La rivoluzione

La notizia è rimbalzata su tutte le principali testate.

“E’ rivoluzione”, tuona il Corriere,

La Cassazione ha cambiato il criterio per riconoscere l’assegno al coniuge economicamente più debole e ha ritenuto che non sia più possibile valutare come parametro il tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio (…) Viene spazzato via un principio sancito nel 1970 dalla legge 898 che ha introdotto il divorzio in Italia. Si tratta quindi di un terremoto giurisprudenziale“.

Anche Ansa ci informa che si tratta di una vera e propria “Rivoluzione copernicana della Cassazione sull’assegno di divorzio”:

 

Repubblica si allinea inserendo la parola “rivoluzione”:

In Italia le sentenze della Cassazione non hanno il potere di “spazzare via” le leggi dello Stato.

Ma soprattutto, la nominata legge 898 del 1970 non cita il principio che tutti questi articoli descrivono come “spazzato via”.

Se andiamo a leggere il testo della legge sul divorzio, infatti, “il tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio” non compare affatto:

“Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.”

I criteri enunciati sono:

  • le condizioni dei coniugi
  • le ragioni della decisione
  • il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune
  • il reddito di entrambi.

Inoltre, tutti questi criteri vanno valutati in rapporto alla durata del matrimonio.

Se andiamo a guardare le statistiche relativa all’assegno divorzile al coniuge, tra l’altro, scopriamo una tendenza interessante: le separazioni che si concludono con l’assegno di mantenimento al coniuge (di solito, il marito alla moglie) sono 1 su 5 (21,1% dei casi nel 2009). In 4 casi su 5 nessuno dei due coniugi si deve niente.

Cito testualmente dall’articolo de La ventisettesima ora del Corriere: “Da tempo i giudici sempre meno riconoscono un assegno di mantenimento alla moglie, neppure nel caso in cui sia casalinga. Se è in età da lavoro, in nome della parità, si dice che deve attivarsi.”

Tempo fa avevamo parlato di questa tendenza dei Tribunali a non tenere troppo da conto delle oggettive disparità di reddito dei separandi, a proposito di una sentenza che recitava

“l’assegnazione della casa coniugale a uno dei due coniugi viene effettuata dal giudice non come misura assistenziale per chi, dei due, è economicamente più debole, ma solo come tutela dei figli“.

La tutela dei figli: ecco la chiave.

Perché sapete dove compare l’espressione “tenore di vita”?

Nelle norme che regolano l’assegno di mantenimento per la prole.

Nell’ambito dei giudizi di separazione e divorzio, l’articolo 155 così dispone:

Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

  1. le attuali esigenze del figlio;
  2. il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;
  3. i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  4. le risorse economiche di entrambi i genitori;
  5. la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Si parla di “tenore di vita goduto dal figlio”, non della moglie.

In altri termini: la tanto strombazzata “rivoluzione” è una bufala.

Non c’è stata nessuna rivoluzione, nessun principio “spazzato via”, nessun “terremoto giurisprudenziale”, come si può leggere in questo articolo del 2015, dal quale cito testualmente:

Una recente sentenza della Cassazione [Cass. sent. n. 11870/2015] risulta particolarmente interessante perché segna uno spartiacque tra le situazioni in cui vi è effettiva situazione di bisogno della donna – situazioni in cui l’assegno di mantenimento assume una valida giustificazione – e altre invece in cui lo stato di bisogno è solo il frutto del capriccio e della pigrizia – nel cui caso, invece, il mantenimento va negato -. In particolare, l’inversione di rotta segnata dalla Suprema Corte (rispetto a un passato non troppo recente) consiste nell’affermare che la donna giovane, in grado di lavorare e, quindi, di reperire con la propria attività quel reddito necessario a mantenere lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio, non ha diritto ad alcun mantenimento. E ciò anche se, durante l’unione, svolgeva mansioni di casalinga.

Quella che era una mera interpretazione della norma fornita dalla Cassazione (non un principio sancito per legge), insomma, già da diversi anni è oggetto di discussione e rimaneggiamenti, tanto che le donne che ricevono un’assegno divorzile sono un’esigua minoranza.

Cosa c’è tanto da strombazzare? E perché?

La mia personale opinione – che conta come il due di bastoni quando la briscola è denari – è che l’intento sia rinforzare, nell’opinione pubblica, un’immagine negativa della donna divorziata, affinché tutti possano immaginarsela come una creatura “pigra”, “capricciosa”, che considera il “povero” ex marito alla stregua di “una sorta di assicurazione sulla vita”.

Un’immagine negativa che già gode di un discreto successo.

Allo stesso tempo, si cerca di propangandare un’immagine speculare di uomo vittima, da quasi 50 anni, di una legge ingiusta.

Una legge che non è mai stata scritta.

Significativo che l’Ansa, a corredo di un articolo che denuncia “situazioni di indebito arricchimento alle spalle dell’ex coniuge“, per rappresentare l’uomo raggirato dall’avida consorte sceglie il barone Ferdinando Cefalù, detto Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni nel celebre film di Pietro Germi “Divorzio all’italiana”.

Se non lo avete mai visto, dovete guardarlo. Davvero, dovete.

Spoiler: Fefè alla fine l’ammazza, la moglie Rosalia.

Perché era una donna avida e calcolatrice?

No, ci confessa lo stesso barone, non era questo il problema:

“Io davvero, sai Rosalia, io t’ho anche amata, ma tu… tu eri troppo, come dire… tu mi chiedevi… “quanto mi vuoi bene?” Eri assetata d’amore, povera Rosalia, troppo assetata! Troppo!”

D’amore, non di soldi, era assetata Rosalia.

Che si tratti di un lapsus, questa scelta dell’Ansa?

Colgo l’occasione per ricordare la straordinaria Daniela Rocca, nata ad Acireale, che per il ruolo di Rosalia ottenne la candidatura come migliore attrice straniera al British Academy Film Awards.

Dopo essere stata abbandonata da Germi, del quale si era innamorata, trascorse diversi anni tra un ricovero e l’altro in case di cura per malattie mentali e morì povera, dimenticata da tutti.

 

Per approfondire:

Barbara D’urso non dovrà più pagare l’assegno all’ex marito

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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51 risposte a La rivoluzione

  1. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    This is terrifying to me.
    Shonagh

    • E’ spaventoso, davvero.
      E’ spaventoso leggere un’affermazione del genere vergata da un magistrato: “occorre “superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come ‘sistemazione definitiva’”, perché una simile affermazione dimentica che se per le donne, per secoli, il matrimonio è stato l’unico modo per superare le difficoltà economiche e materiali, è perché le altre possibilità le erano precluse da una società fortemente patriarcale.
      Nel Codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno quello ad essere ammesse ai pubblici uffici. Le donne, se sposate, non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perché ciò spettava al marito.
      Gioberti: “La donna, insomma, è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostentata da sé”. http://www.cpdonna.it/cpdNew/index.php?option=com_content&view=article&id=494:la-donna-e-un-vegetale-capitolo-xvii&catid=119:biblioteca&Itemid=77
      Rosmini: “Compete al marito, secondo la convenienza della natura, essere capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, essere quasi un’accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata”.
      Simili teorie furono alla base del diritto di famiglia dell’Italia unita e questo non va dimenticato.
      La condizione socioeconomica delle donne fra fine ‘800 e primi del ‘900 era di drammatica disparità. Il lavoro femminile difficilmente veniva riconosciuto come tale: quasi tutte le donne occupate nell’agricoltura non venivano riconosciute come lavoratrici, a meno che non fossero titolari di una proprietà o di un contratto di affitto. In ogni caso lo stipendio delle lavoratrici era in genere poco più della metà di quello dei lavoratori di sesso maschile.
      Davvero nessuno conosce le battaglie che condussero in quegli anni le donne che lavoravano? https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?CodiceLibro=1792.104
      Nell’enciclica papale Rerum Novarum, uscita nel 1891, era scritto: “Certi lavori non si confanno alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, i quali grandemente proteggono l’onestà del debole sesso”. http://www.treccani.it/enciclopedia/rerum-novarum_%28Dizionario-di-Storia%29/
      Se la prima guerra mondiale ha comportato un massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro (circolari ministeriali permisero infatti l’uso di manodopera femminile fino all’80% del personale nell’industria meccanica e in quella bellica, da cui le donne erano state escluse con la legge del 1902), con il fascismo le donne vennero spinte, di nuovo, entro le mura domestiche, secondo lo slogan: “la maternità sta alla donna come la guerra sta all’uomo”, scritto sui quaderni delle Piccole Italiane.
      Nel libro “Politica della Famiglia” del teorico fascista Loffredo, si legge: “La donna deve ritornare sotto al sudditanza assoluta dell’uomo, padre o marito; sudditanza e, quindi, inferiorità spirituale, culturale ed economica” per far questo consiglia agli Stati di vietare l’istruzione professionale delle donne, e di concedere soltanto quell’istruzione che ne faccia “un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa”.
      Nel 1959 uscì il libro di Gabriella Parca “Le italiane si confessano”: http://27esimaora.corriere.it/articolo/un-mondo-a-sesso-unico/
      Nell’introduzione scrisse Pier Paolo Pasolini: “Che nel 1960 ci si debba ancora accorgere (…) che in Italia persiste un tipo di alienazione femminile che non appartiene alla fenomenologia industriale e moderna, ma è sostanzialmente arcaico, anteriore a quella che per le nazioni civili è stata l’emancipazione della donna, è semplicemente angoscioso”.
      Oggi è altrettanto angoscioso che si cerchi di cancellare la dolorosa storia delle donne, fornendo un’immagine falsata di un’istituzione – il matrimonio – che non è certo stata, non per la maggioranza, un comodo rifugio per donne pigre e capricciose, quanto piuttosto una prigione costruita dagli uomini per relegarle ai margini della società deprivandole del potere economico.

  2. men ha detto:

    io credo che la soluzione più equa sia che dopo il divorzio ognuno torna a fare la vita che faceva prima del matrimonio quindi se uno dei due prima di sposarsi faceva la fame torna a fare la fame tanto più se è la parte che vuole andarsene. e i figli vanno assegnati al genitore che ha più grano. così non ci sono problemi. se fosse così molte meno donne a caccia di dote e di soldi facili verrebbero scoraggiate dallo sposarsi…

  3. intconst ha detto:

    in Italia siamo decisamente più avanti rispetto agli Usa dove le leggi sul divorzio e sul diritto di famiglia sono molto più sfavorevoli nei confronti degli ex-mariti e dei padri. almeno per questo dobbiamo ringraziare il Vaticano che, opponendosi alla dissoluzione del nucleo familiare, ha fatto pressione per una migliore tutela dei padri e degli ex-mariti.

    • Meno male che c’è Trump adesso, pronto a rimettere le cose al posto che piace tanto al Vaticano.

    • Antome ha detto:

      ” opponendosi alla dissoluzione del nucleo familiare” se ti va spiega questa teoria? E’ legata per caso a ’68, liberazione sessuale, emancipazione femminile, libertà dai ruoli di genere culturalmente imposti e marxismo culturale liberista ^_^? Nah, sono solo mie paranoie Questo a prescindere da quello che penso di questa sentenza.

      • intconst ha detto:

        non è una teoria: è una constatazione. il Vaticano si è sempre opposto (nel bene o nel male) alla disintegrazione dell’unità familiare. uno dei risvolti positivi di questa opposizione è un trattamento più equo di padri/ex-mariti rispetto a quello riservato agli analoghi americani che invece si ritrovano in condizioni più sfavorevoli.

      • IDA ha detto:

        Penso proprio di si che faccia riferimento a quello che dici te. da una parte, con la chiesa in prima fila, ti ripropone l’unico modello, della donna come animale domestico, che si prende cura dei figli e della casa. Dall’altra si rivendica l’indipendenza delle donne, quando fa comodo. le donne abbandonano la carriera e il lavoro per seguire la famiglia, per una scelta. Hanno fatto una libera scelta. Gli uomini non ne traggono nessun vantaggio. Non a caso quando parli di maternità sembra che sia una cosa che riguarda solo le donne, spesso i padri si accorgono di essere padri solo dopo separati e non sempre. In america è più sfavorevole? non lo so.
        Ho l’impressione che riguardi solo i ricchi. per le fasce disagiate è da tempo che l’assegno di mantenimento in pratica non esiste più, solo l’8% paga l’assegno al coniuge e il 36% per il figlio. e solo il 40% delle donne fanno ricorso legale una volta, che non basta bisogna farla almeno due volte perchè pagano la multa e continuano a non pagare l’assegno. L’azione legale costa minimo 700 euro e la multa 500, E poi i tempi sono lunghi. Molte lasciano perdere o mangiano o fanno l’azione legale. Al contrario tra i ricchi l’assegno viene pagato, la moglie di Berlusconi se lui non paga, le manda una schiera di avvocati che non finisce più.

      • “le donne abbandonano la carriera e il lavoro per seguire la famiglia, per una scelta. Hanno fatto una libera scelta.” E i mariti di queste donne che rimangono a casa? Non hanno anche loro scelto liberamente di accettare la scelta delle loro mogli? Le scelte degli uomini non contano? 🙂

      • IDA ha detto:

        No! Non scelgono, sono eterne vittime delle scelte femminili. Un po come il sesso e la seduzione, questo potente strumento che la biologia avrebbe fornito alle donne per manipolare e dominare l’uomo. Questo concetto che è antichissimo, serve non solo a giustificare il controllo verso le donne, ma soprattutto a istigare diffidenza, ostilità e odio nei confronti delle donne.
        “Istruite fin dall’infanzia che la bellezza è lo scettro della donna, il loro spirito prende la forma del loro corpo e viene chiuso in questo scrigno dorato, ed essa non fa che decorare la sua prigione”. Siamo alla fine del 700 a scrivere queste cose è Mary Wollstonecraft. La stessa che si chiedeva, come si fa a comprendere le scelte e le capacità di una donna in una società gestita da uomini?

      • Antome ha detto:

        Forse ho capito male, perchè non credo che mi stia dicendo che l’autodeterminazione delle donne e la libertà di poter divorziare, nel caso di un rapporto abusivo, senza poter usare figli e famiglia come ostaggio c’entra qualcosa con la dissoluzione dell’unità familiare, questo legame è vero solo per chi pensa che l’unità familiare sia basata su questo il che penso sia impossibile poichè i Mra non sono sessisti come troppi fraintendimenti qui possono portare a pensare, congiurando con questa percezione. Tu parli del trattamento equo padri/ex mariti che è un dato separato. Ho provato a seguire la pista delle rad fem di “terza ondata”, ma in realtà molte sentenze che sembrano favorire le donne, sono basate sull’idea che le donne siano le caregiver naturali e quindi molti uomini lamentano in sostanza una sorta di sessismo benevolo che ha la stessa origine del periodo patriarcale. Ma stavamo parlando di assegni, più che di affido, giusto. Ma mi sfuggeva lo stesso l’opposizione il nesso con l’opposizione della Chiesa alla parità della donna e il nesso con l’opposizione di una convivenza abusiva imposta a forza e la conservazione dell’unità familiare, anche perchè ero convinto che molto si dovesse alla questione dello smantellamento dei diritti del lavoro, e della svalutazione dello stipendio, che anche lavorando in due spesso non basta e questo contribuisse al ritardo nel metter su famiglia molto di più della parità della donna.

      • Paolo ha detto:

        la seduzione e la bellezza sono uno strumento usato da donne e da uomini, e secondo me fanno anche bene a usarlo

      • Antome ha detto:

        Volevo dirti Paolo anche se non sono del tutto d’accordo e ci sono periodi in cui lo siamo di più, non tollero ti si dia dello zerbino, mezzo uomo etc.
        Ora con Massimo ho dialogato ma non deve insistere con quel tono irrispettoso e provocatorio.

      • Paolo ha detto:

        ti ringrazio ma essere offesi da gente come massimo o zorin è praticamente una medaglia

  4. aroundste ha detto:

    Più che di”rivoluzioni” abbiamo bisogno venga riconosciuto che la società è ancora patriarcale . Ho conosciuto troppe storie in cui la parte più forte economicamente era il marito . Il lavoro di gestione famigliare della moglie non veniva riconosciuto. Mariti che , dopo aver firmato in tribunale circa l’assegno di mantenimento per moglie e figli, semplicemente non han versato nulla . Le motivazioni ? ” Potevi fare meno di lasciarmi ” ” Che ne so se hai un altro uomo che ti mantiene” “Non ti do nulla,ho diritti a rifarmi una vita con i. miei soldi”.
    Ed il marito, economicamente più forte,ha sempre un avvocato “migliore”.
    Si dovrebbe lavorare sul tuo di cultura affinché l’uomo non si ritrovi a non voler versare nulla causa “Orgoglio ferito”.

  5. Antome ha detto:

    Ma, ecco mi chiado, cambia qualcosa per gli altri a livello pratico con questa sentenza, a livello della legislazione e per gli altri o è solo martellamento mediatico come mi sembra di capire? Tu dici che questa equiparazione al tenore di vita in realtà non c’è mai stata e che “In Italia le sentenze della Cassazione non hanno il potere di “spazzare via” le leggi dello Stato.
    Ma soprattutto, la nominata legge 898 del 1970 non cita il principio che tutti questi articoli descrivono come “spazzato via”.”, quindi non dovrebbe in realtà cambiare niente su assegni di mantenimento corrente se così fosse. Questo a prescindere dalle critiche che tu o io possiamo fare alla regolazione vigente.

    • Non sono io che dico che le sentenza non hanno il potere di modificare le leggi 🙂 Lo dice il nostro ordinamento. Ti basta consultare un qualsiasi manuale di diritto delle scuole superiori alla voce “le fonti del diritto”.

      • Antome ha detto:

        Ciao, no è un fraintendimento, non intendevo dire che lo dicessi tu, mi ero spiegato male. Certo bisognerebbe dirlo ai nostri media, dalla Tv a repubblica, perchè tutti stanno martellando nella direzione dell’idea del precedente giuridico citabile dagli avvocati e che Berlusconi e tantissimi altri potrebbero appellarsi a questo per non pagare più gli assegni? Questa sentenza è stata chiaramente emessa nell’alveo della stessa legge perchè non può essere altrimenti, no? Discrezionalità del giudice o un caso specifico in cui si applicava una sentenza diversa. Quindi anche se non cambia l’ordinamento, si dice, che possa venire citata a precedente per influenzare i giudici, soprattutto se si hanno buoni avvocati, per così dire, anche se è inverecondo come l’esito di un processo sia così influenzabile dal censo e ci sia una tale gerarchia nella competenza degli avvocati, ma qui si tratta di mulini a vento :D, il punto è, anche se non cambia l’ordinamento è questo un precedente appellabile che dovrebbe orientare tutte le successive decisioni in modi non rilevanti con il singolo caso. Come può un solo ordinamento produrre, a detta dei media, risultati opposti a parità di situazioni, che cosa si sta applicando :D. Non voglio ovviamente scaricare su di te tutte queste domande eh. E’ più una perplessità su come funzionano gli ordinamenti.

      • Come funziona… bella domanda. Prendiamo il caso dell’alienazione genitoriale.
        https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2016/04/13/presunzioni-e-alienazione/
        Come puoi leggere in questo esempio abbiamo la sentenza 16 febbraio – 8 aprile 2016, n. 6919 che afferma
        “…non c’è bisogno di disquisire, in astratto, sul fatto se esista o meno la Pas o se sia catalogabile tra le patologie cliniche accertabili.”
        un’affermazione in contrasto con la sentenza 20/03/2013 n° 7041, che invece aveva affermato:
        “Il giudice del merito, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche (Cass., 14759 del 2007; Cass., 18 novembre 1997, n. 11440), ovvero avvalendosi di idonei esperti, deve verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale (Cass., 3 febbraio 2012, n. 1652; Cass., 25 agosto 2005, n. 17324). Ciò, ad esempio, nel caso in cui il CTU sostenga la presenza di una cd. PAS (sindrome di alienazione genitoriale), ripudiata dalla letteratura scientifica internazionale di maggioranza.”
        Come vedi, quando non c’è interesse affinché un’idea non diventi “importante” o “storica”, una sentenza della Cassazione non serve a niente.
        L’articolo 101 della Costituzione (legge suprema dello Stato) recita:
        “I giudici sono soggetti soltanto alla legge.” La legge e basta. Qualunque giudice è libero di contrastare qualsivoglia sentenza, anche quelle emesse dalla Cassazione, anche quelle emesse a sezioni unite. E questa sentenza non è stata emessa a sezioni unite, motivo per il quale non è così vincolante come si vuol far credere.
        Insomma, si è voluto dare risalto a questa cosa perché tutti gli avvocati e tutte le donne che si vogliono separare ne fossero a conoscenza. Io direi che si tratta di mera intimidazione.

      • C’è una citazione, che mi piace fare, in questi casi, ed è tratta da “Attraverso lo specchio”, di Lewis Carrol:
        “«Quando uso una parola», Humpty Dumpty disse in tono piuttosto sdegnato, «essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno.»
        «La domanda è», rispose Alice, «se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi.»
        «La domanda è» replicò Humpty Dumpty, «chi è che comanda – tutto qui.»”
        La domanda è “chi comanda”, tutto qui.

  6. RossaSciamana ha detto:

    Citazione: La tutela dei figli: ecco la chiave. l’intento sia rinforzare, nell’opinione pubblica, un’immagine negativa della donna divorziata, affinché tutti possano immaginarsela come una creatura “pigra”, “capricciosa”, che considera il “povero” ex marito alla stregua di “una sorta di assicurazione sulla vita”.
    Il patriarcato crea e distrugge quando gli fa comodo (e nelle crisi economiche cicliche del capitalismo il ruolo della donna è ancor più richiesto come sottomesso) anche io ci ho letto quello che ci hai letto te sulla sentenza, ne parlavo ieri con una compagna.
    Ciao Ricciocorno.

  7. Marco Tullio ha detto:

    Con un po’ d’interessata malafede si può vedere il riferimento al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio nell’espressione “mezzi adeguati”. Adeguati a che cosa: a vivere, ancorché modestamente e con umile laboriosità, oppure a mantenere il tenore di vita cui si era fatta l’abitudine?
    Non mi direte che una giurisprudenza orientatata in quel senso sia mancata. Bene se adesso si fa giustizia e s’interpreta in modo restrittivo l’obbligo reciproco degli ex coniugi.
    E la collocazione prevalente della prole con tanto d’assegnazione della casa e la libera, incontrollata, amministrazione (senza obbligo di rendiconto) d’un assegno a loro destinato non si presta, forse, ad indebiti vantaggi per il genitore collocatario? Assegnazione della casa familiare ai figli con alternanza dei genitori (già lo si fa) e mantenimento diretto dei figli, o almeno obbligo di rendiconto per il collocatario sarebbero cose sacrosante.

    • Dimenticate tutti questo passo: “del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune”.
      Perché il lavoro domestico e di cura ha un valore economico.
      la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 28 del 1995, ha affermato l’equiparabilità del lavoro effettuato all’interno della famiglia alle altre forme di lavoro (http://www.giurcost.org/decisioni/1995/0028s-95.htm):
      “Infatti, anche il lavoro effettuato all’interno della famiglia, per il suo valore sociale ed anche economico, può essere ricompreso, sia pure con le peculiari caratteristiche che lo contraddistinguono, nella tutela che l’art. 35 della Costituzione assicura al lavoro “in tutte le sue forme”
      Si tratta di una specie di attività lavorativa che è già stata oggetto di svariati riconoscimenti per il suo rilievo sociale ed anche economico, anche per via degli indiscutibili vantaggi che ne trae l’intera collettività e, nel contempo, degli oneri e delle responsabilità che ne discendono e gravano – ancora oggi – quasi esclusivamente sulle donne (anche per estesi fenomeni di disoccupazione).”
      Sottolineo questo passo: “gli indiscutibili vantaggi che ne trae l’intera collettività”.

    • Ma è chiaro che i Tribunali da tempo, a causa della crisi economica, hanno fatto la scelta di eliminare ogni tutela del soggetto economicamente più debole. Ma questo non è “un regalo” per chi, da un punto di vista economico, è il soggetto più debole: è, invece, una forma di tutela del soggetto meno debole.
      E non sono mai riuscita a provare una gran stima per chi si schiera dalla parte dei più forti.

      • RossaSciamana ha detto:

        Cit: E non sono mai riuscita a provare una gran stima per chi si schiera dalla parte dei più forti.
        Come ti capisco!
        Rispetto al tema del riconoscimento delle mansioni del lavoro domestico, questo è un altro ruolo, credo che debba essere riconosciuto, credo anche che nel capitalismo debba essere pagato, ma andrebbe però superato in un ottica di superamento del capitalismo perché anch’esso ha a che fare con gli stereotipi di genere come ad esempio “la cura” naturalmente attribuita per compito alle donne.

  8. antonio ha detto:

    Ma se non è vero che le ex mogli campavano alle spalle dei mariti(quindi quelli che,per sintetizzare,si ritrovano a dormire in auto e mangiare alla caritas-e io ne ho conosciuti- lo fanno perchè gli piace l’avventura?)perchè ti dà tanto fastidio questa sentenza fino al punto di farci un articolo?Su Uomini Beta,almeno per ora nessuno ha sentito il bisogno di scrivere un articolo per cantare vittoria.Forse sono meno meschini di te.

    • Ho scritto un articolo sulle imprecisioni diffuse a mezzo stampa: questo è meschino?

      • http://www.istat.it/it/files/2016/11/matrimoni-separazioni-divorzi-2015.pdf?title=Matrimoni%2C+separazioni+e+divorzi+-+14%2Fnov%2F2016+-+Testo+integrale.pdf
        Pag.14 Potete consultare le cifre ISTAT per l’anno 2015.
        Sul totale delle separazioni, il 10% ha previsto un assegno divorzile al coniuge (solo al coniuge), mentre il 10.5% un contributo che cumula l’assegno divorzile e il mantenimento dei figli. Il 33.9% delle separazioni ha previsto solo il mantenimento per i figli. Quindi, sul totale delle separazioni, a ricevere un assegno divorzile in sede di separazione sono state il 20,5% (meno di quelle del 2009, che erano il 21,9%).
        Io continuo a trovare il termine “rivoluzione” del tutto inappropriato. Come continuo a trovare inappropriata l’affermazione della Cassazione. Se solo un quinto delle donne, in sede di separazione, ottiene un assegno divorzile (da anni, tra l’altro), su che basi le donne dovrebbero considerare il matrimonio un’assicurazione sulla vita? Piuttosto, io parlerei di un pessimo investimento.

    • IDA ha detto:

      Le ex mogli campano alle spalle dei mariti? Parli della ex moglie di berlusconi o delle ex mogli normali? L’assegno medio è meno di 500 euro al mese e non viene pagato, solo l’8% lo paga, non pagano nemmeno quello dei figli figuriamoci del coniuge. A rischio di povertà, le donne sono tre volte di più degli uomini, ma non si vedono. Nessuno ne parla e dal momento che non li trovi alla caritas a mangiare pensi che siano tutte delle parassite. L’assegno aveva il compito di proteggere non le donne, ma il coniuge economicamente più debole, l’ingiustizia sta che è sempre la donna il coniuge economicamente più debole, ma questa è una questione che non si vuole affrontare, si minimizza e si nega, ma non si affronta la disparità economica e sociale tra uomini e donne. ed è iniquo considerare le diverse condizioni sociali allo stesso modo. Come è ancora del tutto assente la partecipazione maschile alla gestione domestica alle cure all’assistenza dei figli durante il matrimonio. Se guardi i dati, ti accorgerai che gli assegni sono più al sud che al nord. Perchè? al nord le donne lavorano di più e hanno un reddito superiore che al sud, dove la disoccupazione femminile è più alta. Se in questi anni, si era fatto in modo di abbattere quei pregiudizi sul lavoro femminile, sulla maternità e collaborato di più da parte degli uomini alla gestione domestica, probabilmente questa enorme differenza (94% degli assegni pagati in teoria dagli uomini) non ci sarebbe stata.

  9. Marco Tullio ha detto:

    D’accordo sul contestare l’nterpretazione di questa sentenza della Cassazione come “rivoluzionaria” etc.: il giro di vite giurisprudenziale sugli assegni alle ex mogli è in atto – grazie a Dio – da tempo.
    Cita il Ricciocorno: “Il tribunale” [deve tener conto anche] … del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio….”. Benissimo. L’ex coniuge che non lavorava nemmeno in casa (grazie alle colf) né era abbiente di suo, non ha dato alcun contributo, se non a spendere: che cosa può rivendicare?. La persona di poca salute fisica o psichica, che ha avuto bisogno essa stessa del lavoro di cura più di quanto ne abbia fornito … non sarà colpa sua … ma quali meriti oggettivi ha accumulato? E chi ha sempre sgobbato con capacità e impegno … per quali “ragioni oggettive” non può seguitare a farlo in forma retribuita per procurarsi “mezzi adeguati”?
    E se si citano le necessità di cura dei figli ancora piccoli … perché respingere la volontà espressa da tanti degnissimi padri (non parlo di chi abbia commesso in danno dei familiari fatti penalmete rilevanti dimostrati) di provvedere direttamente?

    • Mi stai dicendo che l’80% delle donne separate che non hanno ricevuto alcun contributo erano tutte provviste di colf? Per favore… Cerchiamo di non arrampicarchi sugli specchi e proviamo a parlare seriamente.
      Le statistiche parlano chiaro, caro Marco Tullio. In Italia il lavoro domestico è sulle spalle delle donne, e gli uomini in casa fanno poco o niente: http://www.mammeonline.net/content/promuovere-parita-cosa-ci-racconta-ultimo-report-europeo
      (Secondo grafico) Certo, non bisogna generalizzare, ci saranno famiglie nelle quali i compiti sono meglio distribuiti, e sicuramente le cose stanno cambiando, ma i numeri parlano chiaro.
      Leggiamo negli atti di un recente convegno Uil dal titolo “Possiamo permetterci un figlio?”, dati che l’articolo di Adnkronos definisce “un epitaffio alla parità di genere sul posto di lavoro”: http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2016/04/20/quasi-donna-lascia-lavoro-dopo-primo-figlio_jVSfTJbVLNVq6EVyqVavfM.html
      Dal sito della Uil (atti del convegno, pag.2: http://www.uil.it/NewsSX.asp?ID_News=6543&Provenienza=1) apprendiamo anche che “se andiamo a vedere quante lavoratrici dipendenti sono state occupate con part-time (più o meno volontario) nel corso del 2015, ci accorgiamo come tale flessibilità oraria di lavoro sia prevalentemente targata “donna”: si tratta di circa 2,6 milioni di donne (in aumento del 22,6% rispetto al 2008) a fronte dei 772.000 uomini“.
      Più di 2 milioni e mezzo di donne (e solo poco meno di 800.000 uomini) scelgono il part time, una scelta che comporta non solo una riduzione della retribuzione, ma influisce anche sulle possibilità di carriera.
      La retribuzione media di un lavoratore maschio con qualifica da impiegato è infatti 30,6 mila euro l’anno (atti del convegno, pag.3), a fronte di una retribuzione media annuale di 19,9 mila euro per le donne (sono 10.700 euro di differenza). Se andiamo a guardare qualche dato a proposito delle qualifiche, le donne occupate abbondano in quelle medio basse, mentre mano a mano che si sale aumenta il gap di genere, al punto che arriviamo 18.000 dirigenti donne contro 100.000 dirigenti uomini (atti del convegno, pag.3).
      Un altro dato eclatante riguarda gli inattivi, dei quali il 64,2% è donna; degli inattivi per motivi familiari, 2,2 milioni sono donne, contro 146 mila uomini. “Motivi familiari”.
      I motivi per cui in Italia siamo ancora molto lontani dalla parità di genere nel mondo del lavoro sono diversi: sicuramente il problema è culturale (basti pensare che un padre italiano può usufruire di 2 giorni, 2 soli giorni di congedo obbligatorio retribuito al 100% per la nascita di un figlio, a fronte dei 90 giorni concessi ai padri islandesi), ma molto dipende anche dalla scarsa attenzione dello Stato, come si evince dai dati che confermano l’insufficienza dei servizi all’infanzia. Servizi all’infanzia che solo le donne chiedono a gran voce.
      Non si tratta delle scelte di singole donne pigre che stanno a casa a smaltarsi alle unghie, ma di una struttura sociale ancora fortemente patriarcale che impedisce, di fatto, la parità economica fra uomo e donna.
      Allora smettiamo di raccontare favolette sulle colf, per cortesia, perché questo non è un film con George Clooney e Catherine Zeta-Jones, è la vita reale, nella quale le cose vanno molto, molto diversamente.

    • IDA ha detto:

      Le colf? Si le colf, le baby sitter il giardiniere e mentre il marito è a lavorare le mogli stanno a sulle sdraie a bordo piscina a farsi fare un massaggio da un giovane prestante.. Ma in che mondo vivete? Avete visto troppe commedie americane.
      Ti consiglio di vedere i redditi delle famiglie italiane e vedrai quante si possono permettere una colf, sopratutto se ci sono i figli e un anziano in casa.
      http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCV_REDNETFAMFONTERED
      Per farti un’idea puoi andare anche a vedere la povertà e le condizioni abitativa.

    • Paolo ha detto:

      Marco Tullio, ti dò una notizia: non tutte le donne che chiedono il divorzio facevano la vita di Veronica Lario quando erano sposate. Tu stai calibrando la maggioranza dei divorzi sui divorzi dei ricchi, perchè la colf ce l’hanno solo loro, ma la maggioranza della popolazione e quindi anche ei dovorziandi non è composta da milionari

  10. Marco Tullio ha detto:

    Le famiglie abbienti ESISTONO! Perché, Ida, non vuoi capacitartene? Non sarai mica per caso comunista? Ma via … è così fuori moda!
    Il fatto che i casi di mariti abbienti con moglie nullafacente, oppure ricca di suo, siano una minoranza non toglie che sia giusto regolamentare anche tali situazioni (ad una delle quali fa riferimento la sentenza qui in discussione). Ed esistono anche le colf … un’interessante opportunità lavorativa.

    • Da quando in qua si stabiliscono degli indirizzi basandosi sui casi particolari? È questo che cerchiamo di spiegarti, e tu non capisci. Posto che queste donne di cui parli esistano, sono così poche che non dovrebbero ispirare nuovi criteri da applicare a tutti.

    • Antome ha detto:

      Ecco esistono appunto e ho l’impressione che si voglia pensare principalmente a questi.
      Penso però che Ida faccia riferimento alla colf come tipo di prestazione che una donna, lavorando a casa, se rinuncia a lavorare altrove svolge, un’incrocio tra domestica colf e badante babysitter (:.
      Non so però se come dicono Mra un marito anche povero in canna deve vivere sotto i ponti solo in virtù dell’avere il pene. A questo punto può approfittarne, e se si identificasse come genderfluid :)?

    • IDA ha detto:

      Marco..Certo che esistono anche i ricchi, ma loro hanno gli avvocati e i soldi. A mangiare alla mensa della caritas i ricchi non ce li ho visti. Quindi di chi ci si deve preoccupare di chi va a mangiare alla caritas o dei ricchi? Ma credete davvero che se scompare l’assegno di mantenimento le mogli dei ricchi non abbiano altri mezzi per spennare il pollo? In più nelle questioni patrimoniali, il divorzio non è conveniente, ma la vedovanza.In oltre in quell’ambiente ci sono anche molti uomini nullafacenti che parassitano le mogli più ricche. http://www.ilgazzettino.it/gossip/barbara_d_urso_non_paga_assegno_ex_marito-2431553.html
      In questo caso lui è riuscito ad avere l’assegno anche se non dovuto, il 90% delle donne non ricche italiane, non riescono ad avere l’assegno anche se dovuto,
      Comunque secondo te con questa sentenza della cassazione per il 90% dei divorzi e delle separazioni, cosa cambia?

  11. Marco Tullio ha detto:

    Ma nella prassi d’una volta, che qui si rimpiange, era proprio dai casi particolari dei ricchi che veniva tratta la regola generale, creando per gli uomini non lo erano situazioni terribilmente onerose. Voglio dire: si cacciava – senza colpe, senza adeguato motivo, per arbitraria decisione della consorte – l’impiegato dalla sua casa modesta e sotto mutuo, esattamente come se ne andava dall’attico prestigioso l’illustre professionsta per vivere – non solitario – in un’altra abitazione che gli era facile procurarsi; si fissava un assegno alla consorte nell’un caso come nell’altro. Ben minore, s’intende, nel caso dell’impiegato, ma percentualmente molto più elevato rispetto ai suoi redditi. Adesso casi del genere sono più rari? Benissimo … ma bisogna arrivare a far sì che proprio non ve ne sia più nessuno: anche uno solo è di troppo.

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