Perché le donne non parlano dopo un abuso sessuale

Una traduzione da “Why women stay silent after sexual assault”, di Inés Hercovich, sociologa e psicologa sociale, TEDxRiodelaPlata

Ci sono circa 5.000 donne qui oggi. Tra noi, 1.250 sono state o saranno abusate sessualmente ad un certo punto della vita. Una su quattro. Solo il 10 percento denuncerà. L’altro 90 per cento si rifugierà nel silenzio – la metà, perché l’incidente coinvolge uno stretto familiare o qualcuno che conoscono, e questo rende molto più difficile affrontare la cosa e parlarne – mentre l’altra metà non ne parlerà perché teme di non essere creduta. E ha ragione: perché noi non ci crederemmo.

Oggi voglio parlare con voi del perché io ritengo che non siamo disposti a credere.

Non ci crediamo perché quando una donna racconta quello che le è successo, ci dice cose che non possiamo immaginare, cose che ci disturbano, cose che non ci aspettiamo di sentire, cose che ci scioccano.

Ciò che ci aspettiamo di sentire è una storia come questa: “Ragazza violentata vicino ai binari della Mitre Railroad, è successo a mezzanotte mentre stava tornando a casa, ha detto che qualcuno l’ha attaccata da dietro, le ha detto di non urlare, ha detto che aveva una pistola e che non doveva muoversi, l’ha violentata e poi è fuggito dalla scena.” Quando ascoltiamo o leggiamo una storia come questa, la visualizziamo immediatamente: lo stupratore, un uomo depravato della classe inferiore. E la vittima, una donna giovane e attraente. L’immagine dura solo 10 o 20 secondi ed è scura e bidimensionale; non c’è movimento, nessun suono; è come se non ci fossero persone coinvolte. Ma quando una donna racconta la sua storia, non si adatta ad un racconto di 10 o 20 secondi.

Quello che segue è la testimonianza di una donna che chiamerò “Ana”. È una delle 85 donne che ho intervistato mentre conducevo ricerche sull’assalto sessuale. Ana mi ha raccontato: “Ero andato con le ragazze in ufficio nello stesso pub in cui andavamo sempre, abbiamo incontrato alcuni ragazzi e mi sono avvicinata a questo ragazzo fantastico, abbiamo parlato molto. Verso le 4 del mattino ho detto ai miei amici che per me era ora di andare. Loro volevano restare. Così quel ragazzo mi ha chiesto dove vivevo e mi ha proposto che, se per me andava bene, mi avrebbe portato a casa. Ho accettato e siamo partiti. A un semaforo, mi ha detto che gli piacevo e mi ha toccato una gamba. Non mi piaceva che un ragazzo si approcciasse a me in quel modo, ma è stato affettuoso per tutta la notte. Ho pensato:’ Non dovrei essere così paranoica. E se dicessi qualcosa, ma non intendeva niente e lo offendo?’ Quando avrebbe dovuto svoltare, ha continuato dritto. Pensavo che avesse fatto un errore e gli ho fatto notare: ‘Avresti dovuto girare là’. Ma ho percepito qualcosa. Ripensandoci, mi chiedo: ‘Perché non ho prestato attenzione a quello che sentivo?’ Quando si è fermato vicino all’autostrada, è stato allora che mi sono spaventata. Ma mi ha detto di rilassarmi, che gli piacevo e che non sarebbe successo niente se non lo avessi voluto. Era carino. Non ho detto nulla, perché temevo che si sarebbe arrabbiato, e che le cose sarebbero peggiorate. Pensavo che potesse avere una pistola nel vano portaoggetti. All’improvviso, è saltato su di me e ha cercato di baciarmi. Ho detto no. Volevo spingerlo via, ma lui tratteneva le mie braccia. Quando sono riuscita a divincolarmi, ho provato ad aprire la porta, ma era chiusa a chiave. E anche se fossi uscita, dove sarei scappata? Gli ho detto che non era il tipo di ragazzo che aveva bisogno di fare una cosa del genere per stare con una ragazza, e che anche a me lui piaceva, ma non in quel modo. Cercavo di calmarlo. Ho detto cose carine su di lui. Parlavo con lui come una sorella maggiore. All’improvviso mi ha coperto la bocca con una mano e con l’altra mano si è slacciato la cintura. In quel momento ho pensato che mi avrebbe uccisa, strangolata, sai? Non mi sono mai sentita così sola, come se fossi stata rapita. Gli ho chiesto di finire in fretta e poi portarmi a casa.”

Come vi sentite ad ascoltare questa storia? Sono certa che ha sollevato diverse domande. Ad esempio: perché lei non ha abbassato il finestrino e ha chiesto aiuto? Perché lei non è uscita dalla macchina quando ha sentito che qualcosa di brutto stava per accadere? Come ha potuto, lei, chiedergli di riaccompagnarla a casa?

Ora, quando sentiamo questo tipo di storia non dalla stampa o da qualcuno come me, che sta su un palco come questo – quando la sentiamo da qualcuno che conosciamo e ha scelto di affidarci la sua storia, la ascoltiamo. Sentiamo cose che non siamo in grado di capire – o accettare. Poi i dubbi, le domande e i sospetti si insinuno in noi. E questo ci fa sentire veramente male e colpevoli.

Quindi, per proteggerci dal disagio, abbiamo un’opzione. Alziamo il volume su tutte le parti della storia che ci aspettavamo di sentire: una pistola nel vano portaoggetti, le porte chiuse a chiave, la posizione isolata. E abbassiamo il volume su tutte le parti della storia che non ci aspettavamo di ascoltare e che non vogliamo sentire; come quando lei gli dice che anche a lei lui piaceva, o quando lei ci dice che gli parlava come se fosse una sua sorella maggiore, o che lei gli avesse chiesto di portarla a casa.

Perché lo facciamo? È così che possiamo crederci; quindi possiamo sentirci sicuri che lei è stata davvero una vittima. Io la chiamo “vittimizzazione della vittima”. “Vittimizzazione“, perché per credere che lei sia innocente, che sia una vittima, dobbiamo pensare a lei come a una creatura indifesa, paralizzata, muta.

Ma c’è un altro modo per evitare il disagio. Ed è esattamente l’opposto: alziamo il volume su cose che non ci aspettavamo di sentire, come “Ho parlato  con lui tutta la sera”, “Gli ho chiesto di portarmi a casa”, “Gli ho chiesto di finire velocemente” e abbassiamo il volume sulle cose che ci aspettavamo di sentire: la pistola nel vano portaoggetti, l’isolamento. Perché lo facciamo? Lo facciamo in modo da aggrapparci ai dubbi e sentirci più a nostro agio.

Poi sorgono nuove domande, ad esempio: chi le ha detto di andare in quei club? Hai visto come lei e le sue amiche erano vestite, vero? Quelle minigonne, quelle scollature? Cosa si aspettavano? Domande che non sono davvero domande, ma piuttosto giudizi – giudizi che finiscono in un verdetto: lei se l’è andata a cercare. Questa constatazione trova conferma nel fatto che lei non ha raccontato di aver lottato per evitare di essere violentata. Quindi significa che non ha resistito. Significa che ha acconsentito. Se lei se la cerca e poi permette che accada, come possiamo chiamarlo stupro?

Io chiamo tutto questo “colpevolizzazione della vittima“.

Questi argomenti che ci servono sia per incolpare che per trasformare le vittime, tutti li abbiamo nelle nostre teste, a portata di mano – incluse le vittime e i carnefici. Tanto che, quando Ana venne da me, mi disse che non sapeva se la sua testimonianza sarebbe stata di qualche utilità, perché non era sicura che quello che le era successo fosse uno stupro. Ana credeva, come la maggior parte di noi, che lo stupro assomigli più a una rapina a mano armata – un atto violento che dura 4 o 5 minuti – e non si adatti allo scenario di una lunga conversazione con un bravo ragazzo che dura tutta la notte e finisce in un rapimento. Quando aveva paura di essere uccisa, aveva paura di essere lasciata con delle cicatrici,  doveva dare il suo corpo per evitarlo. In quel momento sapeva che lo stupro era qualcosa di diverso.

Ana non ne aveva mai parlato con nessuno. Avrebbe potuto rivolgersi alla sua famiglia, ma non lo ha fatto. Non l’ha fatto perché aveva paura. Temeva che la persona cui avrebbe raccontato la sua storia, avrebbe avuto la stessa reazione che abbiamo tutti noi: avrebbe sollevato dubbi, sospetti; avrebbe fatto quelle stesse domande che facciamo sempre quando si tratta di cose come questa. E se fosse successo, sarebbe stato peggio, forse, dello stupro stesso. Avrebbe potuto parlare con un’amica o una sorella. E con il suo compagno, sarebbe stato estremamente difficile: il minimo accenno di dubbio sul suo viso o nella sua voce sarebbe stato devastante per lei e avrebbe probabilmente significato la fine della loro relazione.

Ana tace perché in fondo sa che nessuno – nessuno di noi, non la sua famiglia o il terapeuta, per non parlare della polizia o dei giudici – è disposto a sentire cosa ha effettivamente fatto Ana in quel momento.

Anzitutto, Ana ha detto: “No.” Quando ha visto che il suo “no” non è servito, ha cercato di parlare con lui. Ha cercato di non esacerbare la sua violenza o dargli delle idee. Gli parlava come se tutto quello che stava succedendo fosse normale, in modo che lui non pensasse che lo avrebbe consegnato alla polizia, dopo.

Ora, mi chiedo e chiedo a tutti voi: tutte quelle cose che ha fatto – sono considerate una resistenza? No. Per tutti o almeno la maggior parte di noi, non lo è, probabilmente perché non è “resistenza” agli occhi della legge. Nella maggior parte dei paesi, le leggi richiedono ancora che la vittima dimostri la sua innocenza – è vero: la vittima deve dimostrare la sua innocenza – mostrando segni sul suo corpo come prova che si è impegnata in una lotta vigorosa e tenace contro il suo aggressore. Posso assicurarvi che, nella maggior parte dei casi giudiziari, nessuna quantità di segni è mai abbastanza. Ho ascoltato molte storie di donne. E non ho sentito nessuna di loro parlare di se stessa come se fosse stata ridotta a una cosa, totalmente soggetta alla volontà dell’altro. Piuttosto, sembravano stupite e anche un po’ orgogliose nel guardare indietro, ripensando a quanto fossero state chiare in quel momento, a quanta attenzione avessero prestato a ogni dettaglio, come se ciò potesse consentire loro di esercitare un certo controllo su ciò che stava accadendo.

Poi ho capito, naturalmente, che ciò che stanno facendo le donne in situazioni del genere è provare a negoziare. Stanno proponendo uno scambio: sesso per la vita.

Chiedono all’aggressore di finire velocemente, quindi tutto è finito il prima possibile e al minor costo. Si sottopongono alla penetrazione, perché, potete crederci come no, la penetrazione è ciò che le tiene lontane da uno scenario sessuale o emotivo. Si sottopongono alla penetrazione, perché la penetrazione è meno dolorosa di baci, carezze e parole gentili.

Ora, se continuiamo ad aspettarci che lo stupro sia ciò che raramente è – con lo stupratore come un uomo depravato della classe inferiore e non uno studente universitario o un uomo d’affari che va a caccia di ragazze il venerdì o il sabato – se continuiamo a immaginare le vittime come ragazze timide che svengono sulla scena, e non donne sicure di sé – continueremo a non essere in grado di ascoltare. Le donne continueranno a non essere in grado di parlare.

E continueremo a essere responsabili del loro silenzio e della loro solitudine.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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20 risposte a Perché le donne non parlano dopo un abuso sessuale

  1. SR ha detto:

    Voglio citare una tua frase:
    Poi ho capito, naturalmente, che ciò che stanno facendo le donne in situazioni del genere è provare a negoziare. Stanno proponendo uno scambio: sesso per la vita.

    Tentare una forma cooperativa, un baratto, secondo una precisa idea è qualcosa che caratterizzava le epoche pregresse questa e in generale le donne mediano molto più degli uomini anche in un quadro a loro avverso sia che si comportino in maniera A, sia che si comportino in maniera B,C etc…. fino alla zeta.

    Infatti si parla apposta di misoginia.
    La reazione ad una violenza può essere di diverso tipo e conta molto la cultura che si ha, fai bene a parlare di questa tipologia di reazione perché raramente se ne parla e quindi così facendo, porti una luce su tale quadro.

  2. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    This is an excellent way to report. Facts and then breakdown and analysis. Precise and sensitive. Also in long term abusive relationships, you are not passive. You are obsessively searching for ways to fix things, for rational solutions to situations that will never ever be fixed. You have zero control over the rules of the game but you don’t understand that and you continue to act in good faith with a person who plays by different rules. You exhaust yourself searching for ways to resolve what can never be resolved. You are never ever passive.

    Even apparent submission can be strategy, as you show here.

  3. Paolo ha detto:

    anche una studentessa universitaria può uscire “a caccia” di uomini ma non senza il consenso di questi ultimi, è questo l’importante

    • Non mi pare che l’articolo sostenga ciò che sottintendi tu. Né, tantomeno, un “abuso” è da intendersi soltanto nel senso di fattispecie penalmente rilevante.

      • Paolo ha detto:

        Clarissa Marchese ha detto fin dall’inizio che Brizzi non l’ha toccata (anche per questo non ha denunciato alla polizia) ma le ha fatto delle “proposte” che l’hanno messa a disagio

      • Paolo ha detto:

        Clarissa Marchese ha detto fin dall’inizio che Brizzi non l’ha toccata (anche per questo non ha denunciato alla polizia) ma le ha fatto delle “proposte” che l’hanno messa a disagio.

  4. andrea c ha detto:

    Domande polemiche.
    Quindi in definitiva bisogna credere ciecamente, senza ombra di dubbio, a chiunque dichiari di essere vittima di una molestia/abuso/violenza sessuale?
    Mentre per le violenze non sessuali il dubbio è legittimo? O è ugualmente “vietato”?
    E per quanto riguarda il presunto(esiste ancora la presunzione di innocenza fino a prova contraria?) molestatore?dobbiamo credere ciecamente anche alla sua versione? O della versione del “carnefice” si può(si deve?) dubitare?
    Se il credito incondizionato va concesso solo a chi accusa, come potrebbe difendersi l’accusato?

    • Qui non si tratta di dubbi, si tratta del modo in cui si ascolta un racconto, della nostra idea di cosa sia uno stupro, cosa sia una molestia, come ci aspettiamo che si comportno una vittima e il suo strupratore. Questo articolo parla delle idee stereotipate di chi ascolta: questo è un articolo sugli spettatori, non sugli attori. E’ un articolo su di te, non su chi afferma di essere una vittima di stupro o su chi ne è accusato.

  5. paolam ha detto:

    Si sa che l’unica vittima di stupro fededegna è la vittima morta, in quel caso può essere santificata.

  6. paolam ha detto:

    Anch’io ho evitato di peggiorare l’aggressività di un’interlocutore, se questa si manifestava nel mentre di una situazione di potenziale pericolo, che avrebbe potuto espormi a danni peggiori di quelli che il non potergli rispondere per le rime causava alla mia autostima: se chi straparla sta alla guida di un veicolo, a velocità sostenuta, lo lasci sparare cazzate, intanto resti viva.

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