La massaia

Pochi compiti si avvicinano al supplizio di Sisifo più di quello della massaia; giorno per giorno bisogna lavare i piatti, spolverare i mobili, rammendare la biancheria, tutte cose che domani saranno di nuovo sporche, polverose, rotte. La massaia segna sempre il passo; non fa niente; perpetua soltanto il presente, non ha l’impressione di conquistare un Bene positivo ma di lottare continuamente contro il Male. (…) Mangiare, dormire, pulire… gli anni non danno più la scalata al cielo, si presentano uguali e grigi come un nastro orizzontale; ogni giorno è simile all’altro; è un eterno presente inutile e senza speranza. (…) la casa, la stanza, la biancheria sporca, il pavimento, sono cose fissate: ella non può fare altro che espellere continuamente i principi cattivi che vi si infiltrano; lotta contro la polvere, le macchie, il fango, il grasso; combatte il peccato, lotta contro Satana. Ma è un triste destino dover combattere senza tregua un nemico invece di essere volti verso scopi positivi; spesso la massaia lo subisce con rabbia. (…) Ciò che rende ingrata la sorte della donna-domestica è la divisione del lavoro che la vota interamente al generale e all’inessenziale; la casa, il cibo, sono utili alla vita ma non le danno un senso; gli scopi immediati della massaia non sono che mezzi, non veri fini, e in essi si riflettono solo progetti anonimi. E’ chiaro che per incoraggiarsi nel lavoro ella cerca di impegnarvi la propria personalità e di rivestire di un valore assoluto i risultati ottenuti; ha i suoi riti, le sue superstizioni, ci tiene ad apparecchiare la tavola, ordinare il salotto, fare un rammendo, cucinare un piatto a modo suo; è convinta che al suo posto nessuno potrebbe fare altrettanto bene l’arrosto o le pulizie; se il marito o la figlia vogliono aiutarla o fare a meno di lei, ella toglie loro di mano l’ago, la scopa. “Tu non sei capace di attaccare un bottone”. (…) Poiché il lavoro domestico si affanna a mantenere uno status quo, il marito, rientrando in casa, nota il disordine e la negligenza ma l’ordine e la pulizia gli sembrano normali. (…) Il lavoro che la donna esegue all’interno del focolare, non le conferisce un’autonomia; non è direttamente utile alla collettività, non sbocca nell’avvenire, non produce niente. Non acquista senso e dignità se non è integrato alle esistenze che si superano verso la società nella produzione o nell’azione; cioè, lungi dal liberare la matrona, la mette in posizione di dipendenza dal marito e dai figli; ella si giustifica attraverso di loro: non è nelle loro vite che una mediazione inessenziale. Il fatto che il codice abbia cancellato dai suoi doveri l’ “obbedienza” non cambia affatto la sua situazione; questa non si basa sulla volontà dei coniugi ma sulla struttura stessa della comunità coniugale. Non è permesso alla donna di fare un’opera positiva e quindi di farsi riconoscere come una persona compiuta. Per quanto rispettata sia, è sempre subordinata, secondaria, parassita. Il senso stesso della sua esistenza non è il suo potere e questa è la pesante maledizione che pesa su di lei.

(Simone de Beauvoir, “Il secondo sesso”)

Una mia lettrice mi ha segnalato un video, che si intitola “Fare la mamma è il mestiere più difficile che ci sia”.

Racconta la storia di una bambina che, fiera dei suoi risultati scolastici, rimane male quando il padre le annuncia che grazie ai suoi bei voti “diventerà come la mamma”; la bambina, indispettita, annuncia al padre che non è fra i suoi progetti fare la casalinga, piuttosto diventerà “il capo di una grande azienda”. La madre sente la conversazione, coglie il disprezzo della figlia nei suoi confronti ed entra in depressione, finendo col trascorrere le sue giornate ad autocommiserarsi sul divano. Con la madre fuori gioco, la casa va in rovina in breve tempo – non ci sono più abiti puliti da indossare, niente da mangiare – così la bambina è costretta a correre ai ripari: quando la maestra le assegna un tema dal titolo “La persona che vorrei essere”, lo dedica alla madre. La bambina le chiede scusa per averla ferita e dichiara di aver capito che il lavoro della donna è tutt’altro che “inessenziale”. La madre si commuove e torna a ricoprire il suo ruolo di moglie-domestica.

Come potete leggere seguendo il link alla pagina facebook, il giudizio prevalente nei confronti del video è: fa schifo.

Un giudizio che condivido, soprattutto per via della fastidiosa musichetta che lo accompagna.

A parte il sottofondo musicale, a rendere particolarmente disturbante il video è il suo voler giustificare la suddivisione sessuale del lavoro con la biologia: le femmine – tutte le femmine – sono destinate a diventare mamme e quindi casalinghe, a causa della totale incapacità dei maschi di compiere azioni apparentemente semplici come cambiare un pannolino.

Per quanto possa sembrare assurdo, ancora oggi sono in molti a credere che vi sia una relazione di causa ed effetto fra il cromosoma Y e l’indisponibilità ad occuparsi dei lavori domestici: lo credono Costanza Miriano e i suoi fan, per fare un esempio, o tutti quelli che pensano che conciliare lavoro e famiglia sia un problema esclusivamente femminile, e lo credono la maggior parte dei creatori delle pubblicità di detersivi ed elettrodomestici.

A causa dell’ampia diffusione di simili credenze e sebbene molte delle commentatrici sostengano di convivere con uomini in grado di contribuire in casa al 50%, le statistiche ci confermano che anche quando hanno un lavoro retribuito, quello domestico rimane prevalentemente a carico delle donne.

Se in Italia le donne svolgono una quantità di lavoro familiare nettamente superiore agli uomini, spiega un interessante libro sull’argomento che la divisione del lavoro familiare viene percepita come equa anche quando si presenta come quantitativamente squilibrata; in altri termini, poiché “il contributo domestico delle donne è considerato scontato, mentre quello degli uomini no”, il minimo apporto maschile alle fatiche domestiche fa sì che la situazione venga percepita dalle donne come egualitaria, anche quando in termini di tempo e di impegno siamo ben lontani da un’effettiva parità.

Tornando al video, occorre citare il fatto che ci sono molte donne che nel suo messaggio trovano un po’ di conforto; appartengono a questa categoria prevalentemente quelle donne che hanno sempre lavorato in casa:

Come la mamma nel video, queste donne si sentono disprezzate dai loro cari e dal mondo intero. La loro sofferenza, più che dalla impari “lotta contro la polvere, le macchie, il fango, il grasso”, sembra nascere dal biasimo che ricevono in casa e fuori.

In effetti, a dispetto di chi sostiene che “nessuno insulta le casalinghe”, nel corso della conversazione vengono definite dai più creature “squallide e deprimenti”, dalle “menti limitate”, prive di forza di volontà e quindi costrette a farsi mantenere, frustrate, fallite e chi più ne ha più ne metta.

Che sia per la natura intrinseca delle fatiche domestiche, come sostiene Simone de Beauvoir, o che sia per ragioni squisitamente storiche e politiche, per quanto lavoro possa materialmente fare una casalinga

(“naturalmente ho cercato sempre, oltre a tenere la contabilita’ di mio marito artigiano, di fare a casa qualche lavoro, ho dato una mano ad un commercialista, ho battuto a macchina tesi di laurea quando ancora non esisteva il computer, per aiutare un po’ il menage familiare”, racconta una di loro, “a parte i lavoretti fatti per un commercialista e qualche ora a stirare nella tintoria di una mia zia, che mi hanno sempre permesso di guadagnare qualcosa, quando i miei figli sono stati grandi mi sono iscritta ad un corso, durato 6 mesi, di linfodrenaggio e massaggio ayurvedico, bellissimi da fare per me, stupendi per chi li riceveva, avevo le mie clienti fisse e tutte le settimane dedicavo due giorni a questo lavoro che mi piaceva tantissimo, l’ho fatto per 20 anni ho smesso un anno fa per qualche problema alla schiena, comunque continuo a fare la pasta in casa, agnolotti, cappelletti e li vendo, ho i miei clienti fissi, e questo mi permette di comprare le cose che occorrono a me senza nulla chiedere a mio marito, come vedete anche le casalinghe, se vogliono fare, possono comunque guadagnare“, aggiunge un’altra)

esso risulta invisibile e privo di valore:

e quelle donne che cercano di farsi coraggio e rivestire di un qualche significato la propria esistenza non riescono a trovare nelle altre donne nessuna comprensione, anzi:

Alcuni commentatori notano che il titolo del video parla di “mestiere di mamma”, dando per scontato che una mamma debba essere per forza di cose una casalinga:

E’ ovvio che, associando automaticamente “mamma” a “casalinga” – come fa il video – tutte le mamme che lavorano fuori casa si sentano immediatamente sminuite nel loro ruolo genitoriale e la più che giustificata critica al video si tramuta in una bagarre per decidere chi è o chi ha avuto la “mamma migliore”:

Una discussione vana e crudele, che forse nessuno mai si sognerebbe di fare a proposito di altri ruoli.

Vi sognereste di replicare a qualcuno che sta testimoniando l’amore per il proprio figlio dicendo “mio figlio vale più del tuo, perché ha la media dell’otto in pagella, poi è un eccellente atleta, il tuo invece non è niente di eccezionale”, oppure direste mai ad un’amica “ma come fai a stimare tuo padre più del mio, che lavora solo mezza giornata e mi ha sempre aiutato coi compiti di scuola?”

Credo di no.

Molti/e non esitano ad equiparare la casalinga ad una “schiava“.

 

Le offese e la frequenza con cui ricorrono termini come “schiava” o “serva” (un termine che in italiano è usato solo in senso dispregiativo), ci suggeriscono che, a prescindere dal fatto che rimanere a casa sia una “libera scelta” della donna o una condizione dettata dalle circostanze avverse (ci informa Nadia Somma che sono in aumento le neo-madri costrette a dimettersi dal lavoro a causa “dei fenomeni discriminatori che penalizzano fortemente le donne”), a prescindere dal grado di soddisfazione e/o felicità della coppia che opta per una suddivisione sessuale del lavoro, lo status di casalinga è una condizione che toglie dignità alla donna, rendendola una creatura subordinata, inferiore, e quindi indegna di rispetto.

Su un individuo deprivato della dignità è più facile sentirsi legittimati a usare violenza:

Sulla divisione sessuale del lavoro nell’ambito domestico, si riflette e si discute da decenni.

L’argomento è sicuramente vasto e complesso, e dovrebbe ricomprendere quel lavoro domestico “delegato” (“i lavori domestici si dividono in famiglia o si delegano”, scrive una commentatrice) che ricade sulle spalle di una classe di donne che, pur ricevendo una busta paga, vive una condizione più simile alla schiavitù di quella della gran parte delle casalinghe nostrane, donne il cui sfruttamento è invisibile quanto è invisibile il lavoro domestico e di cura che svolgono.

Il riconoscimento del valore del lavoro domestico e di cura non deve di certo assumere l’aspetto di una poetica della natura “femminile” delle mansioni che lo costituiscono, come fa il video, contribuendo così a rinforzare quei costrutti sociali che suddividono il lavoro in “lavori da uomo” e “lavori da donna”.

Ma presupporre ormai realizzata la parità di diritti fra uomini e donne, prospettando come reale la possibilità di scegliere il modello di vita più consono alle proprie esigenze fra un’ampia gamma di opzioni descritte come accessibili a tutti e a tutte alle medesime condizioni, riducendo la suddivisione sessuale del lavoro a mero prodotto di “libere scelte” fatte da singole donne, è altrettanto sbagliato.

Prima di lasciarvi alle vostre personali riflessioni sul valore del lavoro domestico, vi rimando ad un mio vecchio post, che pone un quesito interessante: le donne scelgono lavori di scarso valore per la società oppure alcuni lavori sono considerati di scarso valore dalla società quando sono svolti prevalentemente dalle donne?

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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9 risposte a La massaia

  1. Paolo ha detto:

    bisogna rispettare la casalinga (sia che lo abbia scelto come è possibile, sia che sia stata costretta da circostanze ingiuste e da rimuovere come mobbing sul lavoro, dimissioni in bianco, mancanza di servizi) e bisogna rispettare la donna che lavora fuori casa, e ovviamente il pensiero reazionario secondo cui i lavori casalinghi debbano essere esclusivamente femminili è ridicolo

  2. paolam ha detto:

    La seconda: quando in un lavoro, arte o mestire o professione, cominciano a prevalere le donne, è segno certo che quel lavoro, arte o mestiere o professione, si è deprezzato.

  3. paolam ha detto:

    Sul lavoro domestico come prerogativa e onere spcificatamente femminile non se ne esce se non de-generizzandolo. E smettendo di considerarlo necessario accessorio della coppia. Ripartizione equa dei compiti domestici, ognun per sé, o collaboratrice domestica o collaboratore domestico retribuita/o per tutte/i.

  4. Porcospina ha detto:

    Il femminismo odierno mette sullo stesso piano casalinghe e persone che lavorano, dice che ‘sono la stessa cosa’, che non c’è differenza tra l’una e l’altra scelta, che non si può e non si deve criticare. Si può rispettare l’essere umano in quanto tale (e ci mancherebbe anche altro), ma oggi nel 2017 parlare di casalinga come ‘scelta’ rispettabile o equiparabile alle altre è fuori da ogni grazia divina. In primis perché le persone che lavorano fanno le stesse identiche cose delle casalinghe, ma in meno ore, quindi la casalinga ha in media più tempo libero degli altri (e non tiriamo fuori la scusa dei lattanti: i bambini crescono in fretta; e non parliamo dei casi limite: limitiamoci a parlare di gente normodotata con figli normodotati e genitori in salute – cioè la maggioranza della popolazione). In secundis, perché – e i dati lo dimostrano – i Paesi dove ci sono meno casalinghe sono i Paesi dove c’è più parità, dove si fanno più figli, dove gli stipendi delle donne sono più alti e dove le donne raggiungono i più alti vertici della ‘scala sociale’. Quindi, in sostanza, più casalinghe ci sono più la società è patriarcale e più essa è arretrata. Quindi, no: essere casalinghe oggi significa perpetrare fuori tempo massimo gli anni ’50. Un femminismo che si appiattisce su queste tematiche è un femminismo che presta il fianco al patriarcato. Cara donna, vuoi fare la donna anni ’50? Poi non ti lamentare se non c’è parità: tu stessa, per prima, non ci credi alla parità.
    [Fuori da questo ragionamento dovete mettere le donne costrette a stare a casa perché espulse dal mercato del lavoro]

    • “le persone che lavorano fanno le stesse identiche cose delle casalinghe”: questo è falso. Se la divisione del lavoro familiare è comunque squilibrata, anche in una coppia etero nella quale entrambi lavorano, dai dati emerge che quando la donna è casalinga lo squilibrio aumenta. Che significa? Significa che il partner che lavora dedica molto meno tempo al lavoro domestico e di cura, mentre il partner che non lavora fuori casa vi dedica molto più tempo. Per questo motivo non è corretto focalizzarsi solo sul “maggior tempo libero” delle casalinghe, perché a poter usufruire di maggior tempo libero non sono solo loro, ma anche i loro partner, i quali possono godere di tutto quel tempo che quelli che vivono con una donna che lavora debbono dedicare alla condivisione di alcune delle mansioni domestiche e di cura. E’ questo che dice il femminismo, da sempre. Ma evidemente non lo spiega in modo da risultare comprensibile.

    • Antome ha detto:

      Forse perchè chi sfrutta fa fare troppo lavoro a troppe poche persone, per via della distribuzione della ricchezza, nel caso. Non sono le casalinghe in difetto.

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