Il mammo-centrismo

Recentemente mi sono imbattuta in questa notizia:

catania

Non so a quale “storia” faccia riferimento l’Avvocato Gassani nel commentare la sentenza,  quando scrive

Questa sentenza spazza via decenni di ingiustizia che hanno colpito i minori, orfani di padri vivi. Mette ordine nei confronti di padri indisciplinati e disimpegnati, nei confronti delle madri che si sentono le padrone dei figli, nei confronti di una società che nel 2017 non può permettersi differenze sessiste. Qui la partita non è dei padri contro madri: dobbiamo tendere ad una società giusta altrimenti saranno i figli a pagare le ingiustizie

perché la storia che conosco io comincia nel diritto romano col pater familias e quel potere esclusivamente riconosciuto ai maschi che era la patria potestà sui figli, un potere rimasto in capo ai padri fino alla legge di riforma del diritto di famiglia, L. 151/’75, che segna l’estinzione dell’istituto e la sua sostituzione con quello della potestà dei genitori.

Per ciò che riguarda il cosiddetto interesse superiore della prole, tale concetto è stato introdotto per la prima volta a livello internazionale dalla Convenzione di New York su i diritti del fanciullo nel 1989, e solo questo radicale cambio di prospettiva ha fatto sì che si arrivasse, nel 2013, ad abbandonare un termine antico come “potestà”, che descrive l’esercizio di un potere cui corrispondeva “la sottoposizione dei figli al potere familiare” (così recitava il Punto 166 della Relazione al Re del 16 marzo 1942 a proposito della patria potestà), all’odierna “responsabilità genitoriale”.

La storia della famiglia italiana, quindi, è la storia di un’istituzione lungamente caratterizzata da una posizione di inferiorità giuridica della donna nei rapporti tra coniugi e in ordine alla titolarità e all’esercizio della potestà sui figli, e dallo stato di soggezione dei figli nei confronti del padre, come ricorda Massimo Lizzi in un articolo dedicato alla questione pubblicato sul sito della Libreria delle donne.

All’epoca in cui era in vigore la patria potestà, ovvero un maggiore potere concentrato nelle mani dell’uomo, non si parlava ancora di “genitorialità” intesa com’è oggi, ovvero quella funzione che va ben oltre quella meramente fisiologica dell’essere genitore e che potremmo molto semplicisticamente (ma molto molto semplicisticamente) riassumere nella capacità di prendersi cura del proprio figlio.

Certo è che se il potere di prendere decisioni in merito alla prole è stato per secoli in capo al padre,

[giova ricordare a tale proposito l’articolo 316 del codice civile (modificato solo dal recente decreto sulla filiazione) che recitava  “In caso di contrasto su questioni di particolare importanza ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice indicando i provvedimenti che ritiene più idonei. Se sussiste un incombente pericolo di grave pregiudizio per il figlio, il padre può adottare i provvedimenti urgenti ed indifferibili…”]

la cura dei bambini – quella concreta, fatta di pannolini da cambiare, di compiti di scuola da controllare, nasi dai quali asciugare il moccio e ferite alle ginocchia da medicare – è sempre stata e continua nonostante tutto ad essere un dovere delle donne.

Più volte, in questo blog, ho citato l’Indagine multiscopo sull’Uso del tempo, (ad esempio qui) secondo la quale la presenza di figli, in una coppia, aumenta il carico di lavoro di cura della donna, mentre diminuisce il contributo fornito dall’uomo.

Un’analisi più dettagliata delle attività svolte dai genitori mette in luce come tutto quel lavoro che riguarda le esigenze materiali del bambino (dargli da mangiare, vestirlo, farlo addormentare o controllare che svolga i compiti di scuola) sia ancora appannaggio delle madri.

Questo non significa che in tutte le famiglie è così, ma lo è di certo nella grande maggioranza delle famiglie, così come lo era 100 anni fa o 200 anni fa.

Sono le donne quelle che stanno con i bambini, come ci ricorda poeticamente James Matthew Barrie:

“[i bambini parlano] il linguaggio delle fate. La ragione per cui le madri e le balie capiscono i loro discorsi prima di ogni altro, e cioè che ‘me’ vuol dire ‘dammelo subito’ mentre ‘po’ è ‘perché hai quel ridicolo cappello?’, la ragione è che esse, stando sempre coi bambini, finiscono per imparare il linguaggio delle fate.”  (Peter Pan, J.M.Barrie, ed. Stampa Alternativa, 1999, pag.69).

Questo lo sottolineo perché è evidente che c’è una radicale differenza fra l’essere titolare di uno status giuridico e prendersi cura di un bambino, e le due cose non vanno necessariamente di pari passo, visto che se la genitorialità, sulla carta, è una oggi una responsabilità equamente condivisa fra il padre e la madre, sono sostanzialmente le madri ad accollarsi le cure e l’educazione dei bambini  e senza che i padri se ne lamentino o che i professionisti  pensino che i bambini soffrano gravemente se i genitori vivono sotto lo stesso tetto.

Tornando alle dichiarazioni dell’Avvocato Gassani, che quando parla di “padri di serie B, indisciplinati e disimpegnati”, fa riferimento esclusivamente ai padri separati – come se fosse la separazione dei coniugi a causare il “disimpegno” paterno – giova ricordare a lui e al Giudice che ha vergato la sentenza che questa situazione di disequilibrio nell’espletamento della funzione genitoriale è spesso e volentieri preesistente alla separazione. Pertanto è inappropriato e fuorviante l’utilizzo del termine “mantenere” quando si parla di “rapporto equilibrato di un figlio con entrambi i genitori dopo la separazione”, e si dovrebbe eventualmente parlare di un equilibrio da costruire ex novo.

Questo riduce di molto la portata “rivoluzionaria” della sentenza oggetto dell’articolo, perché esclude, appunto, tutte quelle famiglie ma soprattutto tutti quei bambini che non si troveranno mai ad affrontare una separazione o un divorzio, e che, ci dice l’Avvocato Gassani, continueranno a vivere in una società “ingiusta”.

Ma veniamo alla sentenza, la quale presenta ben altri aspetti di interesse.

Innanzi tutto nessuna delle persone che l’ha commentata ha citato le motivazioni che hanno portato il Giudice a decidere per un collocamento prevalente del bambino a casa del padre, che sono queste:

All’esito degli accertamenti peritali svolti sul tema dei rapporti fra le parti e il figlio Vxxxx, i procuratori dei coniugi in lite chiedono adottarsi un provvedimento che renda più stabile la collocazione del bambino presso uno dei due genitori, ponendo fine al collocamento alternato per pari tempo presso ciascuno dei due. L’adozione del provvedimento richiesto da entrambe le parti (che, ovviamente concordano sullo schema logico di esso, ma non anche sul suo contenuto) è, peraltro, necessaria perché il collocamento del bambino alternativamente presso l’uno e l’altro genitore ha, insieme ad alcuni evidenti vantaggi, l’inconveniente di costringere Vxxxx, che frattanto cresce di età – a vivere diviso fra due posti diversi e due comunità di parenti, amici, compagni di scuola diverse. Dunque, la scelta del genitore collocatario viene richiesta dalle parti ed è anche oggettivamente necessaria.”

Qui abbiamo due genitori che hanno accettato, in sede di separazione, quella che viene da molti definita come la soluzione ottimale per un sano sviluppo del bambino, ovvero la residenza alternata, oggetto di molte proposte di legge e interrogazioni parlamentari; due genitori definiti dalla sentenza entrambi “idonei” a svolgere il compito di genitore, il che significa che nessuno dei due presenta particolari aspetti della personalità che potrebbero compromettere la loro capacità di attendere alle loro responsabilità, e che quindi, in virtù di questa loro “idoneità”, avrebbero dovuto essere i soggetti ideali alla realizzazione di quell’affido materialmente condiviso che tanti vantaggi dovrebbe apportare.

Eppure, ci dice la sentenza, entrambi i genitori sono giunti alla decisione di modificarlo, e il Giudice conconda con loro sulla “necessità”, nell’esclusivo interesse del minore, di garantigli una maggiore “stabilità”.

Di fatto questa sentenza ci racconta del fallimento di un progetto che avrebbe dovuto non solo garantire il più “alto livello di soddisfazione di vita” dei soggetti coinvolti, ma avrebbe anche dovuto prevenire qualsivoglia “rischio psicoevolutivo” per il minore, e invece si è rivelato una fonte di insoddisfazione tale per tutti da riportare la coppia nuovamente in Tribunale.

Sottolineerei che la scelta di questi genitori, che, rimettendosi alla decisione del Giudice, di fatto accettano entrambi, di comune accordo, il rischio di dover rinunciare a trascorrere la maggior parte del tempo col proprio figlio, sembra dettata non da desideri egoistici ma esclusivamente dalla volontà di porre fine ad una situazione che viene descritta di estremo disagio per il minore, come paventato da tempo da molti esperti della salute del bambino.

Come ci dice la sentenza, prendere una decisione del genere è sicuramente “difficile e doloroso, perché sancirà una delle inevitabili conseguenze della separazione: che il bambino conviverà con una maggiore tendenziale stabilità con uno soltanto dei genitori“.

Non essendoci elementi oggettivi che rendono uno dei genitori preferibile all’altro, il Giudice a questo punto dedica diverse pagine ai principi che hanno ispirato la sua decisione, ovvero la precisa volontà di fare una scelta controcorrente rispetto alla prassi, sancendo che

Il mutamento di affidamento e/o collocamento dei figli, quando non sia contrario a qualche circostanziale specifica esigenza di questo o quel figlio, ha l’ulteriore vantaggio di aiutare i genitori ad acquisire consapevolezze che spesso risultano non avere. E’ frequente, infatti, che padri non collocatari si limitino a criticare madri collocatarie dalla facile posizione di chi non deve sostenere la fatica quotidiana di gestire i figli. Divenire essi collocatari li aiuta a rendersi conto di quali concreti problemi debba affrontare quotidianamente l’altro genitore contribuendo concretamente alla loro soluzione, invece che limitarsi a muovere critiche a chi lo ha fatto fino a quel momento.

Qui si parla chiaramente di “genitori che dovrebbero acquisire consapevolezze”: a mancare ai padri sarebbe la piena conoscenza “dei concreti problemi” che scaturiscono dalla “fatica quotidiana di gestire i figli”, e una simile sentenza avrebbe la funzione di educare tali padri.

Questo potrebbe essere vero se facessimo esclusivo riferimento a quell’indagine multiscopo del tempo che ci racconta come tale fatica sia nelle famiglie un’onere squisitamente femminile, ma suona strano applicato a questa particolare famiglia, nella quale l’affido alternato avrebbe dovuto provvedere a distribuire equamente la responsabilità genitoriale fra entrambi i genitori.

In teoria questo padre non ha nessun bisogno di ulteriori aiuti, visto che ha già avuto modo di fare esperienza di quella quotidiana fatica che i cosiddetti “padri disimpegnati” disconoscono.

Il provvedimento, quindi, più che essere diretto al conseguimento di un qualche effettivo benessere per le persone che ne sono oggetto, sembra voler svolgere una funzione educativa per la società nel suo complesso, ponendosi come una sorta di decisione esemplare che possa contribuire ad eliminare quei pregiudizi che, ci dice la sentenza, portano a considerare l’affidamento al padre come “innaturale ed eccezionale”.

Su questo ci sarebbe molto da dire, e spero che i miei lettori vogliano contribuire costruttivamente al dibattito.

A mio avviso, però, la portata di tale decisione esemplare è notevolmente sminuita da uno dei passi della sentenza stessa, che recita

la nuova compagna del Dott. Sxxxx ha un approccio corretto con la sua relazione con Vxxxx. Ella costituisce un ulteriore elemento di equilibrio e serenità per il contesto nel quale Vxxxx vivrà abitualmente.

Se, come sostiene l’Avvocato Gassani, tale sentenza dovrebbe rappresentare la chiave di volta attorno alla quale costruire “una società che nel 2017 non può permettersi differenze sessiste”, l’accenno alla presenza di una donna come “elemento di equilibrio e serenità” che va contribuire alla scelta del collocamento prevalente presso un genitore e non l’altro, non può che porci degli interrogativi a proposito di quella suddivisione in base al genere del lavoro di cura che caratterizza la tipica famiglia italiana e che – alla luce non solo delle statistiche ma anche delle affermazioni del Giudice – è lecito sospettare comporterebbe lo spostamento in capo a questa donna (priva, giuridicamente parlando, dell’attribuzione di qualsiasi status nei confronti del minore) della maggior parte della “fatica quotidiana di gestire i figli”. E se così fosse, forse si potrebbe continuare a parlare di “sentenza rivoluzionaria” nella forma, ma di certo non nella sostanza.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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9 risposte a Il mammo-centrismo

  1. Morgaine le Fée ha detto:

    Continuo a dire che crederó alle istanze dei padri separati quando li vedró combattere come belve per avere congedi parentali di tipo scandinavo (= tot mesi a casa con l’infante, divisione equa dei giorni di malattia dei figli).
    Altrimenti é un po’ troppo comodo, far fare il lavoro ingrato alle madri e poi riscuoterne il risultato con faccia di tolla.

  2. IDA ha detto:

    Affidato al padre che lo affida alle cure della nuova compagna.
    Non c’è la sostituzione della figura materna in questo caso?

    • ladymismagius ha detto:

      Tecnicamente non sappiamo se il padre delegasse/delegherà alla compagna la cura quotidiana del figlio, ma è interessante che in una situazione in cui non c’erano elementi per propendere verso uno dei genitori il giudice abbia ritenuto dirimente che presso il padre, comunque, nel caso, metti mai, ci sia una figura femminile con cui il bambino ha un buon rapporto. Vorrei vedere se avrebbe preso la stessa decisione se il padre fosse stato single…

      • Di cose interessanti la sentenza ne scrive tante… La più perturbante è sicuramente questa:
        “Il mutamento di affidamento e/o collocamento dei figli, quando non sia contrario a qualche circostanziale specifica esigenza di questo o quel figlio, ha l’ulteriore vantaggio di aiutare i genitori ad acquisire consapevolezze che spesso risultano non avere”. ovvero secondo il Giudice il provvedimento di affido sul minore sarebbe “educativo” nei confronti degli adulti. La sentenza dedica molte pagine (la maggior parte, a dire il vero) ad un’analisi di quello che è – secondo il Giudice, ovviamente – il contesto sociale nel quale la sua decisione si colloca, e dedica molto meno spazio alla famiglia della quale si sta occupando; parla di pregiudizi che favoriscono il collocamento presso la madre – e non dice nulla, invece, del fatto che nella stragrande maggioranza delle famiglie siano la madri ad occuparsi dei figli, e che quindi la collocazione presso la madre non fa altro che mantenere uno stato delle cose preesistente alla separazione – parla di “madri proprietarie che tanti danni arrecano alla educazione e serena crescita dei figli minori” in relazione ai “padri disimpegnati”, come se il disimpegno dei padri potesse essere solo una conseguenza del comportamento delle donne, e non, invece, anche, in alcuni casi, una mancanza di volontà di assumersi gli impegni derivanti dall’essere genitore, giungendo quindi alla conclusione che negando alle madri “la proprietà” dei figli (ovvero l’affido) automaticamente i padri sarebbero portati ad “impegnarsi”. Una teoria che non tiene nessun conto del fatto che per secoli i padri sono stati effettivamente i proprietari dei figli, ma questo non ha prodotto nessun impegno da parte loro sul versante del lavoro di cura.

      • ladymismagius ha detto:

        Niente da dire, hai già detto tutto.

      • IDA ha detto:

        Sei maligna, perchè anche io che sono maligna, avevo pensato la stessa cosa, se il padre fosse stato single il giudice come si sarebbe comportato?

  3. Marci ha detto:

    Il problema non è quale genitore ma il collocamento prevalente. Un bambino deve poter mantenere e vivere la stessa quotidianità dei rapporti che aveva prima della separazione è un suo diritto e non deve avere nessun genitore part time. La continuità di affetto garantirebbe maggior beneficio rispetto a disagi di piccoli spostamenti e diminuirebbe di molto la conflittualità ed infine responsabilizzerebbe entrambi i genitori nella cura dei figli. Per la considerazione di molti meno padri si occupano dei figli rispondo che se ci sono persone che guidano il motorino senza casco non per questo bisogna punire anche chi porta il casco.

    • “Il problema non è quale genitore ma il collocamento prevalente”: è un problema per chi? E perché?
      “Un bambino deve poter mantenere e vivere la stessa quotidianità dei rapporti che aveva prima della separazione”: nelle famiglie italiane la stragrande maggioranza dei bambini è accudita prevalentemente da un genitore, come ci dicono le indagini sull’uso del tempo http://www.ingenere.it/articoli/come-coppie-dividono-tempo
      “Le madri sono più impegnate nelle cure fisiche e nella sorveglianza (dar da mangiare, vestire, far addormentare i bambini o semplicemente tenerli sotto controllo): in un giorno medio settimanale vi dedicano 57 minuti, contro i 20 minuti dei padri. (…) L’attività che, invece, impegna i padri più delle madri è quella di giocare con i bambini: è a carico dei padri il 61,7% delle attività svolte dalla coppia, che vi dedicano in media 26 minuti al giorno, contro i 22 minuti delle madri, più di quanto i padri dedicano al custodirli.”

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