Letture

 

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Ieri ho letto sul Corriere che la giudice Paola Di Nicola ha stabilito che uno dei clienti delle minorenni coinvolte in giro di prostituzione ai Parioli è stato condannato ad acquistare trenta libri e due dvd su «la storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile e gli studi di genere» alla vittima 15enne, in luogo del risarcimento richiesto per danni morali.

Cita dall’articolo:

In attesa delle motivazioni della sentenza, il dispositivo lascia intuire che la giudice privilegi una nozione di risarcimento che aiuti la ragazza a comprendere come il vero «danno» consista nell’essere stata lesa nella sua dignità di donna, e prima ancora nella sua percezione svilita di adolescente, da recuperare attraverso un bagno di memoria nel pensiero femminile e nelle battaglie delle donne.

Queste riflessioni si collegano, immagino, alla descrizione delle vittime fornita precedentemente dal giudice Costantino De Robbio (citata sempre dall’articolo):

ragazzine (…) «lasciatesi coinvolgere nel meretricio senza alcuna remora, avendo di mira solo la prospettiva di guadagni facili con una evidente incapacità di rendersi conto di quanto stavano compiendo», in un «micidiale incrocio di vulnerabilità ed assenza di valori».

Mi soffermo un attimo sull’aggettivo “micidiale”, che mi colpisce come una stilettata. Micidiale, derivato da “omicidiale”, ovvero “che arreca la morte, che ha effetti mortali”, in senso lato indica qualcosa di molto, molto nocivo.

E’ lecito domandarsi in che modo due minorenni “lasciatesi coinvolgere dal meretricio” sarebbero “micidiali”? Chi sarebbe la vittima di questo «micidiale incrocio di vulnerabilità ed assenza di valori»? Perché se le definisco estremamente dannose, sto affermando – pur senza affermarlo esplicitamente – che esistono dei soggetti che potrebbero essere da loro gravemente danneggiati.

Le possibili risposte a questa domanda, ovvvero chi sono i soggetti danneggiati dal “micidiale incrocio”, sono due.

La prima, ahimé, la troviamo in molte delle narrazioni che riguardano la prostituzione minorile: le vittime sono i loro clienti, dipinti come adulti privi di strumenti atti a difendersi da avide messaline in miniatura, prive di “valori”, che li inguaiano allo scopo di ottenere “guadagni facili”.

La seconda possibile risposta è che le ragazzine siano allo stesso tempo vittime e carnefici di se stesse.

In Italia, quando si parla di prostituzione minorile (l’art. 600 bis c.p. recita “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di un corrispettivo in denaro o altra utilità, anche solo promessi, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 1.500 a euro 6.000″), ci si concentra prevalentemente sulla parola “prostituzione” e poco su “minorile”.

L’articolo 600 bis, infatti, specifica “salvo che il fatto non costituisca più grave reato”: il reato più grave in relazione alla fattispecie è la violenza sessuale, art. 609 bis c.p.: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali.”

La differenza fra i due articoli è evidente anche per chi non ha mai studiato legge: il primo caso, quello descritto nell’articolo 600 bis c.p., presuppone che gli atti sessuali non siano preceduti da “violenza o minaccia” e che l’imputato non abbia “abusato del suo potere” per costringere la vittima.

In parole povere: l’articolo 600 bis c.p. parla di minori di anni 18 consenzienti, ovvero non minacciati, non costretti, non violentati, non “indotti” in qualche modo, ma minori di anni 18 che si “lasciano coinvolgere” nel meretricio.

Come nel caso del tabaccaio che vende sigarette al minorenne, nel quale è irrilevante che il minorenne sia entrato con le sue gambe deciso ad acquistare un pacchetto o che qualcun altro lo abbia spinto nel negozio, il nostro ordinamento considera l’adulto che gliele vende colpevole di un reato e non il minorenne, così anche nel caso della prostituzione (che fra adulti reato non è, come non lo è comprare, vendere o fumare sigarette), così anche nel caso della prostituzione minorile è colpevole l’adulto che paga un minorenne per fare sesso, imputabile del reato ex art. 600 bis c.p. se il minorenne “si lascia coinvolgere” o del reato ex art. 609 bis c.p. se il minorenne recalcitante è costretto mediante violenza, minaccia o abuso di potere.

Rimarcare che le vittime minorenni del reato di “prostituzione minorile” si siano “lasciate coinvolgere”, pertanto, è ridondante da un punto di vista squisitamente giurisprudenziale, perché che lo siano è implicito nella formulazione della norma e in tutto l’impianto normativo che riguarda i minori di anni 18, che si ispira al principio espresso dalla nostra Costituzione, art. 31:

La Repubblica … Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo“.

Al minorenne, in quanto minorenne, è riconosciuta a priori un’intrinseca vulnerabilità (che è “la predisposizione ad essere attaccato e offeso”) che lo rende soggetto da proteggere, a differenza di un adulto che deve sempre essere (salvo casi particolari) considerato pienamente responsabile delle sue azioni. Se si vuole uccidere con le sigarette, dopo 18 anni nei quali ci siamo impegnati tutelare la sua salute, faccia pure: ormai dovrebbe aver capito a cosa va incontro (comunque, nel caso se ne fosse dimenticato, ci sono le foto sul pacchetto).

Questo, nella convinzione che non vi possa essere nulla di “micidiale” nella vulnerabilità, a meno di non voler lasciare intendere che “la predisposizione ad essere offesi” non costituisca una provocazione, ovvero un volontario invito a compiere qualcosa di lesivo ed offensivo.

Sebbene i discorsi intorno all’infanzia siano di solito infarciti di una retorica che lascia intendere che essa sia un qualcosa di estremamente prezioso nella nostra cultura, descrizioni come quella che leggo nel Corriere ci danno la misura di quanto siamo ancora lontani dal percepire la tutela del difficile viaggio verso l’età adulta di un essere umano come una responsabilità collettiva.

Così, quando dobbiamo giudicare la responsabilità dell’adulto, colpevole di aver compiuto atti che il nostro ordinamento ha stabilito siano lesivi dell’integrità fisica, psicologica e morale di soggetti minorenni, siamo disposti a tirar fuori l’immagine della “creatura astuta, un essere dominato da impulsi malvagi” (come scrive Alice Miller ne “La persecuzione del bambino”), un individuo “micidiale” capace di tenere in scacco gli adulti nonostante le apparenze, allo scopo di liberarci tutti – non solo il reo – dell’onere gravoso di tutela della gioventù.

In questo caso – le minorenni del Parioli – abbiamo un adulto riconosciuto colpevole aver compiuto atti sessuali con una minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di un corrispettivo in denaro o altra utilità, ovvero un adulto che ha già mancato al suo dovere di tutela della persona minorenne, violando una di quelle norme che rientrano negli “istituti” volti alla protezione della gioventù, che viene chiamato dal Tribunale ad acquistare dei libri per la vittima del reato da lui commesso.

Invece di risarcire la vittima per il danno al suo sviluppo psico-sessuale, provocato con la futile motivazione di procurarsi piacere (un atto di per sé meramente simbolico, quello del risarcimento in denaro, perché è chiaro che non vi è mai modo di quantificare il “danno morale” derivante da un atto criminoso, trattandosi di lesioni invisibili, a differenza di quelle che si possono esaminare su di un corpo materiale, né vi è modo di assicurarsi che quel risarcimento ripari in qualche modo il danno provocato),  invece di essere il destinatario di quella “funzione rieducativa della pena” sancita dall’art. 27 della nostra Costituzione (“le pene… devono tendere alla rieducazione del condannato”), il reo diventa educatore, colui che consegna alla vittima degli strumenti atti a migliorarsi per mezzo della conoscenza.

Non so come la vedete voi, ma io lo trovo umiliante per la vittima, prima vilipesa dal reato e poi rimproverata dal Tribunale, che esplicitamente la invita a rimediare a quelle deficienze culturali che l’avrebbero condotta a lasciare che venisse lesa “la sua dignità di donna“.

Dignità di donna“, poi… Cos’è? La dignità delle donne è diversa dalla dignità degli uomini?

Le deficienze culturali, invece, non vengono rimproverate all’adulto, il quale è libero di rimanere nell’ignoranza e, una volta scontata una pena che evidentemente non si propone di insegnargli nulla in più di ciò che sa già (ovvero che comunque anche quelle ragazzine hanno un po’ di responsabilità per ciò che è successo, in evidente contraddizione con la norma e con i principi che la sottendono), può tornare tranquillamente a fare quello che faceva prima, magari stando più attento a non farsi beccare, magari ancora più convinto di essere rimasto vittima di un sistema ingiusto che si ostina a non voler rinchiudere quelle messaline micidiali prive di valori.

Ad essere educativo, di per sé, è già l’atto del condannare, lo è per tutti noi: quando un Giudice condanna un individuo per un comportamento, non si limita a comminare una punizione, ma ribadisce di fronte a tutta la comunità che quel comportamento non è accettabile.

E se un Giudice questo non lo ha ancora compreso, credo sia la persona meno indicata ad impartire una qualsiasi lezione a quella ragazzina come a tutti i giovani di questo paese, il cui sviluppo è già pesantemente compromesso da uno Stato che dovrebbe pensare a ben altri strumenti per diffondere fra i ragazzi «la storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile e gli studi di genere», tutti i ragazzi, maschi e femmine, non solo fra quelle ragazze che vengono scoperte a fare qualcosa che possa danneggiare la loro “dignità di donna“.

La storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile, gli studi di genere, non sono “roba da donne”, non sono uno scudo protettivo per quelle ragazze “micidialmente vulnerabili” che non hanno imparato a relazionarsi con maschi indifferenti alle lesioni che il loro comportamento può provocare quando si tratta di usufruire di un corpo femminile per il proprio godimento, ma sono patrimonio dell’umanità tutta.

Perché le donne sono esseri umani, e in quanto tali titolari della medesima dignità che viene riconosciuta agli uomini.

 

Sullo stesso argomento:

Libri e risarcimento morale. Cosa non va nella sentenza del caso del cliente dei Parioli

Per approfondire:

Il consenso e l’età

 

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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27 risposte a Letture

  1. Anarkikka ha detto:

    Grazie, preziosissimo.

  2. Morgaine le Fée ha detto:

    Credevo che fosse il cliente ad aver bisogno di molte letture salutari…

  3. Emanuele Di Felice ha detto:

    “Perché le donne sono esseri umani”
    Vero, per questo dove la vita umana non vale nulla ci sono principalmente gli uomini.

    “e in quanto tali titolari della medesima dignità che viene riconosciuta agli uomini.”
    Ma se sono gli uomini che devono cambiare è proprio perché non sono degni di essere quello che sono !. Degli uomini se ne parla male o non se ne parla per niente.

    “La storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile, gli studi di genere…sono patrimonio dell’umanità tutta.”
    Mi sfugge la storia, il pensiero, la letteratura etc. maschili patrimonio dell’umanità.
    La storia, il pensiero, etc. che parlano della dignità maschile, delle sofferenze maschili, del bene fatto dagli uomini e della violenza ( morale) che subiscono dalle donne.

    “La storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile, gli studi di genere, non sono “roba da donne”,
    Invece dovrebbero essere “roba da uomini”, per rieducarli ai gusti e agli interessi femminili.
    Si rieducano i padroni non le schiave. Dove vive la giudice?.

  4. Libero ha detto:

    che peccato, hai criticato una tua collega di genere. La dottoressa Di Nicola,
    campionessa delle lotte di genere in magistratura. Autrice di grandi battaglie dentro
    la sua categoria per riconoscere quanti più diritti possibile alle donne magistrato (
    o magistrate?) . Autrice di un
    libro in cui orgogliosamente si definisce “LA giudice” per distinguersi dai suoi colleghi maschietti.
    Insomma….mettetevi d’accordo.
    Ma è una di voi ! E ci dite che è la persona “meno indicata” ?
    Ma come, una femminista in toga e voi la svilite così…chissà come è dispiaciuta.
    Parlatevi tra voi (scusa asterisco) tutt* e mettetevi d’accordo.
    http://www.ingenere.it/news/prima-persona-contro-la-violenza-paola-di-nicola
    🙂

  5. men ha detto:

    riccio sai qual’ è la cosa più comica di tutta la vicenda? che la baby squillo quei libri non li guarderà neanche di striscio forse se li rivenderà per comprarsi un rossetto o uno smalto o un vestito…secondo me non vede l’ ora di levarsi dalle palle tutti sti educatori, psicologi, avvocati, giudici per ritornare a fare soldi facili nell’ unico modo che conosce.
    e poi basta con sta cosa della tratta della violenza della coercizione…fattene una ragione la stragrande maggioranza delle prostitute ha scelto liberamente la sua professione e molte si divertono anche…
    le donne sono tante e diverse tra loro con gusti, ambizioni e aspirazioni diverse per cui non puoi pensare che tutte le donne la pensino come te e si comportino come te d’ altra parte il femminismo rappresenterà si e no il 10% delle donne e penso che rappresenti lo 0,2 delle donne che fanno le escort.

    • Non ho parlato di tratta e di coercizione, ma dei rischi connessi al lavoro in sé, lavoro che è spesso descritto come “divertente”, ma sempre da uomini.

    • IDA ha detto:

      Il punto è un altro. Lei, la ragazza non ha commesso nessun reato. Lui al contrario si, perché si tratta di prostituzione minorile e questo non lo dicono le femministe, Riccio o io, ma il codice penale. Siamo in un tribunale si giudica i reati e non la moralità di una persona. Acquistare e studiare, la storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile e gli studi di genere, doveva essere lui, non lei. Perché è lui che ha commesso il reato non lei. È lui che è da biasimare e non lei. Quando si tratta della sessualità femminile i tribunali tendono a giudicare la moralità e non il reato. La violenza sessuale fino a venti anni fa era un reato contro la morale e non contro la persona. Un po’ per una mentalità borghese, un po’ per abitudine, come abbiamo visto in questo caso, anche i giudici, donne, sensibili a certe tematiche, animate da buone intenzioni, commettono certi errori.
      Poi chi te lo dice che lei non li leggerà, perché fa la prostituta? Quindi è frivola e stupida e cerca solo soldi facili? Ci sono prostitute laureate e di cultura, lo dico a te come alla giudice.
      Nel 1956 il Senatore Gaetano Pieraccini, cosi si esprimeva: “Non voglio assimilare la prostituta alla delinquente in maniera assoluta, ma è certo che le prostitute sono per lo più delle minorate intellettuali, o morali o nella volizione.” Volizione, esercizio della volontà mirato al conseguimento di un risultato, riguardo alla prostituzione, i soldi facili, i vestiti, la borsa il telefonino. Il termine volizione oggi è stato sostituito da libera scelta, sono felici del loro lavoro, esprime i desideri della donna, ecc…ecc… Gli altri soggetti che vanno a costituire la prostituzione, (cliente e pappone) sono vittime, ieri, come oggi, dell’ atto volitivo della prostituta. Anche quando, è l’unica che non commette reato, rimane l’unica ad essere biasimata.

      • A tale proposito, leggi Ida quanta tristezza in questo articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/24/la-baby-squillo-e-i-libri-della-riabilitazione/3054178/
        Una vero e proprio capovolgimento della prospettiva: ad essere riabilitata deve essere la vittima del reato, non chi quel reato lo ha compiuto. Ma chi era sotto processo? Le ragazzine o i clienti?
        L’articolo prima parla di “baby squillo”, in contrasto con quanto stabilito dall’ordine dei giornalisti: http://giulia.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=90386&typeb=0, poi di “Lolite che tiravano piste di coca”, e poi ci informa che sul banco degli imputati non c’erano solo degli uomini, ma anche i soldi: “Soldi, colpevoli alla sbarra, simbolicamente. Non meno degli avventori, padri, mariti, professionisti, con i loro blazer impeccabili, l’abito buono cucito dal sarto”, come se i soldi saltassero di mano in mano di loro spontanea volontà, come se ci fosse qualcosa di demoniaco nel denaro in sé. Surreale, veramente…
        Che “i libri restituiscono una coscienza” comincio ad avere seri dubbi. Perché se chi scrive articoli del genere li ha letti, quei libri, di sicuro non ne ha tratto un gran giovamento.

      • IDA ha detto:

        Chi ha scritto l’articolo è una scrittrice, quindi si presume che oltre a scriverli li legga. Riabilitano gli smarriti. perchè la pecorella smarrita è lei, non l’adulto che paga per andare a letto con una ragazzina.
        I soldi alle donne sono associati sempre in maniera negativa. Sono una cosa brutta. Gli uomini no, i soldi giustificano qualsiasi loro azione, Sono una cosa buona. Le donne egoiste e gli uomini altruisti, pensano sempre e solo alla famiglia, anche quando pagano per andare con le ragazzine.

      • IDA ha detto:

        “E’ grave che si affidi a lui un atto di rieducazione. Non c’è niente di più sbagliato. Stiamo giustificando l’abusante.” Si riconosce a lui, l’autorità morale di rieducarla- si autorizza l’autore di un abuso ad educare la sua vittima. è lei quella sbagliata e da educare, non lui, tanto che li si riconosce questa autorità. è terrificante tutto questo.

  6. Luca ha detto:

    Carissima autrice del blog, mi piacerebbe vedere in futuro un articolo sul seguente fatto:

    – Se una ragazza comune (quella che poi purtroppo si è suicidata) viene istigata a suicidarsi da degli amici che fanno circolare un filmino hard, la legge non fa quasi nulla (Questa infatti aveva speso migliaia di euro per cercare di arginare il problema).
    – Se una diva (Cristina Buccini) resta vittima di uno scandalo simile ecco che misteriosamente il video viene fatto sparire.

    In generale le dive della TV ispirano l’oggettificazione della donna proponendosi come oggetti di eccellenza, “donne” che però nei fatti sono trattate su due piani diversi visto che la legge non è uguale per tutti. Quando è la donna comune a oggettificarsi di sicuro non ha i guadagni delle dive ne la loro assistenza legale. Senza contare che molti “organi” si attivano solo per VIP e Onorevoli, lasciando noi comuni cittadini nella popò :).

    Vabbè poi sono sicuro che lei saprà sicuramente fare dei pensieri molto più profondi dei miei riguardo all’argomento, spero di esserle di ispirazione grazie ^^.

    • “La legge non è uguale per tutti” è un pensiero profondissimo 🙂

    • Paolo ha detto:

      per la verità il video riguardava lo sorella di Cristina Buccino (diva? Io prima di leggere sta storia manco sapevo chi fosse). E comunque le showgirl, le dive della tv eccetera non si oggettificano, fanno un lavoro rispettabile quanto il professore universitario. Finchè certi lavori nell’ambito dello spettacolo verranno visti come “oggettificanti”, “degradanti” e simili 8e solo quando sono svolti dalle done) lo stigma non finirà. Quando un giovane Arnold Schwarzenegger venne eletto Mister Universo nessuno disse che si “oggettificava” nonostante l’unico suo merito fosse il fisico (lo stesso fisico che gli ha dato quasi tutti i suoi ruoli cinematografici) e questa presunta oggettificazione (che per me non è oggettificazione ma per chi ragiona come Luca sì) non gli ha impedito di diventare governatore. Chissà se una ex Miss Universo ci sarebbe riuscita o non sarebbe tata stigmatizzata

      • Parli come se l’oggettificazione dipendesse da chi la denuncia. ..

      • Paolo ha detto:

        il punto è che le donne che esibiscono il corpo erotizzato o no, che lo fanno per lavoro o per diletto (o per entrambe le cose) che siano famose o non famose dovrebbero essere trattate come gli uomini che fanno la stessa cosa e purtroppo non è così: dove nella peggiore delle ipotesi un uomo viene bonariamente preso in giro (e nella migliore viene lodato: “che bello, che bonazzo”!) una donna viene insultata e offesa con gli epiteti che che conosciamo. questo deve cambiare

      • Paolo ha detto:

        Per me una spogliarellista non si oggettifica e non si degrada, svolge un lavoro rispettabile non solo quanto quello di uno spogliarellista uomo (che nessuno pensa che si stia oggettificando) ma rispettabile quanto quello di uno scienziato.

  7. Paolo ha detto:

    Ripeto: secondo il vostro ragionamento (non il mio) Arnold Schwarzenegger si è auto-oggettificato tutta la vita puntando tutto o quasi tutto sul fisico (ha anche assunto steroidi cosa che ha ammesso pentendosi) diventando ricco e famoso grazie al suo fisico e oggi è un rispettabile ex governatore della California, auspico che lo stesso accada a una donna

    • Vale ha detto:

      Sì, Arnold Schwarzenegger si è oggettificato. La differenza è che, essendo lui un uomo e non una donna, la società non lo considera uno scarto solo perché lo hanno visto in costume su una passerella. Una donna bella, invece, specie se punta sulla propria avvenenza, è in automatico considerata un’idiota, una che può fare successo nel mondo del lavoro o in politica perché ha concesso favori sessuali a qualche uomo di potere (che però rimane integerrimo anche se applica questo tipo di compravendite…)

      • Se gli studi ci dicono che nel tempo è cambiato il modo in cui si rappresenta il maschio nei media (ad esempio qui: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2016/01/12/ipersessualizzazione/) la differenza quantitativa rimane comunque importante. Le donne vengono ipersessualizzate e oggettificate molto, molto più spesso di quanto non lo siano i maschi e i numeri hanno la loro importanza nel determinare le conseguenze dell’oggettificazione.

      • Paolo ha detto:

        Arnold Schwarzenegger non si è “oggettificato”, (le modelle non si “oggettificano”, megan fox non “si oggettifica”) ha fatto le sue scelte professionali e aveva diritto di farle come ne ha diritto Megan Fox. Il problema è il giudizio negativo a cui sono sottoposte le donne che esibiscono il loro corpo ma ciò che è sbagliato è il giudizio negativo, non l’esibizione del corpo

      • Vale ha detto:

        Rileggi il mio commento e copia-incolla la parte in cui dico che Arnold, o chi per lui, ha fatto male a mettersi in mostra.
        E poi lamentati se diciamo che sei un analfabeta funzionale…

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