Stereotipi di genere e conflitti tra donne

L’idea alla base di questo mio intervento nasce dalla lettura di un articolo pubblicato su The Guardian che in realtà ha poco a che fare col tema in questione: “Outsourcing pregnancy: a visit to India’s surrogacy clinics“, di Julie Bindel. Nel corso di una visita in India, Bindel, attivista femminista interessata al fenomeno della surrogacy, si è finta una donna in cerca di una madre surrogata ed ha ottenuto diversi colloqui nelle cliniche che offrono il servizio. A proposito delle “surrogacy houses”, luoghi adiacenti alle cliniche dove le donne inseminate trascorrono la gravidanza in attesa del parto, uno dei dottori risponde:

immagine1

“Non permetto alle donne di vivere in una surrogacy house, perché ritengo che il marito sia la persona più indicata a sorvegliare la donna. E’ coinvolto nella procedura, sa come prendersi cura della moglie. Inoltre una donna sola allaccerebbe dei rapporti di amicizia e sarebbe difficile per me mantenere il controllo“.

Il medico ci dice due cose: che è pericoloso che le donne diventino amiche fra loro – perché diventano incontrollabili e chissà cosa potrebbero fare – e che è difficile che una donna che vive nella sua famiglia, controllata dal migliore degli watchmen (il miglior guardiano) possa allacciare dei legami d’amicizia con altre donne.

Il medico, il marito, questi due uomini che si prendono cura della donna, sono spaventati dall’amicizia fra donne.

Un altro articolo, pubblicato da Vanity Fair: «I maschi studiano poco e hanno i muscoli».

Alessia Arcolaci, stimolata da un articolo del New York Times riguardante il condizionamento operato dagli sterotipi sui giovani maschi, ha intervistato 15 ragazzi italiani tra i 14 e i 18 anni. La domanda era: che significa per te essere maschio? Mi ha colpito la risposta di Nicola, 15 anni:

immagine2 Quanto è diffusa la convinzione che le donne non sappiano essere “amiche” fra loro, che l’amicizia intragenere sia una prerogativa maschile, mentre sentimenti con la gelosia o l’invidia, che minano i rapporti amicali, siano una caratteristica tutta femminile?

Molto. E’ una convinzione largamente diffusa.

Partiamo dall’invidia, il sentimento che secondo Nicola sarebbe alla radice dell’impossibilità per le donne di instaurare un vero rapporto di amicizia.

Leggo un passo dal libro molto citato quando si parla di invidia e donne, “La passione triste” di Elena Pulcini.

L’invidia femminile è pervasiva e onnipresente, coglie ogni pretesto per posare sull’altra il proprio sguardo maligno, e tende a moltiplicarsi, riconfermando la sua sostanziale indifferenza all’oggetto, e finendo per investire non solo quella singola donna, ma le donne in generale (…). E allora? Che ne è delle conquiste del femminismo e di quella solidarietà in cui abbiamo intensamente creduto?”

Pulcini dice ancora: “La condizione di impotenza e di subalternità all’egemonia maschile si è tradotta in una sorda rivalità reciproca, spingendo le donne a farsi subdolamente la guerra tra loro…”

Confrontiamo questa descrizione dell’invidia femminile con alcuni dati, che ho tratto da un articolo su una rivista di psicologia: una ricerca condotta da psicologi e psicoanalisti che hanno analizzato oltre 1.300 uomini e donne fra i 25 e i 50 anni, ha rilevato che sono gli uomini a provare invidia nel 78% dei casi. Le donne sperimenterebbero questo sentimento solo nel 43% dei casi.

Numeri alla mano, sulla base di questa ricerca, l’invidia sembra un sentimento squisitamente maschile, più che un sentimento prettamente femminile.

Sempre secondo questa ricerca gli uomini sperimentano l’invidia più sul lavoro che nella vita privata: tentano di tagliare fuori colleghi di lavoro lasciandoli all’oscuro di alcune informazioni, non riconoscono i meriti della persona invidiata, gettano discredito sulle sue idee; le donne lo fanno solo nel 26% dei casi, mentre ben il 78% degli uomini arriva ad insinuare che i meriti ottenuti non derivino da capacità ma da favori o raccomandazioni (cosa che capita solo nel 66% dei casi femminili), fino a sottolineare i difetti fisici dei propri rivali in pubblico.

Altra ricerca, medesimo tema: l’invidia. I risultati curiosamente ribaltano la ricerca precedente.

Uno studio internazionale pubblicato sulla Revista de Psicologia Social, al quale hanno partecipato i ricercatori delle Università di Valencia, Groningen (Paesi Bassi) e Palermo (Argentina), ha analizzato le differenze tra uomini e donne nel loro modo di vivere la gelosia e l’invidia sul posto di lavoro. Il risultato è che le donne hanno mostrato un elevato livello di concorrenza intrasessuale, nutrendo una spiccata gelosia nei confronti di una eventuale rivale più attraente e seducente. Questo tipo di reazione non c’è stata negli uomini, che invece hanno dimostrato una competizione intrasessuale meno spiccata.

Alla luce di questi dati, a che conclusione dovremmo giungere? Chi è più invidioso, gli uomini o le donne? C’è più invidia fra sessi diversi – come afferma la prima ricerca, nella quale si è rilevato che sono gli uomini a provare invidia e a provarla principalmente per le donne che hanno successo nel mondo del lavoro – oppure è vero quel che affermano Pulcini e la seconda ricerca, che l’invidia è femmina e che l’oggetto dell’invidia femminile sono principalmente le altre donne, un atteggiamento che pregiudica il rapporto fra donne demolendo quell’illusione di “sorellanza” che ha animato e anima da sempre il femminismo?

Io vorrei farvi notare solo un dettaglio: la seconda ricerca parla di “invidia intrasessuale”, cioè di invidia provata per colleghi del medesimo sesso. La ricerca precedente rilevava che se gli uomini sono più spesso invidiosi, l’oggetto dell’invidia, (cioè la persona invidiata), a prescindere da chi la prova, è nella maggior parte dei casi di sesso femminile.

Forse le due ricerche sono meno in contraddizione di quanto potrebbe sembrare ad una lettura superficiale, e molto dipende dal modo in cui la ricerca è impostata.

A questo punto vorrei parlarvi del concetto di “stereotype threat”, letteralmente “la minaccia indotta dallo stereotipo”, che descrive un fenomeno a causa del quale una persona, indipendentemente dalle proprie abilità cognitive individuali, ottiene prestazioni scarse in un compito (ad esempio, in matematica) se il gruppo sociale al quale appartiene è oggetto di uno stereotipo negativo rispetto alle abilità richieste dal compito stesso.

Lo stereotipo negativo non influenza soltanto chi deve valutare il soggetto appartenente ad un gruppo stigmatizzato, ma influenza il soggetto stigmatizzato stesso, che nel tempo si adatta allo stereotipo e finisce con l’incarnarlo.

Lo stereotipo non si limita a descrivere la realtà, ma, descrivendola, la plasma.

Ma non fa solo questo: lo stereotipo altera le funzioni percettive del nostro cervello.

I risultati di una recente ricerca americana mostrano come gli stereotipi possano avere un impatto molto potente, alterando nel cervello la rappresentazione visiva di un volto, distorcendo ciò che vediamo per renderlo più in linea con le aspettative generate dalle idee preconcette. Grazie a tecniche innovative, monitorando l’attività cerebrale, i ricercatori hanno dimostrato che i pregiudizi possono essere radicati nel sistema visivo del cervello, in particolare nella corteccia fusiforme, una regione coinvolta nell’elaborazione visiva dei volti. I modelli di attivazione neurale indotti nei volontari dall’immagine di un uomo nero in questa regione erano simili a quelli ottenuti con immagini di volti oggettivamente arrabbiati, anche quando non mostravano caratteristiche di rabbia: questo perché nell’immaginario collettivo l’uomo di colore è arrabbiato. A causa degli stereotipo noi letteralmente vediamo qualcosa che non c’è: vediamo la rabbia anche in volto la cui espressione non suggerisce che quella persona sia arrabbiata.

Kelly Valen, autrice di un bestseller che ha fatto molto discutere intitolato Twisted Sisterhood, inizia il libro con l’esplicativo incipit Gli uomini hanno il potere di ferire il mio corpo, ma le donne hanno il potere di distruggere la mia anima”. Kelly racconta di aver intervistato 3000 donne e che il 90% di loro “sente negatività emanata da altre donne”.

The Guardian recensisce il libro e titola Uno studio dimostra che le donne sono le peggiori nemiche di se stesse“.

Nell’articolo l’autrice dichiara che c’èuna corrente sotterranea di meschinità e negatività che affliggono il nostro genere” (esattamente come Pulcini) e che “Queste segrete battaglie sono combattute, in molti casi, dalle stesse donne che cantano le lodi del girl power, del femminismo, e dell’amicizia femminile. Sotto una facciata di “sorrisi e intimità“, continua, si combattono guerre “così spietate che le donne fra loro si sentono in pericolo“, tanto in pericolo che “la minaccia principale per la [loro] sicurezza emotiva proviene dalle amiche di sesso femminile.

La metodologia con la quale è stato condotto questo studio è stata criticata e definita “pop-science”, per la scarsa accuratezza scientifica con cui sono state strutturate le domande e per la selezione del campione di donne intervistate.

L’impressione di alcune è stata che la vicenda personale dell’autrice abbia in qualche modo viziato la sua indagine, nel senso che avesse ben chiare in mente le conclusioni alle quali voleva arrivare, e ci sarebbe arrivata comunque, a prescindere dai dati raccolti. Lei stessa racconta l’episodio che ha segnato la sua giovinezza: arrivata a diciotto anni all’università, Kelly riesce a entrare in una delle sorority (una associazione studentesca femminile). Ad una festa incontra un ragazzo, si ubriaca con lui e sviene su un divanetto. Mentre è priva di sensi, lui la violenta: lui viene cacciato dalla sua fratellanza e finisce per abbandonare il college, lei viene additata dalle “sorelle” come colpevole (“hai perso il controllo, te lo sei meritato”, le dicono, “hai portato la vergogna su tutte noi”) e, dopo poco, cacciata a sua volta dall’associazione studentesca con un futile pretesto.

Altro recente best seller, stavolta a parlare è l’economista Alison Wolf, e il titolo è Donne Alfa.

Wolf traccia un ritratto delle privilegiate donne di successo. Le descrive come donne “intelligenti, colte, benestanti e affermate”, che “ricoprono lavori che un tempo erano appannaggio esclusivo degli uomini e lo fanno con la stessa frequenza e, soprattutto nelle ultime generazioni, in condizioni di parità“. Ma, ci dice, c’è un ma. Secondo Wolf, la comparsa delle donne alfa porta necessariamente alla fine della sorellanza, così come la intendeva il femminismo, perché le donne alfa sono tutte indistamente egoiste: “Non spendono per le loro “sorelle” che sono rimaste indietro. Piuttosto, spendono per se stesse.

Manuela Salvi, giovane autrice per ragazzi (è del 1975), sulla sua pagina facebook, con la quale si relaziona anche con le sue fan, scrive il primo giugno del 2016:

manuela-salvi

 

Qual è la cosa che hanno tutte queste narrazioni in comune?

Rispecchiano una valutazione fondata più su indebite generalizzazioni che su una analisi corretta dei dati a disposizione. E’ semplicistico e scorretto arrivare alla conclusione che, siccome una donna ricca e di successo generalmente spende molto denaro per le sue vacanze e la sua famiglia, allora a causa sua muore il concetto femminista di sorellanza, come è scorretto, sulla base di un sondaggio che chiede “hai mai sofferto, nel corso della tua vita, a causa della gelosia, della manipolazione o dall’essere messa in ridicolo da altre donne” che la donna è la peggiore minaccia alla sicurezza emotiva delle esponenti del suo genere.

Queste affermazioni dimenticano di prendere in considerazione, ad esempio, che già solo il fatto che sia ben visibile il fatto che alcune donne sono perfettamente in grado di svolgere quelle mansioni che il patriarcato vuole squisitamente maschili, e di svolgerle ottenendo eccellenti risultati, è uno stimolo positivo per tutte quelle donne che covano ambizioni diverse da quelle che la tradizione assegna loro (la famiglia, i figli); che le donne di successo, come l’astronauta Samantha Cristoforetti, fanno già tantissimo per tutte le donne di questo mondo solo vivendo la loro vita, e non hanno bisogno di “spendere denaro”, perché già compiono una piccola rivoluzione a beneficio di tutte noi. E a dimostrarlo ci sono le reazioni di un certo pubblico maschile, che della Cristoforetti ha scritto di tutto e di più: “cesso di donna”, “secondo me ammacca la navicella alla prima retromarcia”, “le donne le introducono in ambiti maschili perché hanno la bocca sporca di sperma” ecc.

Queste affermazioni dimenticano di prendere in considerazione il fatto che per ogni donna che giustifica uno stupratore, ce n’è un’altra disposta a scendere in strada per testimoniare la sua solidarietà alla vittima dello stupro.

donne-violenza-manifestazione

Queste affermazioni testimoniano che troppo spesso, quando guardiamo ai rapporti fra donne, tendiamo a vedere il bicchiere mezzo vuoto.

Qual è la conseguenza di queste narrazioni? Che lo stereotipo che vuole la donna incapace di costruire un vero legame d’amicizia con un’altra donna ne esce rafforzato. Volenti o nolenti, ogni volta che osserveremo un’altra donna, saremmo pronte ad interpretare come invidia, crudeltà o maschilismo un atteggiamento che potrebbe essere interpretato in tutto altro modo, oppure saremo indotte a modificare il nostro stesso comportamento sulla base delle nostre credenze, arrivando a creare condizioni tali per le quali quelle ipotesi formulate sulla base di meri pregiudizi finiranno col verificarsi davvero.

Che le donne siano le peggiori nemiche di se stesse rischia di diventare una profezia che si autoavvera, proprio perché enunciata e ribadita.

Senza voler giungere a nessuna conclusione definitiva, credo che per tutte sia importante ricordare quanto dichiarato dal gestore della clinica indiana che ha ispirato queste mie riflessioni:

quando una donna allaccia dei rapporti di amicizia con altre donne è difficile per gli uomini mantenere il controllo.

Annunci

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
Questa voce è stata pubblicata in riflessioni, scienza, società e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

7 risposte a Stereotipi di genere e conflitti tra donne

  1. Paolo ha detto:

    non ho mai creduto alla storia che le donne siano più invidiose tra loro o “nemiche di se stesse” più di quanto non lo siano gli uomini. Le donne possono essere invidiose, false e cattive tra loro quanto possono esserlo gli uomini tra loro e anche per le stesse ragioni, perchè un uomo non dovrebbe invidiare un collega più bello? Capita come capita di andare a letto con la fidanzata del migliore amico o presunto tale. Da questo punto di vista le differenze tra uomini e donne sono minime. E ovviamente la vera amicizia esiste sia tra uomini sia tra donne, ci sembra che le cose stiano diversamente proprio a causa di stereotipi enfatizzati, e l’universalizzazione di esperienze personali: esistono donne invidiose tra loro, esistono donne che “rubano” il ragazzo all’amica ma questo non autorizza a pensare che capiti solo tra donne (perchè non è vero) e non autorizza a negare l’amicizia femminile, che esiste eccome e può essere più o meno forte e soncera quanto l’amicizia maschile

    • Antome ha detto:

      Già. Chissà perchè si è popolarizzata dappertutto su internet questa narrazione della differenza, tipo la donna che si porta la cozza dietro per non sfigurare, mentre una cosa del genere no, non accade con gli uomini che considerano il bello della compagnia una risorsa (ogni riferimento a Quellochegliuomininondicono è puramente casuale).

  2. IDA ha detto:

    “quando una donna allaccia dei rapporti di amicizia con altre donne è difficile per gli uomini mantenere il controllo.”

    Mentre leggevo, ho pensato che questi meccanismi, sono tipici di tutte le classi subalterne, stessa analisi e stessi pregiudizi sono applicati anche sui neri, sui poveri, i dipendenti, ecc.. Come la necessità di controllare ed evitare che si istaurino rapporti di amicizia e solidarietà tra i subalterni. “proletari di tutti i paesi unitevi”. Diceva Marx. I Neri in America hanno ottenuto qualcosa, solo quando hanno istaurato rapporti di collaborazione per il raggiungimento di determinati obiettivi e una volontà rivoluzionaria. Il padre consegna la sposa allo sposo, il passaggio del controllo della donna da un uomo ad un altro. L’isolamento e la segregazione delle donne, hanno impedito per secoli, qualsiasi forma di rivendicazione femminile. Ma quando con la trasformazione del sistema produttivo e l’impiego delle donne nella produzione, si sono istaurati rapporti di collaborazione tra le donne sono nati i movimenti di rivendicazione femminile. Le suffragette in Inghilterra, anche se era un movimento tipicamente borghese, ma era costituito per la maggioranza da operaie, da donne che lavoravano in contatto con altre donne. Le prime manifestazioni delle suffragette sono state represse con la violenza e numerosi arresti, proprio perché crearono sgomento e paura, non si era mai visto fino ad allora delle donne che si ribellavano.

  3. bob ha detto:

    Dico solo 2 parole tra tante:
    – Brigata
    – Cameratismo.

    • Dico anche io qualche parola a casaccio: caramelle, ippocastano, dissenteria.

      • RossaSciamana ha detto:

        Quando ho letto le tue parole di risposta non ho potuto fare a meno di ridere, e dicono pure che noi donne non riusciamo ad essere comiche come gli uomini. Tornando all’articolo, di recente stavo riflettendo proprio su questo che sottolinei:

        1: è pericoloso che le donne diventino amiche fra loro – perché diventano incontrollabili e chissà cosa potrebbero fare –

        2: sono spaventati dall’amicizia fra donne.

        Hai centrato due punti. C’era un libro che parlava proprio di questa connessione tra donne e ne parlava dall’angolazione dell’empatia e del coinvolgimento emotivo connesso al loro essere un estensione (laica per come l’ho interpretata io) della Dea Madre. L’autrice del libro in questione sosteneva le stesse cose che hai scritto te, pensieri che condivido, e diceva che una delle prime cose che sono state attuate dal passaggio dalle società Gilaniche a quelle patriarcali è stata proprio quella di allontanare le donne tra loro perché l’uomo aveva paura di questa connessione che avevano, a seguire la caccia alle streghe se si osserva il fenomeno dal punto di vista spirituale ma non solo, in sostanza progressivamente il patriarcato ha permeato talmente tanto che ovviamente anche le donne lo hanno ben introiettato, io non ci vedo colpe in questo, poi proprio il termine colpa mi fa venire l’orticaria…. e lo considero un termine connesso grandemente alla struttura sociale patriarcale, infatti le femministe fanno critiche di merito, non danno colpe, le colpe e il senso di colpa non sono nostri strumenti.
        Hai ragione anche quando dici che la profezia delle “donne che sono le peggiori nemiche di loro stesse” può diventare una realtà, ma io non riesco ad odiare chi odia così se stessa, ecco la differenza tra colpevolizzare (penso eh) un altra donna, e capire cosa c’è invece realmente dietro a certi comportamenti.
        Ti cito nuovamente:
        “quando una donna allaccia dei rapporti di amicizia con altre donne è difficile per gli uomini mantenere il controllo.”
        Il controllo su cui si fondano le società patriarcali e capitalistiche, eh beh, il dottore dice bene, se si instaura solidarietà tra noi donne il loro controllo salta proprio.
        Ovviamente sono d’accordo ed era la stessa conclusione a cui arrivava l’autrice di questo libro, il testo è Il Risveglio della Dea di Vicky Noble.
        L’articolo in questione è un cazzotto (metaforico) in faccia, che condivido, a coloro che accusano il femminile avendo introiettato l’odio verso le donne (direttamente dal patriarcato stesso). Come ho scritto qualche tempo fa, odiare una persona è da deboli, odiare una cultura è da intelligenti, il patriarcato è misogino e quindi è di fatto debole apposta necessita di controllare.
        Buona giornata ricciocorno schiattoso

      • Grazie per il consiglio: lo leggerò.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...