Trouble in the Family Court – terza parte

Una traduzione da Suffer the children, di Jess Hill, un’inchiesta giornalistica australiana  su violenza in famiglia e affidamento dei minori coinvolti.

Vista la lunghezza dell’articolo, viene pubblicato a puntate.

Questa è la terza (qui la primaqui la seconda parte).

violenza-bambini

Quando Alex aveva tre anni, Emily ha iniziato a sospettare che il marito, che era stato violento verso di lei per anni, molestasse sessualmente il loro bambino. Il suo sospetto era stato innescato da diversi incidenti, come quella volta che Alex cercò di baciarla “come un uomo”, perché questo era il modo in cui suo padre lo baciava. Il suo sospetto gradualmente si trasformò in una convinzione ed Emily prese Alex e andò a vivere con sua madre. Una notte di alcuni mesi più tardi, nel 2006, Alex, rannicchiato su se stesso, cominciò a ripetere con voce cantilenante: “Papà, non puoi più lacerarmi dietro o portarmi via lontano.” Quando Emily portò Alex alla stazione di polizia, il bambino dichiarò che il padre non lo aveva mai toccato dietro. Ma due mesi dopo, Alex disse a scuola che voleva suo padre morto o in prigione, che lo odiava “quando mi abbraccia, mi bacia o mi lecca“, e che lui era “speciale” a causa di quello che il suo papà gli aveva fatto. Esaminato dagli assistenti sociali, Alex non rivelò gli abusi sessuali, ma disse che non voleva vedere suo padre, perché era un “uomo cattivo“.

Quando Emily depositò le accuse di abusi presso il tribunale della famiglia, il padre di Alex negò tutto e contro-affermò che lei era troppo severa. Per valutare le accuse di entrambi i genitori e il loro rapporto con Alex, il giudice richiese ad un “esperto” di preparare una relazione per la corte.

Che un esperto venga chiamato a valutare la situazione quando nel corso di una causa per l’affido vengono mosse accuse di abuso, è routine nei tribunali. Sono generalmente psichiatri infantili o psicologi che si specializzano nel lavoro medico-legale, e sono considerati dai giudici testimoni onesti e imparziali, soprattutto perché sono di solito scelti – e pagati – da entrambi i genitori. (Se i genitori non si mettono d’accordo, il giudice sceglierà per loro.) Per preparare un rapporto, l’esperto può esaminare le prove fornite dai servizi sociali o dalla polizia, e può intervistare amici e parenti. Deve poi esaminare ogni membro della famiglia, e osservare come i genitori ed i bambini interagiscono tra loro, di solito in sedute separate. L’esperto fornirà quindi un parere sulle competenze dei genitori, e potrà eventualmente anche formulare raccomandazioni su ciò che il tribunale dovrà stabilire per i genitori.

Gli esperti non sono facili da trovare – è un lavoro difficile, e pochi sono disposti a farlo. “In ogni città di solito ci sono al massimo cinque o sei esperti pronti a fare questo lavoro”, dice Patrick Parkinson. “Sono interrogati – a volte ferocemente – dagli avvocati. Non è un’esperienza piacevole per un medico.” Parkinson afferma che questo piccolo gruppo di professionisti ha una grande influenza, a causa della “gerarchia” esistente nel tribunale della famiglia. “Il gradino più basso è occupato dagli assistenti sociali, i quali temo non godano del credito che spetterebbe loro data la loro esperienza. Gli agenti di polizia godono di un po’ più di credibilità; gli psicologi, ancora più credibilità; ma gli dei del tribunale della famiglia sono gli psichiatri,” dice “alle loro raccomandazioni è dato un peso enorme, a causa dei lunghi anni di formazione che affrontano, anche se quella formazione non è specificamente mirata a discernere se un bambino è stato abusato o no.” In quanto testimoni competenti, gli esperti godono dell’immunità, il che significa che non possono essere denunciati per il loro lavoro su un caso particolare.

L’esperto assegnato al caso di Emily scrisse che la madre si presentava in un “modo egocentrico” e che “sopravvalutava l’idea” degli abusi su Alex. Egli osservò anche che altre due ex mogli del padre, al momento della separazione, lo avevano accusato di aver abusato sessualmente dei figli, entrambi bambini sotto i cinque anni. Questo era stato “difficile da ignorare”, ma comunque nel corso della sua valutazione del padre e della sua relazione con Alex non aveva trovato nulla che confermasse l’abuso sessuale. I “sintomi di un trauma” presentati da Alex, secondo lui, erano stati causati, invece, dal “rapporto tossico” con la madre, che aveva sovraccaricato Alex “di ansia a causa del conflitto genitoriale”. Se Alex avesse continuato a vivere con la madre, osservava l’esperto, era improbabile che sarebbe mai riuscito a costruire un rapporto con il padre. In un’indagine separata ordinata dal tribunale della famiglia, anche i servizi sociali giunsero alla conclusione che non vi era alcun rischio per Alex di essere leso dal padre.

Nel 2006, mentre la causa di Emily era ancora in corso, il governo Howard introdusse riforme ancora più controverse al Family Law Act. Tra queste c’era la “friendly parent provision”, che intimava ai giudici di prendere in considerazione la capacità di ciascun genitore di favorire una stretta relazione tra il bambino e l’altro genitore. I genitori che speravano di sollevare accuse di abusi nei tribunali della famiglia dovevano ora affrontare quello che l’ex giudice del tribunale della famiglia Richard Chisholm ha definito il “dilemma della vittima”: le accuse di abusi potevano essere interpretate come una vendetta o una punizione, e, di conseguenza, un giudice poteva ordinare che il bambino venisse collocato presso il presunto abusante per periodi più lunghi, per proteggerlo dal comportamento “alienante” dell’altro genitore.

Nel 2007, subito dopo che Alex ebbe compiuto sei anni, un giudice del tribunale della famiglia ha predisposto proprio questo. Emily ricorda ancora l’ultima cosa che ha detto in tribunale. “Ho potuto vedere come sono stata dipinta una madre terribile. Nella mia ultima dichiarazione al giudice ho detto: ‘Se dovete portare Alex lontano da me, vi prego di non darlo al padre.’ Il mio avvocato mi ha detto più tardi che è stato quello il momento in cui ho perso mio figlio.” Il tribunale ha ordinato che Alex fosse rimosso dalle cure di sua madre e affidato al padre. Ad Emily è stato proibito di vedere Alex per tre mesi; nell’anno successivo, le è stato permesso di vederlo per un’ora alla settimana presso un centro per le visite protette, e non ha potuto prendersi cura di lui durante il fine settimana fino a quando Alex non ha compiuto dieci anni.

Risultati di questo tipo sono diventati ben presto non solo possibili ma probabili: un quinto di tutte le donne che hanno avuto accesso al tribunale della famiglia tra il 2006 e il 2010 ha dichiarato sentirsi “costretto” o “bullizzato” dagli avvocati affinché accettasse accordi per l’affido con collocamento paritetico in termini di tempo con entrambi i genitori, sotto minaccia di perdere i figli.

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Questo è quello che è successo a Tina. Aveva lasciato il marito violento, Peter, 15 anni fa, quando la loro figlia Lucy aveva due anni, e le era stato concesso un ordine restrittivo di tre anni (AVO) contro di lui. Quando Peter ha portato Tina davanti al tribunale della famiglia, il giudice dalla vista lunga che presiedeva ha percepito che Lucy correva il pericolo di diventare la sua prossima vittima. Ordinò che le visite di Peter fossero sorvegliate, e stabili che se il suo comportamento non fosse migliorato entro un anno, le visite sarebbero dovute cessare del tutto. Alla fine di quell’anno, però, l’avvocato di Tina le consigliò di consentirgli visite senza supervisione; se non lo avesse fatto, il padre l’avrebbe di nuovo portata davanti al tribunale della famiglia e, a seconda del giudice assegnato loro, poteva finire peggio di quanto avesse voluto. Tina, credendo probabilmente che era meglio per Lucy avere un rapporto con il padre, cedette.

Cinque anni più tardi, durante un corso sullo sviluppo personale, Lucy sentì parlare per la prima volta della sua “no-no zone“. “Improvvisamente a otto anni ho capito che le cose che stavano accadendo nella mia famiglia non dovevano accadere”, dice Lucy, ora 18enne. Quel giorno, confidò ad un consulente scolastico che il padre la toccava in un modo che non le piaceva affatto. Non aveva mai pensato di dire nulla prima, perché pensava che fosse parte dello “speciale legame padre-figlia”. “Non avrei dovuto parlarne”, dice Lucy, “perché avrei tradito un segreto.”

Quando Tina si rivolse al tribunale affinché venissero interrotte le visite al padre, il giudice richiese una valutazione dell’esperto. Quando l’esperto parlò con Lucy da sola, lei gli disse che suo padre era solito toccarla nelle sue “parti intime”, che dormiva spesso accanto a lei, e che lei quando si svegliava si sentiva “tutto appiccicosa”. Quando l’esperto esaminò Lucy e suo padre insieme, le chiese se era preoccupata che il padre la toccasse  “in un brutto modo”. Lucy ingorò la domanda. Lui l’interrogò ancora. “E’ stato snervante! – Non lo vuoi dire, perché lui è quello che lo fa”, spiega Lucy. “Lui è seduto lì e ti fissa tutto il tempo.”

Nella sua relazione, l’esperto osservò che Lucy era apparsa “molto controllata” con il padre, ma valutò che questo accadeva perché si sentiva messa sotto pressione dalla madre, che voleva che lei lo respingesse. Quella stessa pressione, concludeva, aveva portato Lucy a denunciare gli abusi. L’esperto definì Tina “ansiosa”, “iper-protettiva”, scrisse che “forse soffriva di psicosi”, e riformulò la storia della violenza domestica come un “rapporto contorto e teso” tra lei e Peter .

Nelle sue raccomandazioni al giudice, l’esperto consigliò che Lucy avrebbe dovuto continuare a vedere regolarmente il padre nei week-end e per metà delle vacanze scolastiche, e che Tina avrebbe dovuto iniziare un percorso che la aiutasse a sostenere il rapporto padre-figlia. La raccomandazione finale suonava come un avvertimento: “Se la madre non sarà in grado di sostenere una relazione tra la bambina e il padre o se muove ancora false accuse di abusi sessuali, mi sento di raccomandare che subisca una più approfondizia perizia psicologica e che la bambina venga collocata presso il padre. ”

Tina era mortificata. “L’uomo che scrisse questa relazione ci strinse la mano, guardò mia figlia negli occhi e disse: ‘Vi aiuteremo.'” Il suo avvocato le disse che, a fronte di una simile relazione, persistere con le accuse poteva signifcare perdere Lucy del tutto. “Ho considerato di fuggire con lei, ma avevo un altro bambino piccolo in quel momento,” racconta Tina. Su consiglio del suo avvocato, Tina firmò l’accordo che consentiva a Peter l’accesso alla figlia senza sorveglianza.

Lucy è rimasta in silenzio per anni, terrorizzata. “L’abuso ovviamente è peggiorato. E’ passato dall’essere il piccolo segreto che condividevo con papà ad essere solo…  un abuso terribile,” dice, inciampando nelle sue stesse parole “E’ diventato molto violento, e se non avessi accettato, era stato detto che non mi era permesso parlarne, quindi forse dovevo solo tacere e lasciare che accadesse, nessuno mi avrebbe creduto comunque.

“Siamo arrivati al punto in cui faceva davvero sesso con me, e ho avuto il mio periodo abbastanza giovane, quindi avevo paura perché non sapevo nemmeno se sarei tornata a casa in stato di gravidanza.”

Quando Lucy ebbe 13 anni, Tina ricevette una lettera dal padre di Lucy, nella quale le comunicava che rinunciava alla la custodia. Non diede alcuna motivazione. “Penso che fosse perché ero diventata abbastanza grande per essere creduta”, dice Lucy. Anche se il suo caso non si è concluso con un processo, si sente come tutto il sistema l’avesse tradita. “Mi è stato chiesto, ora che ho 18 anni, se voglio tornare a denunciare tutto alla polizia,” dice. “Io dico, qual è il punto? Adesso sono disposti a credermi? Io adesso non ho più prove di quante non ne avessi allora“.

(continua…)

 

Per approfondire:

La verità inconoscibile

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito n° 4 (Le madri idonee non perdono la custodia dei figli)

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito n° 3 (E’ raro che i bambini vengano affidati ad un genitore abusante)

I miti sul divorzio che mettono a rischio i bambini – mito n° 2 (La violenza sulle donne non ha niente a che vedere con gli abusi sui bambini)

 

Testimonianze:

Alanna

Rebecca

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L’appello di Damon

Errori che costano … la vita

Il lupo mangia tutte le mamme del mondo

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Angela e Andrea

Una lettera aperta di Dylan Farrow

Dylan Farrow replica a Woody Allen

 

E in Italia?

Mamma mia!

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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