Trouble in the Family Court – prima parte

Una traduzione da Suffer the children, di Jess Hill, un’inchiesta giornalistica australiana  su violenza in famiglia e affidamento dei minori coinvolti.

Vista la lunghezza dell’articolo, lo pubblicherò a puntate.

Questa è la prima.

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Quando Erin ha visto le luci lampeggianti della polizia, ha capito che era finita. Ha fermato l’auto al lato della strada, e si è rivolta ai suoi due figli. “OK ragazzi, questo è quanto”, ha detto. “Abbiamo fatto del nostro meglio.”

La figlia adolescente si è fatta prendere dal panico. “Merda! Oh mio Dio!” ha gridato “Non posso fare questo. Non ci puoi lasciare!” Ha afferrato la bottiglia di Panadol che era nel vano portaoggetti, dicendo che voleva morire. “No!”, Ha detto Erin con fermezza. “Calma, calmiamoci ora.”

Mentre il poliziotto si avvicinava con un mandato, Erin è scesa dalla sua auto. Ha chiesto tempo per parlare con i suoi due figli, e ha promesso che lo avrebbe seguito fino alla stazione di polizia. Tornata in macchina, Erin ha cercato di mantenere la calma. “Mi dispiace avervi fatto passare tutto questo. Questa non è la vita che volevo per voi. Ricordatevi sempre quanto vi amo”.

“Che cosa sta per succederci?” Il figlio di 10 anni piangeva. “Non lo so”, ha risposto Erin. “Tu devi soltanto dire la verità.”

Quando la polizia li ha raggiunti, Erin era in fuga con i suoi figli da nove mesi. Ora doveva avrebbe dovuto affrontare una realtà che aveva evitato per anni.

Dalla nascita dei suoi figli, e dalla prima volta che lui le aveva puntato un coltello alla gola, Erin avevano cercato di gestire gli abusi del marito. Nel 2012, però, un avvertimento dal suo medico di famiglia l’aveva costretta a smettere di vivere nella negazione. Di fronte ai bambini urlanti, John aveva strangolato Erin fino a quando i suoi occhi non si erano rovesciati all’indietro. “Se non lo lascia”, le aveva detto il medico, “significa che è come lui”.

Erin lo ha lasciato e con i bambini è andata a vivere con i suoi genitori in un altro stato. Poco dopo, il Tribunale ha concesso a John regolare accesso ai suoi figli. Nell’anno successivo, Erin si è assunta la responsabilità di disobbedire agli ordini del Tribunale per i suoi figli, che erano terrorizzati dal padre. C’era una ulteriore complicazione: Erin aveva acconsentito che John stesse con i figli ogni 15 giorni – perché messa sotto pressione dal suo avvocato, lei racconta, che le aveva detto che se non avesse accettato il compromesso, John avrebbe ottenuto l’affido esclusivo.

Quando i bambini si sono rifiutati di vedere o addirittura di parlare con il padre, tuttavia, Erin aveva sentito di non aver altra scelta se non violare gli ordini. Quando John ha richiesto l’affido esclusivo, i bambini si sono rifiutati di essere esaminati nella stessa stanza con lui, e il loro consulente aveva scritto al tribunale, avvertendo che un tale incontro sarebbe stato troppo traumatizzante per loro. Ma quando hanno rappresentato le loro paure a un assistente sociale nominato dal tribunale, il cui compito era quello di valutare la famiglia, erano le motivazioni di Erin quelle sotto esame, e le sue competenze di genitore quelle criticate.

Nel 2014, due mesi prima dell’udienza per l’affidamento, il Tribunale ha improvvisamente emesso un provvedimento urgente con il quale John otteneva l’affido esclusivo. La polizia doveva fare in modo che il provvedimento fosse rispettato, ed ad entrambi i bambini era proibito avere contatti con la madre.

“Così siamo fuggiti”, racconta Erin. Dopo essere stati fermati in aeroporto mentre cercavano di lasciare il paese, Erin è sfuggita alle autorità, ha guidato con i bambini verso sud, ed è scomparsa. John si è rivolto ai media, chiedendo informazioni sui suoi bambini scomparsi. Ha detto che li amava molto, e non riusciva a capire il motivo per cui, dopo la loro separazione amichevole, la sua ex moglie era scomparsa con loro.

In arresto, Erin era seduta con i suoi figli nella stazione di polizia, e cercava di spiegare agli agenti perché erano fuggiti. Per caso, la figlia aveva appena finito di scrivere una lettera di protesta. Erin ha consegnato la lettera alla polizia e ha chiesto loro di leggerla.

“Il mio nome è […], e ho paura di mio padre”, iniziava così la lettera. “L’ho visto in preda alla rabbia lanciare mio fratello attraverso la stanza. Ha puntato un coltello alla gola di mia madre dicendole quanto facile sarebbe stato sgozzarla … e il tribunale mi ha dato a lui. Ho cercato di dire a tutte le persone coinvolte quanta paura mi fa, ma io sono troppo giovane per essere ascoltata … ”

In una registrazione della bambina che legge la lettera, la sua voce incerta diventa indignata “Quando sarò abbastanza grande? Voglio … pensare che da qualche parte nel cosmo c’è un luogo dove sono apprezzata e al sicuro. Non voglio essere il prossimo Luke Batty … Per favore, per favore aiutatemi.”

Quel pomeriggio, la polizia ha portato Erin e suoi figli in una città vicina, in modo che Erin finisse davanti a un magistrato per il reato di sequestro. Si sono detti addio, e poi i figli, sconvolti, sono stati portati via.

E’ stato all’inizio di quest’anno. Né Erin né nessuno di coloro che le è vicino ha il permesso di contattare i suoi figli. La prossima udienza non è lontana, ma quello che i legali dicono ad Erin è che, poiché è fuggita, non ha nessuna possibilità.

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Anche i suoi critici più accaniti non possono affermare che il tribunale dei minori ha un compito facile. I casi di controversie per la custodia dei figli possono essere estremamente  complessi, soprattutto quando uno o entrambi i genitori sono accusati di abusi. Prendere la decisione sbagliata può essere devastante; i bambini possono essere affidati alle cure di un genitore maltrattante, o allontanati da un genitore che amano e con il quale si sentono al sicuro. Non sono decisioni semplici da prendere, e richiedono grande abilità e competenze.

Capacità e competenze, tuttavia, che si presentano in modo pericolosamente disomogeneo nel sistema giudiziario. 15 anni di studi hanno rivelato il fallimento dei tribunali nel riscontrare e comprendere in modo affidabile gli abusi in famiglia. In questi studi, innumerevoli vittime (per lo più madri e bambini) protestano di non venire credute dai giudici, dal personale giudiziario, dai consulenti – persino dai loro stessi avvocati.

Le madri che richiedono l’affido senza diritto di visita per i padri (note come “no-contact mums”) sono avvertite che rischiano di essere percepite come ostili, il che potrebbe portarle a perdere i loro bambini per sempre. Il fatto che un genitore sia colpevole di violenza può convincere la Corte a vietare ogni contatto con la prole, ma i violenti non sono sempre facili da riconoscere: spesso sembrano per bene, persone ad alto funzionamento.

In un allarmante numero di casi no-contact mums che hanno sollevato accuse di abusi sui minori hanno perso l’affido del figlio, che è stato collocato presso il presunto aggressore. Ordinanze del tribunale hanno limitato i contatti di queste madri con i figli ad un paio d’ore alla settimana in un luogo neutro, in più sono condannate a pagare un estraneo affinché sorvegli gli incontri.

Venti anni fa, era “estremamente raro” per una madre perdere l’affido dei suoi figli per aver mosso accuse di abusi sui minori, dice il professor Patrick Parkinson, ex presidente del Family Law Council (un organo consultivo del procuratore generale federale). Oggi, dice, è fin troppo comune. “Sono seriamente preoccupato per questa tendenza. [I provvedimenti] si basano su una certezza a proposito di ciò che si è verificato che non è [sempre] giustificata da un serio esame dei fatti.” Questa dinamica è così radicata, che “alcuni avvocati ora dicono ai loro clienti, ‘Se fai queste accuse, rischi di perdere l’affido dei tuoi bambini’ “.

Questa realtà non si sposa con la percezione del pubblico. Tutti conoscono le storie di padri in difficoltà che hanno perso l’accesso ai loro figli, come quella del padre che ha protestato in cima al Sydney Harbour Bridge, oppure i padri che hanno finito per uccidere se stessi – o i loro stessi figli. In genere, in queste storie i criminali sono due: il tribunale, che sarebbe in balia della lobby femminista, e le madri vendicative, che farebbero di tutto per evitare che un padre veda i suoi figli.

I Fathers’ rights groups hanno alimentato questa versione dei fatti per decenni. Sono stati molto efficaci: un sondaggio del 2013 della VicHealth ha rilevato che il 53% degli australiani crede che le donne, nelle battaglie per la custodia, spesso inventino o esagerino le accuse di violenza domestica per ottenere dei vantaggi in sede di divorzio.

Prima di fare delle ricerche in proposito, lo credevo anche io.

La psichiatra forense Carolyn Quadrio, un’esperta medica legale specializzata in violenza domestica e abusi sui bambini, spiega che questa credenza popolare è un mito: gli studi dimostrano che le false accuse di abusi costituiscono solo il 10% del totale. Inoltre, la percentuale di padri che le muove è la stessa delle madri.

(continua…)

 

Per approfondire:

Dall’Australia: i papà separati e la violenza contro le donne

Il paradosso della “friendly parent provision” e il caso dell’Australia

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito n°1

Le politiche dei papà separati in Australia… e in Italia. Strategie a confronto.

Donne instabili

Colpevolizzazione della vittima e tribunali

 

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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