Mother blaming e violenza domestica

bad-mother

Laura Monk è una ricercatrice presso la Coventry University. Il suo lavoro ruota attorno i bisogni delle madri che rischiano di venire separate dai figli a causa del loro vissuto di vittime di violenza e abusi.

Un’amica mi ha suggerito il suo blog, dedicato alla diffusione del  suo progetto di ricerca che si intitola “Developing training for professionals working with mothers separated from their children in a context of domestic and sexual violence and abuse” e riguarda la formazione di quelle figure professionali che interagiscono con le madri a rischio di essere separate dai figli a causa del loro vissuto di vittime di maltrattamenti, violenza domestica e abusi sessuali, e io lo suggerisco a voi, per approfondire un tema che nel nostro paese non trova ancora uno spazio adeguato nella stampa mainstream, devota ad una narrazione della separazione e del divorzio come realtà dominate da donne avide e vendicative e da poveri padri ingiustamente allontanati dai propri figli e ridotti sul lastrico.

panorama

Tempo fa avevo citato un articolo pubblicato su The Guardian che trattava proprio di questo fenomeno:

In a return to Victorian values, mothers who are single, have been in care, are victims of domestic violence, are on benefits or have a disability are in danger of being considered unfit and having their children targeted for forced adoptions or foster care. (…) Domestic violence is now the most common pretext for removal. The Family Rights Group found that “domestic violence has outstripped parental mental illness or drug and alcohol misuse as the most common underlying factor behind child protection intervention”.

La violenza domestica è al momento il pretesto più comune per la rimozione del minore, ci dice l’articolo: “la violenza domestica ha superato la malattia mentale dei genitori o l’abuso di droga o alcol ed è la causa più comune degli interventi a tutela dei minori”, che finiscono in strutture o famiglie affidatarie…

o vengono affidati al padre violento, perché, in Gran Bretagna (come in Italia) l’aver agito con violenza contro la madre dei propri figli non è considerato un comportamento incompatibile con l’essere un padre sufficientemente bravo.

Laura Monk, nel descrivere il contesto che mette le madri vittime di violenza domestica a rischio di essere separate dai figli, parla dello stigma che pesa sulla figura della donna separata da un partner violento, una situazione ben descritta da Rosie Batty, eletta australiana dell’anni nel 2015 e madre Luke, brutalmente ucciso dal padre a soli 11 anni:

Quando si tratta di violenza domestica, gli amici, la famiglia, tutti giudicano te, la donna. Le decisioni che avresti dovuto prendere, quelle che non hai preso. Nonostante tu sia la vittima, diventi la persona che gli altri condannano“.

Anche in Italia, sebbene non vi sia percezione del fenomeno, molte sono le donne che denunciano di vivere una vita funestata dalla costante minaccia di perdere l’affido dei figli  dopo la separazione da un partner violento.

L’anno scorso, ad esempio, vi avevo raccontato la storia di una madre il cui figlio è stato dal Tribunale affidato ai servizi sociali, a causa di un suo presunto “comportamento escludente”, che le aveva comportato l’accusa di servirsi di suo figlio come “strumento di vendetta nei confronti dell’ XXX [padre], nei confronti del quale ha dimostrato di provare un forte rancore“.

A proposito di questa tendenza, nell’articolo Picking apart the mother-blaming that takes place with abused mothers, Monk ci fornisce un elenco di tutte quelle credenze e quei valori (“attitudes, beliefs, values and perceptions”) che influenzano giudici e operatori sociali contribuendo alla rivittimizzazione di soggetti vulnerabili e provati da un vissuto di violenza domestica.

Fra queste convinzioni diffuse, alcune possono essere considerate conseguenze del fenomeno della colpevolizzazione della vittima, ovvero quell’atteggiamento assunto da chi ritiene la vittima di un crimine o di altre sventure parzialmente o interamente responsabile di ciò che le è accaduto; ad esempio la convinzione che le donne scelgano liberamente di rimanere con loro aggressore, quando nella realtà è difficile che siano in grado di lasciarlo in tutta sicurezza; queste madri maltrattate sarebbero inadeguate in quanto avrebbero dimostrato  di dare priorità al legame col loro aguzzino rispetto al benessere dei bambini; questo modo di pensare, ci dice Monk, è strettamente connesso ad un’ideale di madre che considera al di sotto dello standard minimo di adeguatezza qualsiasi donna che non sia in grado in ogni momento della sua vita di prendere la migliore decisione possibile, decisione che, per una madre, dovrebbe coincidere sempre col totale sacrificio di sé e delle proprie esigenze al fine di garantire il benessere dei suoi figli (un concetto di benessere basato più sull’immagine di un’infanzia ideale che sull’analisi delle concrete esigenze del bambino in questione); è connesso anche al fatto che gli eventuali problemi relazionali dei figli sono tendenzialmente analizzati in relazione al rapporto con la madre e nell’analisi di tale rapporto non si tiene in considerazione l’impatto del comportamento del partner maltrattante sul legame madre-figlio.

Spesso le donne sono biasimate per quelle che non sono altro che le drammatiche conseguenze di una prolungata esposizione alla violenza domestica, che vengono invece interpretate come mancanze intrinseche alla loro personalità: ad esempio alle donne vittime di maltrattamenti vengono diagnosticati disturbi psicologici, che vengono considerati fattori di rischio per i bambini senza alcuna considerazione della correlazione fra il disturbo e la violenza subita e senza tener conto del fatto che la cessazione del rapporto col maltrattante comporta un miglioramento nello stato di salute della vittima e quindi anche un miglioramento delle sue competenze genitoriali.

Fra le credenze che mettono a rischio le madri Monk cita anche la PAS o PA, l’alienazione genitoriale, che descrive come “uno strumento utilizzato dai responsabili di violenza domestica per nascondere la violenza perpetrata e continuare ad esercitare il controllo e l’abuso utilizzando i bambini come armi nei tribunali dei minori“.

Monk denuncia che l’alienazione genitoriale è ormai nei Tribunali un “articolo di fede”, al punto che le donne che debbono affrontare una causa per l’affido vengono sconsigliate dal denunciare la violenza domestica subita onde evitare di essere accusate di essere madri alienanti.

Conclude Monk:

Durante il mio progetto di ricerca, ho osservato che questi  valori e credenze sono patrimonio di una vasta gamma di professionisti che si occupano di violenza domestica, assistenza sanitaria e sociale e di giustizia. Io sostengo la necessità di una formazione che includa una riflessione sul modo in cui la violenza domestica sia un concreto fattore di rischio che porta alla separazione delle madri dai loro figli (…) un problema serio in questo momento che non è in gran parte riconosciuto da professionisti / servizi / organizzazioni (…)

E io concordo con lei.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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2 risposte a Mother blaming e violenza domestica

  1. IDA ha detto:

    Sono d’accordo, anche perché la violenza di genere non è ancora del tutto riconosciuta, si parla di casi isolati, sporadici, si nega la sua essenza vera e propria. È molto diffusa ma non viene percepita come tale, al contrario è diffuso il biasimo verso chi la subisce questa violenza: perché non lo ha lascito, perché non lo ha denunciato? Perché si è messa con un uomo violento? Perché non ha difeso i figli ? ecc.. ecc.. Si giudica chi ha subito violenza, perché ha accettato tutto questo? Se c’è stata vent’anni insieme vuol dire che era contenta di prendere le botte-
    http://www.lastampa.it/2015/11/13/italia/cronache/picchia-la-moglie-per-anni-il-giudice-non-c-colpa-09SiyauWj70upTtVi1ZdbI/pagina.html
    Questo a conferma che nella società e di conseguenza nei tribunali c’è la negazione assoluta della violenza di genere e di quello che comporta.
    Spesso si dimentica anche che le donne sono facilmente soggette a ricatti economici e affettivi.
    Chi fa uso della violenza fisica, non si manifesta subito con le sue forme violente estreme, ma fa un lavoro di controllo psicologico, prima di aggredire fisicamente aggredisce l’autostima della vittima, per avere il totale controllo, la condiziona nei pensieri e nei movimenti. La vittima diventa succube del carnefice. Dopo anni di questo tipo di rapporti si forma una dipendenza della vittima dal carnefice.
    Un esempio che conosco direttamente anche se l’ho già raccontato diverse volte e a Men li è venuto a noia ascoltarla questa storia. Una donna è stata per anni, costretta a prostituirsi dal marito, che la picchiava, le spegneva le sigarette sulle braccia, la violentava. Lei prima ha divorziato, poi lo ha anche denunciato diverse volte, lo ha mandato in carcere per diverse volte e lei lo andava a trovare in carcere, li portava la biancheria pulita, quando usciva era li ad aspettarlo fuori dal carcere, lo accoglieva in casa sua e lui continuava a picchiarla e ha violentarla. Lui chiamava e lei rispondeva come un cagnolino. Lei aveva trovato una sua soluzione autodistruttiva, nell’alcol, da anni ormai e per una grave malattia al fegato, dovuta all’alcol, due anni fa è morta a 58 anni. Solo così si è potuta liberare del suo aguzzino e assassino.

  2. Livy ha detto:

    È proprio così, chi dinuncia la violenza non viene creduto ma solo giudicato e stra periziato. C’è una negazione totale della violenza domestica in Italia e non è difficile capire perché: immaginate i titoli su tutti i giornali “in Italia l’80% dei divorzi sono conseguenza della violenza domestica subita dai mariti” sarebbe come ammettere che in Italia la regola è il rapporto insano e non un’eccezione, come dovrebbe essere. Facciamo vedere al mondo il nostro bel Colosseo e le opere d’arti, tutto lo schifo teniamolo nascosto sotto il tappeto di casa…

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