Il potere generativo

«La potenza designa qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità.

Per potere si deve intendere la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto; e per disciplina si deve intendere la possibilità di trovare, in virtù di una disposizione acquisita, un’obbedienza pronta, automatica e schematica ad un certo comando da parte di una pluralità di uomini.»

Max Weber

“Potere” è una parola solo apparentemente semplice da decifrare.

Quando scrivo “io posso”, non necessariamente mi sto muovendo nell’ambito di una relazione con un altro individuo; ad esempio, se scrivo “io posso camminare” è di una caratteristica intrinseca alla mia persona che sto parlando. Il “poter camminare” è un qualcosa che dipende dal collegamento del mio midollo spinale con il cervello e dall’assenza di qualsivoglia patologia che impedisca l’alzarsi in piedi, sostenere senza difficoltà il peso del corpo e muovere le gambe nella direzione che scelgo di prendere.

Questo particolare significato di “potere” riguarda la mia capacità di fare qualcosa, e non ha nulla a che fare con l’imporre la mia volontà ad altri o influenzarne in qualche modo il comportamento, nulla a che fare con concetti come autorità o autorevolezza.

Possedere una capacità che altri non possiedono determina necessariamente uno squilibrio: se io posso camminare, la mia relazione con chi non può camminare è indubbiamente influenzata da questa differenza e il poter camminare è in grado di pormi in una posizione di vantaggio rispetto a chi non è dotato della medesima autonomia di movimento.

Tuttavia non è detto che il possedere delle capacità che altri non posseggono mi ponga necessariamente in una posizione di vantaggio.

Oltre alle capacità dell’individuo, ci sono tante altre circostanze che contribuiscono a determinare lo status sociale di una persona all’interno di una comunità organizzata.

(Qui un’immagine di Franklin Delano Roosevelt, trentaduesimo presidente degli Stati Uniti d’America, nonché disabile.)

Nella società umana così come la conosciamo ora, essere una donna dotata della capacità di portare a compimento una gravidanza non può essere considerata, a mio avviso, una condizione intrinseca che conferisca vantaggi tali da conferire uno status “privilegiato” rispetto a quelle persone non dotate di questa capacità.

Se faccio questa affermazione, la faccio alla luce di notizie come questa:

“Preoccupano, ancor più in un paese con forte denatalità come il nostro, i dati che mergono dalla fotografia scattata dalla prima indagine nazionale sul tema: “Le donne e il parto”, realizzata per indagare il fenomeno, sommerso e ancora poco conosciuto, della cosiddetta “violenza ostetrica”, l’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico

come, ad esempio, costringerla a subire un cesareo o una episiotomia non necessari, o  a partorire sdraiata  con le gambe sulle staffe, a esporre il corpo nudo di fronte a molte persone, separare la madre dal bambino senza una ragione medica. Fra i danni che una paziente può affrontare c’è anche quello di non essere coinvolta nei processi decisionali o di essere umiliata verbalmente. Sulla base di queste informazioni, è emerso che un 21% del totale delle madri ritiene di aver subito una qualche forma di violenza ostetrica fisica o verbale alla loro prima esperienza di maternità.”

Oppure questa:

… il fatto che l’Ocse, in un rapporto sulle competenze dei lavoratori italiani presentato a Roma, certifichi che la condizione della popolazione femminile italiana sia grave è in un certo senso consolante, dal momento che almeno qualche organismo internazionale ricorda a chi ci governa, e non solo, la sofferenza delle donne italiane. Sofferenza che, anzitutto, è dovuta all’assenza di lavoro: siamo al quartultimo posto tra i 35 paesi sviluppati – sì, quartultimo – per percentuale di donne occupate. A farne le spese sono non solo le giovanissime, che almeno hanno ancora qualche chance di scegliere la formazione giusta, o di ri-orientarsi verso dove maggiore è la richiesta, ma soprattutto le donne sotto i cinquanta, quelle alle prese, appunto, con l’ormai impossibile conciliazione tra lavoro e maternità.”

O ancora questa:

(Checché ne scrivano i nostri giornali, il caso di Rebecca Kiessling è tutt’altro che un caso eccezionale.)

Alla luce di notizie come queste, ma non solo.

 

Qualche tempo fa Chiara Lalli, bioeticista, proponeva su Internazionale una tesi (l’utero artificiale potrebbe liberare finalmente le donne dal triste destino – la maternità – cui l’essere portatrici di un apparato riproduttore funzionante le condanna) partendo dalla premessa che quella differenza biologica che rende le donne capaci di portare avanti la gravidanza non sia altro che “un peso fisico, sociale e finanziario“.

Scrive Lalli:

“I rischi per la salute possono essere anche gravi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità almeno il 15 per cento delle donne incinte affronta una qualche condizione potenzialmente mortale. Anche in paesi come l’Australia, in cui la mortalità materna è molto bassa, muoiono sette donne su centomila nati vivi. Ovviamente le morti e le complicazioni si moltiplicano in luoghi tecnologicamente meno avanzati, e per le donne che soffrono di patologie come diabete, ipertensione, sindromi autoimmuni o altre patologie croniche. (…) Il rischio può essere abbassato ma non eliminato e sembra essere percepito come ovvio, scontato, nulla di cui lamentarsi perché le donne lo hanno sempre affrontato e così deve essere. E se questo è l’atteggiamento per i rischi seri, figuriamoci come sono giudicate l’insofferenza o le proteste per le conseguenze meno gravi. Sono capricci, lamentele di donne viziate o infantili. Che vuoi che siano le nausee, le scomodità, le restrizioni alimentari, la richiesta di un comportamento “adatto”, il divieto di fumare e bere, l’incontinenza e tutti gli altri fastidi della gestazione. Sono naturali! E poi ti lamenti per le smagliature! Madre snaturata. (…) Il peso sociale della gestazione e della riproduzione ha effetti anche sul lavoro (alle donne è richiesto di scegliere tra carriera e famiglia molto più che agli uomini) e sul paternalismo medico. O sulla privacy: ognuno si sente in diritto di piazzarti una mano sulla pancia e di darti consigli non richiesti – è un’ossessione già diffusa e che appena sbuca un po’ di pancia diventa ineludibile. (…) Quanto agli svantaggi lavorativi, in parte possono essere connessi alla disparità biologica. Rafforzata dagli stereotipi, il risultato è che lavoro e donna incinta non vanno molto d’accordo. Lavori fino all’ottavo mese?!? Torni dopo pochi giorni? Niente va mai bene. Se poi devi allattare, è normale considerarti il genitore principale. Quello che deve sacrificare tutto per il bene della creatura, quello che sta a casa (si pensi alla sproporzione dei congedi parentali e ai ruoli predefiniti e ancora troppo rigidi, o alla disparità di salario che rende la scelta “inevitabile”: starà a casa chi guadagna di meno, razionale no?).”

Ci dice sempre Chiara Lalli che, seppure la condizione di donna gravida è potenzialmente pericolosa, fisicamente invalidante e contribuisce notevolmente a limitare le aspirazioni professionali di chi la affronta, per non parlare del fatto che influenza negativamente la qualità della vita, molte donne comunque continuano imperterrite a rimanere incinte, a dispetto della concreta attuale possibilità di evitarlo.

A contribuire a questa scelta occupano un ruolo non poco influente le aspettative di genere:

Non è più il tempo in cui una donna senza figli era considerata matta, ma non è nemmeno il tempo in cui le scelte sono personali ed equivalenti. Essere madre è la Scelta. E se osi dire “che palle” preparati all’ondata di scandalo. Se scegli la carriera, sei egoista e un po’ squilibrata. Sei fai un solo figlio, non gli fai il fratellino? Poi forse il cuore della questione sta nel rompere comunque le palle. Per esempio, Angelina Jolie ha troppi figli, è una madre bulimica. Gli affari vostri mai.

Poi forse il cuore della questione sta nel rompere comunque le palle, ammette Lalli.

Perché se le donne che fanno la scelta scellerata di non avere figli non se la passano bene (sullo stigma sociale che grava sulle donne non-madri vi segnalo l’interessante progetto “Lunadigas”), anche le madri hanno poco di cui gioire.

Dell’ossessione dei professionisti della salute mentale per il ruolo predominante della madre nello sviluppo psicofisico di chiunque presenti un problema è stato argomento di un mio post, in passato, nel quale si citava l’autrice di “The Myths of Motherhood“:

“l’atto d’accusa verso i genitori (di solito le madri) nella letteratura psicologica è così automatico, così brutale, così massiccio, così indifferenziato e così incurante dei limiti del potere di una madre, che preclude ogni ragionevole valutazione delle diverse situazioni cliniche.”

Vi ricordate del caso della donna condannata a risarcire l’ex marito con ben 30.000 Euro per aver “indirettamente indotto [il figlio] a disattendere gli incontri con il padre?

Se non fossimo tutti così assuefatti a considerare sconfinato il potere di una madre sulla prole (un potere che è “buono” – ovvero conduce a risultati considerati positivi dalla società – solo quando si tratta di mamme immaginarie – come le protagoniste del video “Strong” di Procter & Gamble), saremmo insorti in massa di fronte ad una condanna del genere, nella quale la stessa sentenza ammette che, se fra quel padre e quel figlio che non lo vuole incontrare ci sono dei problemi, “l’anomalia comportamentale [il rifiuto del figlio nei confronti del padre] investe direttamente il rapporto padre-figlio, senza che su ciò possa aver avuto incidenza determinante la condotta materna“.

Invece l’abbiamo salutata al grido di “giustizia è stata fatta”, perché “costei, quand’anche non direttamente responsabile delle origini del processo di triangolazione, [avrebbe dovuto] attivarsi al fine di consentire il giusto recupero del ruolo paterno“, perché la madre tutto può e se non ce la fa, se non è all’altezza del suo ruolo di onnipotente artefice della felicità dei suoi figli (un potere di fronte al quale qualunque altro comportamento diventa irrilevante), allora è una cattiva madre.

Le cattive madri esistono, ovviamente, come esistono i cattivi padri, i cattivi nonni, i cattivi fratelli, i cattivi cugini, i cattivi figli, e così via.

Ma se la madre da ringraziare è quella di Procter & Gamble, affettuosa quando ce n’è bisogno ed autorevole quanto basta per spronarti al successo, in grado di difenderti, sempre, che si tratti del bullo come di un tornado, una madre per la quale non c’è nulla che venga prima del suo essere madre, mai, che non ha bisogno di nessuno ma a cui puoi sempre rivolgerti quando hai bisogno, perché è solida come una roccia, instancabile e incrollabile, e tutto andrà bene finché c’è lei, allora nessun essere umano, per quanto dotato del potere di procreare e deciso a spendere ogni goccia del suo essere allo scopo di svolgere al meglio “il mestiere più bello del mondo” (altro titolo della campagna di Procter & Gamble), potrà mai dirsi una madre sufficientemente buona.

Una donna, una volta divenuta madre, può illudersi di aver acquisito il diritto di fregiarsi della retorica che descrive la maternità come uno stato di grazia, di essersi conquistata il suo spazio al centro dell’universo in quanto pseudo-divinità che dona la vita e se ne prende cura, partecipe del mistero della creazione di tutte le cose, può persino arrivare a compiacersene, assumendo quel fastidioso attegiamento di superiorità che è fonte di sofferenza per tutte quelle donne che – perché non possono o perché non vogliono – non hanno fatto la Scelta.

Ma questo, come bene spiegò una delle mie commentatrici in un vecchio post sul medesimo argomento, forse ha più a che fare con lo status della donna in quanto donna  che con la sua oggettiva capacità di generare:

“Ma se anche esistesse un altare della Dea Madre, e le donne desiderassero salirci, che c’è da meravigliarsi? In un Paese dove le loro vite non valgono niente, dove tutte le altre loro competenze sono sminuite o ignorate, dove sono trattate come corpi estranei in qualunque posto non sia il focolare domestico, non mi pare così strano né così deplorevole che alcune donne cerchino rifugio nell’illusione di una superiorità derivata dal ruolo di madre (pura illusione, come hai fatto notare). Scrive Lipperini: “Per molte donne, “in quanto madri” si dovrebbe avere diritto di parola su tutto: come se partorire rendesse, di per sé, atte alla comprensione delle leggi dell’universo”. Faccio notare che gli uomini non hanno alcun bisogno di diventare padri per sentirsi in diritto di mettere bocca su tutto. Date un’occhiata a una manifestazione anti-aborto e state a sentire i loro ‘argomenti’. La verità è che la saccenza maschile è tollerata e pure ammirata, quella femminile no. Forse per alcune donne la maternità è la prima occasione che hanno in vita loro per sentirsi autorevoli.”

La sensazione che ho io è che quelle le narrazioni che pongono al centro la meraviglia per il “potere generativo” della donna (del tipo Procter & Gamble, per intenderci) finiscano per rinchiuderla, come un triste imperatore, all’interno di una piccola città circondata da mura all’interno della quale si presume sia a sua disposizione tutto ciò che c’è di desiderabile a questo mondo, a condurre una vita che può rivelarsi tanto miserabile quanto quella di coloro cui non è concesso varcare quelle mura, sebbene per ragioni diverse.

A questo punto potrei avervi dato l’impressione di appoggiare la tesi esposta da Chiara Lalli: se la maternità non ci rende delle dee in terra, allora tanto vale rinunciare e delegare alle macchine, alla scienza.

Vi assicuro che non è così.

Un romanzo dei più citati quando si parla del rapporto conflittuale fra “natura” e “scienza”, è “Frankenstein”, di Mary Shelley.

Un romanzo che, vi confesso, mi tormenta sin da quando ero un’adolescente, il cui fascino è immune allo scorrere del tempo, proprio perché è impossibile fornirne un’inequivocabile interpretazione: il Dottor Frankenstein è lo scienziato immaturo, egoista e incapace di assumersi la piena responsabilità del suo lavoro che si spinge oltre ogni limite etico senza porsi troppi problemi, trasformando la scienza in un uno strumento atto a realizzare i suoi desideri di gloria, invece di metterla al servizio dell’umanità intera? Ma di cosa ha bisogno, l’intera umanità, chi lo stabilisce? La narrazione altro non è che una metafora del travaglio di mettere al mondo una “creatura”, un travaglio che per la Mary Shelley-madre si risolverà in grandi sofferenze? Il mostro che sfugge al controllo del suo creatore seminando orrori per tutta Europa altro non è che il simbolo del romanzo stesso e della “mostruosità” della creazione letteraria, oppure la sua evoluzione da creatura innocente a essere dominato dal desiderio di vendetta denuncia l’esclusione sociale e la paura del diverso come cause primarie della malvagità che funesta la nostra società?

Forse quelli che oggi  parlano di “materialismo tecnocratico”, è proprio a Frankenstein e al suo mostro che stanno pensando.

Probabilmente il romanzo è tutte queste cose e molte altre ancora. Se il mostro di Frankenstein ha ispirato una quantità incredibile di opere derivate è perché ci pone domande alle quali ancora fatichiamo a trovare la risposta definitiva.

Ma esiste una risposta definitiva?

Mi sento di affermare che no, una risposta definitiva che possa essere data una volta e mai più ridiscussa non esiste, ma quando si pone una problematica una risposta la dobbiamo comunque dare, perché esprimere un giudizio è l’unico modo che abbiamo per indirizzare le nostre azioni e prendere parte alla vita di relazione coi nostri simili.

L’utero artificiale, dicevamo: perché no? Se può garantirci una migliore qualità della vita eliminando sofferenze fisiche, se ci libera dalla paura della morte – meglio: se elimina una delle cause di morte prematura, perché prima o poi moriremo tutti – e da quelle forme di esclusione sociale che derivano dalla maternità, perché no?

Quando la tecnologia va a trasformare quello che siamo abituati a considerare sostanziale ed immutabile, il risultato deve essere per forza negativo?

Discuterne ora, che l’utero artificiale non è neanche all’orizzonte come soluzione e non ne possiamo conoscere nessun dettaglio tecnico o medico, è veramente arduo.

Tuttavia, che un simile quesito sia stato sollevato è molto interessante, forse è più interessante il fatto che il quesito si ponga che le sue possibili risposte, perché la sua esistenza – l’esistenza del quesito – mina alla radice il concetto di “potere generativo” come condizione intrinseca alla donna in grado di conferire, oggi come oggi, privilegi tali da rendere tanto difficile il farne a meno.

Di fatto il rinunciarvi non è affatto difficile, non lo è per moltissime donne. Non lo è proprio come non è difficile rinunciare ad una qualunque capacità che ti renda l’altro, il diverso, quello che mette in crisi un sistema che funziona perfettamente se tu te ne tieni fuori.

La donna incinta come la madre con i pargoli al seguito, al di fuori del focolare domestico, al di fuori della sua cittadella cinta da mura nella quale può dilettarsi a preparare pasti succulenti e a seguire amorevolmente quei bambini che saranno i campioni di domani, è un elemento di disturbo e nulla più: è inadeguata, è molesta, è ridicola nella sua dedizione.

Proprio come è ridicolo l’imperatore quando si mostra al pubblico bardato dei suoi paramenti.

E proprio come l’imperatore, quando è chiamato ad impersonare Dio in terra, non può che deludere al confronto con la divinità, anche la madre forse non può che essere una cattiva madre.

Non c’è altro posto nel quale l’imperatore possa vivere che non sia la sua città e il fatto che sia proibita a molti e, di quei molti, tanti soffrano dell’esclusione, non la rende più piacevole di una prigione.

Ho scritto tanto, seguendo il flusso dei miei pensieri.

Sentitevi liberi si pensare che ho scritto una marea di sciocchezze, anche se vi pregherei di non scrivermelo con troppa veemenza.

Ho scritto perché in questi giorni ha fatto molto discutere questa affermazione:

Una puntata, quella di Chakra del 7 ottobre sul tema della surrogacy, che ha scatenato un’orda di reazioni, che vanno dall’entusiatico al rabbiosamente indignato, con toni che spesso trascendono – da una parte e dall’altra, come accade spesso sui social – i limiti del civile confronto.

Se vi interessa, possiamo tornare sull’argomento surrogacy, del quale comunque ho già scritto molto, anche in relazione alle idee di Michela Murgia sull’argomento.

Questa frase, in particolare, estrapolata dal contesto, mi ha colpito, perché non affronta tanto il tema della concreta possibilità di immettere sul mercato la capacità di procreare come fosse un bene disponibile e del modo opportuno di farlo, quanto quello della maternità in sé e per sé.

L’immagine di queste donne asserragliate dentro un fortino – all’interno quindi di un luogo che le protegge dagli assalti di un ben più vasto mondo esterno – che lottano perché non vogliono arrendersi, è un’immagine molto potente.

Se costruisco un fortino, è perché mi trovo in una zona di guerra.

E’ in corso una guerra, dunque?

Se è in corso una guerra, è una guerra nella quale è molto difficile dire quali sono le parti in causa, chi sono i buoni e chi sono i cattivi.

Come accade per ogni guerra, peraltro.

Anche se, a guardare la trasmissione, l’impressione che Murgia abbia un’idea chiara su questo, io ce l’ho avuta: le cattive sono quelle all’interno del fortino, quelle egoisticamente abbarbicate ai loro uteri come l’imperatore al suo scettro, decise a non condividere “il potere” con nessun altro.

Una lettura piuttosto semplicistica, permettemelo.

Un apparato riproduttore non è del tutto assimilabile ad uno scettro, innanzitutto, se non altro perché non è un’attrezzo separabile dalla persona che lo rende funzionante. Non ancora.

Ma fingiamo che si possa parlare della maternità, intesa come la capacità di procreare, come di uno scettro: che tipo di potere ha conferito alle donne fino ad oggi il possederlo? E quali sono state le terribili conseguenze, invece, per chi ne era privo?

Davvero si può parlare di “regine da spodestare” quando si parla di “potere generativo” delle donne?

Oppure quel fortino, più che un luogo costruito per tenere lontani gli esclusi dal “potere”, è piuttosto un luogo – né troppo comodo o troppo piacevole – in grado di tenere al sicuro le donne da chi detiene davvero il potere di far valere la propria volontà su quella altrui, il potere di ottenere obbedienza, un luogo nel quale non corrono il rischio di diventare maltrattati animali da riproduzione, come di fatto è già avvenuto in altre zone di guerra?

 

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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20 risposte a Il potere generativo

  1. sciamanarossa ha detto:

    Associo la Dea Madre alla Dea che ha un aspetto di distruzione, per me generare è lo generare della natura non un ruolo.

  2. Paolo ha detto:

    poi ci sono madri felici e meno felici ma vanno tutte rispettate

  3. Paolo ha detto:

    Ricciocorno, trovo che questo sia in assoluto il post più profondo, interessante, intelligente che tu abbia mai scritto, su tante cose non siamo d’accordo ma stavolta ti faccio i complimenti.
    Quanto alla maternità, dico che avere figli o non averli è una scelta che ogni donna prende in autonomia e dobbiamo sempre rispettarla anche quando non la condividiamo

  4. gattarruffata ha detto:

    Io credo che in questo caso, come nella maggior parte delle situazioni in cui ci si trova davanti ad una scelta, il problema sia la povertà: sicuramente esistono molti casi di ragazze che, in situazioni di indigenza più o meno grave, sono portate a “scegliere” di “affittare” il proprio utero per soldi. Questa è l’altra faccia della medaglia, quella inquietante e dolorosa. Ma molte scelte inerenti alla libertà di autodeterminazione delle donne, si portano dietro zone grige, o nere ( per esempio l’aborto porta con sè la possibilità che le donne vengano costrette a sottoporsi ad esso), ma questo non porta me, e tant* altr* a negare loro il nostro appoggio,
    E’ la povertà, e quindi la mancanza di una reale possibilità di scelta, il problema, non tanto il fatto che ci siano donne capaci di vivere la gestazione, riuscendo a rimanere distaccate emotivamente dal feto che portano in grembo. Perchè Ricciocrono io ti do ragione quando dici che la maternità da queste parti è più una bella gatta da pelare, che uno scettro del comando, ma è anche vero che parte di chi si oppone alla libera scelta di essere una madre surrogata, è composta da donne che hanno reso la maternità un atto quasi divino.
    L’idea quindi che ci siano “sorelle” che non sono disposte a condividere questa visione, le indigna.
    Forse perchè pensano che la maternità è l’unica cosa che dia loro valore, o forse perchè la mentalità cattolica è più diffusa di quanto io voglia accettare 😉
    Quello che voglio dire, anche se in maniera un pò confusa e poco esaustiva, è che questo dibattito porta con sè tante sfaccettature da prendere in considerazione.
    E ritengo che la Murgia ne abbia presa in considerazione solo una, forse quella che le da più sui nervi. E’ umana anche lei dopo tutto 😉

    • Il problema, più che la povertà, è la vulnerabilità e il modo in cui l’industria ne approfitta.

      • Quando parlo di vulnerabilità, mi riferisco al fatto che non dobbiamo pensare soltanto alle zone più povere del pianeta. Una persona può essere vulnerabile anche se non estremamente povera. Qualche tempo fa ho pubblicato dei dati a partire da un report del Council for Responsible Genetics del 2010 (https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2015/03/28/il-corpo-della-madre-surrogata/).
        Nel rapporto, ad esempio, si parla della particolare condizione delle mogli di militari negli Stati Uniti. E’ stato notato che le pubblicità delle cliniche in cerca di madri surrogate acquistano molti spazi pubblicitari nei magazine dedicati a questa categoria di donne (pag.24-25), che le cliniche tendono ad installarsi addirittura nei pressi delle basi militari. Si ipotizza che queste donne siano considerate un target per via delle paghe basse dell’esercito e del fatto che difficilmente trovano un lavoro per contribuire economicamente al benessere della famiglia, a causa dei continui trasferimenti da una base all’altra per favorire la carriera del marito.

  5. IDA ha detto:

    Il termine potere ha il doppio significato di libertà e dominio, poter fare e poter far fare, il trovare obbedienza come diceva Weber. Rinunciare alla propria libertà e sottomettersi alla libertà altrui. Tutta l’organizzazione sociale attuale è fondata sull’obbedienza e ciascuno di noi è chiamato sempre, via via che la vita scorre, a obbedire a qualcuno. Obbediamo sostanzialmente per due ragioni: perché siamo costretti a farlo da un’autorità esterna che si impone attraverso la forza o la manipolazione o perché pensiamo che sia inevitabile il farlo, insomma perché crediamo sia giusto obbedire. L’obedienza è una fuga dalle proprie responsabilità.
    “I dittatori hanno costruito senza alcuna eccezione il loro potere sulla irresponsabilità sociale delle masse umane” [Psicologia di massa del fascismo, pagina 316].

    Frankenstein, si presta a numerosissime interpretazioni, della scienza che anteporre gli scopi scientifici alle responsabilità umane. (responsabilità, tanto per collegarsi al post precedente) Il sottotitolo è il Prometeo Moderno. Il Prometeo creava la vita dalla creta, la creazione di una figura antropomorfa che ricorda il golem ebraico, la materia grezza che prende vita. La creatura non ha un nome, e anche questo si può prestare a molte letture, la creatura uccide il suo creatore. La madre di Mary Shelley che era Mary Wollstonecraft muore proprio dando alla luce lei. La creature che uccide il creatore.
    Però infondo il nostro Victor Frankenstein, delle responsabilità nei confronti dell’umanità se le prende, quando incontra il mostro che li chiede di crearli una femmina uguale a lui, si mette al lavoro, però poi ci ripensa e la distrugge, scatenando la furia del mostro. È un romanzo talmente complesso che qualcuno ha messo anche in dubbio che sia stato scritto da una donna..
    Lo so che il tema non era Mary Shelley ne Frankenstein, ma non ho resistito, perché anche per me è un romanzo che fin dall’adolescenza mi ha affascinato e ogni volta che lo rileggo trovo spunti nuovi.

  6. sciamanarossa ha detto:

    Una precisazione, la donna ha sempre diritto di scelta sulla maternità e sull’aborto nelle tribù-Civiltà matriarcali, anche questo lo dovevo precisare.

  7. gattarruffata ha detto:

    Con persone in stato di indigenza mi riferivo a chiunque si trovi in stato di vulnerabilità, non mi riferivo solo alle donne che provengono da paesi poveri. So che anche nel “ricco” occidente c’è tanta gente che ricca non è. Comunque credo che il senso del mio post non cambi: si tratta sempre di persone che potrebbero optare per una “scelta” del genere solo per necessità.
    Quindi torniamo a bomba: il problema è la povertà (vulnerabilità) , non la maternità surrogata in sè.

  8. sciamanarossa ha detto:

    Anche a me piace molto Mary Shelley, voglio un attimo citarti IDA.
    “Il termine potere ha il doppio significato di libertà e dominio, poter fare e poter far fare, il trovare obbedienza come diceva Weber. Rinunciare alla propria libertà e sottomettersi alla libertà altrui. Tutta l’organizzazione sociale attuale è fondata sull’obbedienza e ciascuno di noi è chiamato sempre, via via che la vita scorre, a obbedire a qualcuno. Obbediamo sostanzialmente per due ragioni: perché siamo costretti a farlo da un’autorità esterna che si impone attraverso la forza o la manipolazione o perché pensiamo che sia inevitabile il farlo, insomma perché crediamo sia giusto obbedire. L’obbedienza è una fuga dalle proprie responsabilità.”

    Infatti il potere per come si esplica in precise e determinate culture è esattamente quello che tu evidenzi, ed hai evidenziato le responsabilità, quando si parla di connivenza ad esempio, si parla di quei fenomeni socio-culturali per i quali si sceglie di fare o di non fare qualcosa rispetto al quadro che si presenta davanti a noi tutt@, maschi e femmine, nel dire questo sto pensando all’allenatore di karate pedofilo e stupratore di adolescenti, stanno fioccando denunce, spesso (e lo sappiamo) non si rendono nemmeno conto delle violenze subite per via della pervasività (grazie Riccio il termine pervasività mi piace tanto :-)) della cultura che genera sottomissione alla violenza, e ovviamente poi c’è lo scarico delle responsabilità che appunto ci sono eccome! ma non sono di chi subisce un abuso, se si vive una dispercezione anche la valutazione dei fenomeni ne viene compromessa.

    Ti cito ancora:
    “Il Prometeo creava la vita dalla creta, la creazione di una figura antropomorfa che ricorda il golem ebraico, la materia grezza che prende vita.”
    L’uomo che crea la vita….. la scienza affitta uteri, c’è un legame tra Zeus che partorisce dalla mente Diana (che invece nasceva in Libia in periodi matriarcali), i Golem creati da uomini, le Eggregore create da uomini e appunto la scienza che ruba alla donna (pagando o per “sperimentazione”) suoi “pezzi” passatemi il termine che non vuole essere offensivo nei riguardi delle donne, per generare vite, molte studiose di matriarcato sostengono (e io concordo con loro) che il patriarcato odi il nostro generare e che abbia creato una società (anche tramite le sue religioni e progressivamente parlando) che desse questa prerogativa e cercasse di dare questa prerogativa all’uomo, una società esteriore che non guarda l’interno, e così sfrutta anche manipolando sul piano socio culturale le persone, maggiormente il femminile. Riporto questa cosa perché penso centri con il discorso affitto dell’utero.

    Infine volevo dire che matriarcato, matri linearismo, matri focale non sono speculari al patriarcato, le comunità ancora oggi matriarcali per qualunque scelta si radunano e tengono conto delle singole individualità, quindi esiste sia il rispetto (a monte di tutte e tutti) sia una vera forma di consenso, perché pure sul consenso il patriarcato lo considera nel quadro delle violenze che elargisce e se quello sarebbe consenso….. cosa che appunto non avviene nelle tribù matriarcali, per questo Riccio ho risposto così nel primo commento, perché parlo di strutture di società vicine alla natura che infatti non domina, ne è dominata (la natura dico).
    Mi fermo e mi fa piacere aver postato questo commento.

  9. Morgaine le Fée ha detto:

    Forse non c’entra, ma questo post mi ha fatto venire in mente un blog di cui si sta parlando molto negli ultimi tempi.
    Il blog, con l’aiuto di alcuni collaboratori/trici, si infiltra in alcuni gruppi chiusi di Facebook rendendone pubblici alcuni contenuti (senza comunque pubblicare nomi).
    Un nome per tutti é costituto dalle cosiddette “pancine”, in cui mamme apparentemente di scarsa istruzione si scambiano confidenze relative alla propria vita sessuale (alcuni dettagli rivelano situazioni al lite dello stupro), o sui figli, parto, gravidanza.
    Un altro gruppo che é stato esposto raggruppa le proprietarie di bambole “reborn” (raffigurano bebé estremamente realistici). Queste donne le spacciano al resto del mondo per bebé veri e propri, nel gruppo specificano di non desiderare figli veri.

    È molto facile ridere (o, in alcuni casi, inorridire) delle “pancine”, o delle mamme reborn, basandosi su quanto rivelato dal blog.
    Tuttavia, a me sembra che il comune denominatore delle donne in questi gruppi sia la maternitá, vera o fasulla, ma comunque ostentata come identitá primaria, origine di soddisfazione e orgoglio, indicatore di staus sociale. Ció che mi chiedo é se l’origine di questi comportamenti derivi proprio dalla santificazione della maternitá come legittimazione e ruolo primario della donna, nella cultura italiana, al difuori del quale si viene considerate mancanti. (mancanti nel senso sia di incomplete, sia di difettose). Specialmente nel caso delle “mamme di reborn” mi sembra chiarissimo come lo scopo non sia tanto un desiderio intrinseco di effettiva maternitá (che le interessate apertamente dicono di non desiderare), quanto il desiderio di veder realizzato uno status sociale di madri, essere viste -dagli altri- in quanto tali.
    Sebbene queste donne siano una minoranza, tutti questi gruppi mi sembrano una chiara conseguenza delle gabbie culturali in cui la donna viene rinchiusa, addestrata a considerare la maternitá come unico indicatore di valore sociale e personale.

    • bob ha detto:

      “tutti questi gruppi mi sembrano una chiara conseguenza delle gabbie culturali in cui la donna viene rinchiusa”. Se leggi bene quei gruppi, quelle donne ci si rinchiudono DA SOLE nelle loro “gabbie culturali”.

      • Antome ha detto:

        Ciao, questo è interessante, a quali gabbie ti riferisci? Ai safe spaces? Oppure agli stereotipi di genere, perchè apre un discorso interessante, quello delle persone secondo cui sono le donne stesse che si rinchiudono o si rinchiudevano in determinati ruoli e ambiti, e che non fossero gli uomini (come società governata da uomini non gli uomini in sè) ad inscriverle. Sono stati i vari femminismi e protofemminismi che si sono ribellati a quei ruoli come unici in cui la donna potesse vivere, alla separazione dei sessi.
        E’ probabile che tu ti riferisca ad oggi e voglia dire che se una donna si chiude in una “gabbia” oggi, non la sta costringendo nessuno. Certo oggi c’è la responsabilità personale. Ma lo stesso si potrebbe dire di un uomo che si chiude nel ruolo maschile tradizionale, non è obbligato, ma la pressione c’è e anche lui non è messo bene, in quanto ci sono donne altresì tradizionali che lo spingono a quel ruolo a loro volta spinte da altre pressioni, etc.
        Difficile dire che non ci sia pressione verso tali donne, quindi. Ma oggi che è più facile dire no, ci si è seduti/e.

  10. sciamanarossa ha detto:

    Morgaine la Fée non conoscevo l’esistenza di questi gruppi, da come li hai descritti mi intristiscono però, concordo con te, in Italia ma in generale come ruolo la maternità (ruolo connesso ad una cultura specifica che non è indissolubile ne permanente diventa totalizzante comunque nei secoli dei secoli (tanto per parafrasare qualcuno…. sono sarcastica eh) ma può pure essere ribaltata prima o poi dico, e ogni tassello verso la sua demolizione è importante secondo me) è una gabbia, sembra che se non diventiamo madri siamo come “aliene a noi stesse” ad una naturalità che invece in realtà molte donne non sentono, e che non è essa stessa incontrovertibile questo poi diventa appunto status sociale. Poi quando leggo identità primaria veramente provo tristezza, una donna che sia essa madre o non lo sia non ha un identità basata solo una scelta compiuta, sull’aver partorito o adottato, un solo elemento di scelta o subito (in generale parlo quindi non solo della maternità in questo caso) non forma un intera identità e devo ringraziarti perché mi hai fornito degli spunti di riflessione.

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