Il padre divorziato che molestò la figlia minore

Tempo fa pubblicai la prefazione, redatta dal Professor Cancrini, del volume “Abuso sessuale sui minori. Scenari dinamiche testimonianze” di Giuliana Olzai (Editore Antigone), nonché un’intervista all’autrice dall’emblematico titolo “Metà degli aguzzini non paga“.

Sia Cancrini che Olzai, nei loro interventi, puntano il dito contro l’alta percentuale dei processi per abusi sessuali su minori portata avanti con il rito abbreviato, contro le attenuanti concesse ai molestatori e contro quella che viene definita “debolezza delle operazioni peritali“:

indagini frettolose (la durata media è di 30 giorni) ed affidate, spesso, a persone prive di una specifica formazione sull’abuso oltre che di una formazione davvero psicoterapeutica“.

A tale proposito una mia lettrice mi ha segnalato ieri questo post comparso su facebook:

caiazzoUna breve ricerca su internet mi ha fatto scoprire che le cose non stanno esattamente così.

Ho trovato la sentenza n.26203 su due siti: divorzista.org e studiocataldi.it.

Vediamo come si è svolta in dettaglio questa controversa causa di affido.

Nel 2011 in capo al padre pendeva un procedimento penale “per i reati di cui agli artt. 609 bis e 609 ter c.p. nei confronti della figlia C.”, ovvero violenza sessuale; in considerazione di questo fatto il Tribunale di Brescia disponeva, in modifica delle condizioni stabilite nella sentenza di divorzio pronunciata nel 2007, che il padre potesse vedere e tenere con sé gli altri due i figli minori (non la presunta vittima) solo alla presenza di una terza persona professionalmente qualificata.

Il processo penale, svoltosi con il rito abbreviato, proscioglieva il padre dalle accuse di violenza sessuale, constestualmente evidenziando che comunque erano stati riscontrati

“comportamenti inadeguati da parte del padre (consistenti in toccamenti delle parti intime) (…) “comportamenti che hanno dato fastidio alla minore e che la stessa ha percepito come invasivi”.

Leggiamo anche che “i comportamenti attribuiti al M.” sarebbero stati “dallo stesso ammessi al cospetto della psicologa Dott.ssa G.”.

Nonostante il giudice penale avesse verificato la sussistenza dei comportamenti contestati, nella condotta del padre viene rilevata “l’assenza di rilievi di natura penale”.

Non è chiaro che ruolo abbia svolto in questa decisione la citata “inconsapevolezza attribuita al M. in relazione alla sua condotta“, espressione che a me ricorda molto la sentenza di assoluzione di quell’uomo “immaturo” che molestò due colleghe: secondo il giudice, in quel caso palpare il sedere o sfiorare le parti intime non costituiva molestia sessuale perché i gesti erano stati compiuti senza “alcun fine di concupiscenza o di soddisfacimento dell’impulso sessuale“.

Assolto in sede penale, il padre richiedeva che venisse rimossa la limitazione al regime delle visite, presentando a supporto della sua richiesta la relazione delle assistenti sociali che avevano presenziato agli incontri con gli altri due figli, nella quale veniva dichiarato che durante le visite monitorate [nota bene: visite agli altri due figli, che mai erano stati molestati] non si erano verificati comportamenti inadeguati da parte del padre nei confronti dei figli.

La Corte d’Apello prima e la Corte di Cassazione poi hanno rigettato la richiesta del padre, osservando che, a prescindere dalle risultanze del processo penale,

detti comportamenti, confermati dallo stesso giudice penale, per la loro oggettiva gravità e per le gravi e comprovate ripercussioni di natura psicologica

[era stato riscontrato “un grave turbamento psichico nella figlia C., tale da richiedere il ricorso alla psicoterapia“]

imponevano  il mantenimento delle cautele già adottate con il precedente provvedimento“.

Quindi, se da una parte il comportamento del padre era stato giudicato “neutro” dal punto di vista penale,

“tale non poteva considerarsi sotto il profilo delle esigenze di tutela dell’equilibrio psicofisico della prole, per il profondo turbamento che poteva derivarne e per il pericolo di ripetizione degli episodi, che il giudizio penale non aveva escluso della loro storicità; pericolo in certa misura aggravato dalla incapacità del M. di comprendere la portata negativa degli atteggiamenti tenuti”.

Concludendo: quando leggete in giro affermazioni come questa:

statisticamente

vi consiglio di ripensare a questa causa.

 

Sulle “false accuse”:

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito n°1

Le false accuse e i cerchi nel grano

Le “false accuse” in Australia: gli studi confermano che sono comuni come i quadrifogli

Madri e bambini ridotti al silenzio

Radio Maria

Le false denunce delle donne sono purtroppo vere

Il diritto di visista del genitore abusante

Mito e realtà

Sui “falsi abusi”

Traumi infantili, salute e violenza domestica

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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7 risposte a Il padre divorziato che molestò la figlia minore

  1. Questo articolo mi tocca in modo particolare. Purtoppo ci sono casi in cui le accuse sono davvero false e strumentalizzate come vendetta personale della donna contro l’ex marito. Sicuramente sono una rarità ma esistono. Si parla giustamente di tutelare le donne ma c’è una minoranza di uomini la cui vita è stata distrutta da ex mogli avvelenate che non hanno esitato ad usare i figli come mezzo di vendetta.

  2. Primavera ha detto:

    Quanto mi fanno incazzare quando dicono: agli incontri assistiti non ci sono stati comportamenti sconvenienti dell’abusatore, bla bla bla…
    Ma secondo loro, psicologi e/o assistenti sociali che siano, un depravato si mette a fare certe cose davanti a terzi? Si aspettano forse che confessi? O aspetta di essere tra quattro mura solo con il figlio/a cosicché, se viene GIUSTAMENTE denunciato è la sua parola contro quella della vittima e la vittima in certi processi ha quasi sempre la peggio in termini di credibilità (vai a sapere poi perché?!). E non solo, chi denuncia (normalmente l’altro genitore che raccoglie le confessioni scabrose del proprio figlio/a e soffre insieme a lui/lei) rischia assurdamente di essere imputato a sua volta per calunnia se le indagini non vengono svolte in maniera scrupolosa o non vengono svolte affatto (il caso di Donatella Cipriani è emblematico direi ma molti altri ce ne sono) o se il bambino/a non riesce a riferire nuovamente l’accaduto o se viene nominata la PAS.
    Assurdo che questi soggetti debbano frequentare i figli. Un genitore negativo o pericoloso deve essere allontanato non premiato sulla pelle dei bambini e del genitore accudente e PERBENE!

  3. Nemi ha detto:

    questa cosa tocca profondamente anche me e devo dire che come sempre i bambini non vengono considerati persone con dignità sociale e diritto di parola, non si tiene conto di qual è il loro desiderio ma si impone su di loro (su bambini che ne hanno passate fin troppe) una scelta che gli adulti presumono sia nel loro interesse (ma davvero è il loro interesse?secondo me no)

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