Pregiudizi e comprensione del testo

Da giorni ormai, da quando ho iniziato a diffondere tramite la pagina facebook articoli sugli eventi di Francavilla al Mare, uno sparuto gruppo di commentatori li correda di articoli su figlicidi commessi da donne.

In questo esempio potete vedere un esempio delle “conversazioni” cui vi accennavo.

L’articolo postato è un articolo di Nadia Somma, nel quale l’autrice critica aspramente un commento pubblicato su Avvenire. Ad essere posto sotto accusa è (cito da Somma) “Un punto di vista pericoloso e iniquo che pone sullo stesso piano l’assassino e le vittime con uno sfregio alla verità e alla giustizia“, ma soprattutto la mancanza di “empatia per la sorte di Marina e Ludovica”, le vittime di Fausto Filippone, che vengono a malapena citate in un testo che rivolge tutta la sua “misericordia immensa” (sono le esatte parole usate da Marina Corradi) alla figura del “pover’uomo” (cito sempre testualmente), descritto come un “soldato” (davvero arduo comprendere il perché, visto che Fausto Filippone non era un militare) che lotta strenuamente per la sua vita contro “forze immani” (immane: di enorme grandezza o portata, con un senso accentuato di minaccia e crudeltà). Non ci è dato sapere quali fossero, queste “forze” che l’avevano precedentemente “spinto all’inaudito: uccidere la figlia”.

Nadia Somma giustamente rileva che espressioni melodrammatiche come “L’epilogo della tremenda battaglia“, che descrivono la morte di Fausto Filippone in modo da farlo apparire agli occhi di chi legge un eroe da tragedia, sono “uno sfregio alla verità e alla giustizia.”

Il commentatore, che si presenta con questa immagine del profilo:

[se vi interessa il quadro da cui è tratto un dettaglio è la Calunnia, di Sandro Botticelli]

risponde con un articolo de il Caffé dei Castelli Romani, sostenendo (supportato dal Marmotta, che accusa di partigianeria e vigliaccheria chiunque non condivida il loro punto di vista) che la vicenda avvenuta a Cecchina, frazione di Albano, sia narrata coi medesimi toni usati da Marina Corradi.

Andiamo a vedere le parole usate dal Caffé per descrivere l’autrice del figlicidio:

  • Una donna marocchina di 43 anni ha ucciso la figlia di 18 con diverse coltellate di cui una alla gola, ha dato fuoco alla casa e si è suicidata gettandosi dal terrazzo del quarto piano. L’episodio sarebbe accaduto al culmine di una lite.
  • Di recente, da quanto è stato ricostruito, erano sempre più frequenti le liti tra madre e figlia, la ragazza soffriva di un forte stato ansioso e in più occasioni anche a scuola erano dovuti intervenire le forze dell’ordine e i sanitari del 118 per calmarla e farla trasportare al pronto soccorso di Albano.

Da nessuna parte, mi risulta, la “donna marocchina di 43 anni” diventa una “povera donna”, né tantomeno una soldatessa che combatte estenuanti ed impari battaglie contro misteriose ed immani forze avverse responsabili del suo orrendo gesto in sua vece; nessuno invoca per lei la nostra pietà.

Nel riportato commento dei servizi sociali alla vicenda, seppure si accenni vagamente alla generica necessità di supportare “i membri più fragili della nostra comunità“, si sottolinea che la famiglia “non aveva denunciato situazioni di disagio e che non aveva mai sentito il bisogno di rivolgersi ai Servizi Sociali”, una frase che ci fa capire che, anche se i servizi sociali della zona sono pronti a farsi carico dei “bisogni e le situazioni più critiche”, è di fatto impossibile aiutare chi non ha mai chiesto aiuto.

Ciò di cui queste “situazioni di disagio“, hanno bisogno, è l’occhio attento di “una comunità coesa” che permetta il tempestivo intervento delle istituzioni dedicate, ad fine di prevenire simili orrendi delitti.

Insomma, a me sembra che, piuttosto che chiedere misericordia per l’assassina, questo articolo si sforzi di sollecitare una sorta di responsabilità collettiva nei confronti di tutti quei segnali che possono far presagire una situazione familiare caratterizzata dalla violenza.

Io credo che ci sia una grande differenza nel tono e nelle scelte lessicali fra l’articolo de il Caffé e quello pubblicato da Avvenire, una differenza che va a confutare proprio la tesi espressa da questo gruppetto di commentatori:

Ma l’incompetente, senza palle, vigliacca e partigiana potrei essere io, per carità.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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3 risposte a Pregiudizi e comprensione del testo

  1. Cinzia ha detto:

    Ora sappiano che “le immani forze” che si agitavano in questo integerrimo manager erano: cocaina.

  2. Paolo ha detto:

    riccio hai totalmente ragione

  3. Serenando ha detto:

    Premetto: hai totalmente ragione.
    Però se prendiamo questa metafora del “soldato caduto”, e -dandola per veritiera- la applichiamo poi al caso concreto, vengono fuori profili molto interessanti -paradossali e surreali- di chi questa metafora la ritiene davvero valida…

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