Il viaggio di Rachel nella prostituzione

Grazie a Resistenza Femminista, che lo ha tradotto in italiano, ho potuto leggere quest’estate il libro “Stupro a pagamento – La verità sulla prostituzione” (Paid For, My Journey Through Prostitution) di Rachel Moran.

Il libro è stato presentato dall’autrice in Italia quest’autunno e, sebbene non abbia potuto prendere parte agli eventi dedicati, mi è giunta l’eco delle polemiche che hanno suscitato.

Il libro è stato accusato da un collettivo femminista di sex worker e (altre/i) attiviste/i di proporre una “verità UNICA” e di calpestare la dignità di quelle sex workers che si definiscono “consapevoli di scegliere“, contribuendo così allo stigma che grava sulle donne che praticano la prostituzione:

“La sua narrazione infatti vede TUTTI i soggetti i del lavoro sessuale esclusivamente vittime di abuso e di stupro, invisibilizzando e stigmatizzando così le nostre esperienze ed esistenze.

Noi esistiamo e non ci vergogniamo, pensiamo che il femminismo non debba ergersi a giudice morale e detentore di un’unica verità e visione delle cose, dividendo di fatto le donne per bene e le donne per male, ed escludendo vissuti e realtà di tantissime donne che andrebbero riconosciute come soggetti pari, e non solo e non sempre unicamente come vittime.”

Prima di entrare nel merito del dibattito, vorrei spendere due parole sul libro, del quale consiglio la lettura a tutti, sostenitori del modello nordico e fautori della regolamentazione della prostituzione.

Questo libro non è un memoir tradizionale; non è stato scritto per esserlo. Non ho scritto di prostituzione concentrandomi esclusivamente sulla mia esperienza personale, proprio perché quest’argomento è più grande di me ed è più grande del mio ruolo all’interno di questo fenomeno. I sette anni trascorsi nella prostituzione mi hanno fatto capire come veramente si tratti di un’esperienza non soltanto puramente individuale ma anche collettiva. Proprio per questo ho scelto di scrivere un libro che oscilla tra il personale e l’universale. Quello che noi donne ci raccontiamo è molto più delle storie delle storie dei nostri clienti e dei nostri segreti. Condividiamo un’esperienza i cui fili compongono un disegno talmente simile che alla fine ho capito che rappresentava la struttura di base dell’esperienza della prosituzione. L’immagine finale che emerge è davvero terrificante“.

Così inizia il racconto di Rachel Moran, oggi giornalista e co-fondatrice di Space International, un’associazione di “Survivors of Prostitution Abuse Calling for Enlightenment“, ovvero sopravvissute alla prostituzione che chiedono che si comprenda (enlightenment è anche sinonimo di undestanding) che la prostituzione non è altro che una forma di abuso perpetrato ai danni delle donna prostituite.

Inizia spiegandoci che il suo è sì un memoir (quindi non proprio un’autobiografia), ma un memoir che non si limita a rievocare ciò che è rilevante solo da un punto di vista squisitamente individuale: vuole indagare anche ciò che di universale si può trovare nel particolare.

La cosa più curiosa, se penso alle critiche mosse al libro, è che Rachel Moran non è una vittima del traffico di esseri umani, il suo ingresso nella prostituzione non è addebitabile a coercizione o violenza, non è stata minacciata né picchiata, e nel suo libro non compaiono  figure di protettori crudeli e profittatori che possano riportarci alla mente il malvagio Bill Sikes.

Appena 17enne, dopo due anni trascorsi a prostituirsi prevalentemente per la strada, Rachel apre addirittura una propria agenzia di escort, composta solo da se stessa. Diverse pagine del suo libro sono dedicate al racconto della sua predilezione per quei clienti con “esigenze particolari”, per molti dei quali spesso interpretava il ruolo di sadica dominatrice, inoltre ha esercitato la prostituzione non soltanto per la strada o in sordidi lupanari, ma anche come “escort di lusso”.

Se venisse raccontato così, per mezzo di questi scarni dettagli, il viaggio nella prostituzione di Rachel Moran apparirebbe quanto di più lontano si possa immaginare dallo stereotipo della vittima contro il quale ha protestato il collettivo di cui scrivevo all’inizio di questo post.

Se ci fermiamo alla descrizione dei fatti, la sua potrebbe essere a tutti gli effetti una vita da “sex worker”, la “sex worker” che campeggiava sui manifesti della campagna “turn off the blue light” di cui parlammo tempo fa: forte, spregiudicata, capace di muoversi agilmente fra sale massaggi e set pornografici, a suo agio in abiti eleganti come in tuta di lattex accessoriata con manette e frustini.

Ma Rachel Moran nel suo libro non si limita ai fatti, il suo è, appunto, un memoir, una scrittura autonarrativa che non ha come scopo la ricostruzione fedele di una serie di eventi che si succedono nel tempo, quanto piuttosto la “riesumazione” di tutte quelle emozioni e sensazioni che hanno accompagnato i momenti più salienti di una vita.

Riesumazione è la parola esatta che usa nel primo capitolo: “le cose di maggior valore sono quelle che bisogna riesumare, le parole più preziose sono spesso quelle che devono essere faticosamente estratte dal profondo di noi stessi. Perciò dovrò essere molto meticolosa. Dovrò scavare.

Quello che Rachel Moran ci racconta è un viaggio attraverso le sue memorie, che partono dall’infanzia in una famiglia disfunzionale segnata dalla povertà e dalla malattia mentale dei genitori, si soffermano al periodo in cui era un’adolescente senzatetto dedita al taccheggio, per arrivare all’esperienza della prostituzione, poi vanno ancora oltre e “riesumano” la dolorosa rielaborazione del suo vissuto che ha portato al lungo processo di scrittura del libro. Un viaggio che scava, in quelle memorie, alla ricerca di colori, odori, sensazioni, emozioni, sentimenti, il tutto condito da riflessioni, citazioni, cifre e dati, e organizzato non in ordine cronologico: un lettura sfibrante e massacrante, come deve esserne stata la scrittura.

La storia di Rachel Moran è certo unica e irripetibile, come è unico e irripetibile ogni essere umano di questo mondo.

Allora cosa c’è di universale nel racconto della sua vita?

La mia personale opinione è che si tratti di una considerazione banale, così banale, che si preferisce tacerla quando si parla di prostituzione, ovvero che avere dei rapporti sessuali con uomini per i quali non si prova il minimo desiderio, ma ai desideri dei quali si deve accondiscendere – uomini che non debbono essere necessariamente ributtanti, aggressivi o barbari (anche se a volte lo sono) – è un’esperienza disgustosa, rivoltante, mortificante.

E questo a prescindere che l’intento di quegli uomini sia umiliare, offendere in qualche modo la dignità di chi vi si sottopone (anche se a volte lo è), e anche a prescindere dalle motivazioni di coloro che vi si sottopongono, che sia un’infanzia difficile, un passato segnato dall’abuso sessuale, la povertà o il fascino esercitato da una serie TV.

L’aggettivo “mortificante” potrebbe farvi pensare che quello che viene espresso sia un giudizio morale, ma non si tratta di questo, quella che Rachel ha subito non è stata la mortificazione della sua idea di bene o di male, di giusto o di sbagliato, ad essere mortificata è stata la carne di Rachel; Rachel in quanto creatura di carne e sangue dotata della capacità di provare tanto il piacere quanto il disgusto è stata mortificata ripetutamente e costantemente.

Penso ad una sensazione, quel brivido che mi percorre quando qualcosa che mi ripugna mi si accosta, mi sfiora, mi tocca e magari sono impossibilitata ad allontanarlo, o quel conato di nausa che mi scuote quando devo tenere in bocca una sostanza che mi repelle e contro ogni impulso a sputarla fuori devo comunque mandarla giù, nella consapevolezza che diventerà parte di me.

Ecco, è quel tipo di sensazione che ci racconta Rachel Moran, una sensazione che ha caratterizzato la quasi totalità dei rapporti coi suoi clienti e l’ha accompagnata per sette lunghi anni, rapporto dopo rapporto, giorno dopo giorno, anno dopo anno, costringendola a separare quel che desiderava da quel che faceva, a dissociarsi dalla sua riluttanza, findendo con l’allontanarsi sempre più da se stessa: “ogni volta che una prostituta anestetizza il suo sé interno come difesa dal sentire il contatto di mani non desiderate sul suo corpo, la dissociazione è il suo mezzo di sopravvivenza ma al tempo stesso è anche causa di sofferenza per la separazione dal suo sé… per il fatto di negare continuamente i propri sentimenti, si arriva ad avere una relazione traumatica con sé stesse e a volte questo conduce ad avere un sé molto oscuro. E questo è un grosso rischio, perché quando si diventa oscure a se stesse, si perde la capacità di farsi delle domande“.

Una donna che si allontana volontariamente dalle sensazioni, dalle emozioni, dai sentimenti che prova, ci dice Rachel,  diventa “oscura a se stessa”, ed è questa la fonte principale della sua sofferenza.

Rachel Moran afferma che la prostituzione, per ciò che è – una serie spropositata di rapporti sessuali fra persone delle quali una, la prostituta, non ne ha desiderio, ma lo tollera solo ed esclusivamente per ricavarne del denaro – va a ledere uno degli aspetti più intimi dell’essere umano, la sua sessualità, con una ricaduta a lungo termine su ogni altro aspetto della sua vita.

Secondo chi critica il libro di Rachel Moran, quella orrenda sensazione di disgusto che ha dominato la sua esperienza nella prostituzione e il peso che ha avuto sulla sua salute fisica e psichica, sulla sua vita affettiva e relazionale, danneggiandole e costringendola ad un lungo e faticoso periodo di guarigione, è da attribuirsi piuttosto a qualche sua peculiare fragilità emotiva, ad una disfunzione sessuale, ad una eccessiva rigidità morale, a qualche occasionale esprienza traumatica causata da un cliente atipico o allo stigma sociale che grava sulla prostituta, o magari ad una sfortunata combinazione di alcune o di tutte queste cose insieme, ma non ha nulla a che fare con la prostituzione, non è da collegarsi a ciò che faceva, cioè al fatto di avere rapporti sessuali con un elevato numero di uomini non per il desiderio di averli, ma per i soldi che ne avrebbe guadagnato. In altre parole: se Rachel Moran è stata danneggiata dalla prostituzione, non è perché la prostituzione sia dannosa – come lei sostiene – ma è perché c’è qualcosa in lei o nelle circostanze che l’ha resa vulnerabile a quel tipo di danno.

Questo, credo, è il nodo della questione.

Un nodo che chi ha tradotto il libro ha affrontato di petto, scegliendo un titolo molto incisivo: stupro a pagamento.

Come si può acconsentire ad essere stuprate se lo stupro è definito come l’assenza di consenso? Perché la prostituta prende il denaro e accetta tutti quei rapporti sessuali, quindi come si può parlare di violenza? Che cos’è il consenso ad una attività sessuale? E’ davvero il mero atto di dire di si?

Credo che un libro come quello scritto da Rachel Moran, più che proporre a chiunque lo affronti una “verità unica” in grado di offrire una facile e consolatoria risposta sul fenomeno della prostituzione, è un libro che pone al lettore molte domande, un libro che invita a scavare, a cercare più in profondità, senza paura di ciò che di oscuro e terrificante può emergere da un simile viaggio dentro se stessi.

 

Per approfondire:

Da “Stupro a pagamento” di Rachel Moran: La normalizzazione della prostituzione come ‘sex work’

Scienziati per un mondo senza prostituzione

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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2 risposte a Il viaggio di Rachel nella prostituzione

  1. sciamanarossa ha detto:

    Grazie per il consiglio di lettura che ho apprezzato molto. Buona domenica Riccio

  2. Pingback: #483 – Spiral Red Earth

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