La verità indicibile

“Mi scuso se non ho compreso le regole… ma non mi scuso per il fatto che non parlo con lui perché c’è una ragione per cui non lo faccio e la ragione è che lui è un violento e l’ho visto picchiare mia mamma e non gli parlerò.”

Liam Tsimhoni

Si discute in questi giorni dell’ennesimo caso di un bambino che rischia di essere confinato in una casa-famiglia; lo scopo del provvedimento del giudice è motivato dall’esigenza di sottoporre il minore alla cosiddetta “reunification therapy“, ovvero un trattamento progettato per “deprogrammare” bambini che sono “alienati” da uno dei loro genitori durante il divorzio. La “terapia” (uso le virgolette perché definirla tale è arduo) comporta il confinare il bambino in un luogo lontano da casa, per isolarlo dal genitore a cui il bambino è più attaccato; l’attaccamento al genitore preferito è contestato, e il bambino è incoraggiato con sessioni intensive ad accettare nuovamente il genitore rifiutato. Come racconta chi un simile trattamento lo ha subito, esso si concretizza in coercizione e minacce.

Che la minaccia (minacciare: prospettare un danno, un castigo, un male) possa essere “terpaeutica”, lo sosteneva l’inventore del concetto di alienazione genitoriale Richard Gardner, e lo sosteneva a dispetto del fatto di non essere in possesso di alcun dato concreto a dimostrazione dei benefici che un simile trattamento avrebbe sulla salute fisica e psicologica dei piccoli pazienti.

Come ebbe a dire di Gardner il Professor Paul Fink, docente di psichiatria presso la Temple University School of Medicine e presidente della American Psychiatric Association recentemente venuto a mancare, “He invented a concept and talked as if it were proven science. It’s not.” – ha inventato un concetto e ne ha parlato come se fosse scientificamente provato, ma non lo è.

Ciononostante, provvedimenti di allontanamento motivati dall’esigenza di “deprogrammare” i bambini vengono emessi continuamente, sebbene non sappiamo esattamente con quanta frequenza.

Quello che emerge dai dati a nostra disposizione è che “I servizi sociali e legali spesso non prendono in considerazione i fattori che sono rilevanti per il miglior interesse dei bambini e delle bambine, come la Child Convention on the Rights of children del 1990 obbligherebbe. Inoltre, è chiaro che la violenza domestica non è né valutata né presa in considerazione nei casi di affido post-separazione.” D’altra parte, una stima precisa del numero di bambini allontanati dal nucleo familiare e confinati in case famiglia non esiste; a volte i casi più controvarsi si guadagnano qualche trafiletto sulla cronaca locale, periodicamente vengono presentate interrogazioni parlamentari che hanno per oggetto uno o più di questi casi, ma nessuna iniziativa riesce ad attirare la dovuta attenzione sulla problematica.

Nel caso del bambino di Lucca, che è finito sui giornali grazie all’interessamento di Di.re, l’associazione Donne in rete contro la violenza, la controversia legale fra i genitori che ha portato all’emissione del provvedimento ha inizio nel 2013, quando la madre finì al pronto soccorso a causa di un’aggressione dell’allora marito. Mentre la denuncia penale della donna avrebbe portato ad un rinvio a giudizio solo nel 2017 (ben 4 anni dopo), già nel 2015 venivano discussi in sede civile gli accordi per l’affido del minore.

Ormai da tempo sono conosciuti i danni provocati dalla violenza assistita: l’esposizione ripetuta dei bambini alle violenze che avvengono all’interno delle loro case può portare alle medesime conseguenze che funesteranno lo sviluppo di un bambino direttamente maltrattato.

Questa consapevolezza, tuttavia, non impedisce ai Tribunali civili di postulare l’ininfluenza del fenomeno della violenza domestica sulle decisioni da prendere in merito all’affidamento dei minori coinvolti , in evidente violazione con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato; l’enfasi che circonda il concetto di bigenitorialità fa sì che favorire il contatto del minore con entrambe le figure genitoriali diventi l’obiettivo principale di ogni intervento delle istituzioni (un obiettivo che paradossalmente si persegue isolando il minore in un luogo lontano da ogni figura di riferimento!) mentre la sicurezza e il benessere dei soggetti coinvolti passano inevitabilmente in secondo piano.

Si potrebbe pensare che questo avvenga anche perché la lentezza del sistema fa sì che il procedimento penale non si muova di pari passo con quello civile, che la presunzione di innocenza – un nobile principio, per carità – si trasformi, a causa dei tempi biblici della giustizia, nello strumento per mezzo del quale si prepara il terreno all’utilizzo di concetti come l’alienazione genitoriale.

Ma non è proprio così.

In questo caso, ad esempio, (la sentenza la trovate discussa anche qui, da un avvocato fortemente convinto dell’esistenza di un qualcosa che risponderebbe al nome di alienazione genitoriale), poiché il procedimento penale pendeva da più di quattro anni e la conclusione si prospettava “prevedibilmente non vicina“, la Cassazione ha ritenuto che “il giudice che le emette [le decisioni in materia di affidamento dei figli minori] non ha il potere di determinare anche gli esiti di un successivo giudizio prendendo posizione su mere ipotesi di fatti futuri (nella specie la eventualità, appunto, dell’accertamento degli abusi)”; in altri termini che, poiché il giudice non può prevedere come si concluderà il processo penale, non può prendere decisioni sulla base di un pericolo che potrebbe rivelarsi infondato.

Sulla base di questo principio soltanto il giudice non potrebbe prendere nessuna decisione, neppure quella di agire come se sapesse che l’imputato sarà assolto; per questo motivo, nello stabilire che il minore dovrà riprendere a frequentare il padre, la sentenza aggiunge che, anche qualora gli episodi di violenza sessuale ai danni del minore fossero avvenuti davvero, questo non sarebbe un elemento in grado di modificare la decisione di lavorare alla riunificazione fra padre e figlio: “quel rapporto va comunque recuperato, indipendentemente dall’esito del procedimento penale, la cui pendenza giustifica l’adozione delle opportune cautele, non potendosi escludere, attraverso un sostegno terapeutico, il recupero della genitorialità pur nell’eventualità che risultino accertati gli episodi ascritti“.

Le “opportune cautele” – come tristemente sappiamo dalla morte di Federico Barakat – non solo non garantiscono l’incolumità dei soggetti coinvolti (penso anche al povero educatore perito a Nantes mentre prendeva parte ad un “incontro protetto”, perché non muoiono solo donne e bambini, ma anche tutti coloro che hanno il coraggio e la sventura di frapporsi fra loro e gli assassini), ma nel momento in cui si rivelano inefficaci nel loro compito di tutela, le vittime non hanno nemmeno il diritto di chiedere ai servizi che hanno fallito di assumersene la responsabilità.

Questo è il contesto socioculturale nel quale un concetto come quello inventato da Gardner trova applicazione e questo il motivo per cui, a dispetto del fatto che nella comunità scientifica abbia perso ogni credibilità, l’alienazione genitoriale gode ancora di grande credito fra tutti quei professionisti del diritto e della salute che ruotano attorno ai Tribunali.

Per quanto sia doloroso da ammettere con noi stessi, il contesto è una società nella quale la violenza intrafamiliare non è considerato un fattore in grado di influenzare la valutazione delle competenze genitoriali di chi la perpetra, che lo faccia ai danni della partner o degli stessi bambini.

Chiunque abbia fatto la frustrante esperienza di colloquiare con gli operatori della giustizia nel contesto di una controversia per l’affido di un minore nel disperato tentativo di attirare la loro attenzione sulla violenza subita o su quella che si continua a subire da un ex partner dal comportamento coercitivo e controllante – come questa madre che mi ha contattato e spedito le trascrizioni di quei colloqui –  potrà confermarvi che essere in possesso di prove concrete degli abusi sofferti (come potremmo aspettarci venga considerato un referto del pronto soccorso), può non aver alcun effetto sull’esito di quei colloqui: quello che ci si aspetta, troppo spesso, da una donna maltrattata o da una madre i cui figli hanno subito molestie e abusi, è che si dimostri comunque collaborativa e conciliante nel confronti dell’aguzzino.

Ci sono parecchie testimonianze in tal senso, italiane e straniere, sebbene nessuno si sia premurato di fare una stima delle donne e dei bambini che versano in questa situazione.

Tuttavia, la versione che piace al grande pubblico è un’altra, quella veicolata dai resposabili delle campagne pubblicitarie che negli anni hanno creato la diffusa convinzione che esista un diffuso fenomeno chiamato “alienazione genitoriale”, è un tantino diversa. La loro è una storia che parla di bambini manipolati da donne perverse (perché è sciocco negare che il genitore manipolatore ha un sesso preciso nella letteratura sul tema), ma soprattutto di accuse inventate ad arte allo scopo di rovinare uomini inncenti, storie a proposito delle quali si snocciolano percentuali che non trovano alcun fondamento se non nelle affermazioni di chi se ne riempie la bocca.

Tutte le ricerche che sono andate ad indagare l’esistenza di massicce quantità di false accuse depositate ai danni di poveri genitori (padri) alienati hanno sconfermato le teorie di Gardner e dei suoi epigoni sull’esistenza sia della tendenza delle donne a mentire in Tribunale, sia della tendenza dei Tribunali a dare credito alle loro “menzogne”.

Gli studi ci dicono invece che proprio il fatto di parlare apertamente della violenza pone le donne in una posizione sfavorevole rispetto al partner e che un uomo maltrattante non solo è più propenso a lottare per la custodia dei suoi figli, ma molto spesso la ottiene.

Le conseguenze sui bambini le lascio immaginare a voi.

Per amore di onestà, dobbiamo dire che una ricerca sistematica e sui grandi numeri, in Italia, non è mai stata fatta, ma il fatto che in altri paesi i numeri che risultano ad indagini su vasta scala non corrispondano alla propaganda (ad esempio in Spagna o in Gran Bretagna) gettano ben più dell’ombra del dubbio sulla pressante necessità di tutelare i bambini dalle donne calunniatrici.

Se in Gran Bretagna Women’s Aid si è fatta promotrice della campagna Child First, allo scopo di chiedere un cambiamento di rotta ai Tribunali della famiglia e ai servizi coinvolti nei procedimenti giudiziari che debbono stabilire gli accordi per l’affido in caso di violenza domestica, allo scopo di ottenere l’abolizione della presunzione che il contatto con il genitore favorisca il benessere del bambino, a favore di una normativa che ponga come priorità la tutela dell’incolumità e del benessere dei bambini e delle donne nel contesto della violenza domestica, in Italia la medesima proposta, vergata delle avvocate Giovanna Cacciapuoti e Annamaria Raimondi (Associazione ‘Salute donna’, centro antiviolenza del Comune di Napoli) della dott.ssa Elvira Reale (responsabile centro Dafne per le vittime di violenza, Ospedale Cardarelli, Napoli) della dott.ssa Giulia Sannolla (Funzionaria referente antiviolenza Assessorato al Welfare Regione Puglia) e dell’avv. Filomena Zaccaria (centro antiviolenza “Rompiamo il silenzio”, Martina Franca),  non è stata accolta col medesimo entusiasmo.

Nel frattempo, invece, ci è giunta notizia della determinazione dell’avvocata Bongiorno di Doppia Difesa nel riproporre il reato di alienazione genitoriale, nonché della premiazione della sua testimonial Michelle Hunziker per il suo “impegno sociale” a favore delle donne.

Un impegno che è consistito anche nella produzione di ben tre cortometraggi creati allo scopo di “far conoscere il fenomeno ormai sempre più diffuso dell’alienazione parentale“.

Ma perché, alla luce del fatto che i casi concreti – casi come quello di Lucca o quello del tredicenne di Padova – hanno poco o nulla in comune con le storielle dei genitori che si fanno stupide ripicche nei video promozionali, comunque è quella la versione che riscuote il maggior successo?

Tanta gente è disposta ad indignarsi di fronte ad una narrazione che ci presenta la mamma cattiva che vuole allontanare i bambini da un padre amorevole (come nel caso finito addirittura in un servizio del telegiornale della sera di rai 2, un caso i cui contenuti sono stati parecchio mistificati dalla stampa), ma nessuno sembra disposto a soffermarsi a riflettere su quanto sia assurdo che venga accusata di essere “alienante” una madre che pretende soltanto, certificati alla mano, che il Tribunale riconosca che il figlio è celiaco e ne tuteli la salute, come se fosse invece perfettamente ragionevole che un uomo pretenda di “non concordare” sulla diagnosi del figlio.

La storia della “madre malevola” piace di più e argomentare con ricerche, dati, condanne che ci raccontano di un’Italia che discrmina le donne e non tutela i loro figli, non è valso a nulla in questi anni: l’alienazione genitoriale è ancora accolta e discussa “as if it were proven science”. Anche se non lo è.

Se è giusto e necessario, in questo momento, pretendere caso per caso l’applicazione della Convenzione di Istanbul a tutela delle donne e dei bambini che, dopo aver subito violenza, si trovano a dover affrontare le forche caudine di un procedimento civile per gli accordi di affidamento, forse dovremmo anche interrogarci su quali sono le ragioni che si celano dietro la fascinazione che un concetto pseudo-scientifico e del tutto privo del conforto della ricerca come l’alienazione genitoriale esercita non solo sugli addetti ai lavori, ma anche sul grande pubblico.

Forse dovremmo cercare il collegamento fra il costrutto dell’alienazione genitoriale e quel familismo amorale teorizzato da Edward Banfield, che presupponeva la famiglia come valore unico, assoluto, “come panacea universale” che ci rende “muti e ciechi – ma anche sordi – quando le cose non vanno”, forse dovremmo cercarlo nel potere che ha di ridimensionare un problema come la violenza sulle donne e sui bambini al quale non siamo disposti di cercare davvero una soluzione definitiva, perché significherebbe mettere in discussione troppo di ciò che siamo abituati a ritenere necessario e “naturale”.

Quali siano esattamente le ragioni del suo successo dell’alienazione genitoriale, io non lo so. Quello che so è che non hanno niente a che fare con qualsiasi discussione razionale si possa fare sulla questione.

Il che rende estremamente frustrante, per me, trovarmi a denunciare l’ennesimo caso di palese ingiustizia nei confronti di chi è a rischio di rivittimizzazione, perché ormai sono consapevole che finirà del dimenticatorio proprio come tutti quelli che lo hanno preceduto, mentre a breve salterà fuori un attore del cinema, una star delle fiction o un ospite fisso dei talk show disposto a mettere la sua faccia e la sua influenza a servizio della solita storiella sui genitori immaturi che confliggono e il povero bambino manipolato.

Per approfondire:

Trouble in the Family Court – prima parte

Trouble in the Family Court – seconda parte

Trouble in the Family Court – terza parte

Trouble in the Family Court – parte quarta

Trouble in the Family Court – parte quinta

I Tribunali mettono in pericolo i bambini – prima parte

I Tribunali mettono in pericolo i bambini – seconda parte

I Tribunali mettono in pericolo i bambini – terza parte

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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12 risposte a La verità indicibile

  1. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    Great article! Shonagh

  2. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    Just wondering – for women’s day would you be interested in giving a presentation on this in English? For this group I’m part of, at FAO? If not this March then some other time? Shonagh

  3. Irene ha detto:

    Questi casi mi ricordano sempre quelli di adozioni finite male, o di bambini tolti ai genitori non perché li maltrattassero, ma perché erano poveri o disoccupati o cose del genere, di cui parla Natalia Ginzburg nel suo libro “Serena Cruz o la vera giustizia”. Il punto comune tra questi casi degli anni Ottanta e Novanta e quelli di oggi è la mentalità secondo cui i bambini non sono persone, ma pupazzi di cui si può disporre a proprio piacimento, senza diritti, checché dicano le leggi, e con il dovere di non dare fastidio agli adulti e fare quello che loro vogliono. Nel libro, Natalia Ginzburg citava una sentenza tremenda della cassazione, che diceva testualmente agli operatori sociali di non tenere in nessun conto la sofferenza dei genitori e dei bambini nei casi di separazione forzata e non giustificata da maltrattamenti, perché ciò che importava era il futuro dei bambini: una sentenza che si commenta da sola. La pedofilia è l’espressione più estrema di questa mentalità, e il linguaggio terrificante dei provvedimenti giudiziari di questi anni (“deprogrammare”, “resettare”) la esprime perfettamente. Aggiungiamo la reazione patriarcale al femminismo e si capisce perché non si riesce a smascherare la menzogna della PAS. Però credo anche che su questo le associazioni femministe non si siano fatte sentire abbastanza. Correggimi se sbaglio, ma non mi sembra che sia stata mai fatta una manifestazione di denuncia o di protesta sul tema, o che sia venuto fuori nelle manifestazioni del 25 novembre e dell’8 marzo. Bisogna agire su vasta scala e in fretta, e per quanto mi riguarda sono pronta a fare la mia parte. Un’ultima osservazione: questa strategia patriarcale contro i bambini è destinata comunque al fallimento, perché le sue vittime diventeranno maggiorenni e potranno far sentire la loro voce, e in ogni caso diventeranno dei ribelli, com’è successo già in altri paesi. Il sistema patriarcale si sta covando serpi in seno senza rendersene conto. Anche Serena Cruz è tornata dai suoi genitori adottivi il giorno stesso in cui ha compiuto diciott’anni e ha detto che con lei i giudici sono stati senza cuore. Succederà la stessa cosa anche in questi casi.

  4. Paolo ha detto:

    concordo

  5. IDA ha detto:

    Sul caso di Lucca, il provvedimento di allontanamento del minore dalla madre, è stato sospeso o ho capito male io??

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