Parità di genere e divorzio all’italiana

igor2“Le donne che restano intrappolate nella famiglia sono 2,3 milioni. Il 40 per cento possiede un diploma superiore o una laurea: uno spreco enorme di abilità e talenti.” (…) “negli ultimi 2 anni sono aumentati del 30% i casi di donne licenziate o costrette a dimettersi; almeno 350 mila sono state discriminate per via della maternità” (…)

Così scriveva qualche giorno fa Simona Sforza, in un post che denuncia la crescente difficoltà delle famiglie nel conciliare la vita privata con quella lavorativa, una difficoltà che penalizza prima di tutto e soprattutto le donne.

“Quasi una donna occupata su 4 lascia il lavoro dopo il primo figlio” (…) “per 2 lavoratrici su 3 a causare l’allontanamento proprio l’impossibilità di far camminare insieme casa e lavoro per la cronica carenza di asili nido, strutture ricettive anche aziendali o semplicemente di un supporto familiare.”

leggiamo negli atti di un recente convegno Uil dal titolo “Possiamo permetterci un figlio?”, dati che l’articolo di Adnkronos definisce “un epitaffio alla parità di genere sul posto di lavoro”.

Dal sito della Uil (atti del convegno, pag.2) apprendiamo anche che “se andiamo a vedere quante lavoratrici dipendenti sono state occupate con part-time (più o meno volontario) nel corso del 2015, ci accorgiamo come tale flessibilità oraria di lavoro sia prevalentemente targata “donna”: si tratta di circa 2,6 milioni di donne (in aumento del 22,6% rispetto al 2008) a fronte dei 772.000 uomini“.

Più di 2 milioni e mezzo di donne (e solo poco meno di 800.000 uomini) scelgono il part time, una scelta che comporta non solo una riduzione della retribuzione, ma influisce anche sulle possibilità di carriera.

La retribuzione media di un lavoratore maschio con qualifica da impiegato è infatti 30,6 mila euro l’anno (atti del convegno, pag.3), a fronte di una retribuzione media annuale di 19,9 mila euro per le donne (sono 10.700 euro di differenza). Se andiamo a guardare qualche dato a proposito delle qualifiche, le donne occupate abbondano in quelle medio basse, mentre mano a mano che si sale aumenta il gap di genere, al punto che arriviamo 18.000 dirigenti donne contro 100.000 dirigenti uomini (atti del convegno, pag.3).

Un altro dato eclatante riguarda gli inattivi, dei quali il 64,2% è donna; degli inattivi per motivi familiari, 2,2 milioni sono donne, contro 146 mila uomini.

I motivi per cui in Italia siamo ancora molto lontani dalla parità di genere nel mondo del lavoro sono diversi: sicuramente il problema è culturale (basti pensare che un padre italiano può usufruire di 2 giorni, 2 soli giorni di congedo obbligatorio retribuito al 100% per la nascita di un figlio, a fronte dei 90 giorni concessi ai padri islandesi), ma molto dipende anche dalla scarsa attenzione dello Stato, come si evince dai dati che confermano l’insufficienza dei servizi all’infanzia.

I dati Istat del 2015 riconfermano le conclusioni di quell’Indagine multiscopo sull’Uso del tempo che ho citato diverse volte in questo blog, che nel 2010 denunciava  che il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è a carico delle donne e che la presenza di figli nella coppia aumenta il carico di lavoro di cura della donna, mentre comporta la diminuzione del contributo, in termini di tempo, fornito dall’uomo.

Insomma oggi come ieri, la responsabilità della conciliazione tra famiglia e lavoro è un problema delle donne, per un gran numero delle quali la nascita un figlio comporta un mutamento professionale, se non un vero e proprio declassamento (uscita dal mercato del lavoro, passaggio al part-time, cambiamento delle mansioni).

Nelle famiglie italiane siamo ancora molto lontani da un’equa condivisione del lavoro di cura ed educazione dei figli.

Che la donna, in casa, si faccia carico della maggior parte del lavoro domestico e di cura non sembra essere un grosso problema per nessuno (escluse quelle noiose vittimiste delle femministe, come Linda Laura Sabatini, che nell’ottobre dello scorso anno ha relazionato in merito al gap di genere nel mondo del lavoro alla Camera – comunque Sabatini dal 16 aprile non è più direttore del Dipartimento per le statistiche sociali ed ambientali dell’Istat, quindi…).

Al massimo fornisce l’occasione per la creazione di “simpatici” post sui social come questo:

uomo_donnaO suggerisce campagne pubblicitarie come questa:

Lavare i pavimenti, fare il bucato, lavare i piatti, passare lo straccio, preoccuparsi che i bambini siano sani, abbiano vestiti puliti e crescano con una coscienza ambientale: tutte cose che riguardano le mamme, non i papà.

I papà sono così imbranati, quando si tratta di occuparsi di bambini, che hanno bisogno di prodotti come questo:

body neonato

Tutto cambia dopo la separazione: quando un uomo e una donna si separano e smettono di abitare sotto lo stesso tetto, improvvisamente diventa di fondamentale importanza tutelare il “coinvolgimento paterno”, e ipocritamente si parla del diritto del minore a “mantenere” (conservare) un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, senza che nessuno si preoccupi di verificare se quel rapporto equilibrato esistesse anche prima.

affido condivisotorino_bigenitorialità

Spuntano come funghi le associazioni che al grido di “Voglio papà!” parlano della tutela di “un ruolo attivo e presente nella crescita ed educazione dei figli anche quando si è di fronte una separazione”, ma nessuno si ferma a riflettere su quanto è inopportuno quell’“anche quando”, considerato che, nel caso di coppie sposate e/o conviventi, il lavoro di cura svolto dal padre spesso e volentieri non sfiora neanche lontanamente quel 50% che si pretende di “mantenere”.

Questo blog è stato accusato più volte di avercela con i papà, di essere contro gli uomini per partito preso, e questo nonostante abbia più volte precisato (ad esempio qui) che io non sono contro la residenza alternata, o contro il mantenimento diretto, men che che meno contro l’affido condiviso.

Semplicemente non sono così sprovveduta da non rendermi conto che la guerra alla figura del “genitore collocatario“, che è il cavallo di battaglia di molte associazioni e che mira a diminuire significativamente l’importo dell’assegno di mantenimento per i figli se non ad eliminarlo del tutto, nonché a fare in modo che la casa coniugale non venga più assegnata ad uno dei separandi

genitore_collocatario

non è altro che una battaglia condotta contro il genitore economicamente più debole allo scopo di tutelare il patrimonio di coloro che, grazie ad un contesto culturale ancora fortemente patriarcale, hanno potuto accumularlo.

Una battaglia che non tiene in nessuna considerazione l’analisi delle cause dello squilibrio nel tasso di attribuzione degli assegni di mantenimento corrisposti rispettivamente ai padri e alle madri, né avanza alcuna proposta concreta per eliminare quell’asimmetria fra uomini e donne nello svolgimento delle faccende domestiche che è alla radice del problema e che la scelta del verbo “mantenere” intende occultare.

Un documento prodotto dall’Università di Oxford (Department of Social Policy and intervention) dal titolo “Caring for children after parental separation: would legislation for shared parenting time help children?“, a proposito della residenza alternata e del suo impatto sullo status economico dei genitori separati, afferma:

“property settlements reached when shared time is in place will result in longer-term economic disadvantage for separated mothers and children and increased social security costs” (pag.9).

Questo avviene perché

shared time does not necessarily lead to fathers providing greater financial support for their children. Qualitative evidence suggests that mothers in shared time arrangements often carry more of the responsibility that their former partners for management of children’s daily lives, including paying school-related expenses, medical and dental costs.

Imporre una residenza alternata – ci dicono le ricerche a disposizione – non riesce sempre a modificare lo stato delle cose antecedente alla separazione: quelle che erano le responsabilità della madre spesso rimangono in capo alla madre, che finisce col farsi carico da sola di tutte le spese, mentre il fatto che i padri debbano trascorrere più tempo con i figli non implica necessariamente che decidano di spendere dei soldi per loro.

Le associazioni dei padri separati pretendono che la residenza alternata e il mantenimento diretto vengano dichiarate dalla legge la modalità generale di affido in caso di separazione e divorzio, e le ragioni a supporto di questa richiesta sono sostanzialmente due:

  1. garantirebbe il benessere fisico e psicologico del minore (che sarebbe altrimenti a rischio);
  2. risolverebbe il problema della povertà dei padri.

Ben venga una soluzione in grado di risolvere il problema della povertà, a patto che l’obiettivo non sia risolverlo per un genere soltanto, visto che se parliamo di divorzio e povertà, le statistiche (contrariamente a quanto emerge dalla lettura della stampa mainstream) ci dicono che non se la passano bene né gli uomini né le donne.

Per ciò che riguarda il benessere dei minori, non è chiaro perché questo diventi improvvisamente a rischio solo dopo la separazione, quando nella maggioranza delle famiglie italiane non divorziate il lavoro di cura è prevalentemente a carico della madre.

Sono assolutamente d’accordo sul fatto che è auspicabile un maggiore coinvolgimento paterno nella vita di un figlio, inteso non solo in termini di presenza e disponibilità, ma anche di responsabilità, ad esempio un maggiore coinvolgimento nelle decisioni relative alla salute del bambino o altre cose pratiche, come la scelta dei vestiti, la messa a letto o il cambio del pannolino nel caso dei neonati, ma questo discorso, per essere credibile, deve riguardare innanzi tutto le famiglie integre, quelle nelle quali madri e padri abitano sotto lo stesso tetto.

Politiche in grado di favorire una diminuzione dello squilibrio nello svolgimento delle attività di cura fra uomini e donne (congedi parentali obbligatori e pagati per i padri, magari?), non solo garantirebbero una migliore qualità della vita alla prole (e ai genitori), ma sicuramente contribuirebbero ad eliminare tanti di quei problemi  – economici e di relazione fra genitori e figli – che si presentano al momento della separazione.

Il fatto che la “bigenitorialità” sia un tema che trova spazio, invece, solo nelle aule dei Tribunale e che venga sbandierato sempre in riferimento all’assegno di mantenimento, è, a mio avviso, indice del fatto ha poco a che fare con i diritti dei bambini e molto con l’avidità degli adulti.

Quando troverò fra i meme delle associazioni che la promuovono qualche articolo sulla discriminazione di genere nel mondo del lavoro o qualche proposta concreta per risolvere il problema della cronica mancanza di servizi alla famiglia e all’infanzia di questo paese, forse potrò rivedere la mia opinione sulla loro malafede.

Nel frattempo, vi suggerisco la lettura di una lettera spedita al Financial Times da una ragazzina di 14 anni, Anna Schleiter Nielsen, che propone ai “papà separati” una strategia per risolvere i loro problemi, una strategia che potremmo riassumere in tre parole:

smash

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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32 risposte a Parità di genere e divorzio all’italiana

  1. Nemi ha detto:

    d’accordissimo con te, per esperienza diretta (come ex bambina) e pure indiretta (come adulta)

  2. Paolo ha detto:

    Su questi temi sono d’accordo con te, Ricciocorno. Ho sempre trovato ipocrite le battaglie dei “papà separati organizzati” proprio per i motivi che indichi. Molti padri si ricordano di essere tali solo dopo la separazione

  3. GiuseppeB ha detto:

    La ragazzina che propone ai papà di darsi al femminismo è una ritardata?

  4. salvo ha detto:

    Il Mazzola — non e’ l’avvocato mercenario di ADIANTUM in tutti i fatti e fatticelli di cui s’imbratta? Comunuque, non ho mai capito che affiliazione ha il tizio Mazzola con l’Universita’ di MIlano — intelligente non e’ — tutt’altro. Sembra essere piu’ una macchina ottocentesca programmata a dire le cavolate che ADIANTUM gli dice di dire. L’Universita’ dovrebbe sbatterlo fuori il Mazzola, e con lui tutti i suoi protettori simpatizzanti pasisti- e cosi’ minimizzare i danni della vergogna di avere dato un’affiliazione al Mazzola e ai pasisti italioti,

  5. IDA ha detto:

    La residenza alternata in cosa consisterebbe in pratica?
    I genitori devono risiedere nello stesso comune?
    Per la scelta della scuola e il pediatra che criterio viene usato?
    Mi chiedo, se i due genitori devono continuamente frequentarsi, vedersi e parlarsi, ma che si sono separati a che fare?

  6. Primavera ha detto:

    Associati che evidentemente non conoscono vergogna e perdono sempre una buona occasione per tacere…
    La mia totale stima alla tua preparazione, umanità, capacità descrittiva Ricciocorno (con te il web è decisamente un luogo migliore).

  7. Andrea Mazzeo ha detto:

    C’è un equivoco di fondo creato volutamente da chi ha voluto la legge 54/2006 (legge sul condiviso) e tuttora portato avanti dalle suddette pseudo-associazioni (molto spesso si tratta solo del sito internet ma dietro non c’è nessuna associazione) e strumentalizzato da molti professionisti che ci hanno visto una buona opportunità per far soldi a spese delle famiglie che si separano (e parlo di soldi grossi, molte decine di migliaia di euro, a volte centinaia di migliaia di euro, case vendute, ville vendute, ecc).
    L’equivoco è il seguente: affido condiviso, residenza alternata, frequentazione paritaria, mantenimento diretto, ecc., vanno bene e funzionano nelle separazioni consensuali e in quelle giudiziali a basso livello di conflitto legale.
    Non possono funzionare, anzi sono deleteri per i bambini, nelle separazioni che fanno seguito a violenza in famiglia o ad abusi sessuali sui minori; queste separazioni vengono impropriamente definite conflittuali o altamente conflittuali. Vengono così definite perché ciò dà modo ai tanti sciacalli che fanno la posta alle famiglie che si separano (o se preferite, avvoltoi che svolazzano sulle famiglie che si separano) di poter saziare i propri famelici appetiti.
    Nascono da questi appetiti i tanti sé dicenti esperti, che esperti non sono affatto ma si autoproclamano tali, che hanno pronta la ricetta (sempre la stessa) per far soldi: la PAS, divenuta adesso, grazie a psicologi esperti nel tip-tap linguistico, alienazione parentale, disturbo relazionale e non so che altro si inventeranno.
    Tutto qui. I vari soggetti, giornalisti, blogger, frequentatori universitari, illustratori di fumetti, medici-legali a tempo perso, esperti informatici, hanno il compito di fare del chiasso, come le teste di legno care al Giusti, per richiamare nuovi allocchi (leggi padri separati violenti o abusanti) da spennare per bene. È il massacro giudiziario per madri e bambini, ma è esattamente quello il loro scopo, massacrare la donna che osa sottrarsi alla violenza del coniuge o che porta via al coniuge pedofilo l’oggetto della sua perversione. Naturalmente tutto questo non deve sapersi, ed ecco qui pronto il Gardner con la sua teoria delle false accuse, col fatto che l’incesto non è un grave reato ma un’antica tradizione, col fatto che, sì, la maggior parte delle accuse di abusi sessuali sui minori sono vere ma se fatte nel corso della separazione sono false.
    Molti di questi sé dicenti esperti sono docenti universitari: ma davvero le nostre università (e parlo di Padova, Milano, Roma, Bologna, Venezia) sono scese così in basso?

  8. Il rasoio di Occam ha detto:

    A sentire queste associazioni pare che crescere figli sia solo un diritto e un privilegio, invece che una responsabilità, un lavoro sfiancante e un esborso economico notevole! Mi sta bene l’affido condiviso, ma chi lo chiede dimostri in tribunale che pre-divorzio ha contribuito alla cura dei figli almeno al 50%. Poi il coinvolgimento sia deciso proporzionalmente. E si vuole aumentarlo, si assumano degli obblighi precisi e si rispettino.

    Molto più spesso invece i ruoli rimangono invariati. Compiti, catechismo, riunioni con gli insegnanti, pediatra, parrucchiere…tutto si fa nel tempo del genitore collocatario che continua a sobbarcarsi l’intero carico di lavoro con la metà del tempo e dei soldi. Questa è la parità all’italiana…

  9. Primavera ha detto:

    assolutamente d’accordo con Andrea Mazzeo e Il Rasoio di Occam. Chissà se qualcuno ci darà una risposta illuminante alla domanda di Ida…

  10. AdrianoM ha detto:

    Per curiosità ho obiettato alla amministratrice dell’altro blog che il personaggio possa essere inventato, ha risposto ribadendo che questa testimonianza è vera. Ovviamente io non so se è così o no.
    Grazie Ida, che ci racconti una storia molto toccante, non ho dubbi che sia vera. Ma ti chiedo scusa, mi pare che con l’uomo meschino della tua storia, il padre di abbattoimuri abbia ben poco in comune. Non abbiamo notizie di fughe, di debiti, di minacce o ricatti. Chiede soltanto di vedere il bambino un po’ di più e che dormisse da lui ogni tanto. Non mi pare uno che vuole la reinstaurazione del patriarcato. Lui fa una domanda semplice: perché se lei pretende la vicinanza è naturale, e se invece io lo voglio vicino sarei un egoista che lo strappa via dalla madre?

    • Davvero dobbiamo discutere del padre di abbattoimuri? Potremmo anche discutere del padre di Huckleberry Finn, ma avrebbe scarsa attinenza col contenuto del post che si sta commentando. Se si vuole discutere dei testi di abbattoimuri, credo sia più giusto discuterne nel blog che li pubblica, non qui.

  11. AdrianoM ha detto:

    Non “dobbiamo”, certamente. Scegliamo di farlo oppure no, Ma questo blog vive di riferimenti ad altre cose trovate in rete, perchè questa no? A me pare attinente al presente post. Si parla di bigenitorialità. C’è un padre, non è un violento, non ne fa una questione di soldi, non parla per qualche associazione di esagitati, non dà segni di prepotenza. E non era assente prima della separazione. Esprime solo il dispiacere della lontananza dal bambino, vorrebbe un po’ più di equilibrio. Deve essere per forza un personaggio di fantasia? Non esistono uomini così? O anche se esistono, in questo blog non se ne deve parlare?

    • Ma questo post almeno lo ha letto? Perché si parla di parità di genere, di iniqua distribuzione del lavoro di cura nelle famiglie italiane, del fatto che essere madri mortifica la vita professionale delle donne, quando non la distrugge del tutto. E del fatto che chi discute di affidamento di questi problemi se ne infischia. Come fa lei, che viene qui a chiederci “e gli uomini? I problemi degli uomini non vi interessano?” Ci interessano molto più di quanto a lei interessi il tema di questo post.
      Perché se mi fa una domanda del genere è perché non ha letto la conclusione di questo post. Chi è interessato ad un maggiore coinvolgimento dei padri nella vita dei figli dopo la separazione, dovrebbe lavorare al coinvolgimento paterno nelle famiglie integre, invece di puntare tutto su una comunicazione meramente emotiva e sul vittimismo…

  12. Uno Ganzo ha detto:

    Se ho 20 posti a sedere e 50 persone, di cui 25 maschi e 25 femmine, staranno sedute solo 20 persone. Al momento di queste 20 persone 15 sono maschi e 5 sono femmine. Rimarranno in piedi, quindi, 20 femmine e 10 maschi. Nel frattempo, senza vittimismo e senza emotività, il ricciocorno schiattoso fa la sua morale, inventa i suoi valori: “se quei 15 maschi si alzassero in piedi, magari avremmo più posti per le 20 femmine. Oppure potremmo avere 10 posti per le femmine e 10 posti per i maschi. Ma loro non si alzano in piedi, sono cattivi”. D’un tratto arriva un tizio, accorto, uno ganzo, che costruisce 30 sedie. Aveva forse pensato di dover dare le sedie a maschi e femmine? Nient’affatto. Contò soltanto, senza considerare i “valori”, che per 50 persone in una stanza servono 50 sedie.

    • “il ricciocorno schiattoso fa la sua morale, inventa i suoi valori”: eh già, caro Ganzo, hai colto proprio nel segno. E’ esattamente questo, credo che ti perturba tanto, il motivo per il quale sei qui da giorni e non ti dai pace. E’ l’indipendienza di pensiero che ti turba tanto. Posto che parlare di “indipendenza di pensiero” è un’iperbole, o meglio, dipende da cosa si intende con “libertà” (di certo i miei pensieri sono condizionati da ciò che sono, e ciò che sono è condizionato dalle esprienze che nel corso della vita ho vissuto), ma una cosa sembra certa: quanto espresso è in contrasto con la tua morale, coi tuoi valori (perché ognuno di noi ne ha) e la mia indipendenza dal tuo pensiero ti tiene incatenato a questo ininfluente blog.
      Ti faccio una domanda: sulla base di quale morale, di quali valori dovrei basare, invece, il mio pensiero?

      • Uno Ganzo ha detto:

        Signorina ricciocorno. Avere dei valori personali non significa avere libertà di pensiero. Significa doversi poi legare e vincolare a quei valori, rischiando che essi deformino il nostro pensiero fino a renderlo incapace di cogliere se stesso ed il punto di vista altrui. Come in questo caso: perché mai dovrei trovarmi in conflitto con i suoi valori? Non la sa nessuno la risposta a questa domanda.
        Perciò la sua “morale” dovrà pur fare i conti “con se stessa” da un punto di vista che sia al di là di ogni tipo di morale possibile!

      • “Avere dei valori personali non significa avere libertà di pensiero. Significa doversi poi legare e vincolare a quei valori”: non è vero, caro Ganzo. Non c’è nessun legame di causa ed effetto fra la prima affermazione e la seconda. In altri termini, non c’è nulla nel fatto di elaborare un codice etico che lo renda necessariamente immutabile nel tempo per il soggetto che lo elabora. E’ possibile, ma non inevitabile.

      • Uno Ganzo ha detto:

        “In altri termini, non c’è nulla nel fatto di elaborare un codice etico che lo renda necessariamente immutabile nel tempo per il soggetto che lo elabora.” Questa frase non ha senso…
        In ogni caso un codice etico non è mai il codice di un soggetto, ma del suo gruppo d’appartenenza. In questo senso chi ha un’etica è sempre uno spirito vincolato.

      • Non ha senso per chi manca della capacità di ragionare logicamente. Mi rendo conto che non è semplice, come dimostra la tua successiva affermazione.

      • Uno Ganzo ha detto:

        Non ha senso perché un codice etico, se elaborato, diventa necessariamente immutabile per un certo periodo di tempo.
        La capacità di ragionare logicamente non implica la necessità di ragionare logicamente.
        La mia successiva affermazione “In ogni caso un codice etico non è mai il codice di un soggetto, ma del suo gruppo d’appartenenza.” può apparire illogica soltanto a chi non conosce il significato della parola “etica”, della parola “soggetto”, dell’espressione “gruppo d’appartenenza”. Questo in un certo qual modo ci conferma che la “logica” è soltanto un idolo d’oro se non dispone dei concetti da intrecciare logicamente.

      • Che barba che noia che noia che barba 😀

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