Donne

I always thought I don’t care how someone becomes a woman or a man; it does not matter to me. It is just part of their specificity, their uniqueness, like everyone else’s. Anybody who identifies as a woman, wants to be a woman, is going around being a woman, as far as I’m concerned, is a woman.

(…)

Simone de Beauvoir said one is not born, one becomes a woman. Now we’re supposed to care how, as if being a woman suddenly became a turf to be defended.

Da un’intervista a Catharine A. MacKinnon

Traduco:

Ho sempre pensato che non importa come qualcuno diventa donna o uomo; a me non interessa. È solo una parte della specificità, dell’unicità di quel qualcuno, come di chiunque altro. Chiunque si identifichi in una donna, vuole essere una donna, se ne va in giro ad essere una donna, per quanto mi riguarda, è una donna.

Simone de Beauvoir ha detto donne non si nasce, lo si diventa. Ora dovremmo preoccuparci di come lo si diventa, come se essere una donna fosse improvvisamente diventato un terreno da difendere.

So che nel periodo in cui sono stata in ferie, lontana dal blog e dalla pagina facebook, nel web femminista è impazzata una feroce discussione a partire da un articolo diffuso da Arcilesbica Nazionale.

L’articolo incriminato inizia così: “Silenced by men first and now trans women. Will women ever not feel silenced?

Prima zittite dagli uomini e ora dalle donne trans. Smetteranno mai le donne di sentirsi messe a tacere?

Già questa prima frase ci dà l’idea del perché questo articolo ha scandalizzato molte persone, trans e non trans. L’autrice mette uomini e donne trans sullo stesso piano, come se queste due categorie di persone godessero oggi del medesimo potere  di mettere a tacere le donne non trans.

Davvero qualcuno ritiene che le donne trans occupino nella società contemporanea una posizione analoga a quella che hanno occupato e ancora occupano gli uomini, al punto da rappresentare una concreta minaccia per qualunque altra categoria di persone oppresse dal patriarcato – nello specifico le donne detentrici di utero, vulva e vagina, alla quale l’autrice appartiene – che voglia portare avanti le sue istanze?

Una simile ipotesi suona piuttosto ridicola, alla luce dei fatti (fatti drammatici come il triste primato dell’Italia negli omicidi di transessuali annunciato lo scorso anno, ad esempio), tanto quanto è ridicola la storiella di una famigerata lobby gay che capitanerebbe una “aggressione omosessualista nelle scuole” costringendo bambini innocenti a frequentare traumatiche “lezioni di masturbazione” grazie alla complicità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’autrice del post è “angry”, arrabbiata. Arrabbiata perché delle donne trans hanno accusato lei e altre femministe di transfobia, a sua avviso senza alcun valido motivo.

Anche se questo fosse vero, simili accuse non possono essere descritte come “donne trans che mettono a tacere le donne”, perché non esiste un contesto nel quale una cosa del genere possa davvero accadere. Ciò che invece possiamo riconoscere all’autrice, è che frasi come “Choke on my female cock, terf” sono crudeli e rendono impossibile ogni dialogo sulla questione.

In uno dei casi che cita, però (l’unico che conosco, perché non seguo molto questa querelle sulla stampa straniera, ma suggeritemi degli spunti se lo ritenete importante), io degli ottimi motivi per muovere una accusa del genere li vedo.

Parlo della dichiarazione di Germaine Greer diffusa a mezzo stampa, ad esempio:

If you’re a 50-year-old truck driver who’s had four children with a wife and you’ve decided the whole time you’ve been a woman, I think you’re probably wrong”.

Greer sostiene che “non è giusto” che un uomo che ha vissuto 40 anni da uomo, che ha avuto dei figli con una donna e si è goduto i di lei servizi – il lavoro non pagato del quale la maggior parte delle mogli si fa carico – possa decidere che in tutto quel tempo in realtà era una donna.

Sebbene io non possa vantare un’esperienza personale, non credo proprio che parlando di transessualità abbiamo il diritto di suggerire, come fanno queste frasi di Greer, che essere transessuale possa classificarsi come un capriccio o il sintomo di un superficiale approccio al concetto di identità di genere, portato avanti da persone che non hanno alcun rispetto per le problematiche di quelle donne che vivono alla luce del sole il loro essere donne dal momento della nascita. Parole come queste fanno sembrare la transessualità un perverso desiderio maschile di usurpare alle persone nate donne il diritto di definirsi donne… una sorta di “furto di donnità”. Come se essere una donna fosse improvvisamente diventato un terreno da difendere.

Dubito fortemente che una persona possa decidere con leggerezza di entrare a far parte di una delle categorie di persone più disprezzate, denigrate e umiliate che esista, e lo dico perché mi capita sovente di leggere o ascoltare frasi come quella denunciata da questo articolo di Sabrina Ancarola ed Elena Sofia Trimarchi:

«Le martellate sono il minimo, ha fatto bene a uccidere la trans di merda. Io avrei fatto di peggio».

Di una frase del genere, pubblicata su facebook, l’autore si è dichiarato orgoglioso, poiché gli ha permesso di diventare famoso.

Per aver collaborato all’articolo pubblicato sull’Espresso Elena Sofia Trimarchi ha ricevuto insulti e messaggi di morte.

Se è vero che vivere da donna ogni istante della mia esistenza ha comportato una più lunga permanenza fra i meno-che-umani di una persona che, dopo essere stato un camionista eterosessuale perfettamente inserito nella sua comunità, rivela a cinquantanni la sua femminilità (e taccio in merito a quello che può essere stato il suo tormento interiore, perché non mi riesce di immaginarlo), ciò che quella persona molto probabilmente subirà dal momento della sua transizione in poi è “ingiusto”, non certo il fatto che voglia che io gli riconosca il suo essere una donna senza fare ridondanti distinzioni fra donne e donne trans.

Ci sono, tuttavia, delle accuse di transofobia mosse da attiviste trans che non accolgo con il medesimo spirito di condivisione.

Ad esempio quelle in merito al “pussy hat”, percepito da molte donne trans come un simbolo dell’esclusione delle donne senza vagina dalle battaglie che le altre donne, quelle con la vagina, conducono per riacquistare la dignità di esseri umani.

Wearing pussyhats, or chanting about vaginas, lays out a hierarchy based on genitals that is exclusionary and painful” scrive Katelyn Burn in un articolo in proposito.

(Indossare dei pussyhats o scandire slogan sulla vagina, propone una gerarchia basata sui genitali che è escludente e dolorosa.)

Ciò che accade a Katelyn dopo aver espresso questi suoi sentimenti a proposito del berretto rosa creato per protestare contro le offensive esternazioni del Presidente Trump, è di incontrare nel corso di una manifestazione femminista una donna che le porge proprio uno di questi berretti e scoprire che non è animata da nessun desiderio di escluderla in quanto trans.

As we chatted, we realized that we had a lot in common. We were both starting our lives over after divorces, we’ve both worked in banking for many years, and we grew up not far from each other. What brought us together was our mutual desire to march for women, for abused women, for young girls, for reproductive rights. We really weren’t as different as those who try to divide us by anatomy claim that we are. Not long into our newfound friendship, I leaned over and confided that I’m transgender, and she nodded. She said she kind of guessed when she first saw me, but she could also tell I was really cold and without a hat. It was a powerful moment. As tears clung to the corners of my eyes, I took in the scene around me, with the pink hat and the pussy rhetoric, and began to reflect on what solidarity in protest means. I mean sure, for many many women who marched across the country yesterday, I will never be enough woman for them. The RadFems, the GenderCrits, the Transphobes. But maybe womanhood is more about the fight and not about the flesh. Maybe vagina symbolism can be more symbolic than exclusionary.

Traduco questo passo:

Chiacchierando, abbiamo scoperto che avevamo molto in comune. Entrambe abbiamo iniziato a vivere dopo il divorzio, abbiamo lavorato in banca per molti anni e siamo cresciute non lontane l’una dall’altra. Quello che ci ha unito è stato il nostro comune desiderio di marciare per le donne, per le donne abusate, per le ragazze, per i diritti riproduttivi. Noi non eravamo così diverse come quelli che cercano di dividerci per mezzo dell’anatomia affermano che siamo. Non molto tempo dopo l’inizio della nostra nuova amicizia, mi rilassai e le confidai che sono transessuale e lei annuì. Ha detto che lo aveva  pensato quando mi aveva visto, ma aveva anche visto che con quel freddo ero senza un cappello. E’ stato un momento potente. Mentre le lacrime mi spuntavano gli angoli degli occhi, guardai la scena attorno a me, con il cappello rosa e la retorica intorno alla vagina, e cominciai a riflettere su cosa significhi solidarietà nella protesta. Voglio dire che sicuramente, per molte donne che hanno marciato attraverso il paese ieri, non sarò mai abbastanza donna. Le RadFems, le GenderCrits, le Transfobes. Ma forse essere una donna ha più a che fare con la lotta che con la carne. Forse la vagina può essere più simbolica che escludente.

Ve l’ho tradotto perché questo passo mi ha molto commossa.

Non posso che concordare con Katelyn, anche per me essere donna ha più a che fare con le battaglie che conduco insieme ad altre persone – persone con la vulva e con il pene – che con il mio apparato riproduttore.

Sono anche convinta che la vagina può essere un simbolo dell’oppressione maschile sulle donne, senza che le donne che non hanno una vagina debbano sentirsi escluse per questo.

Se io sono una donna anche perché ho una vagina, e questo ha influenzato pesantemente il modo in cui sono stata cresciuta e il modo in cui il resto del mondo si relaziona con me, e avverto la necessità di parlarne pubblicamente rendendo politico il personale, questo fatto, per le donne con altri vissuti alle spalle (che magari non ricomprendono una vagina), non è né dovrebbe esser interpretato come un limite al loro rendere quei personali vissuti altrettanto politici.

Affinché questo accada occorre incontrarsi, proprio come si sono incontrate Katelyn e la donna col pussyhat.

Dopo aver letto qualche conversazione di quelle che sono seguite alla condivisione del post di Arcilesbica Nazionale, temo che siamo molto lontane dalla possibilità di creare le condizioni per un simile incontro.

 

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Cis vs Trans: l’articolo della discordia

Come smontare il mito “Le donne transgender non sono donne”

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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35 risposte a Donne

  1. Paolo ha detto:

    sono totalmente d’accordo con te stavolta. E’ scontato che la maggioranza numerica delle donne ha una vagina dalla nascita e ha vissuto esperienze anche a livello fisico diverse dalla minoranza di donne nata biologicamente maschio, ma non c’è motivo per escludere le donne trans o non considerarle donne, sono donne anche loro. “la carne” ha la sua importanza ma non è tutto

  2. Morgaine le Fée ha detto:

    Una cosa che vorrei capire, non solo quando si tratta di persone trans, ma anche quando sento persone cis dire di “essere un vero uomo” o una “vera donna”, é il significato di essere uomo o donna.
    Che cosa si intende per sentirsi uomo o donna?
    Cerco di spiegarmi: io sono nata donna, biologicamente. È capitata cosí, nel bene e nel male. Questo fatto per certi aspetti mi ha dato fastidio (la posizione subalterna in una societá patriarcale, il problema di trovare lavoro, i dolori del parto o i dolori mestruali), dall’altro é Ok (mi ha fatto piacere sentire i miei figli nella mia pancia, allattarli, non avere la pressione sociale di dover essere rude forte e dominante).
    Non sento una necessitá di correggere il mio sesso biologico.
    Quando penso a chi sono, ai miei interessi e tratti caratteriali, il sesso biologico -essere donna- non é la prima definizione che mi viene in mente. Non riesco a definire i miei interessi come maschili o femminili. È maschile o femminile essere introversi, collezionare minerali, fregarsene del calcio, fregarsene della moda, studiare chimica, non credere in dio?
    L’altro giorno, un servizio al Tg parlava dell’aumento di giovani che vogliono correggere il proprio sesso. Una ragazza trans diceva che si era sempre sentita piú donna perché da piccola preferiva giocare con le Barbie e amava i vestiti coi brillantini. Ma é questo l’essere donna? A me le Barbie e i vestiti coi brillantini non sono mai interessati. Sono un uomo?
    Il sentirsi uomo o donna é una questione biologica o é una questione di adesione a degli stereotipi che decidono cos’é un uomo e cos’é una donna?

    • Una risposta definitiva a questa domanda non ce l’abbiamo. Di fatto viviamo in una società nella quale i ruoli di genere influiscono pesantemente sullo sviluppo delle persone, sin dai primi momenti di vita (https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/12/16/genderizzazione/) e non possiamo sapere quanto quelle differenze che riscontriamo ad un livello biologico (https://www.scientificamerican.com/article/is-there-something-unique-about-the-transgender-brain/) dipendano dall’ambiente. C’è chi sostiene che ogni differenza nall’attività cerebrale sopraggiunga a causa dello stillicidio di stereotipi di genere (https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/03/19/fighting-the-neurotrash/) e a me piace pensare che sia così, perché mi fa sentire più libera di quanto non lo faccia il pensiero di un destino inscritto nelle cellule che mi compongono.
      C’è anche da considerare che la transizione da un genere all’altro è un fenomeno sempre esistito, anche in epoche in cui era molto più pericoloso di oggi intraprendere un simile percorso. Mi hanno sempre colpito le storie di persone come Billy Tipton, ad esempio: https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/04/28/i-racconti-delleta-del-jazz-3-billy-tipton/ Se in casi come il suo qualcuno potrebbe sostenere che essere uomo gli permise di fare ciò che forse, da donna, non avrebbe potuto fare, che dire di chi invece scelse di essere donna?
      http://www.blackpast.org/aaw/anderson-lucy-hicks-1886-1954 A persone come Lucy Hicks Anderson, che fu condannata per false testimonianza perché affermava “I defy any doctor in the world to prove that I am not a woman, I have lived, dressed, acted just what I am, a woman” non dovrebbe essere concesso di vivere per quello che sono?

      • Paolo ha detto:

        chi è uomo o donna lo sa da semore a prescindere dal corpo in cui è nato

      • Morgaine le Fée ha detto:

        “Una risposta definitiva a questa domanda non ce l’abbiamo.”
        È per questo che ogni volta si parla di trans mi sembra di camminare su un campo minato. Da una parte credo sia giusto ascoltare le persone che hanno deciso di cambiare sesso, rispettando il loro sentire, dall’altra sento il rischio che si cementino quegli stereotipi sul genere da cui preferirei liberarmi.
        È questo che mi porta a chiedermi cosa significhi esattamente essere/sentirsi un uomo o una donna. (anche a me piace pensare che le differenze nei comportamenti siano pesantemente influenzate dalla cultura. Ci sono anche ricerche in questo senso, vedasi competitivitá e risk-taking in societá matriarcali o patriarcali. Inoltre, i ricercatori/ricercatrici che hanno evidenziato differenze fisiologiche tra il cervello maschile e femminile hanno anche precisato che non si sa a quali effetti queste differenze portino, e che sarebbe errato trarre conclusioni applicate a comportamenti e tendenze)

        Personalmente avevo interpretato i pussy hats come simbolo, nel senso di riprendersi il potere su come disporre dei nostri corpi, sia nella sessualitá che nella riproduzione. Poiché la protesta era (anche) partita dalla decisione di Trum e GOP di stroncare Planned Parenthood, avevo interpretato i pussy hats semplicemente come risposta a queste politiche, sicuramente non come mezzo per escludere le trans o creare una gerarchia genitale (se si puó chiamarla cosí).

      • https://www.nbcnews.com/feature/nbc-out/pink-pussyhat-creator-addresses-criticism-over-name-n717886 Qui un’intervista con l’ideatrice del progetto, che dichiara:
        “I never thought that by calling it the ‘pussyhat’ that it was saying that women’s issues are predicated on the possession of the pussy… I think ‘pussy’ refers to the female anatomical part, but it’s also a word that’s used to shame people who are feminine … whether they are men, women [or] genderqueer. And I think what it comes down to is that femininity is really disrespected in our society.”

      • Morgaine le Fée ha detto:

        Non conoscevo le dichiarazioni di Suh. Mi fa molto piacere che abbia messo l’accento sull’uso della parola “pussy” in senso denigratorio, per indicare qualcuno di debole o codardo.
        È un uso che sento troppo spesso nei film (immagino come riflesso di un uso nella vita reale), e ho sempre trovato grottesco associare la parola pussy alla debolezza: tanto piú da quando ho partorito.
        Voglio dire, voglio vedere un uomo qualunque passare quello che passa una vagina durante un parto, e poi ne riparliamo 🙂

      • Zorin ha detto:

        Vi perdete proprio nei dettagli insignificanti. Pussy, e’ vero, e’ usato con intenti denigratori per indicare qualcuno che e’ debole o codardo, ma questo e’ un uso linguistico prettamente anglosassone, senza alcuna conseguenza da noi.
        Anzi per noi italiani “figa” e il corrispettivo maschile “figo” sono aggettivi che hanno accezioni prettamente positive, cosi’ come il sostantivo derivato “figata”. Una cosa figa e’ una cosa bella, attraente, eccitante.

        Ma questo vuol dire forse che la cultura italiana e’ pro-donna e quella anglosassone anti-donna?
        No di certo, vuol dire solo che le femministe amano perdersi nei dettagli insignificanti per avere ancora una volta l’occasione di fare le vittime.

      • Grazie, Zorin, per la tua solerzia nel fornirci sempre ottimi esempi di quanto pro-donna sia la cultura italiana 🙂

      • Antome ha detto:

        Ciao, Zorin, interessante contributo, stavolta mi hai fatto pensare. A dire il vero già ci pensai e noto che, quasi sicuramente più recente come termine, esiste come dispregiativo fighetto, talvolta femminilizzato in fighetta, fighettino/a infighettato. Il fighetto al maschile però ha più in significato di classe, come persona di buona famiglia che segue la moda ed’è frivola, ma è una sovversione della positività di “figo” negativizzata e rifiutata. E’ “fighetta” che descrive più il carattere. Certo cazzo è dispregiativo, altresì “cazzata”, ma anche “dick” in inglese, che sarebbe uno stronzo. “Cazzuto” però è spesso positivo. Quindi rimane la contrapposizione ed il punto di vista maschile etero, figata è desiderabile, ma applicato al carattere di una persona, maglio “cazzuto” (:.

    • Paolo ha detto:

      essere uomo o donna non centra nulla con interessarsi ai brillantini o al calcio, a me non frega nulla del calcio e leggo (anche) Danielle Steel, sono un uomo. Essere uomo o donna è un fatto mentale, te lo senti dentro, tu morgaine sei una donna, lo sei essendo introversa e lo saresti anche se fossi estroversa o appassionata di moda

    • Antome ha detto:

      Ciao, da quanto leggo i ruoli sociali e le norme di genere sono diversi dall’identità di genere, cioè il sentirsi uomo o donna. Il tuo dubbio, talvolta anche mio, è che l’idea di essere trans possa essere condizionata dal non corrispondere alle aspettative sociali e di costume di quel genere, ma psichiatricamente parlando, questa distinzione è invece al giorno d’oggi ben presente. La trans donna, ad esempio, è tale anche se “ama le macchine, i camion, i soldatini, etc”, allo stesso modo in cui tu sei donna cis anche se non ti interessano le barbie etc, e io sono uomo cis, anche se mi truccassi per diletto e per scelta stilistica.
      Semmai il “problema”, comprensibile dalla prospettiva di una persona trans, è che l’estetica di genere è talvolta usata per rafforzare la propria vera identità sessuale, a livello percettivo, per supplire alla non corrispondenza somatica, soprattutto prepo o se si vuole evitare le operazioni, ma detto questo non è un problema affatto se c’è il rispetto per questo ho usato le virgolette. E poi sono aperto a correzioni, qualora abbia dato adito a fraintendimenti.

      • Io credo che il grosso fraintendimento ruoti attorno ai concetti di “cervello maschile” e “cervello femminile”. Abbiamo alle spalle secoli e secoli di storia nel corso dei quali è stato scritto molto sulle presunte differenze “naturali ” fra uomini e donne. Recentemente ha fatto scalpore il manifesto dell’ingegnere di Google (http://www.ilpost.it/2017/08/07/google-documento-sessista/), nel quale si sostiene che ci siano ragioni biologiche per cui le donne non dovrebbero occupare posizioni importanti nelle aziende che si occupano di tecnologia. Al suddetto ingegnere è stato risposto che le sue idee non trovano conforto nella ricerca scientifica (https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/aug/07/silicon-valley-weapon-choice-women-google-manifesto-gender-difference-eugenics), ma soprattutto nella storia stessa dell’informatica come materia scientifica: https://it.wikipedia.org/wiki/Radia_Perlman (per citarne solo una…)
        Questo non significa che, da qualche parte nel nostro cervello, non ci possa essere qualcosa che ci fa dire “sono una donna” oppure “sono un uomo”, un’informazione che non ha nulla a che fare con il talento per la matematica o la predisposizione per l’arte culinaria 😉

      • Comunque, come dicevo prima, sono speculazioni, perché la verità è che non ne abbiamo idea: http://www.neuroscienze.net/?p=561

      • Paolo ha detto:

        io so che nella mia testa ho sempre saputo di essere un uomo, nessuna cultura me lo ha imposto, e sono un uomo a prescindere dal mio look o dai miei gusti, credo sia così per tutti, persone cis e persone trans

      • Paolo ha detto:

        si è uoini o donne che si ami il make-up oppure no, ci sono espressioni di genere più statisticamente frequenti e statisticamente meno frequenti tra gli uomini e tra le donne ma sono tutte genuine e legittime e parlo sia di cisgender che di transgender

      • Che cosa è legittimo? Cosa sono le “espressioni di genere”?

      • Paolo ha detto:

        l’espressione di genere è il modo in cui uomini e donne si vestono e si abbigliano, trucco e parrucco ci sono espressioni di genere statisticamente più frequenti tra le donne ed espressioni statisticamente più frequenti tra gli uomini, e ci sono espressioni di genere meno frequenti ma sono tutte legittime e genuine

      • E’ in pratica un’espressione analoga a “ruolo di genere”, Paolo.

      • Morgaine le Fée ha detto:

        @ricciocorno: tralaltro, il grosso problema del cervello “maschile/femminile” é che le cd “differenze” sono state messe, spesso e volentieri, in termini di: “il cervello maschile é piú… (inserire qualitá recepita come positiva, specie intellettuale) di quello femminile”. Anche per questo vedo con sospetto le cd “spiegazioni scientifiche”.

        @Antome: non avevo pensato al fatto che l’estetica di genere venga usata proprio per rafforzare l’identitá sessuale. È possibile. Vorrei poter sentire la voce di un/una trans per poter capire.
        Il mio problema di comprensione deriva da una lacuna mia, avendo un’identitá sessuale/ di genere debole (nel senso che non é tra le prime caratteristiche con cui mi identifico, e mi lascia indifferente), vorrei sinceramente capire cosa sente una persona che, al contrario, ha una forte identitá sessuale/di genere, al punto di sottoporsi a drastici interventi fisici, all’ostracismo sociale, ai pregiudizi e, nel caso di transizione uomo -> donna, nel ritrovarsi in un genere che si trova in posizione subordinata nelle societá patriarcali.

      • Paolo ha detto:

        ma cosa vuol dire “un identità di genere debole”? L’identità di genere è qualcosa ce si è, si è uomini o donne (nella grande maggioranza dei casi), le persone trans non hanno una identità di genere più forte di quella mia o tua solo che hanno avuto l’oggettiva sfortuna di nascere in un corpo che non corrisponde alla loro identità di genere, e siccome il corpo non è una cosa secondaria per definire la nostra identità, di qui la necessità di modificarlo per farlo corrispondere al genere d’elezione, con o senza chirurgia

      • Antome ha detto:

        Morgane, non so se dipenda dall’identità di genere debole, difficile capirlo da cis genere, bisognerebbe sentire un/una transgender. Leggendo nel blog di David Putrelle, ce ne sono che affermano di sentirsi donne o uomini a prescindere da corrispondere o meno, caratterialmente a stereotipi di genere e ruoli sociali, credo sia più un fatto di corpo. Come dice riccio, può esserci una differenza a livello delle connessioni senza che debba essere prescritti o pregiudiziale per le capacità e le abilità.

  3. rossasciamana ha detto:

    Purtroppo devo concordare con la tua chiosa, da lesbica avrei preferito non concordare con te ma la tua analisi la condivido, avrai notato spesso che parlo di proiezioni (francamente non so ricciocorno se sei mai venuta a leggermi, l’ho dato per scontato ma non lo so infatti dicendo: “avrai notato che spesso parlo di proiezioni” facevo riferimento al mio blog) e anche noi mica ne siamo scevre, proiettare un elucubrazione allontana le donne tra loro e le persone tra loro come dico sempre è un gol che fa il patriarcato questo, specie rispetto a donne che si dividono tra di loro, è storia patristica quella dello spezzare il contatto tra di noi, ma su questo non mi dilungo. Ben tornata mi sei mancata.

    • Antome ha detto:

      Ho notato che va molto, specialmente come retorica antifemminista, accusare le donne di essere loro a criticarsi a livello estetico e a svergognarsi (shaming) più che gli uomini nei loro confronti. Ma internet campiona se non il contrario perlomeno la forte acredine di molti uomini, al limite direi che le donne che lo fanno vanno più nei dettagli su questo o quel vestito non di moda. Ma quello degli uomini ed il loro enforcing di norme sociali non è da meno, al limite più grossolano e spesso, in ambito mgtow possono mutualmente esclusive tra loro, esempio curarsi troppo poco ed essere sciatte o “falsificarsi”, essere frigide o essere poco di buono, e – esatto, le stesse persone – quotarsi col sangue e dire “come è vero” “parole sante” “l’hai detto” senza pensare di essere d’accordo con cose in contrapposizione tra loro pur di andare contro le donne. Per non parlare dell’insulti nei confronti degli uomini non stronzi abbastanza, “mangina”, “cuck”, ma sempre alludendo a femminilità e passività come svilenti.
      Sì è vero, anche tra le donne possiamo avere quella che parla di uomini porci e quella che vuole i “maschi di una volta”, l’uomo “deve fare l’uomo” e a seconda della serietà con cui lo si intende e del senso che danno a questa frase, dipende, è presente molto sessismo interiorizzato. Ma di solito non si tratta della stesse persone, oppure se così è, si tratta di una persona confusa, in genere , più che in cattiva fede.

      • Paolo ha detto:

        quelle che, più o meno seriamente, rimpiangono “l’uomo di una volta” di solito vogliono un uomo che offra la cena o che magari non sia troppo timido nel prendere l’iniziativa sessuale (francamente le persone troppo insicure che siano uomini o donne difficilmente attraggono), non vogliono certo un tamarro maschilista e violento. Quelle che sognano “l’uomo di una volta” hanno in mente Indiana Jones o un tipo del genere, non certo il Frank Mackey di Magnolia o i mascolinisti di internet. Quanto alle critiche estetiche: avere delle preferenze estetiche è giusto, insultare chi non le soddisfa è sbagliato chiunque sia a farlo

      • rossasciamana ha detto:

        Vero il sessismo interiorizzato esiste, non è il mio caso però, ne ho accusato, come Ricciocorno credo che entrambe abbiamo fatto una critica se una critica è uguale ad un accusa o viene recepita come tale e posta sul medesimo livello ecco che si parla di proiezione, di quello che intendo io per proiezione.

      • Antome ha detto:

        Hai ragione Paolo, non intendevo quello e non dicevo sempre. E non è altresì sempre “tossico” quando l’uomo parla di “donne di una volta”, non necessariamente afferma che debbano ubbidire eccetera, per quanto nella androsfera troviamo che dicano proprio questo.

    • Giada ha detto:

      Ciao, scusa se ora parlerò molto a braccio, dicendo probabilmente cose poco coerenti .
      Ho 21 anni e sono molto combattuta in questi mesi su questi temi. Seguendo una amica (una persona molto, molto importante per me) ho partecipato con forte entusiasmo alle riunioni e alle manifestazioni di NonUnaDiMeno, ho trovato donne e argomenti forti che hanno messo ordine in tante cose che mi sono sempre apparse sbagliate o stonate ( soprattutto in famiglia) ma frammentarie, senza una organicità.
      L’idea che mi sono fatta è che essere donna è visto dagli uomini e spesso anche dalle stesse donne che hanno, appunto, interiorizzato il punto di vista maschile come essere la variabile dipendente in funzione del mondo che gli uomini hanno definito. Per tutta una serie di ragioni legate al mio vissuto personale, che non sto qui a dire, se mi chiedessi che cosa è il femminismo per me ora, per quel po’ che l’ho sperimentato, risponderei che femminismo per me è diventare una incognita in questo sistema maschilista, così, magari solo per dispetto all’inizio, e poi decidere io il mio valore. Questo mi manca ora e questo mi sembra di trovare nel femminismo che fino adesso ho sperimentato: pensarmi come indipendente, non sentirmi obbligata a stare a un gioco che non mi piace, e fare una bella pernacchia a chi mi vorrebbe un accessorio del suo gioco e non prova nemmeno a capire perchè non voglio, ma da per scontato che “debba”.
      Ammetto che non riesco a seguire con chiarezza tutte le ragioni per cui si è arrivati a uno scontro così violento all’interno di arcilesbica, ma se c’è una cosa che mi pare abbastanza evidente è che il maschilismo non è piovuto dal cielo a caso ma esiste perchè i maschi si riconoscono come sesso dominante e hanno imposto alle donne simboli, storie, costumi che le relegano in luoghi materiali e culturali non scelti per nostra volontà e dai quali vogliamo uscire. O magari uscirne per rientrarvi, ma come diciamo noi…mi viene in mente la “maternità” (non riesco a immaginarmi madre ora e allo stesso tempo sento che potrei volerle essere…anzi lo vorrei essere un giorno), la sessualità, la vita sentimentale ma anche altre cose che fino a ieri mi sembravano disposte su dei binari, alcuni sbarrati altri obbligati e oggi mi sembra che quei binari debbano essere divelti perchè non voglio vivere a una dimensione…non mi piacciono i binari, voglio volare a tre dimensioni anzi a 10! Scusa se mi lascio un po’ andare ..
      Ma chi li ha messi quei binari? Chi ha sbarrato alle donne alcuni di essi e riservato ai maschi altri?
      Ho letto con interesse le riflessioni di ricciocorno, e così su due piedi mi verrebbe da dire che i primi binari, che tanto mi infastidiscono, sono proprio questo pensare che la voglia di deragliare da un percorso segnato da “altri” a una dimensione e volare per conto proprio a più dimensioni sia qualcosa che riguardi solo la “donna”.
      Ma poi mi vengono in mente i mascolinisti, il loro insopportabile #maletears il loro #notallmen e guardando quello che mi bolle dentro, quelle pressioni subite per anni in famiglia continue ma quasi impercettibili, se non per l’insofferenza che mi facevano sorgere dentro, una insofferenza che fino a poco tempo fa non aveva nemmeno le parole, i luoghi le compagne le sorelle per essere sentita, nominata, riconosciuta e ed accendermi e… porca miseria! Sono io, perchè nata donna ad essere stata messa da altri su un binario, non mio fratello!!! il patriarcato è un ottuso gomitolo di binari, fatto da chi non immagina nemmeno di poter volere a più dimensioni ma il patriarcato non l’hanno fatto le donne, ma per annullare le donne!
      Non so come si possa rivendicare una specificità femminile nella lotta al sessismo una volta che si è deciso che non ha nessuna importanza definire cosa è “la donna” e che il patriarcato è un grande e indefinito mostro fatto di “cultura” che tutti assieme dovremmo abbattere…
      Su questo (molto probabilmente apparente) dilemma tra “natura” e “cultura” rileggo da giorni un commento al quale avrei voluto rispondere di un certo Giancarlo sul blog di una femminista che, se non ho capito male, invece la definizione “carnale” di donna la vorrebbe tenere ben salda. E il secondo di quell’utente, qui http://marinaterragni.it/boldrini-arcilesbica-gli-odiatori-donne/ commento, dove pone delle questioni che sulle prime mi sono sembrate il solito discorso mascolinista per colpevolizzare le donne “passando per gli antipodi” ma poi mi è sembrata una questione un po’ meno volgare.
      Cosa ne pensi?
      Cosa ne pensate?
      Chiedo scusa a te e a tutti per la mia grafomania e poca lucidità con il quale ho scritto di getto quello che è più una manifestazione del mio stato d’animo.
      L’unica cosa certa di questo periodo è la felicità di stare con questa persona speciale, questa mia amica, così calma, così sicura, e la volontà di dare un taglio netto con tutta una serie di compromessi che mi stavano chiudendo dentro un binario morto, un progetto di vita confezionato da altri (la famiglia… “per il tuo bene”… a volte quanto riesce a farti male…), una strana rabbia contro me stessa, di essermi assopita su quel comodo binario così a lungo… ma tutto il resto, attorno, le cose stanno turbinando, un giorno mi sembrano così chiare, il giorno dopo un magma indecifrabile…meglio chiudere qui.
      Grazie, anche solo per la pazienza di aver letto questo papiro sconclusionato 🙂

      • Paolo ha detto:

        la maternità è una scelta e non un obbligo e così è il matrimonio (e il sesso), chi vuole sposarsi non è meno libero/a di chi non vuole, fai quello che ti senti. oggi siamo molto più liberi di uscire dai binari decisi da altri, se davvero vogliamo farlo

      • Antome ha detto:

        Ciao, Giada, hai tutta la mia comprensione per il non voler essere variabile dipendente, anche la pressione degli uomini ad essere sempre variabile guida. Dici bene, incognita, non dipendente se non, per normali interazione dalla società, ma non dagli uomini in quanto tali, proprio come gli uomini, ma in una società equalitaria. Ho guardato i commenti di quel blog e non mi sembrava quello di Giancarlo il peggiore, ce n’è uno che tira fuori il marxismo come causa, evidentemente come fatto negativo, dell’opposizione al sessismo, al razzismo e al multiculturalismo.
        “i maschi si riconoscono come sesso dominante” intendi dire molti uomini, scusa per il not all men, (:, ma in un certo senso anche i femministi non possono che constatare, trovandola però aberrante la discriminazione in cui versava la donna soprattutto in passato e tutt’ora, specialmente in medio oriente, ma senza sconti su culture patriarcali e dello stupro ancora presenti a livello sociale anche se non più formale. Ricordiamoci infatti che il patriarcato viene riaffermato tramite la sua negazione, tramite una compilation di svantaggi veri e presunti dell’uomo sulla donna in questa società o l’idea che siccome anche gli uomini erano poveri allora il potere maschile era un mito.
        Ma il patriarcato nuoce anche agli uomini, quindi non solo è sbagliato, ma è un motivo in più per opporvicisi.

  4. Giada ha detto:

    “la maternità è una scelta e non un obbligo e così è il matrimonio (e il sesso), chi vuole sposarsi non è meno libero/a di chi non vuole, fai quello che ti senti. oggi siamo molto più liberi di uscire dai binari decisi da altri, se davvero vogliamo farlo”

    Paolo, per favore, cerca di ascoltare e sentire di più prima di rispondere a un commento, anche uno sconclusionato e prolisso come i miei.
    Conosco uomini schiettamente maschilisti, di quelli che la vita di una donna (ma anche di un uomo) la immaginano come un binario unico con tanto di stazioni obbligate (matrimonio, figli, casa) una dietro l’altra in un’ordine preciso. Eppure hanno una capacità di comprensione e un’empatia più sviluppata di quella che traspare da questa tua serie di banali affermazioni astratte di principio.
    Mi sono un po’ confidata, un po’ troppo forse, è vero, ma non avevo chiesto delle ridicole frasi fatte general generiche di pura ovvietà rifritta “oggi siamo molto più liberi di uscire dai binari decisi da altri”.
    ..quanto all’inciso finale “se davvero vogliamo farlo”, mi ha irritata molto e vorrei che , prima di leggere oltre, ci pensassi un po’ sul perchè, senza rispondermi, per carità, non rispondermi… solo pensaci, per favore e tieni per te le conclusioni. Se proprio non ce la fai a non rispondermi, per favore, fallo sulla questione che ho posto. Ti ricordo quale.
    Ho chiesto un parere su una riflessione che ho incontrato in rete, non banale secondo me, almeno per quello che riesco ad analizzare, riguardo all’origine del patriarcato e al rapporto (per me asimmetrico, ma non so come dirlo a tono a questo Giancarlo, che invece mi pare affermare una simmetria) che come donne e uomini abbiamo con esso e quindi una riflessione che mi sembrava legata al tema trattato nel post da Ricciocorno, su cosa sia “la donna” (e quindi cosa sia “l’uomo”). Mi sono un po’ presentata per le donne che sono intervenute sulla questione (e in generale che intervengono in questo blog che lurko da tempo) perchè ritengo abbiano esperienza e conoscenza e punti di vista che mi possono aiutare a mettere a fuoco molte cose. Mi sono un po’ raccontata per loro, perchè penso che possano afferrare al volo alcune cose e abbiano l’intelligenza e la sensibilità di usare queste piccole mezze confidenze per entrare meglio in sintonia con me se avranno tempo e voglia di darmi il loro parere sulla questione (non è dovuto o obbligatorio rispondere, Paolo.)
    Sembra che a te invece prema dimostrare sempre e comunque quanto sei “non maschilista” quanto ci tieni alla libertà delle donne, quanto sei equilibrato, quanto sai dov’è il “giusto mezzo” e non ti accorgi della superficialità che (credo non intenzionalmente) potrebbe annoiare o (come in questo caso) offendere la persona alla quale ti rivolgi.
    Mi sarò anche dilungata troppo su di me, anzi, certo, chiedo scusa, ma prova a cercare di immaginare come potrei interpretare le tue frasi lapidarie “oggi siamo molto più liberi di uscire dai binari decisi da altri, se davvero vogliamo farlo” come risposta a uno sfogo personale.
    A una persona che nemmeno conosci?!
    Che ne sai tu del tipo di pressioni che ho avuto io in famiglia? Per quali fini? Di che famiglia si tratti, qual è la sua estrazione, il suo vissuto la sua eredità valoriale?
    “la maternità è una scelta e non un obbligo e così è il matrimonio (e il sesso)chi vuole sposarsi non è meno libero/a di chi non vuole, fai quello che ti senti”
    …grazie al ***, Capitan Ovvio ha la frase giusta per ogni situazione, frasi tipo coltellino svizzero: la cretina qui presente i problemi ce li ha solo nella sua testa perchè oggi se una vuole uscire dai ruoli pensati da altri (genitori compresi) è molto più libera che in passato. Ma attenzione: solo “se lo vuole DAVVERO”, attenzione che Paolo ha in tasca il coraggiometro e l’autenticomentro e sta lì a misurare, perchè ha stabilito che una può fare quello che le pare perchè tanto le conseguenze di queste uscite di ruolo, questi deragliamenti non hanno conseguenze, no! Nemmeno sulle relazioni che la legano ad altre persone, figuriamoci. E anche le avessero, Paolo ha già deciso che “se lo vuole DAVVERO”, si deve andare dritti costi quel che costi, passando sopra quelle relazioni e quelle persone.
    Persone che Paolo non conosce ovviamente, non conosce le relazioni tra queste persone, ma questo non ha importanza, perchè ha sancito:
    “la maternità è una scelta e non un obbligo e così è il matrimonio (e il sesso), chi vuole sposarsi non è meno libero/a di chi non vuole, fai quello che ti senti. oggi siamo molto più liberi di uscire dai binari decisi da altri, se davvero vogliamo farlo”
    Del resto, non è la sua vita, non è un SUO problema. Paolo deve solo mostrare quanto è aperto di mente, quanto NON è “all’antica”, quanto può “dire la sua alla pari” con le femministe (pure sulla maternità! su quello strano conglomerato di pauraaspettativasensazionemonitoqualunquecosaindefinitamadredimmiquellochenonmihaimaidettotipregochesentochevuoidirmiperchènonmiparliperchèseilontanaparlamimadre!!! che una donna può sentire! SI!! anche su quello, che problema c’è? Due righe e Paolo ha detto la sua su come sentire e vivere), perchè lui una donna mica la obbliga su un binario, anzi, le spiega quanto è libera oggi …”se lo vuole DAVVERO”, s’intende… e Paolo sa quando si vuole DAVVERO uscire dai binari, vero?
    E per mostrare tutto questo, Paolo usa quello che trova, anche il commento sgangherato di una ragazza disorientata che ha 21 anni ma se ne sente 13 e balbetta in rete per esercitarsi a dire quello che sente e riconoscerlo, e dargli un valore perchè non ha ancora il coraggio di dire altrove quello che vorrebbe urlare al mondo.

    Scusami se, forse, sono andata giù un po’ pesante, magari scaricandoti addosso la rabbia che dovrei riservare ad altri, ma mi sono imposta quando un sentimento supera una certa soglia in seguito ad uno stimolo, a dire quello che sento con più fedeltà possibile, per me, per capire i miei sentimenti, che una certa educazione al tacere mi ha abituato a non mettere davanti a me, aperti, per dargli un valore, perchè sono sempre “altri” che “sanno” quello che dovrei sentire ed esprimere. Sempre bambina, sempre minore. Basta. Voglio essere adulta.
    A mia discolpa posso dirti che la prima versione di questa risposta era una semplice interiezione, un semplice “Paolo…Ma va*****!”. Ma mi sono imposta di svilupparlo.
    Spero apprezzerai almeno lo sforzo.

    • ... ha detto:

      Ciao, Paolo in realtà è il membro di una setta di adoratori della Thatcher, ognuno è libero se non è costretto; se vuoi un dialogo costruttivo con lui devi parlarci di commedie sentimentali, che sono il suo punto debole. Ho letto i commenti di Giancarlo. Non so se ho capito cosa intendeva lui, né cosa ne hai tratto tu. Lui mi sembra che ponga una questione circa la responsabilità, a partire dall’assunto che il patriarcato sia un sistema culturale: se è un sistema culturale perché un uomo dovrebbe sentirsi più responsabile? Della società partecipiamo tutti. Tu potresti dire perché un uomo beneficia di questo sistema. Ma ammesso che ne benefici a prescindere dalle sue azioni, le sue azioni valgono tanto quanto quelle delle donne. La continuazione del patriarcato è l’effetto delle azioni di tutti. Si può dire che le azioni compiute dagli uomini hanno effetti più gravi per le donne. Ma se andiamo a vedere ad esempio Processo per stupro, che non so se si trova più su youtube, si vede che il clima culturale dell’epoca è vissuto un po’ da tutti. Anche oggi, in certi contesti culturali, sono donne e uomini a condividere le stesse idee. Potrebbe esserci una differenza di proporzioni, ma in che modo questa interviene sugli individui? E più che altro: che senso ha questo discorso? Se è questo il discorso che intendevi fare. La rappresentazione di Terragni mi pare semplificatoria, seppure narrativamente interessante: ci sono gli oppressori da una parte, le oppresse da un’altra e le collaborazioniste. Uno schema che effettivamente si presenta nella realtà, sia in piccola scala che nei grandi conflitti. E rispecchia anche la psicologia umana. Guardiamo gli scontri tra femminismi di oggi, per cui non basta il pop corn. Ma è così semplice la storia umana? Il patriarcato ad esempio nasce con l’umanità? Sotto quale punto di vista ha senso parlare di “uomo” e “donna”? Io trovo sempre più inadeguate certe analisi. Dire che una donna ha interiorizzato il punto di vista maschile lo trovo problematico. Intanto vorrei capire come fa un punto di vista ad essere maschile o femminile. Maschilismo e maschile sono due cose diverse. Poi questo concetto viene applicato a tante situazioni, per cui una donna che fa qualcosa che per un’altra donna è sbagliato, diventa una donna che interiorizza il punto di vista maschile. Ed ecco che abbiamo creato facilmente una collaborazionista. L’aspetto che più ritengo importante e formativo e del quale sono contento per te è la parte dell’autodeterminazione. Su questo il femminismo è un toccasana. C’è però una parte nella quale ciò che ti ha detto Paolo non è così campato per aria, seppure nella sua ovvietà.

      • Antonymous ha detto:

        Ciao, io talvolta nel caso di Paolo penso a Ayn Rand, però una versione di essa moderatamente e ragionevolmente socialdemocratica :). Il patriarcato è secondo me un sistema culturale, adesso in occidente molto annicchilito e pressochè del tutto legislativamente parlando. Anche se a livello culturale mi sembra di vedere una sua riaffermazione tramite negazione, molto presente nell’androsfera, nel rifiuto militante del femminismo, spesso ridotto a strawman. Non tutta l’androsfera, specie Mra è però così, però rifiutano il femminismo nella misura in cui tutto il femminismo sembra rifiutare mra, ma ognuno lo fa immaginandosi il rispettivo strawman, e quando si critica Mra si ha spesso in mente l’estremismo di Paul Elam e molti qui della Questione maschile e alcuni troll qui presenti, quando non è evidentemente tutto così e il bisticcio semantico sui nomi e i termini, può ostacolare un dialogo tra una femminista e un mra che potrebbero potenzialmente condividere il 98% delle cose :D.
        Tornando alla cultura e la società, vero, la società sono tutti noi. Ma Martin Luther King ha chiamato i bianchi alla responsabilità, sapendo appunto che non erano tutti uguali, anzi ciò rafforza ulteriormente questo fatto. La società razzista privilegiava i bianchi, poi c’erano ovviamente bianchi poco privilegiati, ma sempre non quanto un nero all’epoca.
        Nel caso di uomini e donne, entra a complicare le dinamiche di privilegio, niente affatto lineari, il “sessismo benevolo”, la donna protetta come risorsa, come mezzo, come vaso di coccio, che però è meglio che non si muova troppo mettendosi così nei guai (:.
        Però con un po’ di narrativa, si può di certo facilmente costruire l’idea che la minoranza è privilegiata, nell’era post discriminatoria, come categoria protetta e inserita in programmi di protezione e “azione affermativa”, addirittura antimeritocratica e che la “normalità” e il maschio bianco è discriminato, parte della narrativa per cui Trump vinse, sicuramente, nonostante il problema sia stato presentato con mistificazioni, ad esempio confondere il sistema delle quote riservate con quello per cui si seleziona, solo a parità di competenza la categoria meno rappresentata se non raggiunge la quota, altrimenti no. Ma certo è molto rischioso, segno della necessità, vera o percepita di azioni più dirette rispetto alla battaglia culturale.
        Ritornando al discorso gli uomini sono più responsabili e sono privilegiati, credo che quasi tutti qui propendiamo per tenere uomini e donne agli stessi standard e che secondo me non è decisamente il femminismo colpevole per la compilation classica della leva, della cavalleria, della ridicolizzazione delle vittime maschili di stupro, della maggiori morti sul lavoro, anzi, non ha chiesto di certo il ripristino della leva e he premuto perchè le donne fossero ammesse.
        Oppure che gli uomini hanno più probabilità di essere uccisi, – da altri uomini – ma sempre meno che una donna di essere violentata, purtroppo. Sull’affido, l’idea della donna come caregiver naturale non è altresì femminista, perlomeno non nell’incarnazione moderna e paritaria, per quanto lungi da me voler semplificare così una materia spinosa. Il problema è appunto che il patriarcato nuoce anche agli uomini. Lo considero una ramificazione della strumentalità del potere, che, specie in passato, si espletava nell’utilizzare le persone, gli uomini in un modo e le donne in un altro. Ora avviene più in campo privato e a livello economico, ma le cose sono migliorate per quanto il potere rimanga a gretto e machiavellico come sempre, ca va sans dire.

      • Antome ha detto:

        Alcune femministe la affermano questa cosa del “punto di vista maschile”, e io cerco umilmente di esprimere la mia perplessità, dicendo che forse intendono il punto di vista patriarcale o maschilista/sciovinista. Può non essere sbagliato nella misura non in cui un uomo sia così lontanamente diverso dalla donna da non poterla capire, ma, nel contesto di una società con rimasugli di sessismo, specie l’Italia, anche se non legalizzati, la donna e l’uomo, vengono, in questa misura, trattati in modo diverso nelle varie consuetudini, per quanto non formalmente discriminati, questo va inevitabilmente a formare un vissuto diverso nei due generi in quanto tali, con i vari bias, quindi difficilmente un uomo sa cosa vuol dire rischiare la violenza andando in giro di notte e può con più leggerezza dare consigli di prudenza in completa buona fede, ok, senza nessuna intenzione di mettere l’onere nella vittima, per carità, ma di certo limitando nelle sue implicazioni la “clearance”, cioè libertà di movimento e di accesso della donna, o facendo paragoni con il lasciare la porta aperta sapendo che rubano. Nessuno ne fa una colpa, ma è l’autodimostrazione di un privilegio e del dimenticarsi che tale limitazione non riguarda loro. Mi era venuta in mente un obiezione alla porta chiusa, ah ecco, la porta la devono chiudere sia gli uomini che le donne, poi dipende dal circondario e dalla cultura (a proposito di un discorso della criminalità e di come combatterla rivolto alla sola tattica), in certi paesi la si lascia anche aperta o chiusa senza chiave. Ma vabbè fin qui…
        Ho visto quindi da parte di Mra rilanciare (pur senza le argomentazioni che ho fatto qui, che ho a mia volta letto) che anche una donna quindi non dovrebbe imporre il proprio punto di vista e mettere in discussione il vissuto maschile e la percezione, vera o presunta, di essere svantaggiato.
        Chiedi anche se il patriarcato sia sempre esistito. Di certo molte argomentazioni naturalistiche tendono o così sembra ad affermare sia il “naturale” stato di cose. Sono esistite però le società gilaniche matrilineari.
        p.s riccio, ricambieresti in Antome i vari commenti? grazie

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