To girls everywhere, I am with you

‘Maybe they were conscious when you asked them if they wanted tea, and they said “yes”. But in the time it took you to boil the kettle, brew the tea and add the milk they are now unconscious … Don’t make them drink the tea. They said ‘yes’ then, sure, but unconscious people don’t want tea.’

Forse erano coscienti quando hai chiesto loro se volevano del tè e ti hanno risposto di si. Ma nel tempo che tu hai impiegato per mettere il bollitore sul fuoco, lasciare il tè in infusione e poi aggiungere il latte, hanno perso conoscenza… Non costringerle a bere del tè. Avevano detto si, prima, ma le persone prive di conoscenza di certo non vogliono il tè.

 

La vicenda: due studenti Ph.D. svedesi stavano raggiungendo in bicicletta una festa universitaria nel campus di Stanfonrd, USA, quando hanno scorto dietro un cassonetto qualcosa che li ha indotti a fermarsi.

“We saw that she was not moving, while he was moving a lot,” Arndt said in Swedish. “So we stopped and thought, ‘This is very strange.’”

Un ragazzo si “muoveva parecchio” sopra il corpo inerte di una ragazza. I due studenti sono scesi dalle bici e si sono avvicinati, il ragazzo si è alzato, ma lei è rimasta immobile sul terreno.

“When he got up we saw that she still wasn’t moving at all, so we walked up and asked something like, ‘What are you doing?’”

Carl-Fredrik Arndt e Peter Jonsson, i due studenti svedesi, sono stati i testimoni chiave al processo per stupro contro Brock Turner, il ragazzo che stava “aggressively thrusting his hips into her.” Hanno raccontato che Turner ha cercato di scappare, dopo il loro intervento, mentre la ragazza giaceva ancora a terra “perfectly still”, tanto che Arndt si è chinato per assicurarsi che fosse ancora viva.

Pare che uno dei due studenti svedesi abbia pianto, quella sera, nel guardare come era ridotto quel corpo esanime riverso dietro un cassonetto dell’immondizia.

(“When the policeman arrived and interviewed the evil Swede who tackled you, he was crying so hard he couldn’t speak because of what he’d seen.”)

Credo che non vi sia immagine più emblematica di quella che si è presentata quella sera ai due studenti, per spiegare che cosa si intende quando si parla di “oggettificazione” e di una cultura che riduce la donna ad oggetto sessuale: l’immagine di un uomo che si agita sopra un corpo senza vita.

La condanna a soli sei mesi per Brock Turner ha fatto scalpore in America, soprattutto dopo che il 4 giugno Michele Dauber, una docente di Stanford, ha pubblicato su Twitter la lettera di Dan Turner, il padre di Brock, nella quale leggiamo che definire il suo figliolo un sex offender, uno stupratore, è “un prezzo troppo alto da pagare, per soli 20 minuti di azione“.

Una lettera che ha scosso le coscienze di molti, perché non c’è un solo accenno alla vittima di quei “20 minuti di azione”, non una parola su quella donna inerme, priva di sensi, contro la quale Brock aggressivamente premeva i suoi fianchi, procurandole lesioni interne ed esterne (come risulta dagli atti del processo), senza preoccuparsi minimamente del fatto che fosse viva o morta.

Non una sola parola sul fatto che nel corso del processo Brock non solo abbia sostenuto che lei era consenziente, ma che le era addirittura piaciuto, aggiungendo alla violenza fisica una violenza più sottile, ma non per questo meno devastante.

Ma c’è un’altra lettera che andrebbe assolutamente letta, la lettera che la ragazza violentata dietro un cassonetto dell’immondizia mentre era in stato di incoscienza ha scritto al suo stupratore e ha letto a voce alta davanti a lui il giorno in cui è stata pronunciata la sentenza.

Dovreste veramente leggerla tutta, dall’inizio alla fine. Ma io ve ne traduco qualche passo, quelli nei quali lei idealmente risponde al padre di Brock Turner, che si lamenta perché la vita del suo figliolo è stata “deeply altered forever” a causa degli eventi di quella notte.

Scrive, la donna:

Infine hai detto, ‘voglio mostrare alla gente che una notte passata a bere può rovinare una vita.

Una vita, una sola vita, la tua, ti sei dimenticato di me.

Permettimi di riformulare per te: voglio mostrare alla gente che una notte passata bere può rovinare due vite. La mia e la tua. Tu sei la causa, io sono l’effetto. Tu mi hai trascinato in questo inferno con te, a rivivere di nuovo quella notte, ancora e ancora. Hai distrutto entrambe le nostre vite, sono crollata come sei crollato tu. Se pensi che sono stata risparmiata, che ne sono uscita indenne, che oggi posso cavalcare verso il tramonto, mentre tu rimani qui a soffrire, ti sbagli. Nessuno vince. Siamo stati tutti devastati, nel tentativo di trovare un senso a tutto questo dolore. Il danno a te è concreto, ti senti spogliato dei tuoi titoli, del tuo rango, del tuo percorso universitario. Il danno a me è interno, invisibile, lo porto con me. Ti sei portato via l’idea che io avessi un valore, la mia privacy, la mia energia, il mio tempo, la mia sicurezza, la mia intimità, la mia fiducia, la mia voce, fino ad oggi.

Una cosa che abbiamo in comune è che siamo stati entrambi incapaci di alzarci la mattina. Io non sono estranea alla sofferenza. Mi hai reso una vittima. Sui giornali il mio nome era “donna intossicata e incosciente”, dieci sillabe, e niente di più. Per un po’, ho creduto che quello fosse tutto ciò che era rimasto di me. Ho dovuto sforzarmi di imparare di nuovo il mio vero nome, ho dovuto riconquistare la mia identità. Ho dovuto reimparare che quello non è tutto ciò che sono. Che non sono solo una vittima ubriaca ritrovata dietro un cassonetto ad una festa di una confraternita, mentre tu sei il nuotatore tutto americano che frequenta una grande università, innocente fino a prova contraria, che ha così tanto da perdere. Io sono un essere umano che è stato irreversibilmente ferito, la mia vita è stata messa in pausa per oltre un anno, in attesa di capire se valevo ancora qualcosa.

Che la donna senta il bisogno di declamare, alla fine del processo, “Io sono un essere umano” ci dice che quel processo non è servito a nulla; come dimostrano chiaramente le parole del padre e quelle di Brock stesso, né lo stupratore né la sua famiglia hanno preso coscienza del fatto che quel corpo indifeso che pretendono di animare, come fosse una marionetta, mettendole in bocca la loro voce (era consenziente, le è piaciuto), è una persona. Per loro non è un essere umano, probabilmente non lo sarà mai, è solo un guscio vuoto, come lo era quella notte, un guscio vuoto da abbandonare dietro un cassonetto dell’immondizia.

You took away my worth“, gli dice lei, “I had to force myself to relearn my real name, my identity. To relearn that this is not all that I am.”

Quello che Brock Turner le ha strappato via, quella notte, è l’intima convinzione di essere una persona, costringendola a guardarsi con gli occhi di lui, a vedersi come un corpo senz’anima, sul quale è possibile rivendicare il diritto di fare ciò che si vuole per poi gettarlo via, insinuandole il dubbio di non avere un nome, un’identità, una voce propria, di non averli mai avuti.

Più avanti nel testo gli rimprovera “Non mi puoi restituire la vita che avevo prima di quella notte.

Nonostante l’opprimente sensazione di essersi persa per sempre, nella lettera lei ci racconta della battaglia che sta ingaggiando con se stessa per riprendersi la sua umanità, una battaglia nella quale si è sentita disperatamente sola (“You bought me a ticket to a planet where I lived by myself”, mi hai comprato un biglietto per un pianeta nel quale sono rimasta completamente sola, scrive ad certo punto), e ci lascia con un messaggio di speranza:

“And finally, to girls everywhere, I am with you. On nights when you feel alone, I am with you. When people doubt you or dismiss you, I am with you. I fought everyday for you. So never stop fighting, I believe you. As the author Anne Lamott once wrote, “Lighthouses don’t go running all over an island looking for boats to save; they just stand there shining.” Although I can’t save every boat, I hope that by speaking today, you absorbed a small amount of light, a small knowing that you can’t be silenced, a small satisfaction that justice was served, a small assurance that we are getting somewhere, and a big, big knowing that you are important, unquestionably, you are untouchable, you are beautiful, you are to be valued, respected, undeniably, every minute of every day, you are powerful and nobody can take that away from you. To girls everywhere, I am with you. Thank you.”

E, infine, alle ragazze in tutto il mondo, io sono con voi. Quando nella notte vi sentite sole, io sono con voi. Quando la gente non vi crede o si allontana, io sono con voi. Ho combattuto tutti i giorni per voi. Quindi, non smettere mai di combattere, io vi credo. Come l’autrice Anne Lamott ha scritto una volta, “I fari non se ne vanno in giro per tutta l’isola alla ricerca di imbarcazioni da salvare. Stanno lì e risplendono.” Anche se non posso salvare ogni singola barca, spero che parlando oggi, io vi abbia permesso di assorbire una piccola quantità di luce, un briciolo di consapevolezza che non possiamo essere messe a tacere, una piccola soddisfazione, giustizia è stata fatta, una piccola certezza, che stiamo andando nella direzione giusta, e un grande, grande messaggio: che siete importanti, non c’è dubbio, che siete intoccabili, e belle, che avete un valore, che avete diritto ad essere rispettate e questo diritto non deve esservi negato, ogni minuto di ogni giorno, che siete forti e che nessuno può portarvi via tutto questo. Per le ragazze di tutto il mondo, io sono con voi. Grazie.

sorellanza

Aggiornamento: il Post ha tradotto la lettera per intero.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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2 risposte a To girls everywhere, I am with you

  1. IDA ha detto:

    Spesso se non sempre, quando si parla di stupro, i giudici sono più preoccupati della reputazione dell’imputato, di quella della vittima. Come in questo caso. Grazie ai testimoni non poteva, certamente assolverlo, ma è stato attento a non darli più di 6 mesi, così rimarrà incensurato e non sarà inscritto, nei registri dei reati sessuali, che non ricordo come si chiama. Lo so che il padre ne parla, 20 minuti la vita rovinata per vent’anni. Ma non è così, per essere iscritti, bisogna aver ricevuto una pena superiore a 6 mesi. E il giudice, è stato attento e lo ha dichiarato”che una condanna maggiore avrebbe avuto un forte impatto sulla vita del ragazzo”.
    L’impatto che avrà questa storia sulla vita della ragazza se ne sbattono tutti.
    Dimenticandosi sempre che nello stupro il reato lo commette lo stupratore e non la vittima. Però si cerca sempre la responsabilità della vittima. Il padre del ragazzo, non solo ha scritto quella lettera agghiacciante, ma ha anche ingaggiato avvocati e investigatori per indagare sulla vita di lei e della sua famiglia. Evidentemente non hanno trovato nulla di rilevante ai fini processuali. Perchè la vita sessuale della vittima precedente allo stupro, fatti vecchi anche di venti anni, diventano determinanti per deresponsabilizzare lo stupratore. Secondo questa logica lo stupro, quindi il reato, è più o meno grave a secondo il comportamento sessuale della vittima dal momento che è nata all’attimo precedente lo stupro. Da considerare che certamente è nata nuda e già questo è un’attenuante per lo stupratore.
    Altra perla, l’orgasmometro. Quanto le è piaciuto, diceva no, ma sotto, sotto.. anche questo è un classico. Sembra che alcuni uomini, siano capaci di dare un’orgasmo ad una donna solo se la stuprato e altri ci dicono che va oltre l’umano.
    Sarà che invecchio, ma di queste storie ne ho già sentite talmente tante che non mi stupiscono più, non mi scandalizzano più, ma continuano ad indignarmi, tanto che in certi momenti, vorrei essere Rambo, con in mitra in mano e la cartucciera sulle spalle e sparare un po anche a casaccio.. ma poi mi sfogo con le parole, come ho fatto qui.
    https://bccida.wordpress.com/2016/06/08/monologo-cultura-dello-stupro/

  2. Nemi ha detto:

    una tristezza devastante.

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