Sono segnato per la vita

pauraUna traduzione da We are the men of a childhood where the monsters of family violence were real

Non mi ricordo la prima volta che ha colpito la mamma. Di sicuro non ricordo tutte le volte che l’ha colpita. Ciò che non posso dimenticare è la paura. Quella di mio fratello, di mia sorella, di mia madre e la mia.

Non metto il mio nome perché “lui” era il mio patrigno. “Lui” è anche il padre dei miei fratelli più piccoli. Rimango anonimo perché “lui” è ancora vivo. Mia madre vorrebbe fare di più e parlare in quanto sopravvissuta. Ma anche dopo 15 anni di separazione il semplice fatto che lui sia ancora vivo fa sì che non sia sicuro parlare. Mia madre ha anche il problema di come i miei fratelli si sentirebbero nel vedere il padre raccontato come un mostro.

La violenza domestica colpisce tutti in famiglia e colpisce ogni membro in modo diverso. Lo vedo nella mia famiglia. Lo vedo in mio fratello che vive costantemente in uno stato di ansia, il trauma è stato così grande che loro non riescono a vedere il legame che esiste tra ciò che abbiamo visto da bambini e ciò che sta accadendo nella loro vita di adulti. Lo vedo nei miei fratelli più piccoli, il padre perfetto che vogliono, che tutti noi vorremmo, che viene a mancare. Il trauma troppo grande da superare al punto da non ammettere che ci sia mai stato.

I rapporti fra noi ne sono stati danneggiati, perché tutti noi cinque viviamo delle vite influenzate in modo diverso dalla violenza. Per anni mi sono sentito allontanato dai miei fratelli perché ho rifiutato di ignorare la violenza che avevamo vissuto. Non posso dimenticare le urla che chiedevano aiuto. Oh, le urla. Mamma, che gridava a noi due più grandi di aiutarla. Ma era troppo tardi, eravamo già scappati nella casa accanto per salvarci. Avevamo 8 e 11 anni. Il fatto che l’avessi abbandonata al suo destino ha tormentato i miei sogni per anni.

Avevo nove anni, ero seduto sull’altalena al parco di fronte alla nostra casa, in attesa di sentire un colpo di pistola – aspettavo che sparasse a mamma e poi a me. Il senso di sollievo nel sentire la voce di mia madre “E’ OK. È possibile tornare a casa adesso.” Perché lui se ne era andato in macchina. Dove, non lo so.

Avevo 10 anni, avevo ricevuto un walkman per Natale per ascoltare la musica durante la notte, ma non potevo, perché non sarei stato in grado di sentire la mamma che gridava aiuto. Ma cosa potevamo fare? Avevamo 10 e 13 anni.

Ho più di 40 anni ormai, e i ricordi e l’ansia non mi assalgono più quotidianamente. I ricordi non sono più così traumatici, ma il mio cuore è sempre un pozzo di tristezza quando ci ripenso. In passato, per ironia della sorte, sarebbe stata la felicità a richiamare alla mente tali ricordi; perché la rabbia era sempre in agguato nelle occasioni felici della mia infanzia.

In questi giorni invece la tristezza arriva ascoltando di donne, bambini e uomini colpiti da quel mostro che chiamiamo violenza domestica.

Il giorno che mia mamma ha detto: “A volte vorrei che mi avesse solo picchiata” il mio cuore si è spezzato. Non sapevo allora a che genere di violenza psicologica lui la sottoponesse. La rabbia mi tormentava.

Le lacrime mi scendono sul mio viso mentre scrivo.

Mi ci sono voluti molti anni per capire il motivo per cui lo aveva detto. Perché lo aveva desiderato. Quando l’ho compreso, è stato quando lui finalmente se ne era andato dalla sua vita. Quello che aveva lasciato era il guscio di una donna che aveva creato.

Mia mamma aveva perso così tanto peso. Ricordo che mi chiedeva “Sono troppo magra?” E le mentivo: “No mamma. Niente affatto.” Io so perché è rimasta. Lui non colpiva soltanto il suo viso e il suo corpo, lui colpiva la sua mente.

Per molti anni ci sono state cose che le mettevano ansia, che la spaventavano. Come quattro ruote motrici che le passavano accanto per la strada o parcheggiavano accanto a lei in un centro commerciale. I freni ad aria compressa su un camion.

Per due anni, si è seduta sul patio dove poteva vedere la porta d’ingresso. Le serrature erano state cambiate, ma il minimo rumore della catena contro il metallo e non sapere chi c’era, era troppo per lei da sopportare. Per anni. Ancora oggi, sono passati 15 anni, dobbiamo chiamare quando andiamo a trovarla. Con dolcezza “Hey, sono solo io, mamma”, così lei sa che è uno di noi ragazzi. Non possiamo mai sorprendere la mamma. Il rumore di passi le incute paura, se non sa chi è.

So che gli uomini violenti hanno spesso subito violenza in passato. Anche loro, forse, sono vittime di violenza, e spesso durante l’infanzia. Ho compassione per loro.

Ma ho poca compassione per il mio patrigno.

Il profondo pozzo di tristezza nel quale mi ha precipitato questa esperienza è troppo grande. Se provassi compassione, se scendessi in quel luogo con quel sentimento, mi farebbe annegare. Così io ci convivo come posso. So che non è il massimo ma va bene. Sono vivo. Non so se riuscirò mai perdonarlo, ma questa è una scelta solo mia.

Quello che so è che mentre lui è ancora vivo c’è ancora la paura. A volte ho di nuovo nove anni e mi dondolo sull’altalena. In attesa che esploda un colpo di pistola.

Io sono un uomo di circa 40 anni. Sono segnato per la vita, perché quei giorni d’infanzia non mi lasceranno mai. Fino a quando lui non lo farà.

Sono vostro fratello, il vostro compagno, il vostro vicino di casa, il vostro collega. Io sono il vostro meccanico, il vostro allenatore, il vostro banchiere. Sono quel ragazzo che passa per la strada. Sono quel ragazzo seduto di fronte a voi sul treno.

Noi siamo gli uomini con un’infanzia nella quale i mostri erano reali.

Per gli uomini e le donne che sono quei mostri, io dico a voi: fermatevi. Perché io sono uno dei fortunati. Per molti, il suicidio può essere una bestia tempestosa che cresce all’ombra dei mostri.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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2 risposte a Sono segnato per la vita

  1. Nato Invisibile ha detto:

    Ciao, sono un bambino di sei anni e vivo da solo con mia madre.

    Lui ogni tanto viene a trovarmi. Ha un aspetto inquietante, indossa sempre abiti sporchi e mi saluta col viso stralunato. Sarei anche contento di stare con mio padre, per qualche ora, per non sentirmi abbandonato, rifiutato, indesiderato. Il mio più grande desiderio sarebbe che una domenica mio padre mi portasse alla partita della mia squadra del cuore. Se lo facesse credo che mi sentirei come gli altri bambini, i miei amichetti, che mi sembrano tanto felici al parco coi papà.. qualche volta sogno di accarezzarlo in volto e osservo la sua bocca, il suo mento grande, i suoi lineamenti che sono uguali ai miei. Purtroppo quando sto con lui però non facciamo mai nulla di ciò che vorrei, né di ciò che fanno gli altri bambini. Devo stare sempre da solo con lui, non può esserci nessun altro, la mamma, i nonni, gli amichetti, nessuno. Talvolta mi permette di stare all’aperto, ma se corro mi blocca e mi fa cadere per terra perché dice che non devo scappare. Mi vengono i lividi dopo, che mi fanno male. Siccome sono disobbediente e voglio correre sempre, allora spesso stiamo chiusi negli alberghi tristi, in case sempre diverse, talvolta rinchiusi in automobile per pomeriggi interi. Non mi permette di sentire al telefono nessuno, neppure mamma. Dice che non posso chiamarla perché poi lei ci chiederà dove siamo e lui non vuole dirglielo. Non posso guardare la tv, solo fare quegli strani giochi che vuole lui, cambiarmi i vestiti che mi mette lui, mangiare le cose che vuole lui. Non posso dormire mai. Devo essere come il suo bambolotto. Mi educa e mi rimprovera finché non faccio quello che vuole lui. Devo ascoltare molte cose brutte. Mi parla sempre male di tutti, specie di mia mamma. Per ore. Mi vergogno di quello che lui le fa. Penso che sia colpa mia di tutto. Sono figlio unico. So delle sue botte sulla pancia per farmi morire prima di nascere. Ho visto così tante spinte e colpi, quando lui fa del male alla mia mamma. Lei si difende, ma non chiama aiuto. Sta zitta. Quando lui deve venire a prendermi lei diventa nervosa. Lui chiama sempre la Polizia perché dice che lei non mi permette di andare con lui, ma non è vero. Solo che non mi ascolta nessuno quando lo provo a spiegare. Mi ha detto un poliziotto che i bambini sono incapaci di intendere e di volere per questo ci sono i genitori ed io devo obbedire. Li ho visti qualche volta agitare le manette che la volevano arrestare, e allora sono andato svelto via con lui prendendogli la mano, quella stessa mano che ho visto cadere pesantemente sulla faccia di mamma lasciando un segno viola per giorni, che lei poi copre coi trucchi in bagno. Ci mette anche mezzora a truccarsi certe volte. Avevo gli occhi spalancati, lo guardavo e non sapevo cosa fare. Ho detto ‘basta!’. Perciò davanti ai poliziotti sono stato coraggioso e l’ho preso per mano, senza sapere dove mi avrebbe portato, né per quante ore o per quanti giorni, gli ho detto ‘dai andiamo’. Lei aveva gli occhi colmi di lacrime, ma non ci ha fermato. Non poteva, sennò l’avrebbero messa in prigione. La proteggo così. Sono grande, io. So che la colpa è mia. Quando lui non c’è e non telefona, siamo felici. Anche se vedo quell’ombra di terrore negli occhi di lei ogni volta che suona il citofono. Che squilla il telefono. Che arriva un messaggio, un’email. La vedo che osserva ogni persona mentre andiamo a scuola, mentre siamo in piazza, al cinema, dappertutto. Ha paura degli uomini in divisa. Degli amici del tribunale che ci osservano per decidere se possiamo restare insieme. Delle maestre, della preside. Lei è bella e forte e mi tiene con sé, ancora. Lavora tanto e si sfinisce per trovare una soluzione. Mi dice sempre che non devo essere io a proteggere lei, ma che ci pensa lei a proteggermi sempre. Ma secondo me non può farlo. Perché lei ha paura. Ma è coraggiosa e combatte come può.

    Da grande voglio diventare l’Uomo Ragno e far sparire i cattivi dalla Terra – ho già una lista bella lunga…

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