Per ultimo il cuore

“Non è meglio fare una cosa perché hai deciso tu di farla? E non perché sei obbligata?”

“No, non è meglio” dice Charmaine. “L’amore non è così. Di amare non si può fare a meno.” Lei vuole quel senso di impotenza, vuole…

“Preferisci essere costretta? Con la pistola alla tempia, diciamo?” le chiede Jocelyn, sorridente. “Vuoi non dover prendere decisioni, in modo da non essere responsabile delle tue azioni? E’ senza dubbio allettante, e tu lo sai.”

cuore_atwood

E’ di pochi giorni fa la notizia dell’apertura del primo bordello con prostitute-robot: a Barcellona potrete fare la conoscenza di Niky, Leyza, Lily e Aki, i 4 modelli di bambola da sesso in silicone in grado di offrire “the most pleasant, exciting and erotic experience“.

Se l’ingegneria robotica promette che a breve le bambole saranno in grado di riprodurre anche emozioni e sentimenti, per adesso i clienti dovranno accontentarsi di grandi televisori al plasma che proiettano film porno per ascoltare un po’ di gemiti, ma i promotori dell’iniziativa sono certi che avrà comunque successo, perché – a differenza di qualsiasi donna in carne ed ossa – una bambola non è mai stanca, è sempre arrapata (grazie al lubrificante compreso nel pacchetto) e “allow you to fulfill all your fantasies without limits“: permette di soddisfare ogni genere di fantasia, senza limiti.

Se vi viene voglia di farla a pezzi, ad esempio, il massimo che vi potrà capitare è di dover risarcire il propretario con qualche migliaia di euro.

Questa notizia mi ha riportato alla mente un libro che ho letto qualche tempo fa, “Per ultimo il cuore”, di Margaret Atwood, un romanzo distopico ambientato in un futuro non troppo lontano nel quale i Possibilibot, “coadiuvanti sessuali di aspetto umano”, sono alla portata di tutti quelli abbastanza ricchi da non aver perso ogni cosa in una devastante crisi economica che ha cancellato gran parte della classe media.

Stan e Charmaine sono due giovani coniugi “felici come in uno spot pubblicitario” ad un passo dal realizzare tutti i loro sogni che, in breve tempo e senza riuscire a comprendere appieno cosa stia distruggendo le loro vite (“Qualcuno aveva mentito, qualcuno aveva barato, qualcuno aveva svenduto o gonfiato la valuta”), finiscono col vivere in auto immersi in un apocalittico paesaggio urbano dominato dalla violenza.

Attraverso le vicende di questi protagonisti, il romanzo ci pone una domanda: due persone normali, due onesti lavoratori con un’istruzione superiore, animati da buoni sentimenti e da aspirazioni innocue come una bella casa e qualche bambino che scorazza in un giardino ben curato, cosa sono disposti a sacrificare e quali limiti sono disposti ad infrangere pur di realizzare i loro desideri?

“Non avrebbe dovuto farsi ingabbiare lì, con un muro a precludergli la libertà. Ma ormai cosa significa libertà? E chi l’avrebbe ingabbiato e murato? Ha fatto tutto da solo. Tante piccole scelte.”

Se per sopravvivere è sufficiente soddisfare alcuni elementari bisogni, è il desiderio a dare un senso alla nostra vita. Se per sopravvivere è sufficiente soddisfare alcuni elementari bisogni, sopravvivere non ci è sufficiente e abbiamo bisogno di dare un senso alla nostra vita.

Per questo motivo Stan e Charmaine non tentennano più di tanto quando viene offerta loro la possibilità di entrare a far parte di un progetto sperimentale nelle città gemelle di Consilience e Positron (progetto il cui slogan è, appunto, “una vita piena di significato“), e non solo accettano di buon grado di vivere metà della loro vita da detenuti in prigione, ma, in cambio di una copia un po’ sbiadita della vita che avevano desiderato e progettato, accettano anche tutta una serie di restrizioni alla loro libertà personale: niente contatti col mondo esterno, musica e altre forme di intrattenimento rigorosamente sottoposte a censura…

D’altronde “come tutti sanno… le libertà individuali non si mangiano e lo spirito umano non paga le bollette“.

Ma soprattutto Stan e Charmaine accettano di rinunciare a “capire che cosa sia davvero” il progetto cui stanno consegnando le loro vite, a dispetto della sensazione che sotto ci sia ben altro.

Il problema con i desideri è che non sempre è facile riconoscerli e riconoscerci in essi; ci sono desideri che rifiutiamo e cerchiamo di nascondere perché ci costringono ad avere a che fare con quella parte di noi stessi che Charmaine chiama il suo “lato oscuro” ed affonda le radici in un passato che le è stato insegnato a seppellire e dimenticare.

Non più assorbiti dall’esigenza di sopravvivere, è con questo genere di desideri che i due sposini da spot pubblicitario dovranno fare i conti, scatenando così una serie di eventi che porteranno alla luce tutto ciò che la cittadina, modellata sullo scenario che fa da sfondo alle vicende quotidiane della famiglia Cunningham di “Happy Days”, occulta abilmente: abusi carcerari, traffico di organi e tessuti umani, appropriazione indebita di corpi, corruzione e avidità.

Perché il desiderio, quando non pone più limiti al suo spazio di realizzazione, da forza positiva e costruttiva può diventare la più potente delle forze distruttive, arrivando a minare ciò che siamo abituati, forse erroneamente, a considerare il nocciolo della nostra “umanità”.

Non voglio svelarvi altro dell’intricata trama che porterà Charmaine a dover scegliere fra il trasformarsi o non trasformarsi in una bambola non troppo dissimile da Niky, Leyza, Lily e Aki, ma spero di avervi incuriositi abbastanza da leggere il romanzo.

Buona lettura.

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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