L’indipendenza

donna-forte

La notizia: un uomo, a Cornigliano, ha ucciso moglie e figlie, poi si è tolto la vita.

Pare che nel biglietto lasciato a spiegare le sue ragioni abbia scritto di non voler lasciare la moglie e le figlie «senza marito e senza padre» e per questo di aver deciso di portarle con sé.

«Purtroppo anche questa violenza di genere», ha detto il procuratore capo Francesco Cozzi, «ripropone l’idea distorta dell’indispensabilità maschile, dell’uomo che non riesce a tollerare o immaginare che moglie e figli possano vivere senza di lui».

Poiché la famiglia viveva con il solo stipendio dell’assassino, alcuni hanno pensato che fosse una buona idea invitare le donne a trovarsi un lavoro (fosse facile!), suggerendo che l’indipendenza economica sia la strada giusta per far comprendere al pater familias che da tempo ormai non gode più del diritto di vita e di morte su coniuge e prole.

Ad esempio sull’Huffington Post scrive Deborah Dirani:

C’è da educare (sto facendo una rapida mano di conti su quante mille e mila volte ho scritto questa frase… direi che sono prossima all’infinito) al rispetto della libertà altrui, c’è da insegnare che noi donne è un pezzo che non abbiamo più bisogno di un uomo che provveda alla nostra sopravvivenza: che abbiamo gambe, braccia e cervello a sufficienza per trovarci un lavoro e mantenerci decorosamente.

Perché in una famiglia si tira in due: in ogni senso. Si tira in due a lavare i piatti e passare l’aspirapolvere e si tira in due a portare a casa lo stipendio. Perché se qualcosa non va ognuno (uomo o donna che sia) deve essere libero di poter prendere la porta e pagarsi un monolocale o un attico o quel che vi pare, che tanto alla fine si tratta di non essere legati alla catena della dipendenza economica (fantastica alleata di quella psicologica).

Perché l’autonomia completa rende noi donne più forti e forse (forse) meno disposte ad accettare i compromessi che riteniamo inaccettabili. Ci affranca dalla paura del futuro e, chissà, magari interrompe il loop del possesso che gira in troppi cervelli maschili.

Noi possiamo e dobbiamo provvedere a noi e non possiamo più derogare a questa verità. Dobbiamo ancora (sì lo so che ne abbiamo piene le tasche, ma non abbiamo alternative) dimostrare che da sole ce la facciamo esattamente come ce la facciamo in coppia. Che l’uomo che scegliamo non è il nostro signore e padrone, che non ci compra e non ci mantiene perché noi non abbiamo bisogno di essere comperate o mantenute.

Perché sarà dura cambiare certe teste, ma se non vogliamo continuare a morire per mano di chi crede di avere ogni diritto su di noi, non abbiamo altra strada che questa: renderci autonome e non permettere mai più a nessuno di “prendersi cura di noi”. Perché, mi sembra chiaro, che la differenza tra il desiderio di cura e quello di possesso sia solo una minuscola sfumatura.

Secondo Dirani, per risolvere il problema della violenza sulle donne, le donne debbono imboccare la strada dell’autonomia. Non si tratta solo di trovare un lavoro, ma le donne dovrebbero proprio rinunciare per sempre all’idea che qualcuno possa prendersi cura di loro, perché la differenza fra “prendersi cura” e “possedere” è troppo sottile perché un uomo possa coglierla. (Suona piuttosto offensivo, cari uomini…)

Sembra un suggerimento molto saggio, di certo calza a pennello alla vicenda che lo ha ispirato (se Rosanna Prete avesse avuto un buon lavoro forse Mauro Agrosì non si sarebbe sentito travolto da quei “problemi insormontabili” che lo hanno convinto che sterminare la sua famiglia fosse l’unica soluzione possibile?), ma stride con un’altra delle giustificazioni che comunemente leggiamo quando un uomo stermina la sua famiglia.

Penso ad un caso recente, all’efferato omicidio di Nona Movila, 42 anni, badante, compiuto dal marito Petru Cornel Movila.

Scrive il Tirreno:

Il marito, arrivato in Italia più di recente rispetto alla moglie, Petru Cornel Movila, cinquantenne non in grado di reggere gli impegni di una famiglia numerosa e di una donna che sapeva anche essere indipendente, si è tolto la vita con lo stesso coltello con cui aveva ucciso la madre dei cinque figli.

Anche qui, come a Cornigliano c’era un uomo travolto da “problemi insormontabili”, troviamo un uomo “non in grado di reggere gli impegni”, impegni tra i quali, però, è citata quella che Dirani propone come soluzione: “una donna che sapeva anche essere indipendente“.

L’indipendenza delle donne è spesso uno dei “problemi” che portano l’uomo a decidere di farle fuori.

Ad esempio, a proposito di Loretta Gisotti, make up artist, uccisa a martellate dal marito, scriveva a luglio Repubblica:

una donna solare, dolce, attenta e sensibile, ma che non si faceva mettere i piedi in testa. E’ questo il ritratto fatto da chi la conosceva… (…)

…la donna era conosciuta nel suo paese come una persona dal carattere deciso e combattivo e in un’intervista su un quotidiano di settore, del suo lavoro parlava così: “Al di là di cosa propone la moda, non mi stancherò mai di ripetere che è necessario capire la personalità della cliente”. Quindi una donna di carattere ma sensibile, che oltre a gestire in proprio un’attività, almeno fino al 2013 insegnava anche alla Scuola superiore di estetica di Bellinzona, in Svizzera.

Indipendente, e non solo dal punto di vista economico: Loretta Gisotti era una donna che  sapeva cavarsela egregiamente da sola, che “se aveva qualcosa da dire non se la teneva“, che non aveva paura di mostrarsi agli altri “forte di temperamento“, insomma esattamente l’opposto della donna “disposta ad accettare compromessi” a causa di quella dipendenza psicologica che sarebbe alla base della convinzione maschile di poter disporre della sua donna in quanto “signore e parone”.

Non credo che si possa suggerire alle donne la ricetta perfetta per sfuggire alla violenza maschile; non possiamo dire alle donne, “trovatevi un lavoro, così non vi accadrà mai quello che è accaduto a Rosanna Prete”, perché poi magari capita loro quello che è successo a Loretta Gisotti o a Nona Movila, si dirà che sono morte perché hanno dimostrato di saper essere indipendenti, e loro saranno troppo morte per poterci sbattere in faccia che il suggerimento avremmo fatto meglio a tenercelo per noi.

E non possiamo neanche sindacare le loro scelte in fatto di partner, perché a leggere i giornali gli assassini sono uomini che non lasciano presagire nulla.

Di Mauro Agrosì possiamo leggere che era “un uomo tranquillo, posato, sottoposto a controlli“, uno che “la sera precedente, un’amica, giura: «Era con la famiglia, sembravano tutti sereni, ci siamo salutati e parlati»“.

Di Roberto Scapolo leggiamo che “un marito buono“, “un uomo remissivo, sempre gentile”.

Io credo sia per questo che è stata coniata la parola femminicidio: perché queste donne vengono uccise in quanto donne, e non perché hanno imboccato la via della dipendenza economica piuttosto che quella del lavoro, o perché hanno scelto un uomo aggressivo in virtù della loro colpevole, supina accettazione di quei beceri stereotipi di genere che associano la virilità all’ostentazione di un comportamento violento.

Le donne subiscono violenza in quanto donne, a prescindere dalle strade che imboccano, dai vestiti che indossano, dalla loro più o meno sviluppata capacità di cogliere i “segnali premonitori” del fatto che l’uomo apparentemente mite, tranquillo e posato che hanno incrociato nel corso della loro vita ha davvero deciso che è il momento di massacrarle in qualche modo.

Quindi forse dovremmo semplicemente smetterla, ogni volta che una donna muore ammazzata da un uomo, di aggiungere alla notizia di cronaca un bel suggerimento alle donne sul corretto stile di vita che scongiura il problema della violenza di genere.

E magari cominciare a suggerire agli uomini una strada che li conduca a non prendere in considerazione la violenza come soluzione ai loro variegati problemi.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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37 risposte a L’indipendenza

  1. Paolo ha detto:

    “magari cominciare a suggerire agli uomini una strada che li conduca a non prendere in considerazione la violenza come soluzione ai loro variegati problemi.” basterebbe suggerirgli che chi fa violenza a coloro che dice di amare.
    sul resto sono d’accordo.
    Pare che il tipo di Conegliano avesse debiti di gioco, se si fosse suicidato solo lui lo avrei rispettato, ma chi porta altra gente con sè per me è solo uno stronzo.

    • Vale ha detto:

      Già… mi domando come mai la tranquillità economica e il benessere di moglie e figlie gli sia sopravvenuto al pensiero di “come si mantengono, se io muoio” e non al “come vivono, se io sperpero i soldi col gioco”…
      Ma, si sa, alla fine anche questo ha detto “il pallone è mio, se io vado a casa, mi porto via il pallone”. Solo che qui il pallone erano delle persone.

  2. Celia Pariona ha detto:

    concordo urge una educazione alle emozioni a partire dalle famiglie media istituzioni società intera .

  3. mattautentica ha detto:

    Pur seguendo questo blog assiduamente non sono solita lasciare commenti perché le riflessioni che derivano dai vari articoli che leggo sono complesse e difficili da riportare nero su bianco (specie se non si ha molto tempo per farlo), Perché spesso intervengono anche fattori emotivi quali rabbia, sdegno, frustrazione e sofferenza che rendono il tutto ancor più complicato. Questo per dire che oggi c’ho voglia di vomitare un po’ di rabbia.
    Di questa vicenda voglio solo far notare che non si capisce bene per quale sillogismo si è deciso di interpretare “i troppi problemi insormontabili” denunciati dall’uomo nella lettera, come problemi economici. Dall’articolo del corriere si legge che non risulta avesse debiti di gioco né che si fosse rivolto all’usura. Però “era angosciato dai problemi economici”. Percepiva uno stipendio più che dignitoso ( non arrivava ai duemila euro, lo scrivono come se fosse un morto di fame, conosco coppie i cui stipendi sommati non arrivano a duemila euro ma non per questo sono angosciati al punto da commettere una strage) e non aveva problemi al lavoro, però ” non riusciva a far fronte alle esigenze familiari che (lui?) riteneva indispensabili”. Scrive ” preferisco portarle con me” “non voglio lasciarle senza marito e senza padre ” no che non vuole lasciarle senza stipendio!!! Non sarà che i SUOI problemi col gioco compulsivo abbiano minato la tranquillità familiare e che forse la moglie avesse iniziato a ribellarsi, non sarà che le “esigenze indispensabili” fossero le SUE e non quelle della moglie e delle figlie? Ma tanto la madre, le figlie sono ” troppo morte per poterci sbattere in faccia la verità”. Da questi articoli del cavolo c’è sempre un maledetto subdolo intento di giustificare l’uomo, il padre “per bene”, che se è arrivato a tanto avrà avuto i suoi buoni motivi. Spiace veramente tanto che anche la giornalista Deborah Dirani abbia commesso lo stesso errore andando ad elargire consigli sul “come, perché, quando” esattamente come si usa fare nel suggerire alle donne di non uscire da sole la sera, non passeggiare in luoghi poco frequentati, evitare di essere provocanti indossando minigonne e simili, evitare di bere e divertirsi perché potreste sembrare disponibili ( ad essere stuprate!). Insomma la colpa gira che ti rigira è sempre delle donne che non lavorano e vessano i i loro poveri mariti con ” esigenze” cui non possono fare fronte, che non hanno ancora capito che hanno gambe, braccia e cervello a sufficienza per potersi trovare un lavoro che le mantenga decorosamente inveve di fare le parassite di quei disgraziati che poi sono costretti a fare una mattanza!….chi spiega a “miss sapientona” che moltissime donne in questo bel paese perdono il lavoro proprio a seguito della gravidanza e dopo non riescono, loro malgrado, a reinserircisi perché devono sobbarcarsi da sole tutto l’onere di crescere i figli e quando questi non sono più un problema sono troppo vecchie e non le vuole più nessuno?
    Chi le spiega che scrivere articoli come il suo o come quello del corriere non fanno altro che alimentare quella “distorta visione del mondo” che lei stessa riconosce essere la causa prima della violenza contro le donne?…..sono nauseata!

  4. stefano ha detto:

    Che le donne subiscano violenza in quanto donne è un’idea assurda. Smentita dai fatti e anche dalla logica. Diffondere questa definizione del termine femminicidio, che ha avuto una precisa funzione per i crimini commessi in Messico, estesa agli altri casi di violenza ha comportato la resistenza al termine e la incomprensione. Se le donne fossero uccise solo in quanto donne, come mai vengono uccise solo le partner, o ex? Come mai se questi uomini volevano uccidere una donna in quanto donna, hanno aspettato tutti questi anni e poi si tolgono persino la vita? Ha senso? E come mai la maggior parte delle volte che una relazione finisce non ci sono vittime? Quello che si intende con indipendenza è modificare per quanto possibile l’assetto che fonda la nostra società, ovvero la relazione di coppia. Tutti noi cresciamo con l’idea che a un certo punto bisogna trovarsi qualcuno e viverci insieme. Questo ha un senso preciso poiché l’essere umano da solo vive male, ma diventa in certi casi una gabbia. Eppure tutti ricercano la vita di coppia e spesso fanno di tutto per mantenerla, anche se diventa invivibile. Ci sono uomini che si suicidano quando perdono il lavoro, o quando fallisce la loro azienda. Un gesto spropositato, eppure per alcuni ha molto senso, quando sei nato e cresciuto in una società nella quale non solo il lavoro è investito di un valore supremo (la dignità del lavoro, il lavoro rende degni, il lavoro fa l’uomo eccetera), ma il ruolo dell’uomo comporta il farsi carico economicamente della famiglia ed essere considerato da tutti un fallito. Questo sta dicendo Dirani. E parla in ogni direzione, quando parla di insegnare l’indipendenza, per quanto l’idea di insegnare queste cose è ingenua.

    • “Se le donne fossero uccise solo in quanto donne, come mai vengono uccise solo le partner, o ex?” La domanda da porsi è un’altra: come mai non vengono uccisi in egual misura mariti, ex mariti o fidanzati? Forse perché il genere ha un ruolo ben preciso in queste vicende?

      • stefano ha detto:

        Che il generi c’entri è ovvio, solo che non c’entra nel modo in cui si evince dalla definizione che porti. E la domanda non può essere un’altra, la domanda è quella, e mi sembra pertinente ed è fatta per mettere in questione la definizione e l’idea che vi è dietro. La domanda che mi poni tu contiene già la smentita alla tua definizione. Se non vengono uccisi in egual numero, ma vengono comunque uccisi anche gli uomini cade l’idea che tu hai in mente. Evidentemente la faccenda non ha a che fare con l’esser donna di per sé. Anche perché non si capirebbe perché poi alcuni si tolgono la vita.

      • Paolo ha detto:

        stefano, comunque non è chi vuole stare in coppia lo vuole perchè vuole la gabbia o è corrotto dall’educazione ricevuta

    • Antome ha detto:

      “Un gesto spropositato, eppure per alcuni ha molto senso, quando sei nato e cresciuto in una società nella quale non solo il lavoro è investito di un valore supremo (la dignità del lavoro, il lavoro rende degni, il lavoro fa l’uomo eccetera), ma il ruolo dell’uomo comporta il farsi carico economicamente della famiglia ed essere considerato da tutti un fallito.” Ti sei risposto da solo. Questo chi lo ha deciso? Le donne? O forse è una tipica concezione patriarcale, la quale ovviamente nuoceva agli uomini, proteggendo apparentemente le donne ma a caro prezzo per la loro indipendenza.
      Poi bisogna anche mettere in conto la paranoia dell’ipergamia, secondo questa concezione si viene lasciati per un uomo più forte in quanto falliti e quindi non più uomini.
      Aderendo a questa cultura patriarcale si portano un fardello (tutto mentale) insostenibile, un modello tossico e stressante. Va da sè che questo i debiti li ha fatti lui ed è un altro caso rispetto a quelli che hanno perso il lavoro, ma il meccanismo è simile.

      • Paolo ha detto:

        si viene lasciati semplicemente perchè l’altra persona non ci ama più e ama un altro che evidentemente preferisce a noi. E’ doloroso ma va accettato

  5. mattautentica ha detto:

    “Che le donne subiscano violenza in quanto donne è un’ idea assurda smentita dai fatti” ….bravo, bella frase! Saresti così gentile da elencarne almeno un paio, così tanto per non dare l’idea che scrivi cose a vanvera.
    Questa povera donna e le sue figlie sono state uccise dal marito e padre per un motivo ben preciso, perché lui le considerava esseri, o peggio cose, di sua proprietà della cui vita disporre a suo piacimento, e questo è tipico della cultura patriarcale e maschilista, ecco perché si parla di femminicidio, ecco perché il loro sesso è così determinante, ecco perché si uccidono quasi sempre partner o ex.
    “Ci sono uomini che si suicidano quando perdono il lavoro o fallisce la propria azienda”, non è pertinente al caso, l’uomo aveva un buon lavoro e agli inquirenti non risulta avesse debiti. La disperazione per problemi economici al momento non sembra avere riscontri concreti, quindi eviterei di sviolinarci troppo.
    ” E come mai la maggior parte delle volte che una relazione finisce non ci sono vittime?” SIGH!!! No comment

    • stefano ha detto:

      Conosco sia l’origine che il significato del termine femminicidio, termine che adotto pur con le sue debolezze; non sto commentando a vanvera. Capisco che sia un argomento che suscita certe emozioni, però non sono il genere di commentatore che pensi. Il riferimento al suicidio nei casi di perdita del lavoro o fallimento non è per questo caso, è per mostrare come il tipo di valori nei quali si crede faccia la sua parte. Semplicemente trovo inadeguata l’idea della vittima donna in quanto donna, e controproducente per la comprensione del fenomeno.

      I fatti sono chiari: o c’entra il sesso della vittima o c’entra la sua funzione. i femminicidi rappresentano lo zero virgola dei casi rispetto a tutte le relazioni, quindi non si capisce dove starebbe la tipicità del fenomeno rispetto alla diffusione del sessismo; non si capisce perché se un uomo uccide una donna in quanto donna la uccida dopo anni di convivenza, e solo quella, e poi si tolga la vita; ci sono casi di donne assassine: questo come lo spieghiamo? Gli omicidi e le violenze avvengono anche fra coppie omosessuali, lesbo e omo: questo come lo spieghiamo? A me viene da pensare che il problema stia nella concezione della coppia, nel legame che diventa possessivo. Gli uomini rispetto alle donne hanno un problema maggiore per quanto riguarda la violenza, sia come aspetto personale e ovviamente in relazione al rapporto con le donne. Ovviamente l’effetto del patriarcato soggiace a tutto ciò, ma l’idea che nel movente dell’omicida ci sia l’odio per la donna e l’oggettificazione non ha molto senso.

      • IDA ha detto:

        Il feminicidio, lo stalking, i maltrattamenti, violenza sessuale, sono forme di “violenza di genere”, rivolta contro le donne in quanto donne. La violenza di genere è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne. Definizione: “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. è un problema strutturale, che va aldilà degli omicidi delle donne, riguarda tutte le forme di discriminazione e violenza di genere. Si parla di cultura, una cultura che in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, è una violenza illegale ma legittimata dalla cultura, questo è uno dei punti chiave del feminicidio.
        Che necessità c’era di inserire una nuova categoria criminologica con il termine feminicidio?
        Semplice, per rendere visibile il fenomeno della violenza di genere.
        Per studiare, analizzare e dare risposte efficaci, sui crimini di mafia, li devi separare dagli altri e distinguerli per creare una consapevolezza nella società civile e nelle Istituzioni sulla effettiva natura di questi crimini e per fare questo prima devi riconoscere che esiste la mafia, poi li devi separare dagli altri crimini.

      • stefano ha detto:

        Quindi Ida, se un uomo stalkerizza una donna lo fa in nome di una sovrastruttura ideologica, mentre se accade il contrario no?

      • Non è questo che voleva dire, Stefano. Voleva dire che se questa società fosse diversa, ci sarebbero molti meno stalker di sesso maschile, che oggi sono la grande maggioranza.

    • stefano ha detto:

      Pochi o tanti rispetto alle donne è irrilevante. Quello che ha scritto è chiaro e inequivocabile, e così la mia domanda. Posso avere risposta? Se lo stalking è un fenomeno spiegabile col patriarcato, perché lo commettono anche le donne? Se è una forma di violenza contro le donne in quanto donne, come mai viene commessa anche dalle donne contro gli uomini? Lo fanno con moventi diversi? è stalking diverso? E cosa c’entra la diseguaglianza con lo stalkerizzare una donna o un uomo? A me al massimo viene da pensare che uomini crescono con l’idea che bisogna provarci a prescindere, che i complimenti comunque sono bene accetti, che se insisti prima o poi ce la fai, che il no potrebbe essere forse eccetera. E ci sono donne che pensano che sia l’uomo a doverci provare, e che se insiste è perché ci tiene eccetera. Ma questo cosa avrebbe a che fare con il voler colpire una donna in quanto donna? Nulla, infatti anche le donne compiono stalking. C’è qualcosa di sbagliato in questo ragionamento?

      • stefano ha detto:

        No, scusa eh, ma la risposta non è un link, la risposta è possibile darla in una riga. Perché se gli uomini uccidono le donne in quanto donne uccidono solo le donne con le quali hanno avuto una relazione? E perché tutte le forme di violenza elencate vengono commesse anche dalle donne, da uomini contro altri uomini gay, da donne contro altre donne lesbo?

      • A parte che ti è stato già fatto notare che la definizione di femminicidio è molto più ampia e non ricomprende solo l’omicidio compiuto all’interno di una relazione sentimentale, poi non vedo perché tu non possa fare lo sforzo di aprire un link mentre io, invece, dovrei riscrivere cose che ho già scritto.

      • stefano ha detto:

        La formazione dell’uomo abusante risponde alla domanda perché anche le donne compiono stalking?

      • IDA ha detto:

        Stalking, omicidio, violenza fisica, psicologica, sessuale, ecc..sono comportamenti umani che tutte le società stigmatizzano e condannano. La “sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale” è quella cultura che giustifica, normalizza, incoraggia, promuove e legittima questi comportamenti da parte dell’uomo sulla donna. Al livello penale, oggi, nei paesi occidentali, questi comportamenti sono condannati in egual misura nel codice penale, ma la cultura che li giustifica e li legittima da parte dell’uomo, esiste ancora. Nei paesi occidentali, cioè in un terzo della popolazione mondiale, ma nel resto della popolazione mondiale, questa cultura, questa ideologia esprime ancora norme sociali e scrive codici civili e penali. Le madri, che uccidono le figlie, ( India o Pakistan, non ricordo) perché rifiutano il matrimonio combinato o perché non sono più vergini, o comunque per le loro scelte sessuali e il rifiuto di un ruolo deciso da altri per loro, questo è feminicidio, violenza di genere, commessa da una donna, la madre, ma che risponde a quella cultura a quella ideologia. Con la violenza di genere non si giudica il sesso di chi compie il crimine, ma la cultura sessista, prodotta da un’ideologia patriarcale che è ancora dominante in tutte le sue manifestazioni sociali, ideologiche e religiose.
        Ma veniamo a noi, fino al 1975, in Italia esisteva la potestà maritale, dove si riconosceva il ruolo predominante del marito rispetto alla moglie, dove il marito aveva il diritto di impartire ordini e divieti, di punire la moglie anche on pene corporali. Il codice Rocco, 1930, per la prima volta, prevedeva l’abuso di patria potestà e autorità tutoriale se cagionava la morte, di moglie o figli. Il codice Rocco, inseriva anche la pena di morte per il patricidio, e una pena non inferiore ai 21 anni se cagionava la morte di un uomo o del marito. Al contrario se uno uccideva la moglie o la madre, la pena prevista era da 6 a 12 anni, e inserisce il delitto d’onore che dimezzava le pene. Ricordo che il delitto d’onore è stato in vigore e applicato fin al 1981. Ora questa distinzione tra un reato commesso da un uomo o una da donna, questa distinzione di importanza della vittima, da che cosa era determinata?
        Si dirà, ma il codice penale oggi non fa più queste distinzioni di sesso, certo, ma la cultura che le ha create, giustificate e determinate esiste ancora e con il termine “feminicidio” si parla di quella cultura. Non a caso di sopra parlo di comportamenti illegali ma legittimati dalla cultura.

      • stefano ha detto:

        Ida, penso che saresti una perfetta politica. Non solo non rispondi mai a quello che ti si chiede, ma produci un sacco di parole tutte perfettamente intorno al discorso, ma non in tema, e in più ci hai messo la ciliegina delle madri che uccidono le figlie per evitare il matrimonio combinato. Peccato che io avevo chiesto conto dello stalking commesso dalle donne. Vorrei capire qual è il passaggio dalla sovrastruttura di origine patriarcale allo stalking commesso dalle donne (un’arma a doppio taglio?). Se non chiedo troppo eh?

      • Mai sentito dire “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire?”
        La spiegazione era nel link che ti ho messo.
        Il passo è questo: “L’interazione con la società è unica per ogni ragazzo. Anche due fratelli di età simile non assimilano gli stessi valori. La cultura è trasmessa in un continuum. In una cultura molto religiosa, per esempio, alcuni bambini finiscono per diventare devoti credenti, mentre altri rigettano completamente la fede mentre la maggior parte rientra nel livello medio di religiosità della propria comunità. La reazione di un bambino dipende in parte da quanto forti sono i messaggi che riceve dall’ambiente sociale e in parte dalle predisposizioni personali.”
        Se l’interazione con la società è unica per ogni ragazzo, è parimenti unica per ogni ragazza. Nella vita di ogni singolo individuo sono molteplici i fattori che concorrono alla formazione del suo sistema valoriale, l’autore ne elenca alcuni nel paragrafo precedente: “la famiglia in cui cresce, il suo vicinato, i programmi televisivi che guarda e i libri che legge, le battute che sente, i messaggi che riceve dai giocattoli che gli vengono regalati e i più influenti modelli di adulti”. Per non parlare poi delle “predisposizioni personali”
        Ci potevi arrivare da solo, ma purtroppo non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

      • Paolo ha detto:

        in ogni caso ognuno di noi decide cosa essere e ne è responsabile

      • IDA ha detto:

        Io ho risposto cercando di illustrare meglio il concetto, forse hai formulato la domanda te, perchè nessuno ha mai parlato di “passaggi”.
        Stalking è un reato commesso sia dalle donne che dagli uomini. Dove stà la differenza? Che quello degli uomini è giustificato e incoraggiato. Da chi? Da cosa? Una cultura millenaria. è chiaro adesso?
        O forse vuoi dire che dal momento che anche le donne, possono uccidere, perseguitare i loro partner o ex, la violenza di genere non esiste?
        A fronte di una forte femminilizzazione nella vittimologia di diversi reati, gli autori sono in prevalenza uomini: (istat 2013)
        Violenza sessuale, vittime 90,4% del totale sono donne, autori 98% uomini.
        Stalking, vittime 77.1% donne, autori 84.4% uomini.
        Lesioni dolose: vittime 40.4% donne, autori 75.6% uomini.
        Omicidi, vittime 35.7% donne, autori 87.2 % uomini.
        Anche quando le vittime sono uomini, in prevalenza gli autori sono uomini, come ti spieghi tutto questo? È un fatto biologico o culturale?

      • stefano ha detto:

        Quindi per la violenza commessa da una donna entrano in ballo differenti fattori, fino alla predisposizione personale, invece per l’uomo tutto ciò svanisce e rimane solo la voglia di colpire una donna in quanto donna, e se un uomo stermina la famiglia e poi si ammazza non si vanno a cercare motivazioni differenti, abbiamo già la spiegazione del patriarcato che lo ha formato. Però ancora non mi hai risposto su cosa forma la donna. Per assurdo potremmo avere una società non sessista nella quale rimangono solo le violenze commesse dalle donne. A me pare strano, e in effetti se le cose stanno così ci ero già arrivato da solo.

      • stefano ha detto:

        Ida, quello che sto dicendo è che non capisco perché lo stesso tipo di fenomeno ha un movente per gli uomini e uno per le donne. Se le donne possono fare stalking e lo fanno senza essere influenzate da una cultura millenaria, cosa ti dà la certezza che quando lo fa un uomo è sempre e solo perché influenzato dal patriarcato? Questo non significa negare la violenza di genere, significa pensare che non tutto va sotto la categoria di violenza di genere.

      • Ecco non capisci: comincia a pensare che sia questo il problema. Il che non significa che i concetti non siano validi. Tanta gente non capisce la matematica, ad esempio. Quindi io non ne farei un dramma.

      • IDA ha detto:

        Non c’entra il sesso di chi compie il crimine, l’ho già detto, e ti ricopio il passaggio: “Con la violenza di genere non si giudica il sesso di chi compie il crimine, ma la cultura sessista, prodotta da un’ideologia patriarcale che è ancora dominante in tutte le sue manifestazioni sociali, ideologiche e religiose.”
        Esempio: Una donna viene uccisa durante una rapina in banca. Questo è omicidio.
        Andrea Cristina Zamfir, viene crocifissa ad una sbarra e seviziata con un bastone, muore per emorragia interna. Questo è feminicidio.
        “feminicidio” indica l’assassinio legato a un atteggiamento culturale di chi considera la moglie, la compagna, l’ amica, la donna, non un essere umano di pari dignità e di pari diritti, ma un oggetto di cui si è proprietari, disponibili per il proprio uso.
        Omicidi “della donna in quanto donna”, ovvero gli omicidi basati sul genere e il ruolo di genere; ragazze uccise dai familiari perché rifiutano il matrimonio che viene loro imposto o il controllo ossessivo sulle loro vite, sulle loro scelte sessuali, delle prostitute vittime di tratta o ammazzate dai clienti. La loro colpa è stata quella di aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalla tradizione di essersi prese la libertà di decidere cosa fare delle proprie vite, di essersi sottratte al potere e al controllo . Non tutti gli omicidi di donne e ragazze sono feminicidi, ma la maggioranza si.

      • stefano ha detto:

        Ida, lo so che non c’entra il sesso, non c’è bisogno che me lo ripeti. Ma perché caspita non leggi quello che scrivo? Ho scritto già che adotto il termine femminicidio e che so cosa significa, quindi che mi fai a fare l’esempio della donna uccisa durante una rapina? Ti sto parlando dei femminicidi e della violenza di genere. Ti ho chiesto perché comportamenti che cataloghiamo come violenza di genere, di matrice patriarcale, fatti per opprimere le donne, vengono assunti anche dalle donne. Sto mettendo in dubbio il fatto che questi casi tutti ricadano sotto la violenza di genere, partendo dal fatto che se una donna compie stalking per suoi motivi lo può fare anche un uomo, senza che c’entri per forza il sessismo. Se la violenza domestica avviene anche a parti invertite e in coppie omo e lesbo, non sarà forse che ci sono dinamiche di coppia che valgono per tutti e che il patriarcato non sempre c’entra? Che forse gli uomini hanno un problema con la violenza in sé, e non sempre c’è dietro la cultura patriarcale? Oppure non capisco come mai c’è differenza. Se le donne non sono neanche incoraggiate a compiere queste cose perché lo fanno? E perché le motivazioni che vi possono essere dietro non valgono per gli uomini, come in questo caso? Il caso dell’articolo ti pare chiaro? Secondo te la società di oggi insegna ad ammazzare tutta la famiglia e suicidarsi? Secondo te nella testa di quell’uomo c’era l’idea della moglie come oggetto di cui disporre? E pensava che le figlie non avessero il diritto di vivere?

      • “Secondo te la società di oggi insegna ad ammazzare tutta la famiglia e suicidarsi?” Oh, guarda, ne ho scritto proprio oggi. https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2016/11/06/educazione/

      • IDA ha detto:

        Il problema forse è un altro, sei te che non leggi quello che ti scrivono.
        La risposta la trovi nel primo commento. Il termine femminicidio nasce apposta per distinguere dalle varie dinamiche di coppia. (commento uno).
        La differenza dello stesso atto, compiuto da un uomo e una donna, è che l’uomo ha dietro una cultura che lo giustifica, lo assolve, lo incoraggia e la donna no. Commento, 1,2,3,4…di questo stiamo parlando, non dell’atto in se, che ha una responsabilità individuale ed è soggettivo.

      • Antome ha detto:

        C’è un’ambivalenza ho notato, lasciando da parte poi il doppio standard tra stranieri e nostrani, anch’esso parte della concezione delle donne come risorsa. Da una parte viene da pensare che questi comportamenti sono trasversalmente stigmatizzati e che lo stupro sia sempre disumano, che chi uccide la moglie è un mostro. Nella politica sembra essere così, con molte sfumature e diverse strumentalizzazioni.
        E’ nei vari “ma” che emerge il substrato di non condanna. Innanzitutto potrebbero non essere sempre le stesse persone o tipo di persone a dire e pensare (bipensare) cose così contradditorie, ma a volte lo sono eccome, le stesse persone, ad incarnare entrambi questi pensieri, di condanna e di comprensione allo stesso tempo. Mettici poi il fattore affettivo, cioè la distinzione quasi “tribale” che a pelle fanno, tra quando la vittima è una familiare, amica, conoscente, in quest’ordine, secondo il grado di attaccamento o se è una sconosciuta, più facile da stigmatizzare in stereotipi.
        Pensiamo che, banalmente gli basterebbe pensare “se fosse tua figlia”? Non è una cosa automatica affatto, pensando a molti dei commenti maschili su internet.
        Come spesso dico, ci sono post che iniziano esprimendo la frustrazione relativa alla percezione di essere, a loro dire, impropriamente definiti maschilisti e sessisti in quanto uomini e di come il patriarcato non ci sia più e quindi ci si preoccupi dell’Arabia Saudita e annessi. Seguono commenti estremamente misogini, sessisti e razzisti sotto l’articolo 😀 su come le donne siano viziate e governate dalle emozioni, ipergamiche etc. come volevasi dimostrare.
        Sui femminicidi si è giustamente mostrato due aspetti del delirio di grandezza e di possesso, chi, pensando di essere indispensabile (non che un padre non lo sia, ma qui tutto si riduce alla vile economia pecuniaria), dopo avere perso il lavoro la vede così nera che vuole uccidersi, cosa già spropositata di per sè. Ma se ci aggiungi che questo delirio coinvolge anche la famiglia, moglie e figli compresi a cui sente di “risparmiare una vita di stenti” 😀 😦 siamo seri?
        Detto questo, capisco la frustrazione qui, ma trovo abbastanza stimolante, ancorchè, apperentemente scomoda la questione del perchè delle donne stalker.
        Ricapitolando quello che mi sembra di avere inteso, perchè se stalking è sempre espressione del possesso patriarcale, cosa che Stefano, a differenza di molti, non nega essere la causa in gran parte degli episodi, – avverrebbe abbastanza spesso anche da parte di donne?
        Ecco, indubbiamente quel senso del possesso ossessivo e compulsivo può essere presente anche in molte donne. E’ innegabile che nelle coppie ne esistano di molto possessive. L’aspetto principale è che poco o nulla di questi episodi di stalking risulta in omicidi, rispetto ai casi maschili.
        Può essere presente l’aspetto psicopatico della minaccia di fare pazzie o di togliersi la vita, ma, mi sembra di capire, non quella di toglierla a lui. E per carità di relazioni con il marito succube ne conosco.
        L’aspetto del possesso ha una base sia rafforzata culturalmente, sia biologica, per quanto sia appunto pressochè impossibile separare le due cose. Il rafforzativo culturale rivolto al partner è quello patriarcale. Ripeto per chi guardasse, scettico nei confronti del termine, il termine patriarcato non è riferito al governo di un maschio in quanto tale, non necessariamente un maschio governa favorendo uno dei due sessi/generi, si riferisce ad un governo a dominazione maschile, quindi storicamente oppressivo nei confronti delle donne nella sua struttura sociale e tutto il portato culturale di questa concezione, nè consegue che tale governo è necessariamente quasi sempre maschile, ma non criminalizza il maschio in quanto tale.
        Chi nega il femminicidio, ricondurrebbe la differenza nel caso di mortalità del partrner maschile o femminile, alla forza maggiore maschile, negando ovviamente così influenza culturali, dicendo che in Svezia, a suo dire la casistica è ancora maggiore.
        Sembra fare il paio a proposito con “tutti dicono che in Norvegia si vive meglio, perchè allora è il paese con più suicidi?” retorica stantia, ma su cui si può approfondire.
        Sì può ricondurre all’ambizione femminile al dominio, che può essere presente al pari di quella maschile e nel caso in questione si esprime nel voler controllare l’uomo, non accettare che la lasci, etc. Ma non c’è la stessa *struttura culturale* di delitto d’onore, onta dell’essere cornuti da lavare col sangue.
        Concludendo, sì, non in tutti i casi stalking e possessività maschili e femminili sono di tipo patriarcale, ma in buona parte dei casi maschili lo è, rispetto a quelli femminili, oltre a spiegarne, in parte la prevalenza.

      • Paolo ha detto:

        l’amore vero è appartenenza reciproca nella libertà, passione e fiducia reciproca che impedisce alla gelosia eventuale di degenerare in ossessione possessiva

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