Il Callicebo e l’affido condiviso

Era il 2013, quando l’avvocato Simone Pillon (recentemente balzato agli onori della cronaca per la sua battaglia contro la stregoneria) e il dottor Vittorio Vezzetti promuovevano la riforma della legge 54/2006.

Domani saranno nuovamente a Roma col medesimo progetto, ma con nuovi partner, sebbene definirli “nuovi” non sia del tutto corretto: l’impegno dell’Onorevole Bonafede a fianco delle associazioni di padri separati è tutt’altro che una novità, visto che, sempre nel 2013 aveva presentato un’interrogazione parlamentare parlando di residenze partagée paritaire, mentre la Senatrice Gallone fu la relatrice in Commissione Giustizia al Senato del disegno di legge 957, che 10 anni fa proponeva l’introduzione nel nostro ordinamento del termine Pas (sindrome da alienazione genitoriale). A proposito di alienazione genitoriale, la presenza del professor Camerini ci rassicura sul fatto che l’ex-sindrome sarà di sicuro uno degli temi della giornata.

Insomma, le cose non sembrano cambiate molto da allora, c’è persino un nuovo (si fa per dire) articolo del dottor Vezzetti, volto a promuovere “l’affido materialmente condiviso” come soluzione al problema della traumatica “perdita dei genitori” a causa del divorzio.

Secondo il dottor Vezzetti, che cita la Svezia come esempio virtuoso, il maggiore coinvolgimento paterno dei padri svedesi sarebbe da attribuire alle modalità di affido dei figli per le famiglie separate. Dimentica, il dottor Vezzetti, che la Svezia – per favorire la parità fra uomini e donne nei confronti del lavoro di cura della prole – ha adottato ben altre misure:

“Già nel 1974 quando la Svezia ha introdotto il congedo parentale, la legge era uguale per donne e uomini. Fino ad ora questa opportunità non era mai stata offerta agli uomini e la riforma svedese era quindi unica a livello storico ed internazionale. Anche se la percentuale di congedo di paternità che veniva fruito dai padri inizialmente raggiungeva solo il 0,5%, possiamo certamente dire che era un grande passo per una società con più parità tra i sessi e da allora i numeri sono sempre in aumento. Oggigiorno [l’articolo è del 2015], i padri svedesi usano un quarto del congedo parentale in totale e la tendenza mostra che i numeri continuano a salire. Secondo i dati dell’Istituto svedese di previdenza sociale Försäkringskassan, dal 2014 il 90% dei padri svedesi aveva fruito di almeno un giorno del congedo spettante, di cui il 71% ne aveva fruito di almeno due mesi. (…) Oggi, in Svezia, le famiglie con un neonato o un bambino adottato hanno diritto a 480 giorni di congedo parentale pagato. Fra questi, 90 giorni sono riservati alla madre e 90 giorni al padre [in Italia i giorni riservati ai padri sono 4 e solo da quest’anno], ma i restanti giorni possono essere divisi liberalmente tra i genitori. Per accelerare lo sviluppo della parità di genere è stato introdotto nel 2008 il cosiddetto Jämställdhetsbonus, il bonus dell’uguaglianza di genere, un contributo finanziario in più per i genitori che condividono il congedo parentale equamente.”

Non potrebbe essere il sempre maggiore coinvolgimento paterno prima della separazione l’elemento in grado di influenzare il minor rischio di abbandono della prole dopo la separazione?

L’articolo del dottor Vezzetti non prende in considerazione questa possibilità.

D’altronde questo genere di “parità materiale” – la reale e concreta condivisione degli oneri fra uomini e donne – non interessa né associazioni come i Colibrì, né tantomeno l’attuale Governo, che continua ad esprimersi in termini di “politiche per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro ”.

Eppure, è proprio il carico di lavoro familiare, insieme alla cronica carenza di servizi alla famiglia, che impedisce alle donne di affermarsi nel mondo del lavoro e colmare quel gap di genere che le rende molto più vulnerabili dei loro partner di sesso maschile.

Purtroppo, della vulnerabilità delle donne abbiamo ormai perso ogni consapevolezza, anche a causa di una martellante propaganda che è riuscita non solo ad occultare l’effettiva portata del lavoro domestico e di cura – che tanti sacrifici costa alle donne in termini di reddito e qualità della vita – ma è riuscita addirittura a ribaltare la frittata, creando l’illusione collettiva che i padri siano vittime di un contesto sociale discriminatorio che li depriva della possibilità di un trattamento equo in sede di divorzio.

I tempi della famiglia sono tempi delle donne, ce lo dicono gli studi sull’uso del tempo e lo riafferma l’attuale coalizione al Governo. O almeno, lo sono e continueranno ad esserlo fino alla separazione: dopo, per il bene dei bambini (ma prima come stavano?), è importante che siano condivisi al 50%.

Sulla carta.

Se ci andiamo a leggere l’articolo da cui è tratto lo screenshot, ad esempio, scopriamo che “è stato accolto il ricorso di un padre a cui era stato negato l’affidamento condiviso della figlia. L’affidamento condiviso non era stato concesso perché i due ex-coniugi si trovavano in una situazione di forte conflitto e perché l’uomo si disinteressava della figlia, con ciò determinando il rifiuto della minore di vedere il padre.

Come osservato da un articolo francese che ho pubblicato tempo fa, in questo caso l’affido condiviso ha ben poco a che fare con la reale e concreta la presa in carico dell’accudimento dei figli: esso ha un valore meramente simbolico, funzionale ad assicurare l’esercizio dell’autorità paterna; grazie al paravento dell’apparente equità affermata dall’uso improprio della parola “condivisione”, il padre, a dispetto della sua dimostrata e dannosa negligenza, rimane titolare del suo potere decisionale, nonché della libertà di continuare a sottrarsi all’impegno concreto di genitore.

Dubito si possano ascoltare commenti a sentenze di questo tipo nel corso dell’evento di domani.

L’articolo del Vezzetti cita anche l’Australia e gli eccellenti risultati dal Family Law Act del 2006.

Risultati così eccellenti che, dopo un attento monitoraggio degli esiti, esso è stato modificato nel 2011 dal Family Law Legislation Amendment (Family Violence and Other Measures) Act.

Alla luce di tutte le ricerche condotte, oltre ad eliminare la friendly parent provision (criterio dell’accesso, in Italia), il Family Law Legislation Amendment (che come sottotitolo porta “misure riguardanti la violenza domestica”), ha modificato le definizioni di “violenza domestica” e “abuso”, imponendo che la priorità, quando si tratta di decidere per l’affidamento di un minorenne coinvolto in una separazione, debba essere la sua incolumità. La parola usata in inglese è “safety”, intesa come “freedom from risk” (libertà dal rischio). Il bambino deve essere innanzi tutto essere protetto da ciò che può costituire un rischio concreto per la sua vita e per il suo benessere. Questo perché, spiega il magistrato David Halligan in una guida alla riforma per gli operatori: “the emphasis on maintaining parental relationships after separation and the friendly parent provisions have lead to matters of family violence and child abuse being given inadequate importance or consideration.

L’enfasi sulla bigenitorialità e sul concetto di “friendly parent” ha portato i tribunali a dare scarsa importanza e inadeguata attenzione al problema della violenza domestica e del maltrattamento dei bambini.

Scrivevo, nel 2013:

Il potenziale progressista contenuto nell’idea di ripartizione delle responsabilità genitoriali tende ad essere rovinato dal modo in cui viene recuperato da un movimento reazionario che cerca semplicemente di attribuire più potere agli uomini. [..] Dopo essere stato un ideale progressista all’inizio del movimento femminista, il concetto di bigenitorialità sembra essere diventato un cavallo di Troia [..] Questi recenti sviluppi possono essere interpretati come parte di un processo di ricostruzione del patriarcato”.

Lo scrivevo allora, e lo penso ancora oggi.

Soprattutto quando mi trovo costretta a leggere, in questi giorni, commenti come questo:

Ci sarebbe molto e molto altro da dire, se non fosse che da qualche parte, in questo blog, l’ho già detto.

Vi lascio con una piccola nota di colore, perché è importante non dimenticarsi mai di sorridere, anche in tempi tanto bui.

In un passo del suo “nuovo” articolo, il dottor Vezzetti ci parla di animali. Il suo intento è mostrare come la perdita di una figura genitoriale danneggi fisicamente anche altre creature oltre l’uomo. Peccato che, come sovente gli capita, non sappia cosa sta citando.

Il dottor Vezzetti, alla ricerca di animali monogami che condividono la cura della prole, si è imbattuto in uno studio sul callicebo, una scimmia sudamericana.

Una scimmia monogama, verissimo, ma che condivida la cura della prole proprio non lo si può affermare:

L’aspetto più curioso di queste scimmie, infatti, è che il caregiver primario non è la madre, bensì il padre: In natura, i neonati vengono trasportati esclusivamente dal maschio, tranne durante la pulizia e l’allattamento da parte della madre. In cattività, i piccoli vengono trovati per la maggior parte del tempo in contatto con il padre e l’interazione con la madre è descritta come infrequente. A partire dalla prima settimana di vita, il padre diventa il portatore predominante del piccolo e la madre lo tiene solo per il 20% del tempo la prima settimana dopo il parto. Il ruolo di portatore è pienamente assunto dal padre entro alcune settimane dalla nascita.

Mi scuso con i callicebi per essere stati, loro malgrado, coinvolti in queste umane e incresciose vicende.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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12 risposte a Il Callicebo e l’affido condiviso

  1. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    😱

  2. Irene ha detto:

    Questo governo ci riporterà dritti dritti al Medioevo, sempre che l’incompetenza dei suoi componenti non lo faccia crollare in tempi brevi. Bisognerà fare qualcosa, ma cosa?

  3. Massimo Lizzi ha detto:

    Non credo che siamo in presenza di un principio giusto poi usato in modo sbagliato e reazionario. La bigenitorialità è un principio sbagliato in sé, perché puramente razionalistico, come molte cose della cultura progressista.

    • La convenzione sui diritti del fanciullo, (New York 20 novembre 1989), recita nel suo preambolo: “che il fanciullo, ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare in un clima di felicità, di amore e di comprensione” riconoscendo che “la famiglia, unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli, deve ricevere la protezione e l’assistenza di cui necessita per poter svolgere integralmente il suo ruolo nella collettività”, ma afferma anche che “le autorità competenti” possano decidere, “sotto riserva di revisione giudiziaria e conformemente con le leggi di procedura applicabili, che questa separazione [la separazione dalla famiglia] è necessaria nell’interesse preminente del fanciullo.” Specifica anche che “Una decisione in questo senso può essere necessaria in taluni casi particolari, ad esempio quando i genitori maltrattino o trascurino il fanciullo oppure se vivano separati e una decisione debba essere presa riguardo al luogo di residenza del fanciullo.”
      Insomma, il diritto riconosce che le istituzioni non debbano intervenire – se non in modo costruttivo (ovvero protezione e assistenza) – a turbare l’ambiente “naturale” del bambino (la sua famiglia), a meno che un intervento non si renda necessario “nell’interesse preminente del fanciullo”.
      L’articolo 9 dice esplicitamente: “Gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi, di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i suoi genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse preminente del fanciullo.”
      La bigenitorialità modifica questi principi generali affermando che rimanere in contatto con entrambi i genitori è esso per primo un “interesse preminente” del fanciullo, interpretazione non del tutto corretta, secondo me, perché l’interesse preminente del fanciullo è ben specificato nel preambolo, ed è, oltre ovviamente il diritto alla vita (un principio che è capitato cozzasse con quello alla bigenitorialità, purtroppo), lo “sviluppo armonioso e completo della sua personalità”.
      Ciò che gli articoli pseudoscientifici proposti negli anni dalle più svariate associazioni ci dicono è che questo sviluppo armonioso e completo è possibile solo se sono presenti e in modo “paritario” entrambi i genitori biologici, e che ogni altra “sistemazione” (se così si può dire) comporti necessariamente dei problemi.
      Quest’idea, oltre a non essere necessariamente vera (noi tutti saremmo il frutto di generazioni e generazioni di esseri umani non armoniosamente sviluppati, visto che per secoli la nostra società è stata caratterizzata da una rigida suddivisione del lavoro, che ha delegato quello di cura della prole alle sole donne), comporta – come hanno dimostrato i disastrosi risultati di riforme analoghe (https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/12/11/il-diritto-di-visita-del-genitore-abusante/)- che chi è chiamato a decidere in merito al “preminente interesse del minore”, identifichi quest’espressione con la bigenitorialità, dimenticandosi di altri diritti del bambino: la sua incolumità, il suo benessere, il suo diritto a vivere “in un clima di felicità, di amore e di comprensione”.
      Per quanto sia vero il più delle volte che il genitore è la persona atta a creare un ambiente il più possibile felice, amorevole e teso alla comprensione delle esigenze di un bambino, accade anche che non sia così, e compito delle istituzioni non è solo quello di preservare il legame fra genitori e figli, ma anche prendersi la responsabilità di non preservarlo, se la decisione è presa a tutela del bambino.
      Per questo motivo la Spagna, un altro dei paesi citati da Vezzetti, ha recentemente varato una legge della quale Vezzetti omette di parlare: https://www.ilpost.it/2017/07/28/spagna-accordo-violenza-donne/ “È stato stabilito poi che non possa esserci alcuna custodia condivisa con i padri violenti.”
      Una legge a tutela dei bambini che noi, in Italia, ancora non abbiamo.

      • La famiglia, nella convenzione, è indicata come “ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli”. “Naturale”, come abbiamo discusso anche altrove (ad esempio qui, proprio a proposito dei concetti di famiglia e di naturale: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/04/17/le-sentinelle-in-piedi/), non significa niente altro che si trova in natura, che è preesistente all’ordinamento giuridico. In altri termini, non è l’ordinamento che crea la famiglia, l’ordinamento può solo limitarsi a normarla, allo scopo di risolvere gli eventuali conflitti che la riguardano nel quadro di una serie di principi fondamentali stabiliti dalla comunità (il diritto alla vita, ad uno sviluppo armonioso, ecc.).
        Dal punto di vista giuridico, non tutto ciò che è naturale è anche necessariamente legittimo. Perché? Perché stabilire che ciò che è naturale è anche necessariamente giusto renderebbe inutile l’esistenza di un ordinamento. Per questo l’ordinamento può e deve intervenire a modificare lo stato “naturale” delle cose, se questo è in conflitto con i principi che ci siamo dati. A meno di non mettere in discussione i principi che ci siamo dati, il che, ovviamente, è sempre possibile.

  4. Paolo ha detto:

    sono d’accordo con te

  5. Morgaine le Fèe ha detto:

    Ben detto Ricciocorno a proposito della Svezia.
    Qui i padri stanno a casa alcuni mesi con i figli, li portano in giro col passeggino, li nutrono, ci giocano, si prendono l’onore e l’onere di stare a casa dal lavoro e curarli quando sono malati, vanno ai colloqui con gli insegnanti, eccetera.

    I dottor Vezzetti di turno risulteranno credibili solo quando si batterranno per l’equa ripartizione dei congedi parentali, prima dell’eventuale separazione, non dopo. Ipocriti fino all’osso.

    • Non mi riesce proprio di prendere “sul serio” le istanze di questa gente. Se penso che Simone Pillon è co-fondatore del comitato organizzatore della manifestazione cattolica Family Day e si fa fotografare orgoglioso accanto a Costanza Miriano, l’autrice di “Sposati e sii sottomessa”…

  6. PrimaveraEstate ha detto:

    Ti cito Riccio:
    La famiglia, nella convenzione, è indicata come “ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli”. “Naturale”, come abbiamo discusso anche altrove (ad esempio qui, proprio a proposito dei concetti di famiglia e di naturale: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/04/17/le-sentinelle-in-piedi/), non significa niente altro che si trova in natura, che è preesistente all’ordinamento giuridico. In altri termini, non è l’ordinamento che crea la famiglia, l’ordinamento può solo limitarsi a normarla, allo scopo di risolvere gli eventuali conflitti che la riguardano nel quadro di una serie di principi fondamentali stabiliti dalla comunità (il diritto alla vita, ad uno sviluppo armonioso, ecc.).

    E questo è un punto sul quale non avrei saputo parlare meglio di te, condivido totalmente quello che hai scritto

    Dal punto di vista giuridico, non tutto ciò che è naturale è anche necessariamente legittimo. Perché? Perché stabilire che ciò che è naturale è anche necessariamente giusto renderebbe inutile l’esistenza di un ordinamento.

    Qui hai parlato e espresso un concetto che (te lo scrivo dal mio punto di vista) è proprio quello di una strega, nel senso di creatura che si basa sui principi naturali e le sue leggi, anzi ancor meglio hai espresso un pensiero matriarcale.

    Poi scrivi:
    Per questo l’ordinamento può e deve intervenire a modificare lo stato “naturale” delle cose, se questo è in conflitto con i principi che ci siamo dati. A meno di non mettere in discussione i principi che ci siamo dati, il che, ovviamente, è sempre possibile.

    Possibile ma assai difficoltoso visto che tali principi oggi assumono una forma perentoria (la caccia alle streghe… non è una battuta questa cosa a parte che non è mai terminata perché strega è donna e non per costrutto sociale questo il mio punto di vista ma la donna autodeterminata è strega perché converte un loro odio, questa “caccia” detta in modo diretto è solo l’emergere di un odio verso il femmineo che ora non si nasconde più, prima veniva mitigato, si mostrava con un altro volto, si ammantava, con diverse maschere, adesso lo esprimono proprio in modo diretto ma è ciclico nella misoginia e nelle stratificazioni sociali quando il loro sistema va in crisi pesante stringono la morsa delle libertà altrui specie delle donne ecco che riesce questo volto, a dimostrazione che il loro costrutto sociale nasce malato).

    Ti auguro una buona domenica.

  7. AlexMC ha detto:

    Temo che molti di voi, a cominciare dalla giornaletti sta, non abbiano figli e abbiano avuto dei genitori orribili. Non si spiega altrimenti la vostra evidente ignoranza emotiva.

  8. Trebisonda ha detto:

    Di impulso scrivo appena letto il tuo articolo poi leggero i commenti come ha fatto in tutti i siti che riguardano questo DDL che ho notato sono quasi tutti di uomini che dicono che noi donne gli sfruttiamo come bancomat, che siamo criminali, che facciamo false accuse di violenza ecc ecc. Ho un figlio con una persona che mi ha fatto per decenni violenza fisica e psicologica, fa uso di sostanze, beve e ha una vita promisqua. Non sto dormendo serenamente da quando sono rimasta incinta (mea culpa che non ho usato precauzioni perché credevo per delle mie patologie non potessi) e dormo ancora peggio dalla nascita dopo aver capito che avevo fatto un enorme cazzata a farla riconoscere e dopo aver scoperto il resto del marcio che lui e la sua famiglia mi avevano nascosto per avere questa nipote. Io con questa storia della bigenitorialità non sento tutelata mia figlia e temo per la sua incolumità, non tanto per la mia perché ho sempre pensato di finire in una puntata di romanzo criminale. Sono seguita da una psicoterapeuta da circa un anno, più ho meno da quando ho avuto il coraggio di dire basta per tutelarla. La quale mi ha spiegato cosa mi era successo e perché ero rimasta incastrata in questa relazione. Solo mia figlia è stata la mia salvezza perché da quando è nata ho iniziato a pensare alla sua tutela. Ne l’affido di prima ne il nuovo DDL sono a tutela dei bambini perché la violenza viene messa da parte e prevaricata dalla bigenitorialità, e guai a dire che sei in disaccordo perché passi da persona che vuole fare alienazione parentale. La fortuna del padre di mia figlia è non aver mai sporto denuncia contro lui e presumo che 100% questo andrà contro mia figlia e la sua incolumità. Spero che quel poco che ho è i miei racconti siano sufficienti anche se so che molto probabilmente non lo saranno visto queste teste ben pensanti. A questo punto non mi resta che pregare che gente come me e chi ci sostiene faccia rumore perché tutto ciò non accada. Di me non me ne importa niente tanto con lui avevo messo già una croce sulla mia vita ma di mia figlia mi preme la sua incolumità fisica e mentale.

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