Pregiudizi

Pregiudizio: idea, opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore.

Se una persona è in grado di rivedere i suoi giudizi errati alla luce di nuove prove, egli è immune dai pregiudizi. Un pensiero diventa pregiudizio solo quando resta irreversibile anche alla luce di nuove conoscenze. Un pregiudizio, a differenza di un semplice concetto erroneo, resiste attivamente a qualsiasi prova della realtà. Noi tendiamo a liberare forti cariche affettive allorché sentiamo che un nostro pregiudizio è minacciato dal pericolo di contraddizione. Pertanto, la differenza che separa un comune giudizio errato dal pregiudizio consiste nella possibilità offerta dal primo di discutere e rettificare la nostra opinione senza resistenze emotive.

Gordon Willard Allport, La natura del pregiudizio, trad. M. Chiaranza, La Nuova Italia, Firenze 1973

Qualche giorno fa ho condiviso su facebook una notizia da bergamonews.it dal titolo: “Gli affidano il figlio di 4 anni, è indagato per maltrattamenti alla ex moglie.”

Dall’articolo otteniamo poche informazioni:

  • l’uomo è indagato per maltrattamenti e violenza domestica;
  • secondo una perizia tecnica predisposta dal giudice, la donna sarebbe affetta da sindrome di Münchhausen, per cui inventerebbe traumi psicologici e malattie per attirare l’attenzione;
  • sulla base di questa perizia, alla donna sarebbe impedito di stare col figlio se non un’ora a settimana e in ambiente protetto;
  • sulla base delle testimonianze di vicini di casa dell’uomo, la donna ha sporto querela alla questura di Bergamo e un esposto alla Procura per maltrattamenti nei confronti del bambino;
  • l’avvocato della donna afferma che la donna non solo non sarebbe affetta da sindrome di Münchhausen, ma si dichiarerebbe perfettamente sana e di patire esclusivamente lo stress causato dalla situazione.

In pagina, ho introdotto l’articolo con un mio breve commento: “Ancora un bimbo vittima delle istituzioni”.

E per questo sono stata severamente rimproverata.

La nostra Costituzione recita all’articolo 27, comma 2: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, un principio che trova corrispondenza nella CEDU all’articolo 6 comma 2, secondo il quale “Ogni persona accusata di un reato è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata”.

Non era mia intenzione mettere in dubbio l’esistenza e l’importanza del principio della presunzione d’innocenza con il mio commento, piuttosto l’opportunità di basare la decisione del regime di affido di un bambino su una perizia mirata ad attestare le competenze genitoriali del presunto maltrattante e della presunta vittima.

Questo perché, da tempo, chi si occupa della cura delle donne vittime di violenza domestica, protesta che “La sofferenza che patiscono le vittime di violenza domestica a causa del trauma subito comporta che a volte, erroneamente, dopo aver interrotto il rapporto con il maltrattante, queste donne vengano considerate nei Tribunali psicologicamente instabili… Chiamate a comparire davanti a un tribunale per ottenere la custodia dei figli, a causa della paura che provano e dello stress post-traumatico, le vittime appaiono come soggetti inaffidabili al confronto dei perpetratori della violenza, che invece si presentano calmi e razionali.

Simili considerazioni, emerse dalle recenti consultazioni alla Victoria’s royal commission into family violence, erano state precedente espresse dalla American Psychological Association (APA), che già nel 1996 avvertiva:

“Se i Tribunali ignorano la storia di violenza che sottende il comportamento materno quando sono chiamati a decidere in merito all’affidamento dei figli, la donna può apparire ostile, poco collaborativa o addirittura mentalmente instabileQuei consulenti tecnici che minimizzano l’importanza di un vissuto di violenza domestica, chiamati a valutare il comportamento delle madri potrebbero considerare patologiche le sue reazioni, accusarla di voler alienare i figli dal padre e addirittura raccomandare un affidamento a quest’ultimo nonostante l’evidenza di episodi di violenza intrafamiliare.”

L’incapacità di mettere in relazione le difficoltà psicologiche delle vittime di violenza domestica con i maltrattamenti subiti, emerge prepotentemente dalla lettura delle sentenze emesse dai tribunali civili anche in Italia, soprattutto in quei casi in cui è impossibile negare la sussistenza delle accuse.

Una incapacità che comporta pericolosi errori di valutazione, come in un caso del 2017 citato dal sito trentotoday.it: a tre anni dalla decisione di collocare i bambini presso il padre, decisione presa a seguito delle valutazioni di un consulente in merito alla credibilità della madre, l’uomo è stato condannato in sede penale a 2 anni e 8 mesi di carcere e 15.000 euro di risarcimento più le spese legali per lesioni personali e violenza in famiglia, una condanna in netto contrasto con quanto era stato suggerito dalla perizia. Tre anni nel corso dei quali dei bambini sono stati affidati alle cure di un soggetto maltrattante, una situazione che – a dispetto dell’opinione diffusa, secondo la quale non c’è alcun legame fra le violenze perpetrate nei confronti della partner e le competenze genitoriali – è potenzialmente in grado di lederli emotivamente e fisicamente.

Poco prima delle vacanze natalizie, mi è stato inviato da una lettrice un articolo interessante e in quale modo pertinente, relativo ad un caso di omicidio: dopo essere stata ingiustamente condannata nel 2002 per aver pugnalato a morte il figlio di 10 anni, Julie Rea è stata scagionata nel 2010 dopo che il vero colpevole, un serial killer di bambini, ha confessato, fra gli altri, anche l’omicidio del piccolo Joel.

La versione di Julie Rea, che sosteneva di aver lottato e messo in fuga uno sconosciuto che si era introdotto nottetempo in casa e di aver successivamente scoperto il corpo straziato del bambino, era stata confutata dall’analisi delle macchie di sangue sulla scena del crimine: ben due periti avevano testimoniato contro di lei, malgrado il fatto che nulla, nel passato della donna, suggerisse un movente per l’orrendo delitto.

Un anno prima del rilascio di Julie Rea, la National Academy of Sciences aveva pubblicato un rapporto nel quale si criticava l’affidabilità dell’analisi delle macchie di sangue. Afferma il rapporto che le conclusioni dei periti erano spesso “più soggettive che scientifiche” e soggette a “pregiudizi di contesto.

Alcuni esperti estrapolano ben oltre ciò che può essere sostenuto“, sosteneva l’Accademia Nazionale delle Scienze.

Il rapporto ha criticato un’ampia gamma di discipline forensi, tra cui l’analisi di capelli, fibre, segni di morsi e impronte di scarpe e pneumatici. I suoi autori hanno scoperto che molte di queste discipline non sono basate su dati concreti e su una vasta ricerca sottoposta a peer-review, ma si basano invece sulle interpretazioni personali dei professionisti: Il più grande dilemma della legge nella sua forte dipendenza dalle prove forensi”, affermava, “riguarda la questione se – e in che misura – ci sia scienza in ogni disciplina scientifica forense“.

La medesima domanda, a mio avviso, dovremmo porcela anche in merito a queste consulenze sulle competenze genitoriali, che curiosamente riscontrano disturbi sempre in capo a donne che lamentano di essere maltrattate.

In conclusione: nell’introdurre la notizia ho espresso un giudizio precipitoso, viziato dalle mie convinzioni personali?

Penso proprio di sì.

Tuttavia, le mie convinzioni non si fondano sull’indebita generalizzazione a partire da esperienze personali, come sostenuto da alcuni, né tantomeno sull’irrazionale certezza dell’intima bontà delle donne e della naturale inadeguatezza degli uomini, quanto piuttosto su una serie di elementi concreti, fra i quali la consapevolezza che in questo paese sono vive e vegete attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica – cito la Corte europea dei diritti dell’uomo in merito alla causa Talpis v. Italy – e la rendono un concreto fattore di rischio che porta alla separazione delle madri dai loro figli.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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2 risposte a Pregiudizi

  1. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    Haven’t read this properly yet because computer is off but I like it.
    You’ve made a very nice line of argument from that Atlantic piece. The analogy to women’s issues in court emerges clearly. What’s happening now everywhere is that discredited “science” is going unchallenged in tribunals. That’s not OK, whether it’s a family tribunal and custody decisions or a murder trial.
    The points you make about abused and traumatised women whose behaviour is misinterpreted as instability or incapacity are also very important. Here again we see the disconnect. Courts are being guided by non expert and highly controversial or discredited “scientific” opinions and ignoring the real advances made in the field of trauma studies.
    Natalia at Researching Reform had also sent out articles recently, calling into question the quality of reporting by social workers and psychologists to tribunals – as well as their probity and their personal interests – and casting doubt on scientific validity of arguments used in family courts to justify removing children from families / parents. There appears to be renewed interest currently in this matter.
    All the best,
    Shonagh

  2. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    Correction – Natasha of Researching Reform My phone thinks it knows best. Shonagh

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