Vittime e carnefici

“…Io odio il Moro
e si pensa in giro che tra le mie lenzuola
abbia assunto il mio ufficio. Io non so se sia vero,
ma per il semplice sospetto d’una cosa del genere
farò ad ogni buon conto come se fosse vero.
Lui mi stima – tanto più posso lavorarmelo.
Cassio è una persona perbene. Vediamo, ora –
prendere il suo posto, e metter piume al mio intento
in una doppia mascalzonata.
” (Otello, William Shakespeare)

iago

“Vittima” è una parola spesso usata a sproposito, tanto che a proposito del suo significato su questo blog ho scritto diversi post: sulla differenza fra essere vittima ed essere un/a vittimista, ad esempio, oppure che cosa si intende quando si dice che una donna vittima di violenza di genere è vittimizzata “in quanto donna”.

Ho scritto anche della pessima abitudine di chi scrive a proposito a proposito di reati contro la persona designando col termine vittima non l’aggredito, bensì l’aggressore.

Come in questo caso:

vittima

L’articolo commenta una sentenza di condanna emessa nei confronti di un uomo reo di aver imposto alla moglie un

regime di vita “insostenibile ed umiliante”

che consisteva in

pedinamenti continui e assillanti su tutte le attività e gli spostamenti della donna, finanche nel contesto lavorativo.

Un comportamento che si era protratto per mesi e si era spinto fino

alle offese verbali e alle percosse (certificate dal pronto soccorso).

La donna, ci dice la sentenza, ha riportato la frattura del setto nasale.

Se è vero, da dizionario, che il termine vittima può essere usato anche in riferimento a chi si danneggia da sé stesso (ad esempio “quell’uomo è vittima del suo eccessivo attaccamento al lavoro, della sua ambizione”), qui abbiamo una donna che per mesi ha subito un trattamento “insostenibile ed umiliante”, che è stata pesantemente insultata ed infine picchiata…

Fra i due, il soggetto danneggiato dalla gelosia mi sembra la moglie, più che il marito.

Ma veniamo ad un altro caso di gelosia:

raptus_gelosia

Su Catania Oggi troviamo un leit motiv del giornalismo in tema di violenza coniugale: il raptus.

“L’uomo, già separato legalmente dalla moglie da circa due anni, in preda ad un raptus, legato probabilmente al fatto che la ex abbia intrapreso una relazione sentimentale con un altra persona, ieri sera, secondo la ricostruzione, si è recato nel condominio dove vive la donna, in una frazione di Acireale , e scavalcando la recinzione, ha prima suonato insistentemente al citofono dell’abitazione per poi recarsi nel garage laddove, dopo averne forzato la saracinesca, con un accendino ha dato fuoco ad alcuni suppellettili.”

Il concetto di raptus suggerisce che la violenza sia il frutto di un impulso incontrollabile, un atto non premeditato che non prevede una partecipazione razionale e cosciente della mente.

L’etimologia del termine lo fa risalire al latino rapĕre, ‘rapire’; ad essere totalmente “rapita” da emozioni violente è appunto la mente dell’aggressore, che non è in grado di esercitare quel quotidiano controllo sulle proprie azioni che permette a tutti noi di vivere in conformità con le più elementari norme del vivere sociale.

Un uomo che, rendendosi conto di non riuscire ad entrare nella casa dove era determinato ad entrare, elabora un piano alternativo decidendo di provocare un incendio, è un uomo che non solo si è mosso con la precisa intenzione di provocare un danno, ma è così in controllo delle proprie facoltà mentali da rivedere la sua decisione e modificarla razionalmente allo scopo di risultare comunque dannoso nel momento in cui le circostanze avverse gli impediscono di portare a compimento ciò che aveva pianificato.

Sicuramente la gelosia è uno stato d’animo doloroso e frustrante, che ricomprende una serie di sentimenti come paura, smarrimento, collera, invidia, tristezza, inadeguatezza, umiliazione, diffidenza, tutti sentimenti che rendono penosa la vita del geloso.

Ma la decisione di lenire quelle pene per mezzo di una “mascalzonata” (per citare Iago) non rende chi aggredisce per gelosia né una vittima né un soggetto colto da instabilità mentale.

A tale proposito ricordo per l’ennesima volta quanto dichiarato dallo psichiatra Claudio Mencacci: “ci sono anche persone cattive non malate, che perseguono con convinzione il male e sono felici di metterlo in atto… La nostra società ha praticamente ‘censurato’ i concetti di finitezza e morte da un lato, e di crudeltà e male dall’altro. E così, ogni volta che ci si trova davanti a un’azione che suscita ribrezzo si chiama in causa un disturbo psichiatrico, un disagio interiore o una patologia che spinge l’aguzzino alla violenza… questo è profondamente sbagliato e il mondo dell’informazione dovrebbe aiutare la comunità scientifica a diffondere un messaggio corretto“, evitando di ‘diagnosticare’ psicosi ogni volta che viene scritta una nuova pagina di cronaca nera. ”

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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3 risposte a Vittime e carnefici

  1. Paolo ha detto:

    le persone gelose, anche quando sono gelose in maniera ossessiva e “folle” sono consapevoli delle loro azioni. Concordo.

  2. IDA ha detto:

    Si sa il “raptus” ha sempre un piano “B”. Il raptus è un opportunista, agisce in conseguenza delle opportunità che gli vengono profilate, ad esempio durante una rapina o un furto. Si perché i “raptus” fanno anche le rapine. Il raptus è subdolo, quando arriva non avverte. Se uno è colpito da un raptus e si trova davanti ad una donna, la stupra se è davanti ad una gioielleria la saccheggia, se è di fronte ad un muro,.. non fa nulla, aspetta il momento buono. Aspetta che passi una donna o va a cercare una gioielleria. La vittima del raptus, è quasi esclusivamente maschile, non ho dati ufficiali, ma ritengo che almeno il 90% delle vittime di raptus, sia di sesso maschile. Forse il testosterone? Non si sa! Del resto non si sa mai, quando arriva e come arriva, si sa solo che sceglie le vittime di sesso maschile e soprattutto, uomini che sono stati lasciati dalle proprie donne. Come per il fatto da te citato di Catania, era un predestinato ad essere vittima di raptus. Separati da due anni e quella “puttana” si rifà una vita sentimentale? In più non risponde al citofono? Sarà assente o in altre faccende affaccendata? Ed è qui che il raptus arriva, o per lo meno si manifesta, perché in precedenza aveva scavalcato la recinzione, e forse qui era già sotto l’effetto del raptus. Il raptus ha un fratello maggiore che si chiama “Alibi”.

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