Cosa ci dice la prostituzione della nostra cultura

Una traduzione da “Is prostitution empowering if you choose to do it?”, di Meghan Murphy

Il “lavoro sessuale” è molto popolare nella cultura pop. Sì, la prostituzione esiste da molto tempo, ma è cambiato il modo in cui se ne parla. L’utilizzo del termine “lavoro sessuale” (sex-work) ha avuto la sua influenza in questo cambiamento, dal momento che oggi si pensa alla prostituzione come “un lavoro come qualsiasi altro” o addirittura come ad una fonte di empowerment per le donne. Ogni aspetto negativo associato all’industria del sesso è attribuito allo “stigma”, per eliminare il quale, ci viene detto, occorre normalizzare la prostituzione, non parlarne male.

La scorsa settimana il New York Magazine, una pubblicazione che non solo trasmette ma  definisce il nostro zeitgeist, ha pubblicato una copertina che chiedeva coraggiosamente: “la prostituzione è solo un lavoro?”. Passando dalla stampa al piccolo schermo, troviamo un gran fermento per l’ultima serie TV della rete Starz, “The Girlfriend Experience”, che trasporta gli spettatori nella vita di una studentessa di legge e stagista che lavora anche come escort. La prostituzione, come industria, sta venendo fuori dall’ombra, ma invece di essere raccontata per quello che è veramente, ci offre donne che vendono i loro corpi con indifferenza o, peggio, con orgoglio.

Un recente articolo su MTV.com che promuove “The Girlfriend Experience”, sostiene che la prostituzione è un fenomeno universale, trasversale a tutte le culture e uguale a se stesso in ogni tempo. Discutendo di quello che chiama “lavoro sessuale” in televisione, l’autrice dell’articolo, Teo Bugbee, prosegue: “Nella science fiction il lavoro sessuale è quasi sempre un argomento di interesse, probabilmente perché, quando si è alla ricerca di un modo per creare il proprio universo alternativo, il lavoro sessuale è allo stesso tempo una delle strutture sociali umane più flessibili e più affidabili. Le norme del lavoro sessuale possono adattarsi a qualsiasi cultura – straniera o altro –  e il sex-work è un fenomeno che esiste in modo indipendente in società prive di qualsiasi affinità fra loro”.

La prostituzione non “si adatta facilmente ad ogni cultura,” nonostante quello che Bugbee e molti altri credono. Non è raro che i giovani americani privilegiati parlino dell’industria del sesso in questo modo. Gettando nello stesso calderone le donne coreane che davvero furono costrette alla schiavitù sessuale durante la Seconda Guerra Mondiale (comunemente note come “donne di conforto”) e l’immaginaria escort d’alto bordo interpretata da Riley Keough in “The Girlfriend Experience”, riscrivono la storia della prostituzione. Il termine “lavoro sessuale” viene applicato non solo a personaggi e storie diverse fra loro, ma a diverse culture nel corso del tempo.

L’ipotesi che il sistema prostituente sia inevitabile, universale e anche un fenomeno del tutto positivo è sempre più popolare. La vediamo in TV e nei film, e ora anche nel giornalismo, con scrittori e giornalisti che adottano il termine politicamente di parte “lavoro sessuale,”  creato per cancellare sia la realtà che l’analisi intersezionale dell’industria del sesso.

child sex workerlo screenshot di un articolo dell’Huffington Post

La ritrovata predilezione per la ricerca di “autodeterminazione” laddove c’è vittimizzazione, introdotta dalla terza ondata femminista e adottata dai programmi di studi di genere di oggi, funziona come The Secret per i progressisti, i quali si servono del pensiero positivo per spazzare via l’analisi delle strutture di potere a monte degli abusi e sostituirla con una narrazione che parla di “empowerment”.

Questa deprimente tendenza è ben visibile nella storia di copertina del New York Magazine. Mac McClelland riporta la storia di una donna di 21 anni di nome Chelsea Lane, che racconta di essersi interessata alla prostituzione dopo aver letto dei “blog di sex workers.” Lane ci dice che il “lavoro sessuale” è considerato “cool” e “audace” nel college che frequenta a Portland. Lane è cresciuta in una cultura che descrive le donne non convenzionalmente belle e sexy come prive di valore, non importa quali successi possano ottenere in altri campi, perché non saranno mai valutate in base a quelli.

Lane ci racconta che l’industria del sesso è una grande avventura, che lei si sente sicura, guadagna bene e “fa sesso regolarmente”. Cool, giusto?

Allo stesso modo, una giovane donna di nome Anna, ha raccontato a McClelland che lei “ha avuto l’idea” al liceo, dopo aver ascoltato i consigli del giornalista Dan Savage che parlava di “lavoro sessuale e sugar babies” nel suo podcast. Ha iniziato “per divertimento”, ma quando i suoi genitori ricchi le hanno tagliato i fondi, è stata costretta a continuare perché aveva bisogno di soldi.

Scrittori come McClelland e giovani donne come Lane si servono di Internet per glorificare la prostituzione. I social media e i siti femministi liberali allo stesso modo privilegiano il tema della “scelta“, focalizzandosi sul fatto che alcune donne scelgono autonomamente di dedicarsi alla prostituzione. Ma questo argomento non tiene conto del contesto nel quale hanno luogo queste “scelte” e le conseguenze di simili scelte sulla società e sulla parità di genere.

Che dire del modo in cui le “scelte” sono limitate nel settore? O della scelta di abbandonarlo (secondo un’esauriente ricerca, l’ “89 % su 785 persone che si prostituiscono in nove paesi diversi vorrebbe abbandonare alla prostituzione”)? Che dire della “scelta” (spesso ignorata) degli uomini che pagano per il sesso?

i_paid_forDa “The Invisible Men Project”

La maggior parte delle femministe che sono critiche nei confronti dell’industria accettano il fatto che alcune donne scelgano di vendere sesso. Alcune donne possono anche godere del fatto di fare soldi in questo modo. Ma concentrarsi su questo ci porta ad ignorare una verità più grande: che l’industria del sesso esiste non a causa delle “scelte” delle donne, ma in virtù delle scelte degli uomini e della conseguente mancanza di alternative per le donne. E ‘importante ricordare che la prostituzione esiste perché gli uomini vogliono fare sesso con persone nei confronti delle quali non hanno alcun genere di responsabilità.

La maggior parte delle donne che finiscono nella prostituzione, ci finiscono perché sono a corto di altre opzioni. Nella realtà la mancanza di opzioni lascia ad una persona ben poche scelte. La verità è che la stragrande maggioranza delle donne e delle ragazze dedite alla prostituzione hanno iniziato perché costrette con la forza o perché adescate con l’inganno, hanno iniziato a causa della povertà e delle carenze di un sistema intrinsecamente ingiusto. Questa realtà non può essere descritta dall’espressione “empowerment”.

red_lightDalla campagna “Turn off the red light

L’argomento contro la prostituzione è abbastanza semplice: le donne non dovrebbero avere rapporti sessuali con uomini che non desiderano. Le donne dovrebbero essere in grado di sopravvivere e prosperare senza dover soddisfare i desideri e sopportare gli abusi maschili, al fine di pagare l’affitto o nutrire i propri figli.

Vale la pena di riflettere su quello che ci dice di una società il fatto di ritenere il sesso un qualcosa che un uomo può acquistare, cosa ci dice del contesto culturale?

Ci dice un paio di cose:

  1. Crediamo che tutto sia mercificabile, anche la sessualità: se una persona può pagare per una cosa, dovrebbe esserle consentito di comprarla.
  2. Crediamo che il sesso sia un bisogno per gli uomini, che essi devono avere l’accesso agli organi sui quali mettere in atto le loro fantasie, non importa quanto oscure, degradanti o violente. Non ottenere il piacere sessuale, in qualunque modo lo desiderino, è una forma di oppressione.
  3. Crediamo che le donne siano cose, oggetti sessuali che esistono principalmente per essere guardate, per tentare, per solleticare. Questo è il rapporto che esiste tra gli uomini e le donne (un’idea rafforzata dalla prostituzione): gli uomini sono soggetto e le donne oggetto, gli uomini agiscono (e aggrediscono), le donne subiscono passive.
  4. Gli uomini vogliono una fantasia, non una persona reale con esigenze, pensieri e sentimenti, vogliono una cosa che rimpolpi il loro ego per poi scomparire.

Il movimento femminista ha trascorso decenni lottando contro il diritto maschile di servirsi del corpo delle donne, dicendo agli uomini: “No, non avete nessun diritto al sesso, le donne non sono al mondo a vostro uso e consumo”. Nel frattempo, l’industria del sesso invia ad uomini e ragazzi esattamente il messaggio opposto. Questo confonde, certamente, ma se vogliamo affrontare cose come la cultura dello stupro, le molestie in strada, l’oggettivazione, se vogliamo conservare la speranza di offrire un domani alle donne una vera autonomia sessuale e fisica, dobbiamo contrastare l’industria del sesso.

La questione della “sicurezza”, l’argomento portato avanti da coloro che sostengono la piena legalizzazione del settore, non è esattamente il punto. Nessuna donna potrà mai essere “al sicuro” nell’industria del sesso – le conseguenze e gli effetti della prostituzione vanno ben oltre le lesioni fisiche (che sono enormi, per le prostitute), e nessuna precauzione è in grado di modificare il fatto che chi si prostituisce è in una posizione di estrema vulnerabilità. Parlando con le donne che sono state prostitute ho imparato che sono le ferite psicologiche quelle che hanno avuto l’impatto più profondo e di lunga durata nelle loro vite. E, naturalmente, c’è da considerare il fatto che molti uomini cercano donne e bambine prostitute proprio per abusarne, far loro del male, e talvolta per ucciderle – per queste persone, è proprio il fatto di costringere qualcuno a subire ciò che non vuole ad accendere il desiderio.

Così, mentre il dibattito ruota attorno a ciò che la legge dovrebbe prevedere per rendere l’industria “sicura” (impossibile!), o attorno quelle donne che liberamente scelgono la prostituzione, all’importanza di garantire il loro diritto di scegliere, si perde di vista il nocciolo della questione: ciò di cui dovremmo parlare, in primo luogo, sono i valori, i diritti umani e il modo in cui la società percepisce la donna che consentono l’esistenza di un’industria del sesso.

Che le donne siano quelle criminalizzate per la vendita di sesso è inaccettabile, naturalmente. Le persone che si prostituiscono hanno bisogno di poter lasciare il settore e andare avanti con le loro vite, ed è estremamente difficile farlo se si ha la fedina penale sporca. Il modello nordico (che depenalizza chi vende sesso, ma criminalizza coloro che acquistano il sesso), ha dimostrato di ridurre il traffico, l’abuso, e i tassi di omicidio, ma, soprattutto, sposta l’attenzione sul comportamento maschile e richiede agli uomini qualcosa che non è mai stato chiesto loro: assumersi la responsabilità delle loro scelte.

Focalizzarsi sulle scelte delle donne o su quanto “empowered” alcune donne si sentono nella prostituzione conduce ad un vicolo cieco, perché stabilire se o quante donne scelgono liberamente la prostituzione o addirittura sono felici di essere “sex workers” non è il problema.

Ad esempio, se io fossi 15 anni più giovane, potrei dire che indossare una canottierina a rete in un bar in gennaio, allo scopo di ottenere l’attenzione di ogni uomo nella stanza, è un comportamento che accresce la mia “autostima” – certamente 15 anni fa lo consideravo “empowering”. Ma quella sensazione contribuisce in qualche modo a combattere l’ingiustizia sistemica e la violenza inflitta alle donne, a livello globale? Ovviamente no. Quella sensazione potrebbe aiutarmi, come individuo, a raggiungere tutti gli obiettivi reali in grado di contribuire ad un senso di empowerment a lungo termine? Ovviamente no. Questa, forse, non è una cosa politicamente corretta da dire, ma lo dico perché una volta ero giovane, abbastanza supponente, e l’essere sessualmente desiderabile mi faceva sentire potente: una ragazza del college di 21 anni, come Lane, che è appena passata dal sentirsi insicura alla scoperta del fatto che l’attenzione maschile la fa stare bene, non è la persona più attrezzata a definire l’empowerment femminile.

Cherie Jiminez parla di questa realtà nel pezzo di McClelland. Dopo aver lasciato il settore diverso tempo fa, Jiminez – che ora dirige l’Eva Center, un centro che aiuta le donne di Boston ad uscire dalla prostituzione – ci offre una visione della prostituzione da una diversa prospettiva. Ammette che quando era una prostituta, anche lei avrebbe detto che la prostituzione è innocua. “Fino ad un certo punto stai bene,” ha detto. Ciò che ha scoporto dopo, Jiminez racconta a McClelland, è che “l’esperienza quasi mi ha distrutto.”

Spesso il danno, il dolore e il trauma si rivelano tardi lungo la strada. Quando guardo indietro a cose che ho fatto e situazioni che ho vissuto quando ero più giovane, quello che che all’epoca vivevo come “divertimento” o “empowering” ora appare deprimente. Quando vivevo una relazione con un uomo maltrattante, non mi rendevo conto che la sua era violenza e l’ho compreso solo dopo averlo lasciato. Non è facile vedere le situazioni per quello che sono dall’interno, soprattutto se non si dispone di spazio o della distanza sufficiente ad elaborare ciò che sta accadendo. Non si può lasciarsi trattare da schifo e pretendere che questo non abbia nessuna influenza sulla nostra vita. Ma alienarsi da ciò che accade è esattamente ciò che viene chiesto delle donne nella prostituzione, che separano il corpo dalla mente. E’ anche un modo di affrontare il trauma.

Concludendo, è vero: ci sono donne che si prostituiscono e stanno “bene”, troverete un sacco di donne on-line disposte a fornire questa versione della storia. Ma ci sono una gran quantità diprostitute che non stanno affatto bene e sono quelle alle quali i protettori impediscono di parlare ai giornalisti del New York Magazine. Vale la pena di considerare le voci che non sono presenti on-line, in questo cosiddetto “dibattito sul lavoro sessuale”, e chiedersi perché non si fanno sentire.

Questo non vuol dire che non dobbiamo ascoltare le donne come Lane, o Anna. Possiamo ascoltare innumerevoli storie di donne, ma la nostra conclusione rimane la stessa, non importa quali voci stiamo ascoltando: il sistema prostituente contribuisce ad impostare i parametri per mezzo dei quali la società valuta le donne, a creare una cultura nella quale il privilegio maschile è accettato come normale e nella quale il sesso è una relazione fondata sulla disuguaglianza di genere. Non ci sono spettacoli televisivi o interviste che possano tramutare questa analisi in una narrazione della prostituzione come empowerment.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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19 risposte a Cosa ci dice la prostituzione della nostra cultura

  1. Paolo ha detto:

    articolo che mescola tutto nella stessa pentola. Se una ragazza (non è detto sia una prostituta, tra l’altro) indossa una canottiera a rete per qualunque motivo (compresa la propria autostima) può farlo, è l’uomo che la giudica cagna e pensa di poterle mancare di rispetto a sbagliare.
    Che cosa penso del “diritto al sesso” l’ho già detto. Credo anche però che sia stupido prenersela con le serie tv e i film perchè non raccontano quella che secondo te è l’unica realtà. Ma anche girlfiend experience e the client list raccontano un pezzo di realtà del mondo del sex work. Se si vuole una serie tv che parla degli aspetti orrendi di questo mondo, lo sfruttamento ecc..basta guardare una puntata di Law & Order Unità Vittime Speciali (serie che seguo ed è fatta bene, tra l’altro): o parlano di stupri o parlano di pedofilia o parlano di sfruttamento della prostituzione

    • “Se una ragazza indossa una canottiera a rete per qualunque motivo può farlo”: e dove sta scritto che non può farlo o non dovrebbe farlo?
      Per ciò che riguarda il programma TV citato, non mi pare che si critichi il programma in sé, ma il fatto che la vicenda narrata venga presa a paradigma del fenomeno prostituzione nel suo complesso da chi l’ha pubblicizzata.

      • Paolo ha detto:

        gli abolizionisti prendono a paradigma le testimonianze di prostitute coatte e vittima di sfruttamento o pentite. Ripeto: ognuno seleziona le testimonianze reali o le narrazioni che confermano le proprie convinzioni e mette in dubbio le altre se non le ignora

      • Lo hai letto questo passo? “La maggior parte delle femministe che sono critiche nei confronti dell’industria accettano il fatto che alcune donne scelgano di vendere sesso. Alcune donne possono anche godere del fatto di fare soldi in questo modo.” Non mi pare proprio che si possa parlare di “mettere in dubbio”, né tantomeno di “ignorare”.

      • Paolo ha detto:

        però in alcuni casi dicono che queste ultime impediscono “di fatto” con la loro scelta (e solo con questa) alle prostitute sfruttate e vittime di violenza di liberarsi, è come se io dicessi che le ragazze musulmane che indossano il velo per scelta impediscono con questo semplice fatto la libertà di coloro che non vogliono metterlo, e pur non amando il velo e sopratutto ciò che simboleggia (proprio come non amo il concetto di “diritto al sesso” come viene inteso dal cliente medio delle prostitute e non solo, purtroppo) ma non mi permetterei mai di dire una cosa del genere alle ragazze musulmane velate (Elisabeth Badinter l’ha detta e ritengo abbia sbagliato, pur stimandola)
        Io però sono un bieco femminista liberale, non fidatevi!

      • Il problema non è la scelta in sé, qui, ma la definizione della scelta come “empowering”.

      • Paolo ha detto:

        per alcune è empowering mettersi il niqab, per altre è empowering levarselo, comprendo che ci sono uomini e donne che trovano “empowering” ciò che per altri è avvilente e io pur avendo le mie opinioni non voglio dare torto o ragione in assoluto a uno dei due gruppi mi basta che l’altro gruppo possa comportarsi diversamente senza finire in galera. C’è o c’era sopratutto in passato persino chi considera empowering cose dannose per la salute come fumare.

      • Ma che significato dai alla parola empowering?

      • Paolo ha detto:

        incremento della stima di sè?

      • Non proprio. E’ un concetto molto più complesso, che acquista diverse sfumature a seconda dell’ambito nel quale è utilizzato. Il concetto di empowerment è applicato in molti ambiti, come la politica, la psicologia, e, sempre più spesso, è legato alla salute.
        E’ diverso parlare di empowerment individuale e empowerment sociale, ad esempio.
        Questa definizione l’ho presa dal glossario dell’OMS: “L’empowerment può essere un processo sociale, culturale, psicologico o politico attraverso il quale gli individui e i gruppi sociali sono in grado di esprimere i propri bisogni e le proprie preoccupazioni, individuare le strategie per essere coinvolti nel processo decisionale e intraprendere azioni di carattere politico, sociale e culturale che consentano loro di soddisfare tali bisogni. Attraverso questo processo gli individui riescono a percepire una più stretta corrispondenza tra i propri obiettivi di vita e il modo in cui raggiungerli, ma anche una correlazione tra gli sforzi compiuti e i risultati ottenuti.”

      • In psicologia l’empowerment è quel senso di padronanza e controllo su ciò che riguarda la propria vita, riguarda l’uso che il soggetto sente di sapere e poter fare delle proprie risorse personali e delle risorse che può acquisire. Ma non si può parlare di persona pienamente “empowered” facendo riferimento solo alle sue risorse personali, si devono tenere da conto anche le circostanze oggettivo-ambientali, ovvero le risorse e le possibilità fornite dall’ambiente in grado di contribuire all’emancipazione del soggetto.

      • Ecco, a questo punto dovrebbe intervenire qualcuno più bravo di me 🙂

  2. IDA ha detto:

    S’impara sempre qualcosa. Io non conoscevo il significato di Sugar Baby, per me era un qualcosa che aveva a che fare con la droga. C’è anche una canzone di Bob Dylan e in un punto parla di contrabbandieri e di roba buona, e questo confermava la mia idea. Ho ripreso il testo e probabilmente non ci ho capito nulla.
    http://bobdylan.com/songs/sugar-baby/

  3. IDA ha detto:

    sex-work è un termine generico che mette tutte nello stesso calderone, L’articolo parla delle donne di conforto, è uno dei fatti più conosciuti e documentati, perchè è stato portato alla corte di Ginevra. Durante l’occupazione della Corea da parte del Giappone, donne, ragazze spesso bambine venivano prese e portate nei campi o nei bordelli per il “conforto” dei soldati. Ma è una cosa che hanno fatto tutti gli eserciti, se ne parla poco ed è poco conosciuta. In Italia dopo Caporetto, svuotarono le carceri femminili e riempirono i “bordelli militari”, che erano situati vicino al fronte. Tra l’altro, in pochissime sono sopravvissute per testimoniare. Dal 1948 è una pratica vietata e considerato un crimine contro l’umanità. Ma sappiamo per certo che è avvenuto nella guerra dell’ex Jugoslavia, ed adesso in Siria. Considerare queste donne come sex-work è un crimine. Anche considerare le prostitute sex-work è un un crimine, perchè appunto rende tutto confuso.

  4. Paolo ha detto:

    se una persona (non importa il suo genere) mi dice che si sente bene avendo rapporti anali con sconosciuti e che considera per sè quella scelta come “empowering” io non ho motivo di dubitarne anche se a me quel tipo di esperienza non attira, non ci tengo a farla e penso che non mi piacerebbe per niente. Io rispetto questa persona, certo se questa persona mi chiama “represso” o “inibito” solo perchè a me il sesso anale non attira e non voglio praticarlo (nè attivamente nè passivamente) allora è logico che mi arrabbio, il rispetto deve essere reciproco

    • Ecco, appunto, che c’entra l’empowerment col sentirsi bene? Se ora apro il freezer, prendo il gelato e mi riempio una bella ciotola, dopo essermelo mangiato tutto certamente mi sentirò straordinariamente appagata. Ma mangiare il gelato non è “empowering”, spero che concordiamo su questo.

  5. Paolo ha detto:

    “E’ un concetto molto più complesso, che acquista diverse sfumature a seconda dell’ambito nel quale è utilizzato”

    quindi ognuno lo interpreta come vuole

  6. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    Another excellent essay

    I happen to be reading something about Josephine Butler right now and her campaign for the repeal of the Contagious Diseases Act. There again, a long battle to define prostitution and the motives of prostitutes and users.

    This is one study in a very good book called Significant Sisters by Margaret Forster. I picked it up second hand, never heard of Forster. Very instructive. I’ve realized that feminist historical / legal / political approaches interest me far more than gender studies.

    Shonagh

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