Laura e le altre

“…quello che maggiormente rimpiangevo erano i miei silenzi. Di cosa mai avevo avuto paura? Domandare o parlare secondo il mio pensiero poteva significare sofferenza, o morte. Ma tutti quanti siamo costantemente feriti in così tanti modi, e il dolore cambia, o finisce. La morte, d’altra parte, è il silenzio finale. E ormai poteva arrivare in fretta, senza stare a guardare se avevo detto ciò che era da dire, o mi ero soltanto tradita con piccoli silenzi, mentre aspettavo il giorno in cui avrei parlato, o che qualcun altro parlasse per me. E ho cominciato a riconoscere dentro di me una fonte di potere che viene dalla conoscenza che, anche se non avere paura è molto desiderabile, prendere le distanze dalla paura mi dava una grande forza.
Sarei morta, se non ora più tardi, che avessi parlato o no. I miei silenzi non mi hanno protetta. Il vostro silenzio non vi proteggerà. Ma con ogni parola reale pronunciata, con ogni mio tentativo di dire quelle verità che ancora vado cercando, io avevo stabilito un contatto con altre donne, avevamo preso insieme in esame le parole per esprimere un mondo in cui tutte crediamo, costruendo un ponte sulle nostre differenze. E sono state l’attenzione e l’affetto di tutte quelle donne a darmi forza e a mettermi in grado di esaminare le cose essenziali della mia vita. Per quelle di noi che scrivono, è necessario non solo prendere in esame la verità di quel che diciamo, ma la verità del linguaggio con cui lo diciamo. … Perché è solo così che possiamo sopravvivere, prendendo parte a un processo vitale che è continuo e creativo, che è crescita. … Possiamo imparare a lavorare e parlare quando abbiamo paura nello stesso modo in cui abbiamo imparato a lavorare e parlare quando siamo stanche. Perché la società ci ha insegnato a rispettare più la paura che il nostro bisogno di linguaggio e definizione, e mentre aspettiamo in silenzio il lusso finale del non aver più paura, il peso di quel silenzio ci soffocherà.”

Audre Lorde

Sappiamo che gli autori di violenza domestica stanno usando i tribunali di famiglia per continuare a controllare e abusare delle vittime, e che gli atteggiamenti sessisti radicati all’interno dei tribunali consentono tale abuso.”

Katie Ghose, amministratrice delegata di Women’s Aid

Il 10 novembre più di 150 mila donne in tutta Italia sono scese in piazza per manifestare il loro dissenso: la mobilitazione generale contro il ddl Pillon è stata “una manifestazione di denuncia” ha dichiarato Laura Boldrini, “perché ogni tre giorni una donna viene uccisa per mano di chi dovrebbe amarla, quindi è violenza mascherata da amore. Ma poi è anche una manifestazione di protesta contro un governo oscurantista, maschilista, che fa i tagli sulla pelle delle donne: i tagli della legge di bilancio penalizzano i fondi per le politiche di genere, il fondo antitratta, il fondo per le vittime di violenza e il fondo per gli orfani di femminicidio. Una vergogna. Questa piazza dice tante cose e la politica dovrebbe ascoltare questa piazza perché le donne sono le prime a dire no. Ma sono tanti anche i comitati no-Pillon in tutta Italia: non si può non capire che bisogna ricominciare da questo tipo di mobilitazione che è vera, che è reale, che si tocca, ma che non riesce ad avere un contenitore politico perché queste persone vorrebbe fare la loro parte contro l’onda populista e sovranista ma non si ritrovano nei partiti di oggi.”

I sostenitori del Senatore Pillon hanno risposto scendendo in piazza in occasione della manifestazione della Lega a Roma:

Quanti sono, 40? Io riesco a contarne 44.

44 “orgogliosi del loro impegno” – leggiamo sulla pagina Mantenimento Diretto – e determinati a scrivere “la storia della riforma dell’affido condiviso contribuendo al progresso civile e morale del nostro paese.

Sicuramente questa è la prima volta che il movimento dei papà separati trova pieno appoggio da una coalizione di governo; una coalizione che continua, a dispetto della mole di argomenti esposti in questi mesi, a mostrarsi decisa a varare una riforma dell’affido. Infatti, se i comitati no Pillon chiedono a gran voce che il disegno di legge venga ritirato, la soluzione prospettata è quella delle modifiche: “si sta lavorando senza sosta, in collaborazione con il ministero della Famiglia che ha la delega a infanzia e adolescenza, per migliorare il testo”, leggiamo su Il Sole 24 Ore.

Non possiamo fingere che non fosse una tragedia annunciata: al di là delle innumerevoli volte in cui il Ministro Salvini si è dichiarato, negli anni, solidale con il dramma dei poveri papà, le loro istanze erano espresse chiaramente nel contratto di governo.

Saranno anche solo uno sparuto gruppetto, ma sono un gruppetto che è prossimo a raggiungere i suoi obiettivi.

E questo perché il loro successo non dipende dal riscontro che in questo momento trovano in un governo che ha fra i suoi ministri quella Giulia Bongiorno che già tre anni fa proponeva una norma sull’alienazione genitoriale, ma perché le loro proposte si collocano in un ambito che da parecchio tempo è il terreno più adatto per condurre una guerra ai diritti di donne e bambini: la separazione, il divorzio, l’affidamento dei minori coinvolti.

Il ddl 735 non è un fulmine a ciel sereno, un colpo gobbo, un’idea balzana partorita da un fanatico rappresentante del Family Day: è solo la legittimazione di ciò che rapsodicamente già avviene in molti dei nostri tribunali, allo scopo di renderla prassi consolidata in tutti quei casi che gli addetti ai lavori amano definire (spesso sbagliando) separazioni conflittuali.

 

L’ordinanza pubblicata dal sito Studio Cataldi ce ne offre un recentissimo esempio:

Ritenuto che: gli accertamenti scrupolosi ed approfonditi compiuti dalla CTU restituiscono un quadro di grave pregiudizio a carico dei minori; Minore rappresenta epicentro e polarizzazione di un’intensa «campagna di denigrazione, caratterizzata da razionalizzazioni deboli superficiali e assurde, scenari presi a prestito, mancanza di ambivalenza, appoggio automatico alla madre nel conflitto genitoriale, assenza di senso di colpa per la crudeltà e l’insensibilità perpetrata nei confronti del padre». La bambina si fa portatrice di un rifiuto nei confronti del padre, largamente immotivato e del tutto sproporzionato rispetto alle mancanze che attribuisce al genitore, che, nonostante il monitoraggio della c.t.u., è andato peggiorando fino a diventare totale. Al di là delle questioni circa il consenso della comunità scientifica in ordine alla Sindrome da Alienazione Parentale, è del tutto evidente che la grave situazione in cui versa, connotata da una sostanziale elisione della figura paterna, richiede di essere affrontata e risolta con urgenza, onde evitare che evolva verso l’irreversibilità…

 

Come si evince dal confronto di quanto esposto dalla CTU in merito a questa bambina con i “criteri” elencati dal Pingitore e Camerini sul numero bimestrale di Psicologia Contemporanea Maggio-Giugno 2015 e i “sintomi” di Richard Gardner, il “quadro di grave pregiudizio” di cui si parla altro non è che la sindrome d’alienazione genitoriale (o alienazione genitoriale, o qualunque altro nome decidano di dargli i suoi fan):

  • campagna di denigrazione (criterio 1 e sintomo 1)
  • razionalizzazioni deboli (criterio 2 e sintomo 2)
  • scenari presi a prestito (sintomo 7)
  • mancanza di ambivalenza (criterio 3 e sintomo 3)
  • appoggio alla madre nel conflitto (criterio 4 e sintomo 5)
  • assenza di senso di colpa (criterio 5 e sintomo 6)

Altrove, nell’ordinanza, si parla della sua “situazione psicopatologica”. In parole povere, questa bimba sarebbe malata, e poco importa che il “disturbo” che le viene attribuito non trovi “consenso nella comunità scientifica”, perché, sostiene il giudice, esso è “evidente”.

Ma le cose non stanno proprio così. Una psicopatologia non è evidente di per sé, non è che, osservando un soggetto, persone che non hanno alcun titolo per farlo possono decretare: “ehi, è evidente che sei uno schizofrenico paranoide!”

In realtà, lo “stato psicopatologico” è diventato “evidente” soltanto grazie al lavoro della CTU, che lo ha diagnosticato sulla base di una letteratura che è stata definita, nel 2012, priva di “sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca” e di  “rilevanza clinica” dal Sottosegretario di Stato per la salute.

E’ a causa della consulenza, soltanto a seguito della consulenza – che ha stabilito che la bambina deve essere “curata” – che è stata decisa la collocazione presso una casa famiglia, nel corso della quale la bambina “non avrà alcun tipo di contatto con la madre e con la famiglia di origine materna, nemmeno telefonico”. Dopo 30 giorni di confinamento, durante i quali le saranno concessi contatti soltanto col padre, la bambina sarà collocata presso di lui. La ripresa dei rapporti fra la madre e la figlia – che sarà presa in considerazione solo dopo che questa avrà fatto rientro presso la casa paterna – dipenderà “dall’evolversi della sua situazione psicopatologica”.

Quella che viene applicata altro non è che la terapia della minaccia, o trattamento di deprogrammazione, una “terapia” che è l’espressione dell’interesse di una delle parti in un contenzioso legale e può essere dannosa per l’autonomia e il benessere del bambino che vi è sottoposto, a prescindere dalle ragioni che hanno deteriorato il rapporto fra il bambino e il genitore rifiutato.

Per farvi un’idea delle modalità con cui viene condotta, potete leggere qui la testimonianza di un ragazzo che l’ha vissuta in prima persona, un ragazzo che, una volta libero, ha dato il nome ad una proposta di legge mirata a tutelare i bambini che rischiano l’inferno che lui ha vissuto in prima persona.

Quanto deciso dal giudice nel caso di Brescia corrisponde perfettamente a quanto previsto dal ddl 735:

All’articolo 342-bis del codice civile (Ordini di protezione contro gli abusi familiari) dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
“Quando in fase di separazione dei genitori o dopo essa la condotta di un genitore è causa di grave pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari, ostacolando il mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore e la conservazione rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, il giudice, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui agli artt. 342 ter e 342 quater. I provvedimenti di cui a quest’ultimo articolo possono essere applicati – nell’esclusivo interesse del minore – anche quando – pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori – il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo ad uno di essi.

Se andiamo a leggere i provvedimenti proposti dal ddl 735 e li paragoniamo a quelli predisposti dall’ordinanza, possiamo verificare che sono identici:

Il giudice, nei casi di cui all’articolo 342-bis, può in ogni caso disporre l’inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore oppure limitare i tempi di permanenza del minore presso il genitore inadempiente, ovvero disporre il collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata

Non fraintendetemi, non è mia intenzione svuotare di senso la giusta battaglia dei comitati no Pillon, tutt’altro.

Ciò che voglio sottolineare è che la battaglia che tutte quelle donne scese in piazza il 10 novembre combattono non è contro un qualcosa che rischia di compiersi in un prossimo futuro, al momento dell’approvazione di un più o meno modificato disegno di legge, ma è una battaglia contro un insieme di pratiche che già trovano applicazione nei nostri Tribunali.

Una battaglia che molte donne combattono nelle aule di giustizia, donne come la madre di Baressa, che da oltre un mese – si può leggere nel gruppo facebook a lei dedicato – non può abbracciare la sua bimba di soli tre anni, donne come Laura, che ha subito il medesimo verdetto descritto dall’ordinanza succitata e ha deciso di uscire allo scoperto, per raccontare ciò che gli articoli come quello pubblicato da Studio Cataldi non raccontano e provare a salvare suo figlio dalla deportazione forzata in un luogo nel quale non le sarà permesso raggiungerlo, neanche con una telefonata.

A quanto racconta Laura io non ho nulla da aggiungere.

Per aiutarla, potete firmare la petizione lanciata da Maison Antigone.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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20 risposte a Laura e le altre

  1. Irene ha detto:

    Firmata.

  2. Paolo ha detto:

    su questi temi concordo con te, su altre cose ci dividiamo ma non su questo

  3. UmbertoEchoJunior ha detto:

    Nè la ragione, nè la forza, Riccio, stanno necessariamente dalla parte di chi fa più numeri in piazza.
    La Boldrini fino a pochi mesi fa era a capo della Camera, ma ora è solo una deputata di minoranza. La maggioranza parlamentare, e di conseguenza il governo, sono nati da un’alleanza inaspettata; e tra le tante sorprese, c’è anche lo stato civile dei triumviri al governo (Conte, Salvini e Di Maio); due sono padri separati e il terzo non ha una famiglia sua.
    I piddini e la sinistra, dopo le elezioni perse, si sono chiesti (ma se lo sono chiesti davvero?…) dove e perché hanno perso tanto consenso; forse perché tanti elettori si sono stufati di certe posizioni ideologiche, dogmatiche, preconcette.
    La partita qui non la gioca lo “sparuto gruppetto” con lo striscione.
    Provate a guardare in rete gli articoli della rubrica Alleyoop de ilSole24ore, quelli che da mesi discutono sul ddl Pillon; date un’occhiata ai commenti dei lettori; vedrete quanti commenti ci sono, con riferimenti a vita vissuta: gli argomenti del ddl toccano da vicino ben più persone dei 44 gatti in piazza, e non solo le donne.
    Il ddl peraltro abbraccia molti più argomenti della sola alienazione. La risposta ideologica é “cancellate tutto”. Una risposta meno massimalista, è quella di approfondire ciascun capitolo e possibilimente affrontare le criticità, come sembra abbiano promesso diversi esponenti dei 5stelle (guarda caso il partito che in primavera ha primeggiato di gran lunga per voti).
    Prendiamo a esempio la questione della mediazione: a inizio di questa legislatura la senatrice del PD Vanna Iori, capogruppo in commissione Istruzione pubblica, professoressa tra l’altro di Pedagogia della famiglia e di Pedagogia della differenza di genere, ha presentato un suo disegno di legge, il ddl 282, che riguarda proprio lo strumento della mediazione come sostegno nel momento della separazione, per abbassare il conflitto nell’interesse dei minori.
    Che fine ha fatto questo ddl? Sembra che sia stato ritirato… nel momento in cui i riflettori si sono puntati su Pillon, e la sinistra gli ha dichiarato guerra. Il ddl della Iori era simile, nell’approccio, al ddl 735, e a quanto parrebbe il partito ha preferito silenziare la professoressa Iori e la sua competenza in materia, e sacrificarla nel nome della battaglia ideologica.
    https://it.wikipedia.org/wiki/Vanna_Iori
    http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01067661.pdf
    L’esempio della Iori è soltanto uno dei tanti possibili, dove si vede che per considerare senza pregiudizi almeno alcune parti del ddl 735, non è obbligatorio essere maschilisti prepotenti, abusanti, violenti…
    Altri esempi: la rivista Psicologia contemporanea ha dato spazio a Camerini e a Vezzetti, consulenti di Pillon, sotto la direzione da Anna Oliverio Ferraris. Qualche anno fa tu scrivesti su questo blog che una esperta come la Ferraris “non è mai incappata, non ha mai riscontrato” l’alienazione genitoriale. Invece poi si è visto che la prof Ferraris aderisce certamente a questa teoria, non solo dagli articoli ospitati sulla rivista, ma anche esprimendola nei suoi libri come in “Dai figli non si divorzia” e in prese di posizione pubbliche.
    https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2012/11/19/dicono-della-pas-viii/
    Che si fa? Mettiamo la Ferraris tra i pilloniani fascisti misogini? O prendiamo atto della posizione di una esperta? E magari ammettiamo che, se lo dice lei, la teoria non è così sempre falsa e diabolica?
    Stesso dicasi per Marisa Malagoli Togliatti, proprio la figlia di “quel” Togliatti, cattedra alla Sapienza, autrice di studi sull’alienazione, senza alcun mistero.
    https://www.francoangeli.it/Riviste/Schedarivista.aspx?IDarticolo=25821
    http://www.psicologia1.uniroma1.it/static/didattica/IdDocente_122.shtml
    Non occorre essere leghisti nè grillini per considerare sensata questa idea.
    Ancora esempi? Gli eredi di Bollea in via dei Sabelli a Roma: il dottor Ugo Sabatello; Gabriel Levi, neuropsichiatri infantili, tra l’altro membri della comunità israelitica romana… Ci sono riferimenti che testimoniano che anche Bollea in persona constatò casi di alienazione. Volete rivolgervi a esponenti della comunità ebraica e dare loro dei fascisti? Seriamente?
    Il PD e la sinistra farebbero bene a indagare, dei milioni di voti persi, quanti sono quelli di padri separati (che magari anni fa votavano loro), così come delle loro nuove compagne; di nonne e nonni paterni che non vedono più i nipoti… Scommetto che qualcuno ce n’è.
    Sulla storia particolare della mamma Laura io non posso esprimermi, ne so troppo poco. Ma sull’altro piatto della bilancia ci sono tante altre storie, di separazioni/divorzi dove non c’è traccia di violenza, ma ingiustizie in senso opposto ce ne sono. E anche chi non fa numero in piazza ha i suoi modi per farsi sentire da chi poi scrive le leggi.
    Alcuni anni fa vedemmo le brutte immagini del ragazzino in Veneto conteso tra i genitori, strattonato davanti a scuola. Ve ne occupaste anche qui. Alla fine dell’iter processuale, la Corte stabilì che sì, l’alienazione c’era, e che il meglio per il ragazzino era imparare a stare un po’ con il padre un po’ con la madre.
    Sono passati cinque anni. Ho contatti con persone che lo frequentano, mi hanno detto che il peggio ormai è passato, il ragazzo oggi è alto più di suo padre, frequenta entrambi i genitori, sta bene. A volte l’annuncio di tragedia rimane soltanto un annuncio, la realtà non è così.

    • Il numero dei manifestanti in piazza non è rilevante, ci dici. Ed è vero, di per sé non significa nulla.
      Se non fosse che non ci sono prove concrete della grande moltitudine di ingiustizie delle quali parli tu: al momento attuale non esiste alcun tipo di rilevazione statistica che ci dica quanto tempo materialmente i figli in regime di affido condiviso trascorrono mediamente con i genitori, né quanti di questi figli e genitori in regime di affido condiviso patiscano la situazione in cui versano. Non sappiamo neanche in quanti di quei casi che non si risolvono in modo consensuale siano presentate accuse di violenza intrafamiliare, in pratica non ci sono numeri certi che possano guidare le decisioni di chi deve intervenire sulla materia.
      A seguito dell’introduzione della normativa sugli accordi extragiudiziali in tema di separazione e divorzio, sono stati
      definiti presso gli Uffici di stato civile 27.040 divorzi (pari al 32,8% dei divorzi del 2015) e 17.668 separazioni (19,3%
      delle separazioni). Questi procedimenti si sono sommati ai procedimenti conclusi presso i tribunali (rispettivamente pari a 55.429 per i divorzi e 74.038 per le separazioni). C’è da considerare che questi sono dati del 2015, il primo anno in cui i cittadini italiani hanno potuto usufruire della legge sulla degiurisdizionalizzazione delle procedure delle separazioni e dei divorzi consensuali.
      Separazioni consensuali: 57.715- giudiziali: 16.323
      Divorzi consensuali: 35.410- giudiziali: 20.019
      Se sommiamo gli accordi extragiudiziali con quelli consensuali otteniamo 62.450 divorzi e 75.383 separazioni.
      Facendo un po’ di proporzioni, scopriamo che sono “litigiosi” il 17% dei separandi e il 32% dei divorziandi.
      La fonte, ovviamente, è l’Istat: https://www.istat.it/it/files//2016/11/matrimoni-separazioni-divorzi-2015.pdf
      Riflettevo stamani sulla necessità di incentivare la mediazione: ma questa necessità da cose deriva, esattamente? A me gli italiani sembrano sufficientemente virtuosi, e non ho dubbi che in futuro la legge sugli accordi extragiudiziali contribuirà ulteriormente a snellire il lavoro dei Tribunali. Ma se i Tribunali non riescono a gestire i contenziosi, non si può affermare sulla base dei dati a disposizione che questo dipenda dalla tendenza degli italiani ad avviare cause insensate a cuor leggero, perché mi sembra i che i dati dimostrino che la stragrande maggioranza dei cittadini giunge ad un accordo senza troppi problemi.
      Ci sono cause che non possono essere gestite da un mediatore, e questo lo afferma la Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha ratificato. E lo afferma sulla base di anni ed anni di studi che ci dicono che la mediazione mette a rischio l’incolumità e il benessere di chi ha alle spalle un vissuto nella violenza domestica (ad esempio: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/07/09/violenza-domestica-e-mediazione-familiare/).
      Quello che sarebbe importante capire è quante di quelle separazioni, di quei divorzi giudiziali avvengono in un contesto caratterizzato da maltrattamenti e abusi. I numeri sulla violenza di genere non sono incoraggianti in questo senso.
      Parlando sempre di numeri: elencare il numero di esperti che si dichiara a supporto delle teorie sull’alienazione è ancora più insensato che contare i manifestanti in piazza, perché parliamo di scienza. E la scienza non si fa con le petizioni, a dispetto di quello che hanno fatto negli anni i fautori dell’iserimento della Pas fra le patologie (https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2015/11/17/alienazione-genitoriale-e-dsm-5/), ma con la ricerca. E di ricerca a supporto delle tesi di questi signori al momento non ce n’è.

  4. UmbertoEchoJunior ha detto:

    Hai ragione sulla Convenzione di Istanbul: siamo d’accordo, questo punto è la criticità più evidente. Vanno separati i casi ove c’è il rischio di violenza, dagli altri casi pacifici dove la mediazione non crea rischi a nessuno. Per quanto ne so, è uno dei punti su cui il testo del ddl è in via di correzione, le audizioni in corso al Senato non saranno tempo perso.

    Fatta salva dunque la gestione del rischio di violenza, perché incentivare la mediazione? Una esposizione chiara la offre la senatrice PD Iori nel suo disegno di legge: se leggi le tre paginette introduttive c’è tutto: la Convenzione europea ratificata dall’Italia che promuove la mediazione, gli esempi dei paesi esteri (Norvegia, Francia, Regno Unito…) e tutti i possibili vantaggi nell’ottica dell’abbassamento delle ostilità, a vantaggio soprattutto dei figli.
    http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01067661.pdf
    Possiamo dire: la differenza che c’è tra far gestire la separazione a due avvocati o piuttosto a un mediatore terzo, è la stessa che c’è tra due eserciti armati ostili col dito sul grilletto, e l’interposizione dei caschi blu delle Nazioni Unite.

    Sulla conta dei separandi/divorziandi, tanto o poco litigiosi: con tutto il rispetto, il criterio che proponi non funziona: “poche giudiziali”, ahimè, non corrispondono purtoppo a pochi malumori.
    Un lungo contenzioso giudiziario, tanti lo vedono non come un benefico iter per vedersi riconosciuti i propri diritti, ma come un percorso infernale, un girone dantesco in cui dissanguarsi di spese, tempo, energie psichiche, senza garanzie di ottenere poi un risultato che ripaghi; una esperienza che aggiunge dolore al dolore della separazione, invece che lenirlo. In poche parole, tanti/e cercano di frequentare meno possibile il tribunale e gli avvocati (un amico mi confida “Ti viene paura perfino del tuo stesso avvocato”). Perciò, se pure una coppia sceglie di schivare una giudiziale, non diventa necessariamente la versione “separata” della famigliola felice del mulino bianco. Restano spesso irrisolti dispiaceri, sensi di ingiustizia, sofferenze sia economiche sia relazionali di uno o più tra i protagonisti. Inoltre spesso gli accordi sottoscritti, in un tempo breve o lungo, ci si accorge che non sono rispettati da una delle parti (o da entrambe), i problemi si aggravano e questo fa crescere ancora il rancore.
    Si diffonde l’idea che l’ingiustizia sia strutturale all’intero sistema (di cui fanno parte non solo i due separandi, ma insieme gli avvocati, i giudici, le leggi e la loro applicazione…), che dentro questo sistema importanti diritti non siano tutelati, che sia inutile litigare dentro il sistema, e che invece sia proprio il sistema che va cambiato. Come tu stessa hai scritto, Pillon non è sbucato all’improvviso. Nasce da tutto questo.

    Dati precisi ufficiali sul tempo trascorso dai figli con ciascun genitore, non li abbiamo, dici. Hai ragione, almeno in parte. Né l’Istat né altra istituzione hanno raccolto cifre ufficiali. Purtroppo, perché saperne di più farebbe bene a tutti. Di chi è la colpa? Forse anche politica? Forse solo negligenza, trascuratezza sull’argomento? Si legge qui https://www.avvenire.it/attualita/pagine/affido-linganno-dei-moduli che soltanto quest’anno, a dodici anni dalla legge sul condiviso, i moduli di rilevamento dati nei tribunali sono stati aggiornati per raccogliere tutti i dati importanti. Dodici anni di inerzia.
    Comunque, un risultato eloquente l’Istat lo aveva già espresso: “Al di là dell’assegnazione formale dell’affido condiviso, per tutti gli altri aspetti considerati in cui si lascia discrezionalità ai giudici, la legge non ha trovato effettiva applicazione.” (pagina 13 dello stesso report che citi tu). La legge 54/2006 prometteva rapporti significativi, equilibrati e continuativi con ciascun genitore, e invece l’Istat conferma che nella sostanza non è stata applicata.
    Come ci si può aspettare per qualunque promessa non mantenuta, tanti di quelli che avevano creduto all’aggettivo “condiviso” e sperato, hanno subìto una dolorosa delusione.

    Che questi siano sentimenti tanto diffusi da meritarsi uno sbocco politico e istituzionale, sei naturalmente libera di non crederci. Ma il fatto è, che così pensa non solo un Pillon, ma anche un Salvini, e poi una Bongiorno, e anche probabilmente un Bonafede e altri ancora. Giuseppe Conte è anche lui un padre separato (forse il primo premier nella storia d’Italia?) e probabilmente sulla materia può essere sensibile anche lui.

    Sull’alienazione: vediamo se ho capito bene. La Oliverio Ferraris sostiene e divulga la teoria della alienazione e tu affermi che lo farebbe senza dati a supporto? (La stessa Oliverio Ferraris che era nel Comitato nazionale di bioetica a fianco della Levi Montalcini?). E quindi? La Ferraris mentirebbe sapendo di mentire? Perché lo farebbe? Per odio verso le donne? O sarebbe una che non conosce la materia di cui ha una cattedra? Una che racconta favole, e disconosce la realtà, proprio nella sua materia? Se tu la avessi di fronte, le diresti esplicitamente che non sa di cosa parla?
    Nelle audizioni in corso in Senato per il ddl Pillon, è molto probabile che il nome della Ferraris venga fatto, e non so davvero quale senatore possa pensare che la professoressa scriva cose a vanvera.

    p.s. : Una cosa non mi torna: Luisa Betti scrive che addirittura il 51% delle separazioni sarebbe dovuto a violenza familiare; ma ricordo un diagramma a barre che hai riportato tu qualche tempo fa, sulle cause di separazione dove la violenza domestica era invece quotata al 13% dei casi; e oggi invece scrivi che numeri certi non ce ne sono…
    Ma allora… quando la Betti o tu citate un numero, è opportuno credervi o no?

    • Non so da dove salti fuori quel 51%. Io, da parte mia, rimando sempre alle fonti dalle quali cito i dati.
      Il dato cui fai riferimento tu è questo: https://www.statista.com/statistics/761524/reasons-for-separation-in-italy/ che ho citato qui: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2018/09/02/il-silenzio-assordante-del-senatore-pillon/
      Si parla di un numero ottenuto intervistando i separati/divorziati (This statistic illustrates the opinions of divorced/separated people related to the reasons why they got divorced in Italy, as of September 2017) che hanno fornito le ragioni della separazione/divorzio.
      Ciò di cui invece parlavo nel mio commento è la percentuale di giudiziali alle quali corrispondono denunce di violenza intrafamiliare o abusi sui bambini. Sono due cose diverse.

      La Oliverio Ferraris sostiene e divulga la teoria dell’alienazione e non io, ma persone molto più importanti e preparate di me affermano che l’alienazione genitoriale è priva di “sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca” e di “rilevanza clinica”, per cui, se mai l’Oliviero Ferraris fosse interessata a parlare con me, le fornirei pareri più illustri. Quali che siano le ragioni di Oliviero Ferraris, francamente credo sia irrilevante.

      Per ciò che riguarda la mediazione, ciò che si è contestato al disegno di legge è la volontà di renderla obbligatoria a dispetto della disponibilità delle parti, cosa che, a detta degli stessi mediatori, sarebbe una follia.

  5. UmbertoEchoJunior ha detto:

    La valutazione di “né sufficiente sostegno empirico dai dati di ricerca, né rilevanza clinica…” fu riferita sei anni fa dall’allora sottosegretario alla Salute Adelfio Elio Cardinale, ma la frase va completata con le parole che seguivano: “… tali da poter essere considerata una patologia e dunque essere inclusa tra i disturbi mentali”.
    Dal 2012 ad oggi, il professor Cardinale è tornato ad occuparsi d’altro, né si era mai occupato nemmeno prima di psicologia dei minori o psicoterapia sugli effetti del divorzio. Hanno continuato ad occuparsene invece tanti specialisti, tra cui la Oliverio Ferraris e Camerini. E gli specialisti hanno precisato meglio la teoria, spostando l’ottica dal campo medico (niente più “sindrome”) a quello più prettamente psicologico e relazionale.
    Nel ddl Pillon non si fa riferimento né a patologie né a disturbi mentali, in perfetto accordo con il parere di Cardinale. I riferimenti all’alienazione nel ddl, sono stati scritti dal professor Camerini, che è in ottimi rapporti con la Ferraris.
    Non credo che la Oliverio Ferraris abbia bisogno di ascoltare altri pareri, credo li conosca benissimo già tutti. E non credo nemmeno che la sua posizione (come quella di tanti altri esperti) sia “irrilevante”. A suo tempo tu scrivesti, da “persona di buon senso” che trovavi “parecchio strana la coincidenza” che la Ferraris _non_ trattasse mai l’alienazione, mentre la citavano solo gli esperti di falsi abusi… La tua premessa era falsa, ne conseguiva una fallacia logica. Se la Ferraris si fosse dichiarata “NO-Pas” ora la definiresti rilevante eccome!
    Vedremo cosa ne penseranno i senatori quando dovranno esprimersi.

    • Ognuno è libero di credere ciò che preferisce. Perché difatti è di “credenze” che si sta parlando, visto che ricerche in proposito non ce ne sono oggi, come non ce n’erano allora.
      Il problema delle persone che credono, in assenza di evidenze scientifiche, non è il fatto che credono, ma che pretendono che le loro credenze abbiano effetti concreti sulla vita degli altri.

      • UmbertoEchoJunior ha detto:

        Non ci sono ricerche, dici tu. Appunto, lo dici tu.
        Ho fatto un giro sui seguenti siti di pubblicazioni scientifiche:
        – onlinelibrary.wiley.com
        – link.springer.com
        http://www.sciencedirect.com
        http://www.safetylit.org
        http://www.tandfonline.com
        http://www.sciencedirect.com
        e su ciascuno di questi siti trovo articoli scientifici sull’argomento, anche degli ultimi anni.
        Ecco alcuni titoli:
        Parental Bonding and Parental Alienation as Correlates of Psychological Maltreatment in Adults
        The Linkage Between Parental Alienation Behaviors and Child Alienation
        Ten parental alienation fallacies that compromise decisions in court and in therapy
        Parental alienation and suicide in men
        Recommendations for best practice in response to parental alienation: findings from a systematic review
        Poisoning parent-child relationships through the manipulation of names
        E l’ultimo di questi titoli a me colpisce particolarmente, perché conosco di persona casi identici a quelli ivi dettagliati. Cambiare i nomi alle persone è una tecnica semplice per avvelenare i rapporti e declassare le persone. Conosco di persona almeno due casi in cui al bambino viene insegnato a chiamare “papà” il nuovo compagno della mamma, mentre al vero padre ci si riferisce al massimo col nome proprio, in realtà sperando che sparisca dall’orizzonte.
        In un altro caso a me vicino, la famiglia non è nemmeno separata; a essere disprezzata è la nonna paterna, per via di antipatie con la nuora. Ci sono due bimbe convinte di avere una nonna sola, quella materna. L’altra, la madre del papà, è proibito chiamarla “nonna”, va chiamata solo per nome; anche se abita sullo stesso pianerottolo. Ed è proibito andarla a trovare. Immaginabile il suo dolore.
        https://www.safetylit.org/citations/index.php?fuseaction=citations.viewdetails&citationIds%5B%5D=citjournalarticle_496755_18

        Alcuni degli autori di questi articoli, sono tra i nomi contro cui si scaglia il tuo alleato Salvo Pitruzzello, forte della sua specializzazione in scienze politiche. E qui c’è un mistero. Tu dici che queste ricerche non esistono (quindi non esisterebbero nemmeno gli autori…?). Il tuo amico Salvo invece si arma di paroloni, e non sono certo complimenti, per attaccare questi specialisti: ma se non avessero scritto niente, allora che fastidio darebbero? Non riuscite a mettervi d’accordo tu e lui?
        E’ dai tempi di Mulder e Scully di X-Files che non si vedevano scene così distanti dalla realtà

      • Insisti con questa cosa che non esiste ricerca lo dica io. Io non sono certo la persona più adatta a valutare una ricerca scientifica. A stabilire che il concetto di alienazione genitoriale non è supportato da una quantità sufficiente di dati di ricerca è stata la task force che ha rigettato le proposta del Professor William Bernet, non inserendo l’alienazione genitoriale dalla più recente edizione del DSM.
        Che esista una gran quantità di libri che ne parlino, non equivale a classificare quei libri come ricerche scientifiche.
        Osservazioni cliniche e case study, per quanto interessanti, non sono ricerche scientifiche, e se sono certo utilissimi nella formulazione di ipotesi, non costituiscono dimostrazioni di una tesi.
        Ora, il DSM 5 è stato pubblicato nel 2013: se fino a quella data non esisteva ricerca, dovremmo prendere in considerazione soltanto tutto ciò che è stato pubblicato dopo.
        Eppure, in questa inchiesta giornalistica https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2019/01/06/il-family-bridges-program/, il Professor Bernet, intervistato, cita un lavoro pubblicato nel 2006 (Adult Children of Parental Alienation Syndrome: Breaking the Ties That Bind).

    • Antome ha detto:

      Ciao. Da sempre, ma adesso in particolare, mi interessa aprirmi a vari input. Ho notato che citi i consensi del pd in calo e la riflessione che se ne dovrebbe trarre e sembra che trovi questo governo maggiormente espressione o risposta del disagio popolare. E’ qualcosa che però a prima vista sembra una dicotomia illusoria, perchè a me sembra invece strano che chi ha notato come il Pd favorisse privilegiati, benestanti, etc, non riesca a notare come questo governo faccia lo stesso, con flat tax, implori gli elusori di tornare in patria, vedi i pensionati d’oro (contributivi), promettendogli una tassazione al 7%, non mi stupirei se decidesse di rateizzare gli straordinari come l’amico Orban. Esattamente come prima mi stupivo che chi criticava Berlusconi le lasciasse passare tutte a Renzi. Ho notato che bisogna sempre premettere questo per non essere accusati di essere Piddini, non so se sia il tuo caso però. C’è gente particolarmente tifosa disposta sempre a difendere questi e continuare a crederli antiestablishment, che è un complotto della stampa antipopolo. Da semignorante, ad intuito, pensai sempre che gli establishment e i poteri forti sono più di uno o un blocco monolotico. E’ possibile che si sia gridato al lupo per troppo tempo per difendere il meno peggio, quindi si sia scelto il peggio e ci si voglia credere, al punto di illudersi.
      Ma torniamo al tema in questione, il Pillon. Cosa ne pensi della mediazione a pagamento? Se è così importante ed obbligatoria perchè a pagamento? Ho pensato che rischiasse di favorire chi ha di più come sempre, spero che il governo del popolo e del cambiamento se ne accorga e di starmi sbagliando. Sono presenti mediatori tra i suoi relatori e si potrebbe pensare ad un conflitto di interessi.
      Sono anche curioso di sapere se la Pas è sospettata di default e soprattutto per la donna, premetto che se non va sospettata di default, questo vale anche per la colpevolezza dell’uomo o almeno dovrebbe essere così.
      Va detto che il Ricciocorno ha fatto un post dove parlava di un caso dove riteneva che il bambino sarebbe dovuto essere affidato al padre piuttosto che condiviso.
      Ma il problema è la definizione di sindrome, mi sono spesso chiesto, ammesso che ci sia una tale sindrome, la colpevolezza effettiva del parente in questione ha rilevanza oppure è una sindrome che si svilupperebbe per mancanza di questo genitore, o la modalità in cui viene allontanato. Perchè si sa che a prescindere, l’allontanamento da un genitore, il sapere che non è una presenza positiva, anzi dannosa, può provocare un trauma, nel breve termine. Confusione, relativa a fattori come l’età, ma sempre un trauma. Quindi ammesso che di sindrome si tratti, si presenterebbe sempre, ma non significa che la soluzione sia far vivere a forza il bambino con esso, a meno che non sia innocente e uno dei genitori sia quindi colpevole di calunniare il genitore presso il figlio per alienarlo da esso.
      La sindrome, se ho ben capito, sarebbe legata, però al credere di aver subito molestie fittizie, una sorta di, detto in inglese “gaslighting”, far dubitare della stessa memoria o creare un falso ricordo. Se così fosse allora non è legato all’allontanamento in sè, ma alla calunnia. Ma se quel ricordo fosse vero non si parlerebbe di alcuna sindrome, ma, al solito, di trauma di separazione. Questo gaslighting però te lo può fare anche un’interrogatore particolarmente zelante e pedante che metta in dubbio il ricordo del bambino.

  6. UmbertoEchoJunior ha detto:

    @ Antome:
    No, io non sono un ultrà né leghista né del M5S; non ho nemmeno scritto di averli votati. Osservo solo che nel 2018 il giorno delle elezioni si sono spostati milioni di voti, evidentemente disagio e speranze hanno avuto effetto.

    Sulla mediazione, certo piacerebbe anche a me che non fosse a carico degli interessati. Ma come sappiamo, i governanti giallo-verdi hanno vasti problemi di coperture finanziarie, con tutte le promesse che hanno fatto agli italiani su tanti fronti. Di sicuro l’iter per l’approvazione di una legge è differente se comporta, o se non comporta, oneri a carico dello Stato (infatti l’attuale legge 54/2006 fu scritta “senza oneri”). Si può supporre che almeno in alcuni casi la spesa in mediazione possa far risparmiare spese più onerose in guerre legali. O comunque che sia un investimento nella salute psicologica dei minori e dei genitori. Naturalmente qui i pareri possono essere discordanti.
    Il conflitto di interessi dei mediatori, dici: sì ci può essere, ma deve essere questa la questione dirimente? Anni fa fu imposto l’obbligo delle cinture di sicurezza nelle auto, di sicuro i produttori di cinture furono entusiasti (con conflitto di interessi), ma si scelse di far prevalere la salvaguardia delle vite umane. E guarda qualcuno tra quelli che si oppongono alle proposte del ddl: per esempio, una famosa avvocata, che su “Repubblica” non ha risparmiato invettive, è la stessa che arrivò a chiedere 39mila euro come onorario per un divorzio; anche qui il conflitto di interessi mi pare bello evidente.

    Sull’alienazione: il concetto di “sindrome” (=malattia) va abbandonato, ormai s’è capito; e nel ddl la parola “sindrome” non c’è.
    Mettendo in fila una serie di casi dove qualcuno invoca l’alienazione, mi pare che di molestie o violenze, veramente accadute e/o al contrario supposte falsamente, si parli solo in alcuni dei casi, forse nemmeno nella maggioranza.
    Più spesso vedo e sento, sia tra persone che conosco direttamente, sia leggendo in giro, casi senza nemmeno una solida motivazione. Hai presente quando si dice “è scoppiato un alterco, per futili motivi”? Viene attuata una guerra “fredda” che consiste non in scontri violenti ma nell’azzeramento dei rapporti, per motivi (almeno relativamente) futili; o senza nemmeno dichiarare il motivo.
    Guarda il prossimo link, a essere alienata è una mamma, e se crediamo alla versione raccontata, la donna non è nemmeno accusata di nulla, siamo in pieno clima kafkiano (ho visto dal vero un caso simile).
    http://www.lavocedelpopolo.net/72125/grido-di-dolore-e-di-aiuto-di-una-mamma-alienata-dallaffetto-di-suo-figlio/
    Qui invece il genitore è rifiutato perché stare con lui è “noioso”: http://www.ladige.it/news/cronaca/2009/02/20/sosteniamo-minori-vittime-separazioni
    Ancora: la scrittrice Susanna Tamaro, in una sua pagina qualche anno fa, raccontò di essere stata anche lei una ragazzina figlia di separati. Il padre la venne a prendere per qualche giorno di vacanza al mare, e lei si rifiutò di andarci, opponendosi con tutte le sue forze. Come mai? Perché aveva paura di violenze? No, per molto meno… Questo signore aveva l’abitudine di fumare mentre guidava… la piccola Susanna non voleva viaggiare in una camera a gas.
    Il signor Tamaro non era un violento, ma aveva un’abitudine comune in quegli anni, non certo un reato, e nemmeno condannata socialmente. Lui non si poneva il problema, ma avrebbe fatto bene ad ascoltare la bambina. Il divieto di fumo in auto con minori è stato stabilito solo l’anno scorso.
    Nel caso più famoso di tutti, quello del ragazzino veneto pochi anni fa, la sentenza definitiva, quella della Corte d’Appello di Brescia (maggio 2013) spiega che “non sono state nemmeno ipotizzate attività del padre che possano aver distolto il figlio da qualsiasi forma di rapporto con lui”.
    https://www.psicologiagiuridica.eu/download/1924/
    Quindi alla fine la spiegazione della vicenda non era nemmeno tanto oscura.

    • Che sia scomparsa la parola sindrome è irrilevante, se rimane tutto il resto.
      Per ciò che riguarda quello che i tribunali ipotizzano o non ipotizzano, anche nel caso di Rosaria Parisi, uccisa con 6 colpi di pistola dall’ex marito lo scorso 28 dicembre, s’era ritenuto di archiviare la sua denuncia per minacce…

    • Antome ha detto:

      “Ma come sappiamo, i governanti giallo-verdi hanno vasti problemi di coperture finanziarie, con tutte le promesse che hanno fatto agli italiani su tanti fronti.”
      Oh, anche questo è vero, mi verrebbe da dire poveri, quindi mi permetto un umile suggerimento quale rinunciare a Flat tax e sanatorie per pensionati milionari espatriati a cui mendicare qualche miseria come il 7%, vari sconti per il rientro dei capitali di chi ha delocalizzato, non è per animosità per i cari signori benestanti, ma ho notato che dalla crisi, a fronte dell’impoverimento, la ricchezza dei pochi è cresciuta sia in termini relativi che assoluti, allargando la forbice, quindi suggerisco al governo del cambiamento, proprio perchè voglio che sia tale, di non fare l’errore di Monti e compagnia a seguire di far pagare chi è più colpito dalla crisi, perchè so che non è la loro intenzione, fare questo stesso errore, ma se si rinuncia agli introiti di chi sta meglio, poi ti tocca scavare in un pozzo prosciugato dove i soldi non girano. Ne viene fuori un gruzzolo che forse consente tra le altre cose una buona mediazione d’ufficio.
      Capisco il punto che se piove non è un complotto degli ombrellai e che non vale sempre il cui prodest e che un avvocato può essere altrettanto interessato, così come un avvocato “pasista” una parte dei servizi sociali. E’ una china pericolosa perchè molti la invocano contro lgbt e trans per il business delle operazioni di cambio di sesso, quindi abusarne può essere molto irrispettoso e qui lo sto dicendo a me (:.
      Sentenza strana quella sulla noiosità, non c’è indicazione particolare che gliel’abbia messo in testa la madre, ma certo non avrebbe dovuto assecondare quest’idea, ma mi immagino che se avesse voluto colpirlo avrebbe dovuto inventare molto di peggio, quindi dà l’idea che sia un’idea della figlia, stranamente assecondata dal tribunale. Come dice Ricciocorno ci sono anche molte sentenze gravi e discutibili nei confronti delle donne. Che su donne e uomini agiscano pregiudizi sociali atavici e diversi tra loro?
      In effetti hai citato anche il caso di una donna, che, dice l’articolo, è kafkiano, non è nemmeno accusata di maltrattamenti.
      Però mi sembra che questo Pillon voglia implicitamente dire che ci sono troppe separazioni e che è così per colpa delle donne e voglia forzare la convivenza, ma forse mi sbaglio, perchè comunque anche fosse vero che gli uomini ne chiedano meno, non depone necessariamente a favore, per esempio avere l’amante o andare a prostitute ma non voler divorziare o vedere la moglie come parte del proprio territorio o harem. Capisco il discorso separazione per futili motivi o senza colpa, dove poi le “colpe” coniugali si distinguono da quelle parentali, nota bene. E io sono d’accordo che in assenza di colpe parentali non si dovrebbe favorire uno dei due, ma con una riserva, considerare chi dei due partecipa maggiormente al crescerli.
      Ma sono molto scettico sulla bigenitorialità per default o almeno andrebbero considerati fattori come la logistica
      Già ora i casi impugnati di affidamento sono ripartiti al 50%, però. Per quanto riguarda l’assegno, il coniuge più debole economicamente, l’età ed eventuali rinunce alla carriera legate al matrimonio. Quindi a volte l’”andate a lavorare” è alquanto ingeneroso e semplicistico, per quanto possa essere avvenuto l’eccesso opposto.
      Si sente in tv di padri separati rovinati alla caritas, senza casa, ma è possibile se sono i coniugi deboli loro?
      Potrei immaginare la seguente situazione, lei casalinga o lavora anche lei, lui lavora e riescono a pagarsi l’affitto, si separano e a lei viene affidato il figlio, lui lo deve mantenere non diversamente da quando era sposat e fin qui ok, però lui deve spesare dalla casa comune non riesce a pagare da solo un altro affitto più il figlio.
      Adesso non so la questione, ma se una madre single ha diritto ad un assegno, forse lui ha diritto ad un casa.
      Ma qui concordiamo che un intero sistema va cambiato e prendersela col femminismo è un falso bersaglio :).

  7. UmbertoEchoJunior ha detto:

    No, Riccio, ti sbagli.
    Ho indicato sei titoli (ce ne sarebbero ancora), non sono “libri”, sono articoli pubblicati su riviste scientifiche, ognuna con peer review.
    Sono tutti dal 2014 in poi (anche se il criterio di cestinare tutto prima del 2013 è solo apparentemente corretto, ma casomai ne scriveremo un’altra volta).
    Eccoli qua:
    Parental Bonding and Parental Alienation as Correlates of Psychological Maltreatment in Adults:
    (2015) in Journal of Child and Family Studies – peer reviewed.
    Ten parental alienation fallacies that compromise decisions in court and in therapy:
    (2015) in Professional Psychology Research and Practice (APA) – peer reviewed.
    Recommendations for best practice in response to parental alienation:
    (2016) in Journal of Family Therapy – peer reviewed.
    The Linkage Between Parental Alienation Behaviors and Child Alienation:
    (2016) in Journal of Divorce & Remarriage – peer reviewed.
    Parental alienation and suicide in men:
    (2015) in Psychiatria Danubina – peer reviewed.
    Poisoning Parent-Child Relationships Through the Manipulation of Names:
    (2014) in The American Journal of Family Therapy – peer reviewed.

    Se non sono ricerche queste, allora per te niente è ricerca.

    Inoltre, c’è un altro equivoco che va chiarito.
    Prendiamo tre affermazioni, mutualmente esclusive, e poi le valutiamo:
    1 – “L’alienazione genitoriale è una sindrome, cioè una malattia, un disturbo mentale”
    2 – “L’alienazione genitoriale NON E’ un disturbo mentale, ma E’ un fenomeno che si verifica in certe relazioni”
    3 – “L’alienazione genitoriale non è nulla di reale, non si verifica mai, è una favola, un’invenzione”.
    La mancata inclusione della sindrome nel DSM ci fa concludere che l’affermazione 1 è falsa.
    L’affermazione 2 è quella che guida gli specialisti che continuano a occuparsi della cosa; il fatto che
    l’alienazione “non é un disturbo mentale” NON implica che “non é nulla di reale”.
    Per come ti esprimi tu, sembrerebbe che ti piaccia di più l’affermazione 3.
    Il trucchetto è che, insieme all’affermazione 1, butti via anche l’affermazione 2.

    Qui nel blog, neghi che esistano ricerche e – pare – neghi che esista qualunque riscontro reale del fenomeno.
    Ma il mondo reale è fuori da qui, e fuori da qui esistono le ricerche ed esiste la cosa in sè.

    • Ancora? Io non nego un bel niente. Non è compito mio stabilire cosa è ricerca e cosa no, né è compito di questo blog.
      La mancata esclusione dal DSM riporta delle ragioni ben precise: “there wasn’t enough research”.(https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2015/11/17/alienazione-genitoriale-e-dsm-5/)
      Non è farina del mio sacco, e quello che piace o non piace a me è del tutto irrilevante.
      Inoltre: l’alienazione genitoriale non è “un fenomeno”, è una teoria. C’è una grande differenza fra una teoria e un fenomeno: con fenomeno si intende un evento, un accadimento, ovvero ciò che appare all’esperienza sensibile; il termine viene dal greco “phainomenon” (ciò che si manifesta, che appare). Si definisce generalmente con la parola fenomeno tutto ciò che può essere osservato e studiato attraverso un ‘esperienza diretta (fenomeno acustico, ottico, atmosferico…) La differenza tra fenomeno ed evento sta nel fatto che con fenomeno possiamo indicare più eventi correlati fra loro.
      Il rifiuto di una figura genitoriale può essere definito un fenomeno, non l’alienazione genitoriale, che invece pretende di fornire una spiegazione del fenomeno, ovvero dei legami di causa ed effetto fra più eventi.
      In particolare, l’alienazione genitoriale afferma la sussistenza di un legame di causa ed effetto fra l’evento separazione (perché non esistono “bambini alienati” nelle famiglie integre, lo dice la definizione stessa di alienazione genitoriale) e fra il comportamento di uno dei genitori (quello non rifiutato e definito “alienante”) e il rifiuto del bambino.
      A questo punto dovrebbe entrare in gioco la sostanziale differenza fra correlazione e legame di causa-effetto.
      I legami di causa ed effetto non si osservano, si dimostrano: ecco perché l’alienazione genitoriale non è né mai sarà “un fenonmeno”.

  8. UmbertoEchoJunior ha detto:

    Va bene, si deve distinguere tra fenomeno e teoria. Provo a esprimerlo meglio.
    Tre affermazioni mutuamente esclusive:
    1 – “Il rifiuto di un genitore può essere spiegato con l’alienazione genitoriale, che è una sindrome, cioè una malattia, un disturbo mentale”
    2 – “Il rifiuto di un genitore può essere spiegato con l’alienazione genitoriale, che NON E’ un disturbo mentale, ma una dinamica relazionale che può essere causata o favorita dal comportamento dell’altro genitore. Questa è una delle possibili cause, a volte presente, a volte come concausa, a volte del tutto assente”
    3 – “Il rifiuto di un genitore NON può MAI essere spiegato, nemmeno in parte, da qualcosa che si chiama alienazione genitoriale. L’altro genitore NON ha MAI alcuna responsabilità né influenza. Il minore è sempre indipendente nei suoi giudizi e ha SEMPRE ragione nella sua scelta. L’alienazione genitoriale non è nulla di reale, è una favola, un’invenzione”.
    La mancata inclusione della sindrome nel DSM ci fa concludere che l’affermazione 1 è falsa.
    L’affermazione 2 è quella che tuttora guida gli specialisti che continuano a occuparsi della cosa; il fatto che l’alienazione “non é un disturbo mentale” NON implica che “non è la spiegazione corretta in nessun caso”.
    L’equivoco è che, insieme all’affermazione 1, butti via anche l’affermazione 2; e rimane solo la 3.
    I redattori del DSM hanno bocciato l’affermazione 1, ma non hanno detto nulla sull’affermazione 2, né potevano farlo perchè esula dal loro àmbito.
    Hai usato di nuovo lo stesso trucchetto: prendi una citazione ma tronchi la frase a metà, così cambia di significato. (E’ lo stesso trucchetto che hai usato con la citazione da Alfio Cardinale.)
    “There wasn’t enough research… (qui ti fermi tu, ma la frase continua:) to consider putting [the parental alienation syndrome]… even in Section 3… [né in alcuna altra sezione, del Manuale dei Disturbi Mentali]”. Se lo scopo era certificare un disturbo mentale, la ricerca non è sufficiente. Su altri obiettivi, i redattori del DSM non dànno valutazioni.
    E’ per questo che gli specialisti continuano a studiare la teoria e la sua applicabilità come possibile causa del rifiuto. Ecco perché una Oliverio Ferraris non smentisce quello che ha scritto; ecco perché il dottor Pingitore (che viene anche a interloquire qui) e tanti altri, ci lavorano su, e continuano a pubblicare sulle riviste peer review.
    Ho fatto un test veloce, ho interpellato uno solo dei tanti possibili motori di ricerca per papers scientifici:
    http://academic.research.microsoft.com/
    Cercando “parental alienation” e pure restringendo i risultati a dopo il 2013, ci sono 217 studi.
    Siccome non sei la persona più adatta a valutare una ricerca scientifica, sarebbe bene che tu non ripetessi frasi troncate con le forbicine “non esiste ricerca [zac!]”, quando la frase originale era più lunga e diceva un’altra cosa.

  9. Ma quale trucchetto, per favore! Sarei davvero così stupida da fornire le fonti dalle quali qualunque lettore può reperire il contesto dal quale le frasi sono estrapolate? Il punto è quella significa esattamente ciò che io ho detto significasse: non vi era sufficiente ricerca per inserire l’alienazione genitoriale nel DSM.
    E veniamo al contesto: chi chiedeva a gran voce che l’alienazione genitoriale comparisse nel DSM?
    Le stesse identiche persone che oggi pretendono di spiegare perché non c’è.
    Cerchiamo di ricostruire cronologicamente i fatti: è il Professor Bernet a proporre il riconoscimento dell’alienazione genitore genitoriale, e lo fa molte volte negli anni. Qui si può leggere l’ennesima proposta che cita le precedenti: https://www.researchgate.net/publication/236055743_Parental_alienation_DSM-5_and_ICD-11_Response_to_critics
    Chi era convinto che l’alienazione genitoriale avesse le carte in regola per rientrare fra i disturbi mentali del DSM sono le stesse persone che oggi pretendono di spiegarci che la ragione per cui non è un disturbo mentale, cosa della quale erano convinti fino a poco prima del rigetto della loro proposta.
    Perché era importante che l’alienazione genitoriale rientrasse nel DSM? E perché improvvisamente non lo è più?
    A me sta benissimo che le persone continuino a studiare le cause del rifiuto di un bambino nei confronti di un genitore. Quello che non mi sta bene, è che pretendano nelle aule di un tribunale di essere in grado di stabilirle con certezza: perché è questo che si contesta, non la volontà di studiare. E lo si contesta alla luce dei madornali errori che negli anni hanno causato conseguenze gravi e concrete, come la morte di diversi bambini.
    Quello che si contesta, è l’opportunità di sottrarre dei bambini al loro ambiente, al contesto nel quale si sentono sicuri e protetti, allo scopo di “resettarli” e convincerli a frequentare il genitore che non vogliono frequentare. Quello che si contesta sono i metodi con i quali si procede a questo “reset” dei bambini. Sono queste le cose che si contestano, non certo il desiderio di qualcuno di cercare conferme alle sue teorie.

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