Femminismo punitivo

Recentemente ho scoperto una nuova corrente di pensiero, che, a quanto leggo in giro, riscuote un certo successo e che sostiene l’esistenza di un “femminismo punitivo”, tutto proteso alla creazione di “centinaia e centinaia di divieti nel fare qualcosa, nel produrre qualcosa, nell’usare qualcosa al fine di proteggere il genere femminile” (cito un commentatore intervenuto in un dibattito sulla mia pagina facebook).

A proposito di “femminismo punitivo” circola in rete un articolo di Tamar Pitch, il quale non mi ha granché chiarito le idee in proposito.

L’autrice apre la discussione introducendo il concetto di “populismo penale”, un’espressione usata da penalisti e criminologi per indicare l’idea di un diritto penale finalizzato al (o comunque condizionato dal) perseguimento di obiettivi politici a carattere populistico.

Quando si allude al fenomeno, generalmente ci si riferisce a esponenti politici (nel ruolo di parlamentari, sindaci, governatori regionali ecc.) che pongono al centro del loro impegno o del loro programma di governo, innanzitutto sul piano simbolico e della comunicazione pubblica, la lotta alla criminalità o la difesa della legalità, con discorsi volti ad alimentare i timori più irrazionali, eventualmente occultando le statistiche che documentano cali della criminalità, al solo fine di riscuotere consensi a buon mercato.

Tamar Pitch, però nel suo articolo non si dilunga troppo nelle spiegazioni, limitandosi ad informarci che “il richiamo alla sicurezza e le relative politiche sono da anni al centro dei dibattiti e delle analisi scientifiche” e che “le conseguenze drammatiche sia sul piano culturale e simbolico che su quello pratico di questo cosiddetto punitive turn sono state ampiamente illustrate e dimostrate“.

A questo punto introduce il “femminismo punitivo”, ovvero il moltiplicarsi di richieste, da parte di movimenti di donne che al femminismo esplicitamente si richiamano, di introduzione di nuovi reati, in nome della tutela dell’incolumità e della dignità delle donne”, a tale proposito citando come esempio “la riforma della legge contro la violenza sessuale” e denunciando “la legittimazione che queste richieste forniscono alle politiche sicuritarie”.

Quali sarebbero le “politiche securitarie” scaturite dalla legge 15 febbraio 1996, quella che ha riformato il reato di violenza sessuale, spostandolo dal titolo IX del codice penale intitolato “Dei delitti contro la moralità pubblica e contro il buon costume” e trasformandolo in un delitto contro la libertà personale?

Pitch non lo dice, ma io vi posso citare il volume di Anna Simone “I corpi del reato. Sessualità e sicurezza nella società del rischio Mimesis, Milano, 2010, nel quale l’autrice, parlando di violenza sulle donne, evidenzia il fatto che se le violenze vengono praticate per la maggior parte da familiari, affini o conoscenti, il dato viene occultato allo scopo di procedere ad un processo di “criminalizzazione indistinta degli uomini immigrati in relazione agli stupri” e alla “strumentalizzazione del corpo femminile usato per legittimare la recrudescenza delle politiche securitarie”. (p. 47)

Si può affermare che alla radice di questa tendenza a strumentalizzare il corpo della donna ci sono gli articoli di legge sulla violenza sessuale introdotti dalla riforma del ’96?

Francamente, io non credo.

Non lo si può affermare per il semplice motivo che il tema della violenza sessuale contro le donne ad opera di individui di un altra “razza” è un topos della propaganda razzista in ogni tempo e in ogni luogo e le ragioni non sono da ricercare nelle norme.

Questa è la copertina della rivista “La difesa della razza”, anno II, n. 11, del 5 aprile 1939: la riforma della legge contro la violenza sessuale arriverà quasi 60 anni dopo.

Considerare responsabili di legittimare “politiche securitarie” quelle femministe cha hanno fortemente voluto la riforma della legge contro la violenza sessuale mi sembra a tutti gli effetti una forzatura: come ha scritto anche Massimo Lizzi a proposito di questo articolo, qualunque norma, a prescindere dalle criticità intrinseche e dalla condotta sanzionata, può essere strumentalizzata.

Affinché ciò accada, a mio avviso, è sufficiente la volontà di chi è intenzionato a strumentalizzare.

Mi ha molto colpito l’accenno alla riforma della legge sulla violenza sessuale, come pure quello alle “guerre umanitarie per liberare le donne dal burka“, guerre condotte nel “nome della tutela delle donne e dei loro diritti umani”.

Chi non ricorda il discorso di Laura Bush, dopo l’11 settembre?

“We respect our mothers, our sisters and daughters. Fighting brutality against women and children is not the expression of a specific culture; it is the acceptance of our common humanity — a commitment shared by people of good will on every continent. Because of our recent military gains in much of Afghanistan, women are no longer imprisoned in their homes. They can listen to music and teach their daughters without fear of punishment. Yet the terrorists who helped rule that country now plot and plan in many countries. And they must be stopped. The fight against terrorism is also a fight for the rights and dignity of women.”

E chi le ha creduto? Chi, a dispetto di tutti i suoi sforzi di accreditarsi come femminista, ha davvero associato Laura Bush al femminismo?

Come scrisse Katharine Viner in un articolo del 2002, portando ad esempio Lord Cromer, console britannico in Egitto dal 1883 al 1907: they used the language of feminism to acquire the booty of the colonies.

Bush, come Cromer prima di lui – potremmo definirli populisti in cerca di facili consensi – hanno strumentalizzato il femminismo solo per acquisire colonie, dimostrando, in patria, di non avere alcun sincero interesse nell’emancipazione femminile.

Ma qual è il nesso fra tutto questo e il “femminismo punitivo”?

Io non riesco proprio a vedere l’analogia fra la guerra preventiva di Bush e gli esempi di “femminismo punitivo” che l’autrice ci porta, ovvero “la richiesta di introduzione, anche in Italia, del cosiddetto modello nordico di gestione della prostituzione (criminalizzazione dei clienti) e della richiesta di introduzione di un “reato universale” di maternità di sostituzione“.

Se Bush ha strumentalizzato il femminismo con intenti imperialistici, chi ha un approccio abolizionista al fenomeno della prostituzione chi o cosa vorrebbe conquistare?

Potete anche farmi un disegno, per chiarirmelo.

Inoltre la surrogacy, ovvero chiedere ad una donna di portare in grembo un figlio non suo, in Italia è già illegale e certo non grazie ad un “femminismo punitivo”.

Che cosa sia un “reato universale” non lo so, sono ignorante, illuminatemi.

L’unica pena che questo “femminismo punitivo” verrebbe a creare è quindi la punizione dell’acquisto di prestazioni sessuali (che, ad esempio in Francia, prevede una multa e l’obbligo di seguire lezioni in materia di prostituzione).

Descrivere questa posizione come una “riduzione di tutta la politica a politica criminale”, mi sembra nient’altro che un’iperbole o un discorso volto ad alimentare un timore del tutto irrazionale: che vi siano in circolazione branchi di femministe ansiose di ingaggiare una “guerra non dichiarata a parti consistenti della popolazione” a colpi di “carcerazioni massa“.

Senza entrare nel merito di entrambe le questioni (surrogacy e prostituzione) – perché l’ho già fatto altrove e perché il post diventerebbe troppo lungo – concludo dicendo che questo articolo mi ha molto, molto amareggiata.

Soprattutto per l’ultimo paragrafo, quello nel quale si attribuisce alla “guerra alla droga” la responsabilità del femminicidio:

“Ciò che forse è meno noto nei nostri paesi è quanto la cosiddetta guerra alla droga sia responsabile della intensificazione e generalizzazione della violenza, degli omicidi, delle sparizioni forzate, della repressione dei popoli indigeni e della distruzione delle loro risorse economiche sociali e culturali, della frammentazione e repressione delle lotte sociali, e, non da ultimo, del femminicidio, vera e propria guerra contro e sul corpo delle donne.

Pensavo di averle sentite tutte.

E invece mi mancava di sentire che la causa del femminicidio è la “guerra alla droga”.

 

Sullo stesso argomento:

Del femminismo-punitivo

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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7 risposte a Femminismo punitivo

  1. Stefano Dall'Agata ha detto:

    La signora Pitch era anche contraria all’introduzione della Legge contro lo stupro, di quella contro lo stalking, e lo è all’introduzione di una legge specifica contro le mutilazioni genitali femminili.
    È proprio un atteggiamento mentale che va a sbattere contro i cardini della cultura giuridica che pretenderebbe di rappresentare.

    • Sarei curiosa di sapere se la sua avversione alle norme “punitive” si scatena solo contro quelle norme che sanzionano reati le cui vittime sono prevalentemente donne, oppure se si è mai espressa anche contro norme che tutelano altre categorie di soggetti: contro la legge Mancino, ad esempio.

      • Stefano Dall'Agata ha detto:

        Non sembra che lo faccia solo quando ci tratta di donne.
        Su Studi Questione Criminale che è il blog che raggruppa alcuni giuristi con posizioni simili, ha scritto questo articolo, che in parte è condivisibile.
        https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2017/02/14/la-sicurezza-di-chi-di-tamar-pitch/

      • Stefano Dall'Agata ha detto:

        Il gruppo di cui fa parte anche Stefano Anastasia, che ha fatto un grosso lavoro per la dignità dei detenuti.
        Ho l’impressione che nella foga di contrastare “l’autoritarismo dello Stato borghese” vedano come vittime solo i delinquenti ed i criminali che lo Stato imprigiona, scomparendo al loro sguardo le vittime di detti delinquenti e criminali.
        Mentre nello specifico si trovano online documenti con le posizioni politiche di Pitch contrarie all’introduzione di alcune specifiche leggi, non ho trovato scritti di Anastasia.
        Sempre online ho trovato questo articolo di iniziativa a cui ha partecipato Anastasia, a margine della quale si raccoglievano le firme per l’introduzione del reato di tortura.
        Qui c’è la contraddizione del gruppo, è solo se il perpetratore del crimine è funzionario dello Stato che si chiede l’introduzione di nuovi reati?
        E se va bene chiederli per i funzionari dello Stato, per quali ragioni non si doveva chiederli per gli agenti del sistema patriarcale che stuprano, fanno stalking, ecc.?
        http://www.estense.com/?p=290733

  2. IDA ha detto:

    Proposito del femminismo punitivo. I fatti di Colonia non se li ricorda più nessuno? Eppure allora tutti a chiedere leggi speciali sugli stranieri e i rifugiati, l’invasione islamista dell’europa e le femministe spacciate per filo-islamiche perchè non si accodavano ai razzisti.

    • Marco Tullio ha detto:

      Per “reato universale” s’intende, in Italia, un comportamento che viene punito dalla nostra Giustizia – in chi si trovi sul nostro territorio – anche se il fatto sia avvenito all’estero ed ivi fosse lecito o comunque vi sia rimasto impunito e non vi sia estradizione. Sono soggetti in teoria a tale disciplina tutti i reati puniti dal nostro ordinamento con almeno tre anni di reclusione nel minimo. Per quanto riguarda l'”utero in affitto” l’idea, credo, sarebbe quella di punirlo, indipendentemente dalla pena edittale (che non potrebbe essere troppo severa) perseguendolo anche quando si abbiano le prove che il divieto italiano è stato aggirato “comperando” il bambino dove ciò è lecito.. .

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