adinolfi, lo stesso Mario Adinolfi che mi vorrebbe mite e sottomessa in virtù del mio sesso, quando dichiara di voler difendere i “diritti delle donne”.

Il fatto, però, che il discorso surrogacy abbia guadagnato le prime pagine dei giornali e l’attenzione del pubblico solo quando a prendere la parola sono stati gli esponenti di un cattolicesimo estremista ed aggressivo, dovrebbe suggerirci una riflessione più approfondita su quel “potere maschile” di cui parla Palillo, e il suo ruolo nel diffondersi del fenomeno.

Scrive sempre Palillo:

“Io credo che la strumentalizzazione nasca quando si finge di non vedere il nesso profondo fra maternità surrogata e libertà sessuale della donna. Una libertà positiva, ma anche negativa. La libertà di scegliere: di fare un figlio, di diventare madre, ma anche di abbandonarlo, di abortire, di decidere autonomamente del proprio corpo, come riconosciuto dalla 194. Una libertà che deve trovare sicuramente dei limiti, attraverso per esempio la lotta serrata alla surrogacy commerciale, ma anche delle maggiori tutele attraverso l’affermazione del diritto prevalente della madre. Lo sfruttamento non esiste? Certo, che no, ma esso è prodotto dalla mancanza di libertà delle donne nelle società patriarcali, non dalla surrogacy, tantomeno della stepchild adoption.”

Le donne, in una società patriarcale, non sono “libere”, e non lo sono a prescindere dalla surrogacy: lo dice Palillo e io concordo.

Il patriarcato limita la libertà delle donne in tanti modi, alcuni dei quali sono semplici da individuare, altri meno. Limita la libertà delle donne attraverso leggi e regolmenti, ad esempio, stabilendo chiaramente che, a seconda del sesso, un cittadino possa godere di determinati diritti oppure no.

A tale proposito in questi giorni nelle sale cinematografiche possiamo vedere il film “Suffragette”, che ci ricorda le aspre battaglie condotte dalle donne per ottenere il diritto di voto (non l’ho ancora visto, qui dalle mie parti non lo proiettano prima dell’8 marzo: a chi vuoi che interessino le battaglie delle donne, se non alle donne? Così le multisale della zona hanno deciso di farlo uscire una di quelle sere dell’anno in cui le donne hanno il permesso di disattendere i loro doveri e possono dedicarsi con le amiche a “cose da donne”… Che tristezza).

Ma c’è un’altra forma di coercizione utilizzata dal patriarcato, della quale si discute da una qurantina d’anni, ed è nota a chi si interessa di queste cose come “violenza simbolica”.

Una caratteristica della violenza simbolica, così come descritta da Pierre Bourdieu, è che si tratta di una forma di dominio che, per esercitarsi, ha bisogno dell’assenso, anzi della collaborazione attiva dei dominati.

«La violenza simbolica si istituisce tramite l’adesione che il dominato non può non accordare al dominante (quindi al dominio) quando, per pensarlo e per pensarsi o, meglio, per pensare il suo rapporto con il dominante, dispone soltanto di strumenti di conoscenza che ha in comune con lui» (da “Il dominio maschile”, di Pierre Bourdieu).

Non mi sembra il caso che sia proprio io a spiegarvi di che cosa si tratta, ma spero di avervi incuriosito e che vogliate approfondire attraverso testi di ben altro spessore, invece di fermarvi a questo blog.

Prima di lasciarvi ai vostri approfondimenti, però, vorrei rendervi partecipi delle mie riflessioni di questi giorni su surrogacy e violenza simbolica.

In un interessante intervendo sulla surrogacy, Ilaria Sabbatini scriveva:

In un articolo che non mi trova granché d’accordo la Tavella riferisce una frase che mi ha colpito. In un’intervista a Le iene, due padri, Sergio Lo Giudice e il suo compagno, hanno parlato della loro esperienza con la gravidanza surrogata.  Siccome verifico sempre le mie fonti non mi sono fidata della Tavella e sono andata a cercare direttamente il video di Mediaset  (minuto 1:48). Da una parte ho apprezzato molto la chiarezza di Sergio Lo Giudice che ha parlato apertamente dei costi. Ma alla domanda sul pagamento della gestante surrogata ha risposto in un modo che non condivido e che anzi ho trovato irritante. Domanda: “La portatrice è stata pagata, comunque“. Risposta: “Questo non incide in nessun modo sulla valenza etica di un gesto di questo genere“. Fine.

La contraddizione che rilevava Sabbatini, una contraddizione che riscontriamo anche nelle parole di Nichi Vendola, riguarda la coesistenza del pagamento con tutta la retorica che ruota attorno all’amore Questo bambino è figlio di una bellissima storia d’amore» ha dichiarato Vendola): ci dicono le famiglie che si servono della surrogacy che, a prescindere dal pagamento, quello delle madri surrogate è un gesto che ha prevalentemente una “valenza etica”.

Per quanto questo possa sembrare contraddittorio, ho trovato un contributo dal titolo “Etica delle surroganti“, basato su uno studio della community www.surromomsonline.com (il più grande sito e forum statunitense di informazione e sostegno alle surroganti), che ci spiega in che modo, nella narrazione delle madri surrogate, coesistono amore e retribuzione.

Cito alcuni passi (consigliandovi comunque una lettura integrale del testo):

L’etica delle surroganti è fondata sul “viaggio d’amore” che implica un dare reciproco. È questo il loro modo di intendere la relazione contrattuale in cui una donna porta in grembo e fa nascere un bambino per “i genitori promessi” (intended parents) ricevendo un compenso economico. Quando le surroganti enfatizzano il coinvolgimento emotivo, stanno sottolineando la natura etica, privata e unica della relazione, elevando l’amore al di sopra dei termini contrattuali.

Quando le surroganti parlano del “click”  e dei genitori promessi come della “coppia giusta” costruiscono una narrazione che situa l’interazione nella sfera intima, alla quale la procreazione appartiene. In questo modo affermano l’aspetto privato e non negoziabile di una scelta individuale: “non mi importa cosa pensano gli altri, fintanto che so nel profondo del mio cuore che sto seguendo la mia vocazione” .

Quello che le surroganti pensano spesso è che la loro vocazione sia “proteggere il più vulnerabile, il nascituro”. (…)

“La surrogacy non è un lavoro. Credo che nessuno potrebbe pagarmi abbastanza per portare il suo bambino se davvero non ho voglia di farlo… Nel profondo del tuo cuore non pensi che sia un lavoro. Spero che tu trovi una coppia che ti ami davvero” Rebecca ha sollevato una differenza fondamentale: la surrogacy, a differenza di un impiego, non è solo una transazione di mercato. Le SMO [nota: madri surrogate] concordano che le surroganti non vendono servizi riproduttivi; spesso scrivono del desiderio di “creare famiglie felici” e “fare la differenza”. Le famiglie in cui coppie stabili, coppie che “se lo meritano” pianificano la nascita di un figlio e superano tutti gli ostacoli per avere dei figli, vengono considerate i mattoni per costruire una società migliore.

Le surroganti sposano l’idea che la surrogacy è “dare il dono della vita”. Dono significa che in ballo c’è una relazione e questo simboleggia l’opposto della pura utilità. “Nella surrogacy doniamo entrambi: non è un ti do questo mi dai questo, nessuno tiene la contabilità”, spiega Naomi. Lo scambio e la relazione che si crea rappresentano un obbligo morale tra attori morali.

Il “dono della vita” viene considerato come il “dono supremo”, questa interpretazione porta con sé l’associazione al concetto cristiano di sacrificio. “Se qualcuno pensa che io possa portare in grembo il bambino di qualcun altro, proteggerlo e tenerlo al sicuro fino alla nascita e farne una mera transizione economica,  evidentemente non capisce quanto di me c’è in tutto questo”. Tutte le surroganti dicono che il bambino non è mai stato loro perché è della coppia che l’ha voluto, infatti quando parlano del “dono della vita” non si riferiscono al bambino; in un modo piuttosto drammatico, Sandra, una surrogante, definisce il dono che lei e le altre fanno come “sto offrendo il rischio della mia vita per permettere ad altri di avere un figlio. Ecco il mio dono”.

Ora metto a confronto le testimonianze di queste surroganti con le parole di un’altra donna, Costanza Miriano, nota figura di spicco del movimento che ruota attorno al Family Day, che in questo periodo sta pubblicando sul suo blog estratti del suo nuovo libro “Quando eravamo femmine”.

Costanza Miriano, a proposito dell’essere donne, ci spiega:

Perché questa è la caratteristica di noi donne: la capacità di fare comunque, in qualche modo, spazio a un altro, ascoltare, accogliere, ricevere, anche quando sembra di non avere più spazio interiore. (…)

Conosco donne che hanno sempre un po’ di spazio da farti, le orecchie in ascolto, la capacità quasi soprannaturale di chiamarti quando ne hai bisogno, o di offrirti una mano quando stai sul punto di servire un gin tonic alla prole per creare un clima disteso e favorire una mediazione sulla questione dei posti sul divano che ha provocato due graffi e tre seiunidiota. Ascoltano anche quelle che si proclamano forti e indifferenti alle debolezze da femminuccia, anche quelle che non sono amiche, perché la vita, comunque, è il nostro core business, di tutte, anche quando non lo vogliamo ammettere.

Ci dice, ancora, Costanza Miriano:

È il tempo di tornare regine, di riprendere il nostro ruolo altissimo: noi siamo quelle che danno la vita, biologica e non. Noi siamo quelle che aiutano la vita quando è più debole. Noi siamo quelle che stabiliscono che timbro ha la vita di un’epoca, di un paese intero. Questo è il meglio della nostra vocazione, e da un certo punto della nostra storia abbiamo avuto un po’ troppa fretta di dimenticarcene.

In tutti questi testi, sia quello nel quale le surroganti descrivono la loro scelta, sia quelli nei quali Miriano descrive l’essere donna, ricorre la parola “vocazione”: donare e prendersi cura della “vita” (N.B. la vita degli altri) sarebbe la vocazione delle donne, in quanto creature di sesso femminile – per Miriamo – e in quanto surroganti – per le utenti di surromomsonline.com.

Vocazione è un termine derivato dal latino, vocatio -onis, ovvero «chiamata, invito». Nel linguaggio ecclesiastico la “vocazione” è la chiamata di Dio (Dio Padre) alla missione che lui, nella sua infinita saggezza, ha scelto per noi.

Più generalmente, con “vocazione” si indica anche la “naturale” inclinazione verso una condizione di vita, un’arte, una professione.

In entrambe le accezioni, “vocazione” è un termine che suggerisce che ci sia qualcosa di superiore all’individuo che guida le sue scelte; non è tanto la sua volontà che lo porta a percorrere una determinata strada, ma quella che l’individuo decide di seguire è “la strada da seguire”, quella che gli è destinata; egli, o meglio ella, in questo particolare caso, non può che limitarsi a rispondere “si” alla chiamata (ad esempio quel “click” che scatta con la famiglia giusta), perché – ci ricorda Miriano – le donne che non lo fanno si condannano ad essere “più sole e più tristi”.

Ho accennato alla violenza simbolica, quella che una società androcentrica esercita in modo sottile e invisibile sulle donne.

Nel mondo, ci dice Bordieu, esiste un ordine di cose stabilito che siamo abituati a considerare eterno, naturale, immutabile, che ci impone modi di agire, di essere, di interagire, di sentire, senza necessariamente palesarsi come norma, come regola da seguire: l’ordine si limita ad esserci e noi ci limitiamo ad accettarlo, perché manchiamo degli strumenti atti a percepire il suo agire nella nostra vita.

In questo ordine delle cose, da quel che leggo, la donna è colei che non si limita a vivere, ma che si fa strumento della vita: accoglie in sé la vita, la protegge, e la vita si perpetua grazie a lei; la donna si sacrifica, mette a rischio la sua incolumità e il suo benessere ( “la capacità di fare comunque, in qualche modo, spazio a un altro, ascoltare, accogliere, ricevere, anche quando sembra di non avere più spazio interiore”) in nome di qualcosa più grande, più importante: un mondo migliore, un mondo nel quale gli altri sono felici, mentre lei, di riflesso, gode dell’appagamento altrui.

Se è fortunata, sottoponendosi a questo sacrificio, troverà qualcuno che la ami davvero, come dice Rebecca. E speriamo che non la ami troppo

In tutta franchezza, trovo molto strana l’avversione dei cattolici del Family Day nei confronti della surrogacy: ad occhio e croce mi sembra che rispecchi in pieno il ruolo che assegnano alle donne in questo mondo.

 

Sullo stesso argomento:

La scelta

Surrogacy e povertà

Il corpo della madre surrogata

 

Annunci

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
Questa voce è stata pubblicata in attualità, politica, riflessioni, società e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

12 risposte a Di surrogacy, amore e sacrificio

  1. nerodavideazzurro ha detto:

    La cosa migliore di tutte sarebbe davvero che sia fatto senza contropartite… nel merito, si poteva di certo non boicottare tout cour l’art.5 con l’accostamento ideologico della stepchild adoption alla surrogacy mettendo qualche paletto ma comunque eliminando alcune farraginosità che l’art. 44 della l 184/1983 contiene.

  2. IDA ha detto:

    è vero, l’utero in affitto in questo giorni era come il prezzemolo, lo mettono da per tutto e rimane attaccato ai denti.
    Riferito allo striscione, noto la coerenza dei fascisti del terzo millennio a quelli del secondo. Effettivamente loro i bambini, non l’hanno mai comprati, perchè li VENDEVANO in collaborazione con la chiesa. Sia durante il ventennio italiano, con Franco in Spagna, in Cile e in Argentina.
    La vocazione vuol dire; rinuncia e rassegnazione, quindi non fa per me.
    Ora mi ritiro, le mie bischerate l’ho dette, anche se sono poca cosa a confronto a quelle della Meloni. ( se poi ci si aggiunge Adinolfi e Gasparri, mi arrendo, non c’è partita).

  3. Paolo ha detto:

    io credo nell’autodeterminazione anche quando questa prende strade che non mi piacciono. Affermare che chi decide di fare una GPA è di per sè una vittima inconsapevole di “violenza simbolica” non mi vede concorde. Io sono un pericoloso liberale ma credo che quando qualcuno (adulto) decide di fare una cosa che a noi non piace o che noi non non faremmo e che non vorremmo veder fare ai nostri figli, bè è comunque una sua libera scelta

    • Qui non è una questione “estetica” o di gusti. Che vuol dire, una scelta “che piace”? Il cioccolato mi piace… le scelte della gente le colloco nel contesto nel quale vengono prese.

      • Paolo ha detto:

        quando una donna dice che ha scelto liberamente di fare da madre surrogata per una coppia che vuole figli (ma vale per qualunque decisione piccola o grande della vita) abbiamo due possibilità: o le crediamo o non le crediamo cioè o crediamo che dica la verità o che stia mentendo (a se stessa prima che a noi) consapevolmente o inconsapevolmente (in quanto vittima della famosa “violenza simbolica”). Io sono incline a crederle, il che non vuol dire che rinuncio ai miei dubbi etici sulla GPA, ho dei dubbi anche sul monachesimo di clausura ma se una donna mi dice che ha scelto liberamente di chiudersi in un convento per il resto dei suoi giorni io le credo, esistono persone che hanno questa “vocazione” come esistono donne che adorano essere incinte e altre a cui la cosa non va a genio

      • Io, oltre a credere e non credere, ogni tanto penso.

  4. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    Excellent essay. Informative, thoughtful, nuanced. Shonagh

  5. paolam ha detto:

    Condivido tutto! E’ il grande ritorno della donna oblativa: prestare servizi sessuali e/o servizi riproduttivi, a richiesta patriarcale, non è affatto missione da compiere senza intima gioa e vocazione. Schiave radiose, del resto, è un vecchio titolo. Autocitandomi: “Dopo la happy hoocker la happy surrogacy. A questo punto rivendico pure sposati-e-sii-sottomessa: il criterio è lo stesso”. Felici ma tanto felici di servire: per questo siam fatte no? Donarci oh yeah.

  6. Il rasoio di Occam ha detto:

    Quello che mi sorprende è che alcune donne che sono ferocemente critiche dell’oggettivazione simbolica delle donne nei media, sono poi a favore dell’oggettivazione letterale delle donne e dei bambini sul mercato della surrogacy. Se mercifichi il corpo per te stessa sei antifemminista, ma se lo fai circondata dall’alone mistico della femminilità come abnegazione, allora è il culmine dell’autonomia femminile? Boh.

    • Paolo ha detto:

      concordo che sia una contraddizione. Se una donna vienev ritenuta autodeterminata per decidere di fare una surrogacy deve esserlo anche quado decide di partecipare a Miss Italia o fare i provini per le veline di Striscia La Notizia e io penso che lo sia.
      E sì considero libere anche le donne come Costanza Miriano, il loro problema è che vogliono imporre il loro sistema a tutte mentre le veline non vogliono obbligare nessuno a fare come loro perciò mi stanno più simptiche

  7. Il rasoio di Occam ha detto:

    PS. Bentornata 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...