Il capro espiatorio

«…non credo siano cambiate poi molto le cose. Anzi, in realtà solo il fatto di essere donne sembra ancora oggi essere una colpa. E molto dipende da come, per semplificare tutto, tendiamo ancora a suddividere le cose secondo logiche binarie: 1 o 0, uomo o donna. E sempre per semplificare, finiamo per trovare il capro espiatorio. La cui innocenza, invece, sarebbe il miglior meccanismo per garantirci la sopravvivenza.» Jim Sheridan

streghe

La notizia è rimbalzata su tutti i giornali e nel telegiornale della sera su Rai 2 (un servizio di Lidia Galeazzo, andato in onda il 19 ottobre 2016) si è parlato di una sentenza che, si augurano “gli esperti” (sarebbe da chiarire di cosa siano esperti), dovrebbe “fare scuola”:  una donna è stata condannata a risarcire l’ex marito per aver parlato male di lui con ben 30.000 Euro. La giornalista Lidia Galeazzo parla di “alienazione genitoriale”, descrivendola come quella situazione in cui, dopo una separazione, “uno solo” degli ex partner “è contro l’altro”.

Sicuramente questa sentenza farà scuola, ma non per le ragioni citate dalla giornalista o da tutti coloro che l’hanno commentata senza leggerla, ma perché ci troviamo di fronte ad una persona condannata per NON aver commesso ciò che le viene imputato. E la cosa surreale di tutta questa vicenda è che il fatto che la donna “punita” non abbia commesso “il crimine” che le si contesta è scritto nella stessa sentenza che la condanna.

L’articolo di legge cui la sentenza fa riferimento nel comminare la sanzione è il 709 ter del Codice di Procedura Civile; la donna è ritenuta responsabile di aver

indirettamente indotto [il figlio] a disattendere gli incontri con il padre

motivo per il quale, secondo chi scrive, sarebbe da ritenersi colpevole di aver ostacolato il corretto svolgimento delle modalità di affidamento.

Prima di citarvi i passi che precedono questa conclusione e che scagionano la donna dalle colpe che le vengono addebitate, occorrono alcune premesse.

La giornalista Lidia Galeazzo, dicevamo, ha descritto la vicenda oggetto della sentenza come una separazione nella quale “uno solo dei genitori è contro l’altro“, etichettando questo caso come un caso di “alienazione genitoriale”.

Nella sentenza si parla invece di

scaramucce di natura ritorsiva, continuativa e certamente reciproca poste in essere dai due coniugi

avvenute in un clima conflittuale che, invece di migliorare nel tempo, è andato sempre peggiorando:

L’elevata conflittualità della coppia genitoriale certamente acuitasi dopo la separazione“.

Ci tengo a sottolineare che la conflittualità “certamente reciproca“, che si è concretizzata in comportamenti “ritorsivi” posti in essere da entrambi i genitori (e non da uno solo), è aumentata nel tempo nonostante il Tribunale avesse predisposto un affido condiviso dei tre figli, affido condiviso che, secondo alcuni, dovrebbe servire invece a ridurre i conflitti.

(Mentre, secondo altri, l’affido condiviso contribuirebbe al contrario ad acuire i conflitti fa genitori separati, proprio come sembra essere avvenuto in questo caso).

Tornando alla coppia conflittuale di genitori descritti nella sentenza, giova citare il fatto che di figli ne hanno 3, due dei quali mostrano

un radicato attaccamento al padre ed una profonda complicità, caratterizzata da dialogo, condivisione di interessi e del tempo trascorso nei giorni di permanenza presso di lui“.

Il terzo figlio, invece, si rifiuta di frequentare il padre e mostra nei suoi confronti “un rancore profondo“.

Come mai?

Per ciò che riguarda il rapporto fra il padre e i due figli più grandi, ci dice la sentenza che “la serrata alleanza” che li lega è dovuta alla “grande passione comune” per lo sport – il padre difatti è un ex atleta – sport che l’uomo ha posto “al centro del  [suo] progetto, sia pur senza il coinvolgimento della moglie che sembra avergli delegato da tempo la gestione organizzativa di XXXXX e XXXXX [i due figli maggiori] tra scuola e sport (probabilmente a scapito della prima, visto che interrompono o saltano le lezioni scolastiche per partecipare alle competizioni cui anche la madre, quantunque non preventivamente consultata, assiste)”.

Il terzo figlio, invece, è affetto da una “anomalia genetica” che gli impedisce di seguire le orme del padre e dei fratelli.

la sua “diversità” [la diversità del terzo figlio rispetto ai suoi fratelli] dovuta all’anomalia genetica da cui è affetto sin dalla nascita i cui segni clinici sono (ometto di elencarli), [segni clinici che] inequivocabilmente pesano sul processo di accettazione del sé e sulla formazione della personalità che caratterizza l’età adolescenziale“.

Il ragazzo ha dichiarato che “il padre lo avrebbe forzato alla pratica sportiva e gli avrebbe espresso la sua disapprovazione anche con modalità brusche e poco gratificanti“.

Il ragazzo ha dichiarato inoltre:

lui [il padre] mi vuole bene in modo strano, è possibile che non mi voglia bene” e “lui pensa che sono sbagliato“.

Afferma la sentenza a pag.5 che, a prescindere dal fatto che gli episodi citati dal ragazzo siano veramente accaduti oppure rappresentino una proiezione sul padre della sua difficoltà a rapportarsi con la sua disabilità e con i successi agonistici dei fratelli,

l’anomalia comportamentale [il rifiuto del figlio nei confronti del padre] investe direttamente il rapporto padre-figlio, senza che su ciò possa aver avuto incidenza determinante la condotta materna.

In altri termini: la sentenza stessa afferma che sussiste un problema relazionale fra padre e figlio, e che in questo problema la madre non ha un ruolo determinante.

E non lo afferma solo una volta, anche in un altro passo, a pag.4:

Se il disaccordo fra i due genitori ha costituito fertile terreno in un processo che lo ha condotto [il figlio] ad allearsi con la madre pur certamente ostile al marito, non si ritiene tuttavia che sia stata costei causa scatenante di un processo di alienazione nei confronti della figura paterna, avendo da sempre la signora lasciato che i ragazzi frequentassero liberamente l’ex coniuge addirittura e delegato al medesimo, come già sopra osservato, il progetto educativo dei minori.

Rendiamoci conto: qui abbiamo una donna che ha sempre lasciato liberi i figli di frequentare il padre, abbiamo un padre che è stato lasciato libero di gestire in piena autonomia il suo personale “progetto educativo” escludendo la moglie dalle decisioni in merito (vi ricordo: “senza il coinvolgimento della moglie“), e quando questo “progetto educativo” paterno si risolve con uno dei figli in un disastro, la donna viene condannata?

Prima la sentenza afferma che la madre non è la causa scatenante del rancore del figlio nei confronti del padre, che le difficoltà del ragazzo nel relazionarsi con la figura paterna vanno ricercate

nella diversa condizione fisica e di conseguenza psicologica che caratterizza entrambi” [padre e figlio],

eppure, nonostante questo, la madre viene condannata risarcire al marito 30.000 Euro per averlo “svilito nel suo ruolo di educatore“?

Questa donna lo ha lasciato libero di frequentare i figli quando e come voleva, lo ha lasciato libero di gestire i loro impegni senza neanche coinvolgerla nelle decisioni, e viene condannata per averlo “svilito”?

Io sono esterrefatta. Questa sentenza, insieme al servizio andato in onda in televisione e tutti gli articoli che hanno commentato la sanzione, sono il materiale più assurdo che mi sia mai capitato fra le mani.

E’ chiaro che questa donna è stata condannata per il semplice fatto di esistere, di essersi trovata lì mentre il rapporto fra un padre appassionato di sport e un figlio segnato da una lieve disabilità fisica, che lo fa sentire inadeguato in un contesto familiare caratterizzato da successi agonistici, si deteriorava.

Non è la causa del problema – ci viene detto – ma non lo ha risolto, e per questo va condannata:

Sarebbe stato per precipuo onere di costei, quand’anche non direttamente responsabile delle origini del processo di triangolazione, attivarsi al fine di consentire il giusto recupero del ruolo paterno“.

Non penso che ci sia bisogno di aggiungere altro, se non che tutto questo è semplicemente scandaloso.

 

Qui il testo della sentenza

 

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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31 risposte a Il capro espiatorio

  1. IDA ha detto:

    è sconvolgente.. a leggere i vari articoli sul messaggero e republica, sembra che non abbiano letto la sentenza. Vediamo se ho capito, il padre mortifica il figlio più piccolo che non ha un “brillante excursus sportivo e sociale”, tanto che il figlio dice: «Forse non mi vuole bene, lui pensa che io sia sbagliato». ed ha ammirazione del padre, perché dice che è un campiono, quindi non è un padre denigrato. è il figlio che non si sente all’altezza, perchè le aspettative del padre sono eccessive per lui. Mi chiedo cosa centra la madre? Cosa deve fare una madre in questi casi, se non rimproverare il padre che forse ha troppe aspettative sul figlio? Sarei curiosa di leggere la relazione del CTU. In questo modo non è stata messa in cattiva luce la figura materna?
    L’affido condiviso, cosè? La figura paterna deve essere sempre recuperata e salvaguardata per “il bene del figlio” La figura materna no. Anzi deve tutelare la figura paterna anche e sopratutto a danno della propria, può sparire quando li pare, tornare quando li pare, interpretare arbitrariamente il ruolo paterno e qualcuno dice che non esiste più il patriarcato.
    Io sinceramente, prima dell’affiso condiviso rinuncerei alla potestà genitoriale..

    • Io, sinceramente, comincerei a consigliare alle giovani donne di non mettere più al mondo dei figli.

      • Gmp De Zisa ha detto:

        E’ quello che penso anch’io.

      • Gmp De Zisa ha detto:

        e’ quello che penso anch’io. Ciò che è grave e lascia senza speranza è che la sentenza è pronunciata dall’ultimo grado di impugnazione. Rimane solo la Corte Europea dei diritti Umani…

      • IDA ha detto:

        Si capiva che con “affiso” volevo dire affido.. Non riesco nemmeno a scriverlo correttamente..
        Penso anche io, che forse è la cosa migliore, o non farli o non riconoscere la paternità. Non so se può essere fatto, so che il padre prima che nasca può rifiutare la paternità, non accettare la paternità da parte della madre, non so se è possibile..

    • Morgaine le Fée ha detto:

      Ida, non so com’é in Italia, ma qui in Svezia, se non sei sposato, tu come padre devi attivamente andare con la madre dai servizi sociali e firmare davanti a un funzionario e testimoni un modulo in cui tu riconosci la paternitá del figlio di quella donna e se hai intenzione di partecipare al mantenimento. Se l’uomo non vuole, nessuno lo obbliga!
      (siccome io convivo, il mio moroso ha dovuto farlo per entrambi i miei figli. Mi hanno anche riferito che in passato venivano rivolte ai futuri genitori domande ai limiti dell’imbarazzante su dove si fossero trovati durante il concepimento, e se era lo stesso luogo per entrambi 🙂 ).

      • IDA ha detto:

        Sai, non sono sposata, ho due figli e sinceramente non so come funziona in Italia. A suo tempo ci deve aver pensato il padre, io ero all’ospedale impegnata in altre cose, mi ricordo che mi sentivo inadeguata, tanto che quando mi diedero mio figlio pensai, ma questi sono scemi, me lo fanno portare a casa.. 🙂
        Maurice Utrillo pittore e figlio della modella e pittrice francese Suzanne Valadon, modella e pittrice anche lei, il padre, pittore catalano, riconosce la paternità firmando sul registro: “firmo un’opera non mia”..
        Anche Giuseppe, quando ritorno, dopo due anni dalla Gallilea e trovò Maria incinta, si chiese, ma io dove ero nel momento del concepimento?

  2. Tiziana ha detto:

    Da sempre, acnhe attirandomi critiche e insulti pesanti, sostengo che i figli sono di entrambi i genitori e che le madri separate non hanno alcun diritto di negare il rapporti tra padre e figlio e anzi, fanno solo del male ai loro figli. Da sempre sono anche dalla parte dei padri separati, ma in questo caso, almeno per quello che ho letto io, la sentenza mi ha lasciata perplessa. A quanto ho letto, il padre è un ex campione sportivo che ha avviato i due figli maggiori fin da piccoli alla stessa carriera; il figlio minore invece (che aveva 17 anni all’epoca del contenzioso, quindi nemmeno un bambino cosi piccolo) a causa di un’anomalia genetica non ha mai potuto praticare sport. Non può darsi che l’allontanamento e il rifiuto del ragazzo derivino dal fatto che forse si è sentito meno considerato dal padre più concentrato sui fratelli? la madre in questo caso cosa dovrebbe fare? non è possiile obbligare il figlio ad avere ujn rapporto col padre se non lo vuole. Ed inoltre, come reagirà il ragazzo: non si sentirà in colpa pensando magari “ecco, se io fossi stato zitto ora mia madre non sarebbe stata condannata”?forse il padre pensa che cotringere il figlio ad avere un rapporto con lui- “altrimenti posso denunciare tua madre”- sia una cosa buona?

    • Il punto è che questa donna non ha mai negato niente al suo ex marito, è la stessa sentenza che lo dice: “avendo .da sempre la signora lasciato che i ragazzi frequentassero liberamente l’ex coniuge addirittura e delegato al medesimo, come già sopra osservato, il progetto educativo dei minori.”

    • Morgaine le Fée ha detto:

      Guarda, io vengo da una famiglia abbastanza anaffettiva in cui era mia madre ad essere violenta con me, mentre denigrava mio padre in continuazione. Io sono sempre stata piú vicina a mio padre, mentre mia sorella minore ha del tutto interrotto i rapporti con lui. Ci sono state sicuramente dinamiche sotterranee che hanno portato a questo e di cui io non sono del tutto a conoscenza. Con questa premessa, posso dire che non ho problemi a credere a un padre il quale sostenga che la moglie é una stronza che gli ha messo i figli contro.
      La questione é che, in un sistema giudiziario e sociale equo, bisognerebbbe dare pane al pane e vino al vino: cioé ascoltare veramente i bambini e tenere conto dei loro sentimenti. Perché i bambini, anche se piccoli, non sono dei sacchi vuoti che si bevono tutto quello che un genitore dice, come i teorici della PAS vorrebbero far credere. I bambini vedono, ascoltano, si fanno un’idea della situazione. Se c’é una situazione di violenza, la vedono. E se un padre é violento, abusante della madre, fa minacce, é un pedofilo o quant’altro, e ci sono prove di questo, il figlio dice esplicitamente che non vuole stare con lui, allora quel padre va allontanato, punto. Nei casi mostrati dalla precedente serie di articoli, era molto evidente chi era il genitore abusante, ma il sistema se n’é fregato e non ha protetto i bambini. Il sistema dovrebbe proteggere il loro benessere e sentimenti, ascoltarli in un ambiente protetto, invece di favorire il genitore con l’avvocato piú aggressivo, o favorire una rete collusa di case-famiglia, psicologi, etc.
      Se il ragazzo della sentenza qui sopra non si trova bene col padre perché costui lo tratta da inadeguato, allora quel ragazzo va ascoltato e lasciato con la madre.
      Forse é vero che lui avrebbe bisogno di un percorso psicoterapeutico, ma per farlo stare meglio con se stesso dopo che il padre lo ha trattato da minus habens, non per farlo riavvicinare al genitore. I figli sanno benissimo decidere da soli sui propri sentimenti e nessuna sentenza puó obbligarli.
      Questa sentenza é altamente vergognosa. Fortunatamente, il ragazzo tra poco é maggiorenne e non potrá essere obbligato a nulla, ma perché punire la madre per il comportamento da stronzo del padre? Che sia quest’ultimo a pagare un risarcimento al figlio per una terapia, sarebbe il minimo.

      • IDA ha detto:

        Più o meno si può dire che anche a me è capitata la stessa cosa, mia madre era ipercritica, tutto quello che facevo era sbagliato per lei, tanto che a 15 anni scappai di casa. Se una deve scappare di casa è bene farlo a primavera, mai d’inverno come feci io, dopo una settimana iniziò a nevicare e mi rivolsi alla polizia ferroviaria. 🙂 mi misero in un collegio per due anni, e quello è stata la mia salvezza, perchè ho iniziato a studiare e amare i libri e la lettura, ma sopratutto ero distante da mia madre e mi sono liberata di lei, perchè in qualche modo dipendevo dalle sue angherie. Al contrari con mio padre ho sempre avuto un rapporto stupendo e di complicità, anche lui era bersaglio delle critiche di mia madre, e la denigrazione di mia madre non mi ha allontanato da lui, ma al contrario, mi ha avvicinato a lui.

    • Andrea Mazzeo ha detto:

      Da sempre so che i figli sono di se stessi e non proprietà dell’uno o dell’altro genitore né di entrambi. Da sempre so che la madri separate non negano, nella quasi generalità, il rapporto del figlio col padre ma è il figlio, se il padre è un violento o un abusante, a non volerne sapere del padre. Ma ancora con queste chiacchere da pollaio?

  3. Morgaine le Fée ha detto:

    Non avevo letto la sentenza, solo gli articoli dei giornali. È ancora peggio di quel che credevo.
    Cosa doveva fare, questa madre? impiccarsi? prendere a calci il figlio non dotato nello sport finché non si prendeva le medaglie come i fratelli?
    E cosa ha fatto di suo questo padre per “attivarsi al fine di consentire il giusto recupero del suo ruolo paterno”?

    • Eh già. Questa sentenza condanna il figlio ad un percorso psicoterapico e la madre a pagare 30.000 Euro: l’unico totalmente privo di qualsivoglia responsabilità è il padre, che può continuare a fare quello che faceva esattamente come lo ha sempre fatto.
      Se non è patriarcato questo, non so proprio cosa altro potrebbe essere.

  4. Rosario Ferrara ha detto:

    rileggendo la sentenza, specie alle pagine 1 e 2, che descrivono la situazione, si evince:
    1. consensuale la separazione.
    2. consensuale la permanenza della potesta genitoriale su entrambi i genitori.
    3. oggettiva la necessita di garantire la prosecuzione degli studi all’ estero per il minore in “oggetto” [con alloggio sul posto? la parte pubblicizzata della sentenza in quel punto e cassata!].
    4. oggettiva la necessita di collocare il minore nelle disponibilita genitoriali per i “periodi non scolastici”.
    5. consensuale la assegnazione al domicilio della madre nei “periodi non scolastici”.

    – il minore in questione, pertanto, vede poco non solo il padre, ma anche la madre…
    – se ha poco tempo per entrambi i genitori, ma deve avere una collocazione stabile presso la madre, che deve essere preponderante nei tempi, il tempi dedicati al padre devono essere quasi assenti…
    – data la consensualita della situazione certamente anche il padre ne e responsabile, e non solo la madre! e questo e vero!
    – ma, in questi casi, il tribunale considera figli e casa coniugale come un SOLIDVM: il fatto che il figlio sia rimasto con la madre, dimostra anche che sia la madre ad essere rimasta con figlio e casa, e che invece sia il padre ad essere il genitore fuoriuscito…

    non si puo escludere pertanto che, al di la dei comodi dei genitori che si sono gestiti non prevedendo le conseguenze dei loro atti sul figlio, PER IL FIGLIO E PER IL SUO VISSUTO IL PADRE SIA IL GENITORE ABBANDONANTE e la madre quello consolante…
    qui non e in discussione il ruolo del padre in quanto maschio o della madre in quanto femmina, ma il fatto che un nucleo familiare di tre persone improvvisamente si ritrovi con due: il fatto che la cosa sia avvenuta amichevolmente, quasi sempre, anzi rende inspiegabile ai figli l’ uscita del genitore che va via, e spesso, la cosa causa conflitti DENTRO il minore, che non si e sentito in condizione di tenere uniti a se entrambi i genitori…
    se la situazione fosse stata ribaltata, con il genitore maschio rimasto a casa e la genitrice femmina uscita da casa, il tribunale avrebbe disposto in maniera simmetrica! in questo caso non bastava solo non aizzare il figlio contro il padre, o semplicemente parlare bene dello stesso, ma valorizzare la fuoriuscita del padre senza sminuirne la figura per il lunghissimo periodo in cui il padre e rimasto nel nucleo familiare… ma dire TUO PADRE HA FATTO BENE AD ANDARSENE e facile… dire TUO PADRE HA FATTO BENE AD ANDARSENE, PERO MANCA A TUTTI E DUE, diventa in-credibile… dire TUO PADRE HA FATTO BENE AD ANDARSENE, E SE NE E ANDATO ANCHE PER COLPA MIA diventa impossibile! ecco perche il tribunale attribuisce al genitore consolante la responsabilita di non aver saputo consolare bene il figlio, ed al genitore CONSENSUALMENTE fuoriuscente la non-colpa di essere uscito da quel nucleo familiare… la possibilta di agire in sentenza usando vie di tipo compensativo o equitativo qui non c’ era, proprio per la asimmetria di rapporto tra i due genitori presi separatamente ed il figlio…

    • “Il genitore consolante”? Ma per favore! Non so se ridere o piangere. ..

    • Comunque se avessi letto la sentenza, sapresti che il nucleo familiare era composto da 5 persone, e non 3.
      Se avessi letto la sentenza sapresti che la situazione è da considerarsi “asimmetrica”, lo è a tutto vantaggio del padre, al quale la madre aveva “addirittura delegato al medesimo, come già sopra osservato, il progetto educativo dei minori.”
      Se avessi letto davvero la sentenza, invece di cercare di dimostrare la tesi impossibile del “povero” padre vittima di ingiustizia che andava risarcito dalla mamma cattiva, avresti notato che spesso e volentieri codesto “povero” padre prendeva decisioni in merito ai figli senza neanche informare la madre.
      Se avessi letto la sentenza, sapresti che l’abbandono non è fra i problemi del ragazzo oggetto del provvedimento. Ma la sentenza non l’hai letta tu, come non l’ha letta davvero nessuna delle persone che l’ha commentata.

  5. Cesare ha detto:

    Io la sentenza (tra l’altro emanata da un collegio di 2 donne e 1 uomo) l’ho letta attentamente e la trovo sacrosanta per la parte patrimoniale: essendo l’ex marito in cattive acque e la moglie ricchissima, egli chiedeva fior di denari a titolo di assegno divorzile; gli sono stati negati con la motivazione che l’arricchimento – per eredità – dell’ex moglie (nullatenente in costanza di matrimonio, sebbene fossro ricchi i suoi familiari) è avvenuto dopo la separazione.
    Quanto alla parte che più interessa al Ricciocorno, bisogna vedere il seguente passo che ne contiene tutta la filosofia. Ho un po’ riassunto segnalando con puntini e parentesi quadre: se ho sbagliato mi si corregga.
    “La signora non può ritenersi esente da responsabilità non avendo posto in essere alcun comportamento propositivo per tentare di riavvicinare [il figlio minore] al padre risanandone il rapporto nella direzione di un sano e doveroso recupero necessario per la crescita equilibrata del minore … ma al contrario continuando a palesare la sua disapprovazione in termini screditanti nei confronti del marito.
    Sarebbe stato per contro [suo] precipuo onere … attivarsi al fine di consentire il giusto recupero del ruolo paterno da parte del figlio che, nella tutela della bigenitorialità … postula il necessario superamento delle mutilazioni affettive del minore da parte del genitore … maggiormente referenziale … spingendolo verso il padre anziché avallare i pretesti [per evitalo e] recuperando la [sua] positività nel rispetto delle [sue] decisioni e… delle sue caratteristiche temperamentali”.
    Tale filosofia (che io condivido in pieno) si può così compendiare:
    – Il distacco emotivo da uno dei genitori costituisce per qualsiasi mnore una “mutilazione affettiva”: non sarà una vera e propria malattia, però è un male che ostacola la crescita equilibrata dell’individuo.
    – Questo male è doveroso risanarlo, per quanto possibile, ponendo in essere comportamenti propositivi, cioè spingendo il minore verso il genitore che, per dirla in parole povere, gli sta antipatico (non si parkla di violenti, pedofili ecc.), senza avallare pretesti evitanti, evitando ogni discredito della sua figura, ed, anzi, recuperandone la positività.
    – Quest’azione di “propaganda favorevole” è DOVEROSA (“precipuo onere”) per il genitore “maggiormente referenziale”, all’occorrenza con l’aiuto degli psicologi.
    – Di conseguenza la Signora NON è stata condannata per NON aver commesso ciò che le viene imputato, bensì perché imputata d’avere OMESSO ciò che era per lei doveroso – alla luce della legislazione vigente – e che, nella sua privilegiata condizione sia economica sia – si può supporre – culturale poteva ben fare personalòmente o delegare ad altri più competenti (come del resto prescrittole e da lei trascurato).

    • Ma sulla base di quale norma questa sentenza sancisce che sarebbe stato precipuo onere della madre attivarsi al fine di consentire il giusto recupero del ruolo paterno da parte del figlio, e non piuttosto un precipuo onere del padre stesso, visto che tra l’altro il padre è ritenuto unico responsabile (dalla sentenza stessa) del deteriorarsi del suo rapporto con il figlio? Dell’ “attivarsi” del padre non si parla neanche.
      Se il danno è la “mutilazione affettiva” patita dal figlio, perché viene risarcito il padre?
      Nessun principio del diritto civile stabilisce che il risarcimento spetti ad un soggetto altro dalla persona che ha patito il danno. A meno che a me non sfugga qualcosa, ma credo di no, perché la norma lo prevede, al punto 2: “disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore” http://www.brocardi.it/codice-di-procedura-civile/libro-quarto/titolo-ii/art709ter.html
      Questa sentenza non ha senso, a prescindere dal numero di specchi che si cercano disperatamente di scalare.

      • La sentenza dice chiaramente: “l’anomalia comportamentale investe direttamente il rapporto padre-figlio, senza che su ciò possa aver avuto incidenza determinante la condotta materna“: il padre è il diretto responsabile della situazione: nessuna sanzione per lui, per il danno creato al minore? Non fingiamo che questa sentenza sia giusta. E’ viziata da un pregiudizio di genere: è così evidente che è imbarazzante persino rimarcarlo.

  6. Cesare ha detto:

    La Signora è stata condannata per OMISSIONE, dimostrata soprattutto dal non aver fatto portare a termine il percorso psicoterapeutico a suo tempo disposto e, in generale “per [non] aver posto in essere alcun comportamento propositivo per tentare di riavvicinare [il figlio minore] al padre risanandone il rapporto”. Secondo il Tribunale (ripeto: composto da due donne su tre membri del Collegio Giudicante) ciò sarebbe stato, invece, “precipuo onere” del genitore collocatario derivante dalla “tutela della bigenitorialità cui è improntato lo stesso affido condiviso”.
    Il risarcimento (proporzionato all’ invidiaile situazione patrimonale della persona onerata) fa parte di un “meccanismo sanzionatorio” avente “funzione punitiva o comunque improntata … alla cessazione del protrarsi dell’inadempimento” (tanto è vero che è applicabile anche d’ufficio). La norma applicata è l’art. 709 ter del Codice di Procedura Civile, che riporto interamente, anche a beneficio di lettrici e lettori di questo blog, qualora aavessero idea di violare – anche per omissione – impegni assunti in materia d’affido condiviso: “Per la soluzione delle controversie insorte tra i genitori in ordine all’esercizio della responsabilità genitoriale o delle modalità dell’affidamento è competente il giudice del procedimento in corso. Per i procedimenti di cui all’articolo 710 è competente il tribunale del luogo di residenza del minore.
    A seguito del ricorso, il giudice convoca le parti e adotta i provvedimenti opportuni. In caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente:
    1) ammonire il genitore inadempiente;
    2) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore;
    3) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro;
    4) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende.
    I provvedimenti assunti dal giudice del procedimento sono impugnabili nei modi ordinari”.
    Fatevene una ragione: dura lex sed lex.

    • Ma quale legge, ma per favore! La legge del più forte, magari, quella si.
      I problemi relazionali (e nella sentenza si parla di “problema relazionale padre-figlio) nella letteratura di riferimento sono considerati “degni di attenzione clinica” solo nel momento in cui rischiano di “esacerbare la gestione di un disturbo mentale o di una condizione medica generale in uno o più membri dell’unità relazionale”.
      Quindi, in assenza di disturbi o malattie, la madre non può essere accusata di comportamenti omissivi lesivi della salute del minore.
      Visto che la “prova” contro la signora è il fatto di “non aver fatto portare a termine il percorso psicoterapeutico a suo tempo disposto” (disposto da chi?), credo che non avrà problemi a ricorrere contro questa sentenza, visto che c’è già un precedente: la Cassazione ha infatti decretato che queste prescrizioni terapeutiche disposte dai Tribunali sono illegittime, perché violano il principio costituzionale della libertà di sottoporsi ai trattamenti sanitari di cui all’art. 32 Cost.
      Si rassegni: dura lex, sed lex. E la Costituzione è legge. Resta da chiedersi quale tipo di responsabilità sorgerà in capo a quei giudici che invece continuano a prescrivere trattamenti sanitari a prescindere dal consenso delle persone coinvolte.

  7. Cesare ha detto:

    L’art. 32 della Costituzione non riguarda i minori, i quali, ovviamente, non hanno facoltà di sottrarsi alle cure disposte per loro da chi esercita la potestà genitoriale (o dall’Autorità giudiziaria in caso d’inerzia dei genitori o di disaccirdi fra di loro).
    “In assenza di disturbi o malattie, la madre non può essere accusata di comportamenti omissivi lesivi della salute del minore”. Infatti la Signora di cui si parla è stata condannata per comportamenti omissivi integranti – a giudizio del Tribunale (composto da due donne e e da un solo uomo!) – “il caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento”.
    Quanto alla legge del più forte, come si può dire questo dell’applicazione di leggi approvate dai rappresentati (e dalle rappresentant) del popolo, e non contestate dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica (donne comprese)?

    • Appurato che la signora non ha arrecato pregiudizio al minore (perché il problema relazionale è padre – figlio), che la signora era titolare della responsabilità genitoriale quando ha deciso della terapia di suo figlio (e non si parla di una formale opposizione al padre a questa decisione, la quale comunque non prevede che lui riceva un risarcimento, ma che eventualmente il giudice convochi i genitori per raggiungere un accordo in merito ) e che la signora non ha ostacolato le modalità di affido, visto che il padre era libero di frequentare i figli come voleva, appunto non c’è nulla che giustifichi la pretesa di un risarcimento al padre. Penso sia chiaro, no?

    • Caro Cesare, se lei rompe un vaso non può pretendere un risarcimento da chi non si è dato da fare per rimettere insieme i cocci. Occorre innanzi tutto una assunzione di responsabilità, senza la quale è veramente da immaturi pretendere un supporto.

  8. Cesare ha detto:

    Come spiega la sentenza, questo particolare risarcimento è da intendersi istituito a scopo non tanto risarcitorio quanto punitivo e deterrente. Ammetto che in alternativa il Tribunale poteva applicare l’ultimo comma del citato articolo e irrogare la sanzione pecuniaria nella misura massima di Euro 5000, ma una sanzione ci voleva.
    Infatti NON E’ VERO “che La Signora era titolare della responsabilità genitoriale” perché c’era l’affido condiviso. NON E’ VERO che ha legittimamente “deciso della terapia di suo figlio” perché c’era una disposizione del Magistrato, legittima e doverosa, trattandosi d’un minore, approvata dall’altro titolare della “potestà genitoriale”. Perciò NON E’ SOSTENIBILE che “la signora non ha arrecato pregiudizio al minore”, non in quanto lo abbia fatto ammalare, ma in quanto lo ha privato di un possibile e probabile bene: la riconquista della bigenitorialità attraverso la riconciliazione con il padre, evidentemente pentito del proprio erroneo comportamento che aveva allontanato il figlio da lui.

    • Cioè l’affido condiviso depriverebbe un genitore della responsabilità genitoriale? Torni a studiare, e solo dopo ripassi di qua. Io non ho tempo da perdere.

    • Usa anche il maiuscolo, per scandire bene la sua profonda, arrogante ignoranza. Quando l’affido è condiviso, la responsabilità genitoriale è in capo ad entrambi i genitori. Se i genitori sono in disaccordo su una decisione che riguarda i figli, possono rivolgersi ad un giudice, il quale ascolterà la posizione di entrambi i genitori, valuterà la volontà del minore procedendo alla sua audizione qualora possibile, e prenderà la decisione che non è stato possibile prendere congiuntamente. Fine: non ci sono punizioni da assegnare. Che la signora non abbia arrecato pregiudizio al minore, è scritto nero su bianco sulla stessa sentenza, caro il mio signor maiuscole: “l’anomalia comportamentale investe direttamente il rapporto padre-figlio, senza che su ciò possa aver avuto incidenza determinante la condotta materna“. Per tanto qui abbiamo un responsabile per il fatto di aver deprivato il figlio della tanto decantata bigenitorialità, che però non ha ricevuto nessuna punizione. Strano. Ah, ma lui “evidentemente” si è pentito! E immagino che lei lo sappia perché vi siete sentiti al telefono? Avete cenato insieme? E’ così che ha saputo che la colpa della signora è di non aver accolto “il pentimento” del marito?
      Qui non si sta scrivendo un romanzo, caro il mio non è vero e io lo so quindi scrivo in maiuscolo. Qui si sta commentando una sentenza sulla base di quello che c’è scritto. E quello che c’è scritto è che si sanziona una donna perché il di lei ex consorte non è stato capace di costruire un buon rapporto con il figlio, e lei non ha stima di lui per questo.

  9. Cesare ha detto:

    “Non ha stima di lui per questo” (cosa lecita) … e perciò boicotta il possibile rimedio ai suoi errrori (il che, nel presente Ordinamento Giuridico è illecito, specialmente se tale rimedio è stato prescritto da un Magistrato). E quando si fa cosa illecita – per azione od omissione – si è sanzionati. Per questo genere di casi le sanzioni sono previste dallì art. 709 ter del C. P. Il vero dissenso, fra Leri e me, sta nel fatto che Lei ritiene iniqua la legislazione sull’affido condiviso (fino al punto di definila “la legge del più forte”), ed io la giudico sacrosanta, uno sforzo commendevole per tutelare il più debole, cioè il minore. Giunti, così, ai “principi non negoziabili” (tanto meno conciliabili), credo si possa chiudere – per quanto mi concerne – questa discussione.

    • Non ha boicottato nulla. Non ha mai impedito che il padre frequentasse i suoi figli. Non ha commesso niente di illecito. Tutto il resto è fuffa.

      • Ma lei si legge? “Rimedio prescritto da un magistrato”? Ma da quando un magistrato prescrive terapie psicologiche alla gente? Sulla base di quali competenze? Chi mai gli ha conferito il potere di fare una cosa del genere? Stiamo parlando di un ragazzo perfettamente sano, che non ha commesso nessun illecito che possa rientrare nell’ambito di interesse di un Tribunale dei minori. Fino a prova contraria non andare d’accordo col proprio padre non è né una malattia che necessiti “terapie” né tantomeno un reato.

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