Non volevamo restare in una casa nella quale non ci sentivamo amate e protette

 

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Una traduzione da “We were sent to juvenile detention for refusing to live with our father” di Hope ed .

Avevamo 14 anni quando un agente di polizia ci ha portate fuori dalla nostra scuola in manette. Non avevamo commesso nessun reato, eravamo studentesse zelanti, mai sottoposte a procedimenti disciplinari. Ma non potevamo più rispettare l’accordo di affido condiviso che i nostri genitori avevano firmato dopo il loro divorzio nove anni prima. L’accordo stabiliva che avremmo dovuto passare metà del nostro tempo con nostro padre, un uomo col quale non avevamo alcun rapporto e che per lo più ci ha ignorate, tranne quando voleva qualcosa da noi. Quando vivere lui è diventato insopportabile, abbiamo preso la terribile decisione di servirci della disobbedienza civile e ci siamo rifiutate di andare con lui.

Un giudice in Michigan ha imposto la stessa sorte a tre fratelli il mese scorso. La giudice Lisa Gorcyca ha condannato i bambini Tsimhoni – di 9, 10 e 14 anni – alla detenzione in un carcere minorile perché si rifiutavano di incontrare il padre, attirando l’attenzione internazionale. Gorcyca ha respinto le denunce di abuso dei bambini, insistendo che il padre, Omer Tsimhoni, è “un uomo buono.” Li ha inviati al Children’s Village prima, poi, a seguito della pubblica indignazione, li ha trasferiti in un campo estivo, dopo più di due settimane.

Nel corso di troppe dispute fra genitori per l’affido dei minori, gli adulti sminuiscono i tentativi dei bambini di fuggire da case nelle quali si sentono maltrattati. Nostro padre sembrava trarre piacere dall’esercitare il controllo su di noi e annientare il nostro spirito. Ma come Gorcyca, il dirigente scolastico replicò che nostro padre era “amorevole” e insistette che tagliarlo fuori avrebbe significato a gettare via le nostre vite. I genitori dei nostri amici erano comprensivi, ma ritenevano che quello che accade in casa deve rimanere un affare di famiglia. Invece di permetterci di vivere con nostra madre a tempo pieno, la polizia ci inviò al riformatorio perché eravamo ragazze “incorreggibili”.

La Giudice Gorcyca ha giustificato il suo operato dicendo che la madre dei tre fratelli aveva fatto loro il lavaggio del cervello per convincerli ad odiare il padre. Ha detto ai bambini, “il giorno che comprenderete quello che sta succedendo e chiederete scusa a vostro padre.” Ma oggi, a 22 anni di età, noi che abbiamo vissuto quello che hanno vissuto i ragazzi Tsimhoni, non abbiamo nessuna intenzione di scusarci.

Abbiamo implorato nostro padre di lasciarci vivere con nostra madre in diverse occasioni, ma ha sempre ignorato le nostre suppliche. La nostra mamma non poteva permettersi una battaglia legale per modificare l’accordo di custodia, e comunque credevamo che ogni sforzo in tal senso sarebbe stato inutile. Dal momento che il dolore che nostro padre ci causava non lasciava segni sul nostro corpo, era difficile da dimostrare.

Per anni, ci siamo sentiti stressate e impaurite, abbiamo sofferto di mal di testa, mal di stomaco, ed occasionalmente di attacchi di panico. Abbiamo cominciato a desiderare che il nostro padre ci colpisse in modo che qualcuno avrebbe finalmente creduto che vivevamo nella sofferenza. Hope una volta sognò che la colpiva in faccia, facendole colare il sangue  giù per la mascella. Nel sogno, pianse lacrime di gioia e disse in un sussurro sollevato, “grazie”.

Quando siamo entrate al liceo, abbiamo sperato che la corte ci avrebbe ritenute abbastanza grandi da decidere di vivere con nostra madre. Così un giorno, quando nostro padre è arrivato a prenderci a scuola, ci siamo rifiutate di andare. Abbiamo chiamato l’ufficiale di polizia della scuola, stupidamente credendo che lui e un responsabile scolastico ci avrebbero protetto. Niente di più sbagliato. Ci hanno disprezzate per il modo in cui stavamo trattando un “padre amorevole” che “voleva solo che le cose andassero meglio”. Invece di permetterci di partire con nostra madre, l’ufficiale di polizia ci ha dato due alternative: andare con nostro padre o essere arrestate. Abbiamo scelto quest’ultima.

Siamo stati perquisite, ammanettate, e guidate attraverso le sale del nostro liceo verso una macchina della polizia.

Come nel caso dei ragazzi Tsimhoni, gli assistenti sociali hanno agito come se nostra madre ci avesse fatto il lavaggio del cervello. Ci hanno accusato di voler provocare una guerra tra i nostri genitori e ci hanno trattato come criminali. Al centro di detenzione siamo stati costrette a toglierci i nostri abiti e sostituirli con le uniformi colorate. Ci hanno separate e interrogate. Quando abbiamo cercato di spiegare che ci sentivamo maltrattate e depresse in casa di nostro padre, l’uomo che ci interrogava disse “Smettetela con queste risposte evasive! Vi ha lasciato o no dei segni? ”

Presso la struttura dove siamo state portate, abbiamo subito il medesimo bullismo che la Giudice Gorcyca ha inflitto ai bambini Tsimhoni. Eravamo trattenute come “internate volontariamente”, ma fino ai 18 anni saremmo state libere di uscire solo con nostro padre fino, o se un giudice avesse ordinato altrimenti.

Il personale della struttura di detenzione fece tutto il possibile per spezzarci, aggiungendo altri traumi a quelli che avevamo sperimentato da nostro padre. Non ci era permesso di toccarci l’una con l’altra, neanche di tenerci per mano durante la preghiera. Se parlavamo a voce troppo alta, il personale ci sgridava; se parlavamo a voce troppo bassa, ci proibivano di parlare del tutto.

E ‘stata un’esperienza disumanizzante, ma sempre meno spaventosa dell’idea di tornare da nostro padre. Così abbiamo cercato di accettare quella nuova realtà.

All’ora di cena del nostro terzo giorno di detenzione, nostra mamma è arrivata con un ordine del tribunale che ci scarcerava. Il giudice ci aveva temporaneamente affidato a lei e aveva richiesto una valutazione psicologica. La valutazione stabilì che era meglio per noi vivere con la nostra mamma piuttosto che in un carcere minorile.

Abbiamo parlato con nostro padre solo una volta negli otto anni successivi. Abbiamo la sfortuna di dover considerare il costo della terapia per superare il trauma nei nostri bilanci per la scuola di specializzazione, ma siamo fortunate rispetto a molti adolescenti incarcerati. A causa della formazione inadeguata del personale nelle strutture di detenzione minorile, molti abbandonano la scuola e finiscono per tornare in carcere o prigione. Ancora oggi celebriamo il nostro Giorno dell’Indipendenza, nel quale festeggiamo la nostra liberazione dal centro di detenzione minorile e dal controllo di nostro padre.

Siamo risentite del fatto che il sistema giudiziario ci ha costrette a vivere in una casa nella quale non ci sentivamo amate e protette. Nel corso del tempo, la legge ha deciso che le persone non possono essere possedute, ma questo non è vero quando le persone sono bambini. Un adulto non può incarcerare i suoi dipendenti, i suoi genitori o il suo partner perché “ribelli”, ma può pretendere che siano incarcerati i suoi figli. Se il giudice ci avesse protetto quanto protegge gli adulti, avremmo avuto un’infanzia molto più sana e più felice.

Come il giudice nel caso di Omer Tsimhoni, nostro padre ha tirato in ballo il concetto di “Sindrome di Alienazione Genitoriale” per screditare le nostre accuse di maltrattamento. E’ un’accusa che molti genitori muovono nel corso di battaglie per la custodia, per accusare i loro ex coniugi di aver fatto il lavaggio del cervello ai loro figli, convincendo i mediatori che i bambini sono stati allenati a mentire. La conseguenza è che non vengono fatte indagini sui cattivi genitori e sugli abusi e i bambini vengono restituiti a famiglie violente ed emotivamente dannose. In casi estremi, il bambino o il genitore protettivo finisce in carcere per essersi rifiutato di obbedire agli accordi di custodia o di visita stabiliti dal tribunale.

I bambini non dovrebbero mai essere incarcerati se non hanno commesso un crimine. Accuse pretestuose come l’ “incorreggibilità”, per cui solo i bambini sono perseguiti, sono intrinsecamente discriminatorie e dovrebbero essere abolite. I bambini devono essere rappresentate da un avvocato nei casi di custodia, a spese dello stato. Attualmente, hanno diritto ad un tutore legale, spesso un volontario con una formazione di pochi giorni.

Inoltre, i giudici non dovrebbero mai trascurare le denunce di abuso o maltrattamento mosse dai bambini. Siano abusi di tipo emotivo o fisico, devono essere accuratamente investigati prima di emettere provvedimenti che stabiliscono le modalità di affido o di visita. I Tribunali esistono per proteggere i diritti dei cittadini, compresi i bambini – e i bambini dovrebbero avere il diritto di vivere in case sane.

Nel caso Tsimhoni non c’è ambiguità. Per esperienza, sappiamo che la decisione di utilizzare la disobbedienza civile per sfuggire ad un genitore non è un capriccio infantile, ma il frutto di vera disperazione. Quello che noi, come gli Tsimhoni, abbiamo cercato di dire era: “Stare con nostro padre è così insopportabile che preferiamo la reclusione al rischio di rimanere con lui. Lasciateci vivere con la nostra mamma.”

E’ un messaggio che il nostro sistema giudiziario non dovrebbe ignorare.

 

Per approfondire:

The Strange Advocacy for “Parental Alienation Syndrome”

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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4 risposte a Non volevamo restare in una casa nella quale non ci sentivamo amate e protette

  1. Riccardo ha detto:

    L’alienante ossessiva (nella classificazione di Gardner) avrebbe dovuto essere incarcerata, in quanto il suo maltrattamento ha rovinato la vita alle figlie. In assenza di ciò, per salvare le figlie il padre avrebbe potuto abbattere l’alienante agendo ai sensi dell’articolo 54 del codice penale italiano: «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo».

    • Riccardo, stai suggerendo di “abbattere” delle persone: questa è apologia di reato.

      Qui non c’è da “salvare” proprio nessuno. Quelle che scrivono sono due donne in ottima salute che conducono vite normali. Soltanto, non vogliono avere rapporti col padre. E questa non è certo una malattia, o una condizione di pericolo che possa giustificare un appello alla legittima difesa.
      Piuttosto, è uno stato delle cose che dovrebbe stimolare quel padre ad un esame di coscienza.
      O forse si, ci sono dei soggetti che andrebbero salvati da se stessi: quelli che ritengono che la tortura possa classificarsi fra gli strumenti educativi: http://www.huffingtonpost.com/hope-loudon/juvenile-detention-centers-are-not-for-abused-kids_b_7958200.html
      “The next morning, and throughout the rest of my stay, I was very tired from my psychological distress. I asked the staff members if I could go back to my room and sleep during free time. The staff refused and told me that I could not go into my room unless I was sick. They also stated that, if I wanted to go back to my room, I would not be able to come out again all day… even for meals.”

    • IDA ha detto:

      Ma leggete quello che andate a commentare o le cazzate vi vengono così naturali di suo?

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