L’esilarante saggezza… “appalermo”

Epicuro, Lettera a Meneceo: «La saggezza è il massimo bene ed il principio di tutte queste cose. Per questo motivo la saggezza è anche più apprezzabile della filosofia stessa, e da essa vengono tutte le altre virtù. Essa insegna che non ci può essere vita felice se non è anche saggia, bella e giusta; e non v’è vita saggia, bella e giusta che non sia anche felice.»

Palermo_Sfincione_2

Poco tempo fa una mia lettrice ha attirato la mia attenzione su questa recensione:

Donne, mafia e sfincione una vita “Appalermo”

nella quale, a proposito del primo romanzo di Carlo Loforti, classe ’87 nonché finalista alla XXVIII edizione del premio Italo Calvino, leggiamo:

Considerare questo romanzo solo un divertissement condito di colore locale sarebbe un errore. Loforti, infatti, riallacciandosi a una tradizione di scrittura maschile [nota: i famosi scrittori che scrivono col pene?] in grado di imparentarlo all’umorismo di Nick Hornby più che a qualsiasi altro autore siciliano, racconta con ironia sia il mutare della società… (…) Ma, soprattutto, con una maturità sorprendente per la sua età, l’autore narra il rapporto uomo-donna. La trama si snoda puntellata di varchi in cui il protagonista regala massime sulla natura femminile (ma anche maschile) [perché abbiamo due “nature” diverse, ovvio] di esilarante saggezza, come «hai mai visto una femmina accontentare un maschio senza un doppio fine? Una moglie poi…», ma anche di notevole profondità come questa bella immagine sulla difficoltà di comunicare: «Perdono l’asse gli sguardi di marito e moglie, col passare del tempo».

La mia amica, di fronte alla massima di esilarante saggezza “hai mai visto una femmina accontentare un maschio senza un doppio fine?“, non solo non ha provato stupore per la maturità fuori dal comune del 29enne Loforti, ma è stata colta da uno sconforto tale da scrivermi nel cuore della notte un messaggio che suonava più o meno così: “MA TI RENDI CONTO???”

Io non amo scrivere prima di esseremi documentata, così sono andata in libreria e ho ordinato una copia di “Appalermo Appalermo”. Siccome temevo che la recensione di Repubblica mi avesse maldisposto nei confronti dell’opera letteraria, arrivato il volume ho pensato di portarlo a mio padre, classe ’46 e siciliano DOC, chiedendogli se aveva voglia di darmi un parere.

Il mio povero papà con grande fatica è arrivato fino a pag.73, quindi ha chiuso il libro e me l’ha restituito lamentandosi di quante calamità colpiscono la sua travagliata terra e altre cose del genere “Calvino si sta rivoltando nella tomba”.

Quindi il libro me lo sono dovuto leggere io. Tutto. Una promessa è una promessa e se vi prometto una cosa prima o poi la faccio.

E’ stata dura.

E non lo dico per farlo pesare alla mia amica, che anzi ringrazio di tutto cuore, perché commentare (leggi: distruggere) un libro a cena è una di quelle cose che rende più saldi i legami familiari.

Lo dico perché “Appalermo Appalermo” comincia così:

“Ci sono un sacco di cose difficili da spiegare ad una donna. [Nota: UNA donna, articolo indeterminativo, che si usa in riferimento a un elemento che fa parte di una categoria e che in questo contesto sta ad indicare l’intera categoria]  E per quante liste uno possa provare a fare, ce ne sarà sempre un’altra più completa. La retromarcia, la sovra-idealizzazione della spiaggia, il barbecue, la birra amara, i film con Sylvester Stallone, la tv cinquanta pollici, lo stadio, l’importanza della masturbazione, dello stare comodi e degli insetti: scarafaggi, blatte, zanzare, api; l’aria condizionata, il sesso orale, il silenzio a tavola, il brivido della pipì, il vizio, il fantacalcio, la cucina della mamma, il whisky, il soffritto, l’ultima goccia sempre nelle mutande, il silenzio, la velocità, il fuorigioco. E soprattutto, la cosa che più di tutte è difficile da spiegare ad una donna, è che non le stai inventando una michiata. Anche quando, effettivamente, non gliela stai dicendo. Qualunque ruolo essa abbia nella tua vita, la femmina è sospettosa. A priori.”

Il primo paragrafo è la più completa lista di luoghi comuni che mi sia capitato di leggere, e io sono una che sta parecchio tempo su facebook a spulciare pagine come “il maschio alpha” o “la fabbrica del degrado” per autoindursi uno stato depressivo! Ci sono tutte le più vetuste e scontate affermazioni sessiste del maschilista medio: la donna che non sa guidare, che non capisce niente di calcio, che non si masturba, che non beve birra o whisky…

Apro una parentesi: il whisky irlandese Jameson ci aveva fatto una campagna pubblicitaria su questa assurdità, lo scorso autunno, rinunciando stupidamente ad una bella fetta di mercato e rendendomi devota per il resto della vita al Tullamore Dew (per ciò che riguarda l’Irlanda, almeno):

jameson

Questo per dire che dopo il primo paragrafo ero già in preda al panico.

Nella mia vita solo un libro mi ha sconfitta: Moby Dick. L’ho cominciato tante volte e non l’ho finito mai. Sarà che ho troppo a cuore la questione della tutela dei grandi cetacei, non lo so, ma posso affermare che a parte Moby Dick (e non è detto che non lo finisca, un giorno di questi) sono sempre arrivata in fondo ad ogni lettura, motivo per il quale non potevo lasciarmi abbattere da un incipit poco promettente: era una questione d’orgoglio.

Così mi ci sono messa di impegno e mi sono sorbettata tutto il racconto delle disavventure di Mimmo Calò, 44 anni, un uomo pigro, bugiardo, presuntuoso, invidioso, pavido e mostruosamente maschilista.

Pagina dopo pagina, Calò mi ha devastato le ovaie con le sue invettive contro il genere femminile

“Per questo le femmine sono ancora indietro rispetto agli uomini, pure che c’hanno i cervelli tre volte più grandi: [nota: quanto è odiosa questa captatio benevolentiae?] perché non sanno rischiare. La femmina sta al rischio come il formaggio sta al pesce…”

e con le sue considerazioni sul genere maschile

“Non è questione di affetto, amore, fedeltà, compatibilità, interessi comuni, intesa sessuale e puttanate del genere. La coppia bene assortità è fondata sull’egocentrismo. La regola è semplice semplice: l’uomo che la sa lunga sulle relazioni, sceglie una femmina leggermente stupida, non in senso assoluto con tanto di patentino e tagliandi ogni mille chilometri, ma almeno un po’ più stupida di lui (…) Perché la donna un filo stupida, un poco meno colta, meno ambiziosa e pronta a bagnarti di bava la camicia, è il segreto per vivere felici e continuare a galoppare con un briciolo di credibilità nella foresta fatta di soli uomini chiamata esistenza.

D’altra parte Mimmo Calò lo mette in chiaro fin dal primo capitolo:

“Mi servono i ruoli a me, mi orientano.”

E mentre lui si orienta, tu ti senti sempre più intrappolata in un evento organizzato dalle sentinelle in piedi nel quale l’ospite d’onore è Costanza Miriano, che sventolando i suoi capolavori (“Sposati e sii sottomessa”, “Quando eravamo femmine”…) ti spiega suadente che il femminismo ti ha proprio rovinata se non riesci a vedere che in fondo Mimmo Calò è un brav’uomo e potresti essere felice accanto a lui, perché lui sa come stanno veramente le cose:

“La crisi dei valori, il femminismo, il boom economico, il libertinismo: tutte finte variabili di come sono cambiate le famiglie oggi. In peggio, mi pare chiaro. Perché il meccanismo, provate a contraddirmi, l’hanno inceppato le madri. Prima la gente si conosceva a sedici anni, faceva i doppi tuffi carpiati per scippare un bacetto sulla guancia e quando ci riusciva si sposava e si metteva a sfornare figli fino a quando la genetica lo accompagnava. (…) Le femmine si occupavano della casa e i maschi potevano farsi tutti i debiti che volevano e finire i soldi tempo niente in santissima pace. E lo sapete perché andava tutto così incredibilmente liscio?”

Ma andava liscio per chi, Calò? Ma stiamo scherzando?

Le femmine si occupavano della casa e i maschi potevano farsi tutti i debiti che volevano e finire i soldi tempo niente in santissima pace.

Mia nonna buonanima, che era la madre di quell’uomo che a pag.73 ha gettato via il libro sacramentando contro la sfiga che i peggiori li fa nascere tutti nella sua isola, mia nonna, dicevo, che era maestra di scuola elementare, ha fatto una vita di merda perché il suo maschio, che era bravo a farle sfornare bambini e infatti ne ha sfornati ben cinque, si giocava a carte la paga sua e pure quella di sua moglie, perché era un suo diritto in quanto capo di casa; glielo diceva anche il prete a mia nonna, quando andava a chiedere consiglio e aiuto, perché aveva cinque figli da sfamare, ma il prete le diceva “prega e sopporta”.  E a proposito delle “madri del dopoguerra”, che secondo Calò sono la causa di tutti i mali di questi tempi infelici e tormentati, quelle che

“hanno perso di vista il senso delle cose e hanno cresciuto adulti che non sanno amare”

mi chiedo che razza di amore avesse insegnato la mia bisnonna a quel figlio che lasciava moglie e cinque bambini senza una lira per mangiare, e non c’era il divorzio allora, caro il mio Loforti, non poteva fare null’altro che pregare e sopportare, mia nonna, che pure lavorava in tempi in cui quasi nessuna lo faceva, ma non poteva rivendicare il possesso di nulla, neanche dei soldi che si sudava.

Certo, un Calò o un Loforti, che a dispetto della sua giovane età vive insieme al suo protagonista in una “foresta fatta di soli uomini chiamata esistenza”, possono ben dire che si stava meglio prima del femminismo e possono anche spacciarla per “esilarante” saggezza.

Io, invece, che sono la nipote di mia nonna, vi dico che Mimmo Calò non lo sopporto e che fino all’ultimo capitolo ho sperato che le cose gli andassero male, ma male veramente, come si meriterebbe dallo stronzo che è.

Invece no, Loforti benedice il suo protagonista con un bel lieto fine.

Mentre leggevo l’ultimo paragrafo, che inizia con “Sta andando tutto bene”, sentivo la vocina di Costanza Miriano che mi sussurrava nell’orecchio: “Vedi? Te l’avevo detto io!”, con in sottofondo le risatine soddisfatte delle sentinelle in piedi.

Per dare un senso a questa esperienza, devo assolutamente ritrovare la mia copia di Moby Dick.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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40 risposte a L’esilarante saggezza… “appalermo”

  1. Pin@ ha detto:

    Quando leggo tanti stereotipi insieme mi viene la nausea per una settimana…

  2. Blogdelledonne ha detto:

    Direi che andiamo sempre “meglio”!

  3. Paolo ha detto:

    non ho letto questo libro e non lo leggerò, non pare un capolavoro e quel che ne leggo non mi invoglia ma essendo un romanzo credo non sia opportuno confondere le opinioni de protagonista con quelle dell’autore anche quando il protagonista è io narrante e il libro è scritto in prima persona (mi viene in mente come esempio estremo il romanzo satirico di Timur Vermes Lui è tornato dove è Hitler a parlare in prima persona). Non è un saggio sulla condizione femminile, c’è un personaggio evidentemente maschilista che dice quello che pensa, bisogna vedere se e quanto e come i personaggi femminili del romanzo interagiscono con lui, se sono il ritratto dei clichè di cui il protagonista è imbevuto o li smentiscono anche solo in parte. Insomma se il protagonista viene dipinto come un eroe perfetto che ha sempre ragione allora l’accusa di maschilismo ha fondamento. E le intenzioni dell’autore sono satiriche o sono serie? Voglio dire pure Dr House fa battute razziste a volte ed è accusato di misoginia ma basta guardare il telefilm per capire che non è razzista nè misogino sul serio

    • Tutto il romanzo è scritto a focalizzazione interna, quindi la realtà raccontata è filtrata dalla distorta visione del mondo del protagonista: difficile che i fatti possano in qualche modo fare da contraltare alle idee di Mimmo Calò… A differenza di quanto accade con gli sproloqui di Hitler nel romanzo di Timur Vermes, le affermazioni di Mimmo Calò non sono messe in ridicolo dall’autore. Anzi, il finale rassicurante, con il protagonista che magicamente risolve una situazione che nella realtà difficilmente giungerebbe ad un lieto fine e poi si autoassolve in quanto bravo marito e bravo padre (se lo dice da solo, ovviamente), mi dice che il messaggio è proprio quello che ho scritto nel post: in fondo Mimmo Calò è un buon uomo, fedele ai vecchi sani valori di una volta, che sono quelli che contano davvero e possono garantire una serena felicità.

      • Paolo ha detto:

        allora è un libro del cavolo, è una difesa conservatrice dei “vecchi valori” siamo lontanissimi pure dal nichilismo dei personaggi di Houellebecq , non lo leggerò

    • Sono contenta che tu abbia citato Vermes. Nel romanzo “Lui è tornato”, Hitler viene assunto come comico ed ottiene un enorme successo, ma lo ottiene perché, sebbene lui si prenda tremendamente sul serio, non lo fa nessun altro. Anche Mimmo Calò si prende sul serio, ma nel romanzo “Appalermo Appalermo” non c’è nessuno a ridere delle sue assurde convinzioni.
      Vermes, secondo me, critica proprio la tendenza contemporanea a derubricare ogni cosa come “ironia”, a rispondere sempre e comunque con una risata, sottovalutando le conseguenze che un certo tipo di messaggi possono avere. Quante volte ad una critica, soprattutto quando si parla di sessismo, ci sentiamo rispondere “E fattela una risata”?

    • Un'altra Laura ha detto:

      Premesso che nemmeno io ho letto il romanzo. Però un autore bravo riesce a scrivere un romanzo col punto di vista interiorizzato di un personaggio fortemente negativo, lo spiega, senza per questo regalare alcun tipo di assoluzione. L’esempio migliore che mi viene in mente è Il Cimitero di Praga, di Eco. Ho amato quel libro proprio per come ha reso il protagonista, ma mai il lettore è spinto ad interiorizzare il mondo di (dis)valori di Simone Simonini.
      Poi certo, si tratterebbe di capire se Loforti creda in quello che scrive, o se semplicemente non sia bravo come Eco. Ma il maschilismo di cui è intrisa la nostra società è evidente nelle recensioni, indipendentemente dalla “innocenza” di Loforti.

      • Scrivere una cosa del genere, in un contesto come il nostro, ovvero smaccatamente maschilista, che genere di conseguenze dovrebbe avere, se non quella di rafforzare nell’italiano medio la convinzione che vivere in un contesto nel quale i ruoli di genere sono fissi e stereotipati è cosa buona è giusta? Forse l’autore non è tenuto a porsi il problema del modo in cui la sua opera sarà recepita dal pubblico, perché il lettore ha un ruolo attivo nella costruzione del significato di un’opera che indubbiamente cambia al cambiare delle generazioni di lettori, però quando trovo scritto nella quarta di copertina “Calò è cinico e svogliato, cafone e filosofo. Rompe il ghiaccio col politically scorrect per poi sedurti con i principi saldi: la famiglia, l’amicizia, la fedeltà” non posso non arrabbiarmi con l’autore! Non posso proprio farne a meno 🙂

      • La verità è che io non mi trovo a mio agio con un’idea di letteratura che non giudica, che scorre al di là o al di qua del bene e del male, una letteratura insomma totalmente svincolata dall’etica, disinteressata e libera da qualsiasi condizionamento che non sia di ordine meramente estetico.
        Anche perché, che ci piaccia o meno, la letteratura avrà una concreta influenza nella vita morale dei lettori, influenzerà in qualche modo la loro concezione di giusto e sbagliato, anche se non era quella l’intenzione dell’autore. Pertanto, io credo (ma è la mia modestissima opinione), che il problema non possa essere ignorato.

      • Io credo che quell’arte che pretende prescindere da qualsivoglia giudizio morale, debba porsi il problema che rischia di rendersi complice delle ingiustizie sociale e della violenza che abitano la realtà dalla quale trae ispirazione, se come parametro ha solo il suo desiderio di produrre un’opera “bella”, perché i fruitori del suo lavoro non si limiteranno a godere di quel particolare tipo di piacere che proviamo di fronte alla bellezza dell’arte…
        E con questo non sto dicendo che quest’opera è pregevole dal punto di vista estetico 🙂 Sto solo facendo delle considerazioni generali.

      • Paolo ha detto:

        Riccio, abbiamo due concezioni della letteratura (e dell’arte) completamente diverse. Tu pensi che la letteratura (e anche cinema e fumetti, presumo) debba aiutare a fare del mondo “un posto migliore” io credo di no o che non sia tenuta a farlo e non sia giusto aspettarselo.
        E questo va al di là del romanzo in questione che non leggerò come ho detto, ma ragionando come te si potrebbe arrivare a condannare tutte le opere che hanno personaggi negativi ma inevitabilmente affascinanti da Il silenzio degli innocenti fino a telefilm tipo Dallas (dove il cinico, donnaiolo e spregiudicato J.R. Ewing è finito col risultare molto più accattivante e seducente dell’onesto, integro e convinto monogamo fratello Bobby)

      • Creare un personaggio negativo non ha nulla a che spartire con quello di cui parlo. Non ho scritto nulla contro il creare personaggi negativi.

      • Paolo ha detto:

        io ho parlato di personaggi negativi dotati di particolare fascino (perchè sono fisicamente belli o perchè sono intelligenti o perchè pur nella loro negatività mostrano un “lato umano” o tutte e tre le cose), per me questa “fascinazione” che taluni personaggi negativi esercitano non è un problema, per te forse sì?

      • Paolo, io sono una grande fan dei cattivi, quelli con la C maiuscola. Tutti noi abbiamo un lato oscuro e perverso, come ben racconta Stevenson, e fare finta che non ci sia lo rende solo più cattivo e più perverso, come dimostra la società vittoriana, che sotto una patina di esagerato perbenismo celava turpitudini che farebbero arrossire molti “trasgressivi” contemporanei. Io non ho mai detto che la letteratura dovrebbe essere innanzi tutto edificante, né che i protagonisti dei romanzi dovrebbero essere tutti buoni fino alla nausea come Pollyanna (uno dei miei traumi infantili…) Ma che non mi piace quella letteratura che si mette a servizio di un sistema sociale ingiusto. Così come non apprezzo The White Man’s Burden, non apprezzo “Appalermo Appalermo” (e non li sto paragonando, sto cercando di farmi capire), perché se il poema di Kipling è il manifesto dell’uomo bianco occidentale che giustifica il colonialismo fingendosi magnanimo paladino della civiltà, Mimmo Calò cerca di venderci il maschilismo come la schiettezza del bravo e virile maschio italico. E Kipling è un Nobel per la letteratura.

      • Paolo ha detto:

        capisco. Allora evita i noir di Mickey Spillane. E a questo punto mi sento di chiederti se secondo te Shakespeare in Otello romanticizzi il femminicidio dipingendo il povero Otello come principale “vittima” delle crudeli macchinazioni di Iago. e tralascio le possibili (ma secondo me non pertinenti) accuse di “razzismo” nel mostrare un nero di nobili sentimenti ma tragicamente credulone che si fa ingannare da un bianco manipolatore, cattivo ma notevolmente più astuto (e contorto) di lui (tra i cattivi che mi affascinano metto anche Iago, non ti nascondo che simpatizzavo per lui come simpatizzo per le astute, spietate, bellissime dark ladies dei noir)

      • Paolo, Shakespeare, che è nato nella seconda metà del ‘500, tratta i suoi personaggi femminili meglio di quanto non li tratti Loforti, che è del 1987. Non possiamo prescindere dal momento storico, dai!

      • Paolo ha detto:

        Su questo la pensiamo allo stesso modo (anche se non ho letto Loforti e non lo leggerò)

      • Spillane è del 1918. Secondo me questo ha la sua importanza… (e comunque hai ragione, non è il mio genere, non lo leggo)

      • Paolo ha detto:

        certamente il maschilismo (così come il razzismo e l’omofobia) di un uomo nato nel 1987 è immensamente meno “comprensibile” e più grave di quello di un uomo nato cento anni fa. E’ solo che quando ho pensato a un altro scrittore i cui contenuti ti avrebbero fatto storcere il naso mi è subito venuto in mente lui (poi magari sbaglio, a me il noir iper-violento e “macho” di Spillane non dispiace troppo, così come apprezzo noir più “riflessivi” ma è ovvio che va inquadrato storicamente e poi io leggo di tutto, da Spillane a Danielle Steel come sai).
        Ormai siamo off topic, chiedo scusa ma gli scrittori che ho citato sono tutti più interessanti del Loforti

      • Paolo ha detto:

        comunque è una discussione totalmente svincolata dal romanzo in questione poichè sembra che questo Calò non sia negativo nelle intenzioni di questo discutibile scrittore

      • Un'altra Laura ha detto:

        @riccio Sì, ma non si può nemmeno cadere dall’altro lato, dalle ossessioni Manzoniane sullo scrivere un romanzo etico e Cristiano. (Scusa, sono di fretta, magari più tardi elaboro meglio. Grazie comunque, per i continui interessanti spunti di riflessione che proponi!)

      • Teniamo ben presente, però, che “etica” e “cristianità” sono tutt’altro che sinonimi.

      • Comunque, per farti capire cosa intendo, ti rimando alle riflessioni di Burgess sul suo romanzo “Arancia meccanica” che mi avevano colpito in tal senso: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/02/12/misoginia-nel-web-sgarbi-e-i-drughi/
        Egli si crucciava del modo in cui il suo messaggio era stato, secondo lui, travisato, e scrive “l’equivoco mi perseguiterà fino alla morte”. Ecco è a questo genere di senso di responsabilità che penso, a quegli scrittori e artisti che si pongono il problema del modo in cui il loro lavoro può influire sul contesto culturale nel quale vivono, avendo un effetto concreto sulla concezione del mondo della gente e quindi sulla loro vita.

      • Paolo ha detto:

        Non può darsi che Burgess si sia fatto un po’ troppi scrupoli? L’autore di House of cards ha creato Frank Underwood, uomo politico anche lui cinico, spregiudicato, pronto a ogni bassezza morale pur di arrivare al potere e sua moglie Claire non è da meno quanto ad amoralità e ad ambizione personale ( le fonti di ispirazione sono chiaramente Shakespiriane: Macbeth, Riccardo III) e sono personaggi credibili e affascinanti (come risultano affasinanti molti grandi criminali dell’immaginario e anche della realtà, a volte). Pensi che sia sbagliato?Io no. Temo che negli anni ’60 te la saresti presa pure con Diabolik.

      • Un'altra Laura ha detto:

        @Riccio: perfettamente d’accordo. Io. Manzoni no. Ma il punto non è questo, è che un autore che è ossessionato dall’idea di star scrivendo una cosa “sbagliata” dal punto di vista etico (qualunque sia il suo sistema di valori) rischia di bloccarsi, o di fare peggio, ovvero scrivere personaggi “perfetti” (Mary Sue, in gergo). Vedasi Lucia. Il comportamento umano tende a degli ideali etici, ma non sarà mai perfetto, e queste imperfezioni, e queste tensioni, nell’arte sono interessantissime. Ma se hai paura che poi dopo il tuo personaggio possa essere interpretato come portatore di idee o comportamenti che non condividi, non se ne esce. Poi, a spizzichi do ragione anche a Paolo: esiste anche la rappresentazione della realtà, che è anch’essa molto interessante. La rappresentazione di Simonini e dei suoi ideali è favolosa, è credibile. Ma è chiaro che il mondo di ideali di Simonini non è quello di Eco.

      • Ecco appunto. .. come per me invece è chiaro, dopo aver letto il libro, che Calò e Loforti condividono il medesimo sistema valoriale. ..mi sbaglio? Può essere.

    • Un'altra Laura ha detto:

      Questo non lo so perché non ho letto il libro, ma mi fido. Mi piace però mantenere il dubbio se effettivamente l’autore condivide quel sistema di valori, o, più semplicemente, non è così bravo. Comunque (e qui c’è il pensiero più complesso che non posso elaborare ora), in ogni caso, fa danno.
      Se vivi in una società maschilista, e scrivi un libro ambientato in questa società in cui il protagonista è maschilista, ma viene percepito per questo come “alternativo” e “politically scorrect” e poi fai capire che in fondo aveva ragione lui, stai compiacendo chi nella suddetta società maschilista ci sguazza. Uno potrebbe benissimo descrivere un libro su un maschilista, anche dal suo punto di vista, ma uno scrittore (non maschilista) dovrebbe essere in grado di far distinguere la realtà percepita dal suo protagonista e la realtà “vera”, come, appunto, ne “Il cimitero di Praga”. Oltretutto, fare questo esercizio di stile in un romanzo ambientato al presente, e non in un passato “digerito” è ancora più rischioso e difficile

      • illibrodiahania ha detto:

        Beh, forse può essere utile a togliere qualche dubbio un documento sul modo di considerare le donne da parte di Loforti (purtroppo non solo): https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=837592103030845&id=401947023262024

      • “in mezzo alle femmine di lusso, ci sono pure persone fantastiche”: nota come “femmine” si contrappone a “persone”…

      • Paolo ha detto:

        e allora le accuse di maschilismo se le merita

      • illibrodiahania ha detto:

        Ho notato, sì!

      • illibrodiahania ha detto:

        – Giornalista: “Una madre tirchia e lagnusa – cioè pigra -, prostitute idealizzate nell’adolescenza, una moglie della cui presenza ci si accorge troppo tardi. Che ruolo hanno le donne nella vita di Mimmo Calò?”

        – Loforti: “Più che un ruolo, forse, essendo emotivamente territoriali (come molte donne del sud), occupano un posto in divieto di sosta. Ma per Mimmo, liberarsene è impossibile. Preferisce recitare il ruolo di quello che continua a suonare il clacson all’impazzata (per il gusto di lamentarsi), senza mai chiamare il carro attrezzi”.

        Fonte: http://leisi.it/una-commedia-palermitana-finalista-al-premio-calvino/

      • Il valori che resistono… il maschilismo è uno di quelli che sembrano non avere data di scadenza.

      • Un'altra Laura ha detto:

        Femmine di lusso, come fossero auto di lusso! E infatti mica sono persone. E cosa le rende di lusso? La scopabilità, e infatti sono metomicamente definite “fregne”. Io ci ho provato, ma questo è proprio un maschilista di merda (TM). E ha pure il coraggio di definirsi rivoluzionario…

      • Paolo ha detto:

        bè anch’io penso che questo scrittore non sia proprio un femminista e a sto punto alcuni “sospetti” di maschilismo su di lui diventano qualcosa di più e sono ancora più deciso a NON leggerlo. Comunque se una scrittrice (o qualunque altra donna) scrivesse sulla sua bacheca facebook: “in questa città ho visto un bel po’ di bei figoni che mi sarei volentieri scopata” lo troverei non elegante ma legittimo

  4. IDA ha detto:

    Il cinismo e il “politically s-correct”,sono di moda, parlare per luoghi comuni delle donne fa figo. Mi sembra di capire che siamo sul solito piangersi a dosso e autocompiacersi.
    La recensione, parla anche di umorismo, e questo è un alibi – l’umorismo intendo.- Perché molti pensano erroneamente, che avere carattere voglia dire essere stronzi, ma non hanno il coraggio di metterci la faccia. Allora ti dicono che scherzavano, che facevano ironia o appunto umorismo.
    Achille Campanile, che di umorismo se ne intendeva, diceva che l’umorista è colui che vede il ridicolo nei luoghi comuni. A dire il vero dava anche un’altra definizione di umorismo, ovvero; una vendetta con spirito. Per citare uno dei classici di Campanile che spiega bene cos’è l’umorismo: Un uomo rientra a casa prima del previsto e trova la moglie a letto con l’amante.- “Ah, infame, dunque non mentiva la lettera anonima, da me ricevuta un’ora fa: tu hai un amante!” La moglie risponde: “E tu stai ha credere alle lettere anonime? Andiamo!”
    Nei passi che hai citato non mi sembra di intravvedere nessuna traccia di umorismo, nemmeno per errore.

  5. paolam ha detto:

    Cara Ricciocorno, di tutto quello che ci hai detto a proposito de ‘sto scemo che ha scritto ‘sto libro mi ricordo solo che ha 29 anni. Possibile che a quell’età si possa essere così vecchi decrepiti e così rimbambiti? Forse sì. E ciò mi intristisce. Solidarietà col tuo babbo siculo, che è arrivato a pagina 73, si vede proprio che ti vuole bene 🙂

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