Ancora sulla rivittimizzazione: la discussione in corso

SENZA DARE GIUDIZI DI TIPO ETICO O MORALE…
resta il fatto che chiunque si avvii verso percorsi di auto-distruzione, dimostra di avere, per se e la discendenza, un inconscio desiderio di non-sopravvivenza… clinicamente, ROBERT HA RAGIONE! i tassi di recidiva su queste cose sono altissimi: chi fuma una volta tende quasi sempre a farlo per sempre, chi attraversa fuori dalle strisce pedonali da solo tende a farlo anche quando tiene il figliolo per mano, chi viene salvato in tempo da un tentativo di suicidio molto spesso ci riprova, E QUASI TUTTE LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA TENDONO A PERDONARE IL CARNEFICE ED A TORNARE CON LUI…
sono dati statistici, e non necessitano di valutazione morale… poiche vivere e piu importante che pensare, poiche vivere e piu importante che provare sentimenti, CHI AGISCE CONTRO LA VITA, propria o di terzi, DEVE ESSERE INTERDETTO DALLA POTESTA GENITORIALE…

da un commento nel blog

se pensi che la vittima non sceglie, dai per scontata una certa inevitabilita, quindi la colpa e solo del violento, ma non si ci puo fare niente… TI SBAGLI, E DI GROSSO! qui non si tratta di militari vittime di nonnismo, di alunni di catechismo vittime di parroci pedofili, di figli o figlie maltrattati da parenti… QUESTI sono i casi in cui una persona non puo scegliere in che contesto stare! ma se si parla di famiglia COSTITUITA DA DUE ADULTI CONSENZIENTI, solo la presenza di entrambi i SI legittima l’ unione!

(…)

non posso salvare il carnefice dalla sua stessa crudelta, perche arrechera danni ad altri, ma mai a lui stesso… non posso salvare la vittima dalla sua stessa fragilita, perche preferira sempre sentirsi protetta dal violento di turno che sentirsi libera in una vita che ha paura di gestire da sola… debbo IN PRIMIS salvare sempre e comunque i figli, per parecchi motivi alcuni dei quali gia precedentemente scritti, e gli altri anche semplicemente intuibili con il buon senso…chi in ambito psichiatrico si occupa di dipendenze sa che e possibile curare UNA dipendenza, ma quasi impossibile curare LA dipendenza… chi smette di giocare comincia a fumare di piu, chi smette di fumare comincia a mangiare di piu… il corpo e la mente HANNO UN OGGETTIVO E NON SOGGETTIVO bisogno di sostituire una emozione forte con una uguale o ancora piu forte, quasi mai con una piu delicata… qui la violenza non c’ entra: vale anche nello sport, con il bungee-jumping, nel divertimento, con l’ otto volante, nei viaggi, con i safari… si tratta proprio di una dimensione affettiva dell’ uomo…
la cosa vale per il carnefice che ogni giorno aumenta la rabbia per essere piu cattivo, ma vale per la vittima, che senza la paura non si sente viva, apprezzata ed amata… paradossalmente, in una coppia cosi, forzare o convincere uno dei due a rompere il legame vuol dire garantirgli SOLO LA INTEGRITA FISICA, NON ANCHE QUELLA IDENTITARIA, perche lo/la si costringerebbe a vivere la sua affettivita in maniera per lui/lei innaturale…

da un commento nel blog

Il mio articolo dedicato a Rob e alle sue idee sulle donne vittime di violenza maschile ha scaldato parecchio gli animi dei lettori, soprattutto quello delle mie lettrici.

In molte hanno osservato che i maltrattamenti in famiglia sono l’unico reato che riesce sempre a suscitare un maggiore interesse nei confronti dei tratti della personalità della donna vittima di quanto sdegno possa suscitare nei confronti del perpetratore:

Ora proviamo a ragionare come Rob, ma facendo riferimento ad una diversa tipologia di reato.

Avete mai riflettuto sul fatto che generalmente sono vittime di furto, truffa e rapina le persone coi soldi? Non ci sarà qualcosa di intrinsecamente sbagliato nella psicologia delle persone benestanti? Nessuno le costringe a possedere beni materiali: potrebbero benissimo spogliarsi di tutti i loro averi, come San Francesco, e rinunciare per sempre alla possibilità di venire derubate. Invece non lo fanno, neanche dopo aver subito un furto o più furti. Qual è il tasso di recidiva nel caso degli esercizi commerciali rapinati? Quante volte un negozio subisce un primo furto, un secondo, un terzo, e ciononostante i proprietari si ostinano a tenerlo aperto? Questo non dovrebbe almeno suggerirci un inconscio desiderio di venire deprivati dei propri possedimenti per mezzo della coercizione, della minaccia, della violenza o del raggiro?

Altre hanno preferito sottolineare come alcune delle conclusioni cui Rob giunge, a partire dalle premesse, classifichino il suo ragionamento come privo di logica:

Ci spiega l’ultimo commento che se è da considerarsi inadeguata quella donna che sceglie come padre dei suoi figli un uomo maltrattante, dovrebbe parimenti essere considerato inadeguato il suo compagno, se non per il fatto di usare la violenza contro di lei (comportamento che secondo Rob e alcuni magistrati italiani, non denota scarse competenze genitoriali),  di sicuro per il fatto di aver scelto come madre dei suoi figli una donna che ha dimostrato, scegliendolo, di essere inadeguata a prendersi cura di loro. A meno che, ovviamente, non si voglia insinuare che gli uomini non scelgono la compagna con cui mettere al mondo i propri figli.

Altre ancora, invece, si sono concentrate sul fatto che circoscrivere la questione alla psicologia dei soggetti coinvolti (il perpetratore e la vittima) ci porta a trascurare quegli elementi esterni alla coppia che invece hanno un peso determinante sulle dinamiche della violenza domestica:

Abbiamo discusso spesso, qui, del fatto che uno dei fattori che convince le donne a non liberarsi del loro aguzzino è proprio il terrore di essere separate dai loro figli, che rischiano di rimanere da soli in balia del suo aguzzino.

L’importanza che oggi come oggi il concetto di “bigenitorialità” ha assunto nel dibattito sulla salute fisica e psicologica dei bambini ha messo in disparte la ricerca che inequivocabilmente dimostra l’esistenza di un legame fra violenza sulle donne e violenza sui bambini;  sappiamo che abusi e maltrattamenti hanno effetti devastanti sullo sviluppo anche quando non sono direttamente perpetrati sui bambini, che i bambini che sono stati vittime dirette o indirette di violenza domestica avranno un futuro pesantemente segnato dall’esperienza,  e che spesso tutelare un bambino equivale a tutelare la madre dalla violenza domestica, ma a dispetto di questo, anche in caso di violenze confermate dalle indagini e persino nel caso di violenze e maltrattamente che conducono ad una condanna, le decisioni dei tribunali civili continuano a porre in primo piano la necessità di preservare il rapporto dei bambini con entrambi i genitori, finendo addirittura col penalizzare la madre protettiva.

Un’altra conseguenza di questa enfasi sulla bigenitorialità è la produzione di messaggi al pubblico estremamente contraddittori: ne avevamo parlato a proposito dell’appello a mezzo stampa del procuratore capo di Udine, che esplicitamente esortava le donne coinvolte in una separazione a non “imboccare la strada delle denunce penali”, senza neppure accennare alla necessità di tutelare la vittime di violenza domestica e i loro figli coinvolti in una separazione.

Tutte le analisi della psicologia delle vittime di violenza domestica prima o poi debbono scontrarsi con un fatto incotrovertibile: il nostro è un paese che discrimina le donne.

Come la trattazione del caso Talpis presso la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha sancito qualche anno fa, la donna che abbandona il tetto coniugale, a causa delle attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica, a volte non trova nelle istituzioni quel supporto e quell’assistenza che potrebbero proteggere lei e i suoi figli dall’esplosione di violenza che segue il suo tentativo di liberarsi di un partner maltrattante.

Ci dice l’Istat che le donne separate o divorziate subiscono violenze fisiche o sessuali in misura maggiore rispetto alle altre, il 51,4% contro il 31,5%: perché questo dato non ci fa almeno ipotizzare che una donna possa razionalmente valutare come più sicura l’opzione di rimanere con un partner maltrattante, piuttosto che lasciarlo? Che c’entrano poco o niente la dipendenza affettiva o il masochismo, ma si tratta magari di scegliere quello che appare come il male minore in un contesto che non è in grado di garantirle l’incolumità per se stessa e i suoi figli? Prima di stigmatizzare senza appello le donne che tentennano nel rinunciare ad una relazione connotata dalla violenza, non dovremmo inserire la violenza contro le donne in un contesto culturale pesamente connotato dalla misoginia?

Come suggerisce la discussione che è seguita alla pubblicazione del post, il dibattito attorno alla violenza domestica è ancora viziato da residui delle teorie freudiane sul masochismo femminile. Sono passati più di settant’anni dalla pubblicazione di “The Psychology of Women” di Helene Deutsch, che ci raccontava come i tratti distintivi della psiche femminile fossero la passività e il masochismo, tratti determinati dalla biologia (sarebbe la struttura stessa della vagina-contenitore, infatti, a determinare nelle donne il desiderio di essere sopraffatte dall’uomo, il cui pene è responsabile della sua naturale aggressività) e quindi incorreggibili; le critiche a queste teorie (vi pregherei di leggere Lenore Walker o Paula Joan Caplan in proposito) hanno dimostrato, dati alla mano, che non esistono dati empirici a supporto, che non vi è alcuna correlazione tra disordini della personalità e la violenza che le donne subiscono dagli uomini nelle relazioni sentimentali come in altri contesti; eppure ancora ci troviamo a leggere di donne “dipendenti” dalle relazioni distruttive.

Fatevi un favore: se avete nella vostra libreria una copia di “Donne che amano troppo” di Robin Norwood (praticamente la Bibbia per i sostenitori di queste teoria), preoccupatevi di procurarvi anche “Contrattacco”, di Susan Faludi. Scommetto che dopo la lettura del capitolo a lei dedicato, sarete colte dall’irrefrenabile desiderio di prendere il primo e dargli fuoco mentre danzate selvagge attorno al falò.

Un assaggio:

Come moltissimi terapisti del decennio, la Norwood aveva avuto l’opportunità di osservare da vicino il crescere della violenza emotiva e sessuale perpetrata sulle donne. Aveva a disposizione l’esempio di milioni di donne che subivano maltrattamenti verbali e fisici da parte di mariti e amanti. eppure, nell’analisi di questo fenomeno, scelse di ignorare completamente la dimensione sociale e lo strasformò in un problema psicologico. “Le donne di oggi sono letteralmente assuefatte agli uomini che le feriscono”, sostiene,  “molte di noi sono state drogate da un uomo”, scrive, “e come tutti gli altri drogati, hanno bisogno di capire e ammettere la gravità del problema”. Se è vero che molte donne seguono questi modelli autodistruttivi, l’analisi astorica della Norwood non spiega perché il problema sia diventato così serio proprio in questi anni, o perché la violenza sulle donne stia aumentando tanto drammaticamente. Né rovescia mai i fronti: il libro si domanda perché numerosissime donne “scelgono” uomini violenti, ma non perché esistano tanti uomini violenti tra cui scegliere. [S. Faludi, Contrattacco, Ed. Baldini&Castoldi 1992, pagg.426-427]

Gli uomini violenti non sono “malati” e le loro vittime non sono delle masochiste.

Se pure si verificano casi eccezionali che permettono di descrivere così i soggetti coinvolti, non ci sono elementi per farne una regola generale tramite la quale fornire la risposta definitiva al fenomeno nel suo complesso, che invece trova più adeguata collocazione nell’ambito di un’analisi dei i rapporti di forza storicamente diseguali che nel tempo hanno plasmato la relazione fra i sessi.

Prima di concludere, vorrei ringraziare tutte le persone che hanno partecipato con passione e interesse al dibattito, contribuendo all’emersione di parecchie delle criticità che inquinano i discorsi attorno alla violenza sulle donne.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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10 risposte a Ancora sulla rivittimizzazione: la discussione in corso

  1. spiralredearth ha detto:

    Hai sempre la mia stima per il lavoro che svolgi, lavoro di chiarimento e di ribaltamento completo di quello che la cultura diffusa da per immutabile. Ciao Riccio.

  2. Paolo ha detto:

    la dipendenza affettiva riguarda uomini e donne ma le tue considerazioni su questo argomento sono totalmente condivisibili. su altri temi la vedo diversamente da te ma non su questo

  3. ferrara2835 ha detto:

    ottimo esempio…
    – essere ricchi non e un elemento di disagio, come non lo e essere fragili…
    – ostentare la ricchezza diventa elemento di rischio, come anche sentirsi inadeguata finche si sta da sola
    – ma lasciare da sola la macchina di lusso accesa con le chiavi inserite, perche tanto e nostra, diventa un elemento di inettitudine gestionale, come il perdonare oggi l’ uomo confidando che domani cambi perche tanto ci ama…

    non e in discussione la presenza o meno di colpa, ma la recuperabilita affettiva…

    finche mi rubano la prima macchina, la assicurazione mette in conto la distrazione e magari mi rimborsa, ma se lascio incustodita e accesa una seconda auto, nessuna assicurazione mi rimborserebbe, perche la omessa sorveglianza rende complici del furto…
    dopo il primo schiaffo occorre riflettere, e parecchio! percxhe la seconda aggressione fisica potrebbe non essere piu solo uno schiaffo… mai successo? tipo ordinariamente calmo? uno scatto puo capitare… a chiunque, moglie compresa… ma se lo schiaffo deriva da un crescendo, impossibile ormai che dopo segua una carezza… il primo schiaffo puo capitare, ma dal secondo-terzo in poi ci sta il tacito assenso… causato da paura? piacere? solitudine? inadeguatezza? debolezza? irrilevante! quella mano dopo il primo o al massimo il secondo schiaffo doveva essere definitivamente fermata!

    quello che qui, dal lato femminile, ogni volta viene “rimosso” sta nel fatto che parecchie donne, dopo la denuncia e la posizione in situazioni di tutela, ritirino la denuncia! chi vuole essere solidale con una donna che presenta una denuncia, sia cosi rispettosa del suo diritto ad autodeterminarsi da aiutarla anche nel ritiro della stessa…

  4. Antome ha detto:

    Ma l’altra perla, sullo stesso filone dellle donne in fondo masochiste è quella sempre nei commenti, sui maschi che sono meno emotivi e più anaffettivi nei loro post, che usano le maiuscole per sottolineare esponendo quindi tesi scomode che non potendo essere censurati nella sostanza ci si deve attaccare alla forma delle maiuscole che non sono affatto aggressive :).

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