Venezia, too

Avrete letto tutti del caso Polanski esploso alla Mostra del Cinema di Venezia: la Presidente della Giuria, Lucrezia Martel, a proposito dell’inclusione fra i film in concorso di J’accuse, l’ultima opera di Roman Polanski, aveva dichiarato alla stampa che non avrebbe preso parte alla cena di gala del regista per non essere costretta ad applaudirlo:  “Io non divido l’uomo dall’opera” ha affermato.

Il produttore del film Luca Barbareschi ha reagito minacciando il ritiro della pellicola, mentre il direttore della Mostra Alberto Barbera ha ribattuto sostenendo la necessità di separare l’uomo dall’artista: “La storia dell’arte è piena di artisti che hanno commesso crimini, di varia gravità, e non per questo abbiamo smesso di ammirare le loro opere. Polanski è uno degli ultimi maestri europei in attività; ho visto il suo nuovo film, mi è piaciuto, e non ho avuto dubbi sull’opportunità di invitarlo. Non sono un giudice, non posso stabilire se un artista deve o no andare in carcere, ma sono un critico cinematografico cui viene chiesto se un film è meritevole di partecipare a una competizione o no. Secondo me lo stesso dovrebbero fare gli spettatori davanti al film.”

Successivamente Martel ha precisato di non essere  in alcun modo contraria alla presenza del film di Polanski alla Mostra, auspicando un dibattito “su questi temi”; Barbareschi, invece, sulla questione ha invocato il silenzio: “Il passato è passato, la giuria deve giudicare, il pubblico se vuole applaudire”.

fonte: www.vanityfair.com

In una recente intervista con lo scrittore francese Pascal Bruckner, che gli chiedeva: “sopravvivrai all’attuale maccartismo neo-femminista che, oltre a inseguirti in tutto il mondo e cercare di impedire la proiezione del tuo i film, tra le altre vessazioni, ti ha anche espulso dagli Oscar?”, Roman Polanski si è definito una vittima al pari di Alfred Dreyfus, il protagonista di J’accuse:

In the story, I sometimes find moments I have experienced myself, I can see the same determination to deny the facts and condemn me for things I have not done. Most of the people who harass me do not know me and know nothing about the case….My work is not therapy. However, I must admit that I am familiar with many of the workings of the apparatus of persecution shown in the film, and that has clearly inspired me.

“Nella storia a volte trovo momenti che io stesso ho vissuto, posso vedere la stessa determinazione nel negare i fatti e condannarmi per cose che non ho fatto. La maggior parte delle persone che mi molestano non mi conoscono e non sanno nulla del caso … Il mio lavoro non è terapia. Tuttavia, devo ammettere che ho familiarità con molti dei meccanismi dell’apparato di persecuzione mostrati nel film, e questo mi ha chiaramente ispirato.”

Se ci fermassimo a leggere a questo punto, potremmo dedurre che Polanski faccia riferimento allo stupro della tredicenne Samantha Gailey (oggi Geimer) avvenuto nel 1977, il reato del quale è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio, per il quale è fuggito dagli Stati Uniti onde evitare di affrontare il processo e al quale chiaramente Bruckner fa riferimento citando il “femminismo maccartista” e la decisione dell’Academy of Motion Picture Arts and Science di escluderlo dagli Oscar, ma il regista decide di confondere le acque e prosegue citando le accuse mosse contro di lui dopo la morte della moglie Sharon Tate, accuse cadute quando le indagini hanno portato gli inquirenti a Charles Manson e alla sua “famiglia” di assassini.

Questa è da sempre la principale strategia difensiva di Roman Polanski: ogni qual volta qualcuno affronta il tema dello stupro di minorenni, prende a raccontare le tragedie che hanno funestato la sua vita: l’infanzia in un’Europa devastata dalla persecuzione nazista degli ebrei, la madre morta nel campo di concentramento di Auschwitz, la moglie brutalmente assassinata mentre era incinta di otto mesi nel corso di una delle stragi più efferate del secolo scorso, ed è davvero difficile non empatizzare con lui di fronte ad eventi del genere, che però non hanno nulla a che spartire con ciò che gli viene contestato.

Poi conclude:

For them, my film Rosemary’s Baby, proved that I was in league with the devil! It lasted several months, until the police finally found the real killers, Charles Manson and his ‘family’. All this still haunts me today. Anything and everything. It is like a snowball, each season adds another layer. Absurd stories by women I have never seen before in my life who accuse me of things which supposedly happened more than half a century ago.

“Per loro, il mio film Rosemary’s Baby, dimostrava che io fossi in combutta con il diavolo! Durò diversi mesi, finché la polizia non trovò finalmente i veri assassini, Charles Manson e la sua “famiglia”. Tutto ciò mi perseguita ancora oggi. Tutto e niente. È come una palla di neve, ogni stagione aggiunge un altro strato. Storie assurde di donne che non avevo mai visto prima in vita mia che mi accusano di cose che presumibilmente sono accadute più di mezzo secolo fa.”

A quali storie assurde fa riferimento?

Probabilmente parla delle donne che hanno recentemente deciso di venire allo scoperto: Marianne Barnard, che racconta di essere stata molestata da lui quando aveva solo 10 anni, Renate Langer, che afferma di essere stata violentata quando ne aveva 15 e di aver deciso di uscire allo scoperto dopo la testimonianza di Robin, che denuncia di essere stata stuprata a 16 anni, oppure Charlotte Lewis, che parlò della violenza subita a 16 anni nel 2010 (quindi molto prima dell’avvento del #metoo), ma potrebbe anche riferirsi al caso per il quale è un ricercato da più di quarant’anni; saranno i lettori a deciderlo.

Perché in tutti questi anni, dalla sua fuga ad oggi, mai Roman Polanski ha ammesso pubblicamente di aver stuprato qualcuno, neanche Samantha Geimer.

Geimer sostiene che in privato, Polanski si sia scusato con lei (I want you to know how sorry I am for having so affected your life, le ha scritto – una frase che, di fatto, non contiene alcuna ammissione di colpa), motivo per il quale ha perdonato il suo aggressore e ha richiesto l’archiviazione del caso che la riguarda. Pare che i suoi legali, nel 1993, si siano accordati con il regista per un risarcimento in denaro, e la donna si dice oggi fermamente convinta che non ha mai avuto senso spedire Polanski in carcere, perché (riporta la rivista  Elle) “Le persone si possono redimere, non è il caso di farle pagare a vita.”

Redimere: una scelta lessicale interessante. Possiamo considerare Polanski un uomo redento?

La richiesta di Geimer, tuttavia, è stata respinta, e per quanto sia comprensibile il suo desiderio di lasciarsi alle spalle una vicenda giudiziaria che racconta di aver vissuto come “quarant’anni di condanna” (lei e la madre sono state definite bugiarde e arrampicatrici sociali, Gore Vidal la chiamò addirittura puttana in un’intervista), sono molti gli elementi che ci portano a pensare che Polanski abbia tutt’altro che preso coscienza della reale gravità delle azioni che vi vengono imputate, e non sto parlando delle donne che “presumibilmente” avrebbe assalito dopo lo stupro nella villa di Jack Nicholson.

In un articolo dello scorso anno pubblicato da The Guardian, a tale proprosito Hadley Freeman ha citato un’autobiografia del regista, nella quale Polanski non ha avuto remore a descrivere la sua vittima tredicenne come una donna “disinibita che evidentemente aveva esperienza”:

“Le ho chiesto quando aveva iniziato a fare sesso”, scrive, come se fosse una cosa normale per un uomo di 43 anni da chiedere a una ragazza di 13 anni. A casa di Jack Nicholson, lei gli dice che ha sete, quindi le dà da bere. “Non stavamo parlando molto”, scrive Polanski. “Ma ho potuto percepire una certa tensione erotica tra di noi.”

Gailey avvertì qualcosa di diverso. Secondo la testimonianza, gli ha ripetutamente chiesto di portarla a casa e aveva “paura di lui”. Quando ha iniziato a baciarla, lei gli ha detto: “No, stai lontano”. Quando ha fatto sesso orale con lei, era “sul punto di piangere” e gli ha chiesto di smettere.

Polanski racconta che lei “faceva l’amore” in modo così sexy che poteva praticamente sentire il suo respiro affannoso. “Non c’erano dubbi sulla sua esperienza e sulla mancanza di inibizione. Si aprì e io entrai in lei. Non era indifferente “scrive.

Così invece Gailey ha descritto il crimine: “Ha messo il suo pene nella mia vagina. Per lo più dicevo: “No, basta.” Ma non combattevo davvero perché non c’era nessun altro lì e non avevo un posto dove andare. Non mi ha risposto quando ho detto di no … Poi ha sollevato di più le mie gambe ed è entrato nel mio ano. “

Successivamente, nella macchina di Polanski, Gailey pianse. Ma lui non ne parla nel suo libro. Invece, descrive il tentativo di organizzare un appuntamento con lei.

L’articolo riporta anche quanto dichiarato da Polanski in un’intervista del 1979 a proposito delle accuse:

I giudici vogliono scopare le ragazzine. Le giurie vogliono scopare le ragazzine – tutti vogliono scopare le ragazzine! – si lamentava, denunciando l’ipocrisia di chi puntava il dito contro di lui: a suo avviso non era chiamato a subire le conseguenze di una sincera indignazione causata dall’effettiva gravità del fatto (non si sarebbero accaniti altrettanto, sostiene, se avesse ucciso qualcuno), ma era diventato l’oggetto della morbosa attenzione di quei libidinosi incapaci di rapportarsi serenamente alle loro pulsioni.

Commentava Martin Amis:

Avere l’aspetto di una sedicenne non è una cosa che dà all’adulto il diritto di andare a letto con un’adolescente. Nonostante ciò che dice Polanski, non tutti vogliono scopare ragazze. Non ci si può nascondere dietro una falsa universalità: non si può cercare sicurezza nei numeri. Inoltre, la maggior parte delle persone che vogliono scopare giovani ragazze, non scopano giovani ragazze. (…) Persino Humbert Humbert aveva capito che le ragazze non sanno davvero se vogliono farlo o no. Il pedofilo ruba loro l’infanzia. Polanski, questo, non ha mai nemmeno provato a capirlo.

fonte: il Corriere della Sera

Oggi, Polanski si appella alla clemenza di Samantha Geimer per tacitare chi lo contesta: “Come sapete, ha chiesto per oltre 30 anni che questa cosa finisse”, commentava a proposito del processo a suo carico nel 2017, ma non manca mai di alludere al fatto che quella intentata contro di lui fosse una causa ingiusta: “Mi dispiace che i giudici che lo hanno affrontato negli ultimi 40 anni siano stati corrotti, uno che copre l’altro”.

Ho provato a cercare online qualche sua dichiarazione nella quale trasparisse un minimo di pentimento, e ne ho trovata una soltanto, del 2011:

I have regretted it for 33 years, of course I regret it, poi, riferendosi a Samantha Geimer: She is a double victim – my victim and a victim of the press.

Se la stampa ha rivittimizzato Samantha Geimer (penso a polemiche recenti, come quella scatenata da Tarantino che dichiarò “Polanski non ha violentato una tredicenne ha fatto sesso con una minorenne, che non vuol dire stuprare” per poi scusarsi pubblicamente, o quella innescata da Whoopi Goldberg, che disse “Si è trattato di qualcos’altro, non di uno stupro-stupro”), è anche grazie alla versione dei fatti diffusa da Roman Polanski, quella che racconta di una ragazza spregiudicata che, dopo essersi goduta una notte di sesso con lui, ha poi ritrattato sobillata da una madre snaturata e affamata di fama e denaro, una versione che le persone che gli sono state accanto hanno accolto, tentato di vendere ai magistrati per ottenere una pena irrisoria e poi ribadito nel corso degli anni (penso alla cognata Debra Tate, che nel 2009 dichiarò “E’ stato stabilito che Roman non forzò la ragazza a fare sesso, fu consensuale”).

Se la stampa si è crogiolata con questa vicenda è anche soprattutto a causa dell’ambiguità della maggior parte delle sue dichiarazioni (“Se ho sbagliato, credo di aver pagato”), per non parlare della sua ostinazione nel volersi rappresentare come un perseguitato, quando in realtà ha trascorso gli ultimi quarant’anni osannato dal pubblico, elogiato e difeso dai colleghi e premiato dalla critica, mentre la stampa minimizzava la portata dell’abuso di una poco più che bambina parlando di “eccessi di un artista esagerato”, come se il talento per nutrirsi dovesse per forza di cose affondare le radici nell’abiezione.

Alla luce del fatto che, dopo tutto questo tempo, l’unica cosa che Polanski ancora dichiari pubblicamente sia: “La maggior parte delle persone che mi tormenta non mi conosce e non sa nulla del caso”, possiamo dedurne che, a più di ottant’anni, egli è da considerarsi una causa persa, più che un uomo redento: è improbabile che decida di provare a capire davvero perché venne perseguito, quarant’anni fa, come è impossibile che riesca a comprendere che quello che gli viene rimproverato oggi non è il trauma che inflisse ad una ragazzina, ma il danno che ha procurato alle donne tutte, contribuendo a rafforzare nell’opinione pubblica alcuni fra i più beceri miti sullo stupro: è anche a causa sua, alla narrazione che ha fornito e mai esplicitamente smentito, se ancora oggi ogni vittima di stupro deve sopportare di sentirsi rimproverare che “lo voleva, era consenziente”, è a causa sua che dobbiamo sorbirci le leggende sul legame inscindibile fra genio e sregolatezza, funzionali soltanto a garantire l’impunità di chi se ne fa scudo per mascherare misfatti non certo connessi a strabordante creatività, è ancora a causa sua se c’è tanta gente disposta a credere che un uomo in preda alla sua erezione possa ritrovarsi improvvisamente privo della capacità di discernere se la donna che ha di fronte si sta godendo il momento o è invece paralizzata dal terrore.

Ma soprattutto, è colpa sua se dopo questa edizione della Mostra di Venezia ogni stupratore potrà sentirsi rincuorato e nobilitato dall’accostamento del “caso Polanski” all’Affaire Dreyfus che la stampa mainstream continua a proporci, ovviamente omettendo di ricordare a se stesso che Alfred Dreyfus, a differenza di Polanski, era del tutto innocente.

Il caso Polanski e le polemiche che ne sono seguite, soprattutto negli ultimi anni e anche grazie al movimento #metoo, non è solo la prova del fatto che una legge, seppure corredata di un apparato istituzionale deciso a farla rispettare, non può produrre alcun reale cambiamento nella società quando i membri che detengono una sufficiente quantità di potere si rifiutano pervicacemente di condannare un comportamento criminoso (e parlo dei centinaia di artisti firmarono la petizione in difesa del regista, comprese istituzioni come la Cinémathèque Française e il Festival di Cannes), ma è anche una prova del fatto che quella che siamo abituati a considerare l’élite intellettuale è ancora ferocemente ostile alle istanze di cambiamento delle donne.

Non è un caso se lo stesso Alberto Barbera che si dichiara orgoglioso di portare alla Mostra Polanski e le sue orride dichiarazioni con le quali mette sullo stesso piano il suo “morbo di Nabokov” (così, a quanto pare, gli amici definivano all’epoca dell’arresto la sua passione per le bambine) all’affare Dreyfus, è lo stesso Barbera che, pur ammettendo che le registe sono sempre in minoranza a causa del maschilismo, si dichiara contrario all’istituzione di quote che tutelino l’equità fra i generi.

Dice Barbera: “Si dovrà arrivare a un cambio generazionale per considerare sullo stesso piano uomini e donne”, e su questo mi trova pienamente concorde.

Forse, morto Barbera e i suoi illustri colleghi, sorgerà una nuova generazione di uomini, in grado di comprendere che sostenere per quarant’anni – come ha fatto con tenacia il mondo del cinema – che basta dirigere qualche bel film per ritrovarsi esentati dal subire un processo per stupro, equivale a sostenere che qualche metro di pellicola è più importante dell’integrità fisica e del benessere psicologico di un essere umano, soprattutto se quell’essere umano è una donna.

E un’idea del genere ci danneggia tutti.

 

Per approfondire:

Il mito del genio maschile

Il consenso e l’età

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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16 risposte a Venezia, too

  1. Pingback: Venezia, too | SARTORIE CULTURALI

  2. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    translate this text and send it to journalists and institutions send it to feminists everywhere too outside Italy nobody will have noticed what Polanski says in Venice or whether he is applauded it’s important excellent article shonagh

  3. Paolo ha detto:

    io sono tra coloro che separano l’opera dall’artista e quindi continuo ad amare i film di polanski e a ritenerlo un uomo moralmente riprovevole, non trovo contraddizione in questo. Non occorre essere moralmente disgustosi per essere grandi artisti ma è indiubbio che un certo numero di artisti indiscutibilmente grandi erano degli escrementi sul piano umano. polanski è uno di loro, purtroppo è invalsa ancora l’ idea che ai grani artisti è socialmente concesso un comportamento intollerabile in chiunque altro. Polanski è un grande cineasta e un uomo che ha violentato una minore e non ha mai pagato per i suoi crimini, amo il cineasta e detesto l’uomo. si può fare

  4. Paolo ha detto:

    e ribadisco che per me il film di Polanski ha tutto il diritto doi concorrere al festival e anche vincere e andrò a vederlo come sarò felice di vedere l’ultimo film di Woody Allen (che diversamente da Polanski non ha avuto alcuna condanna, precisiamolo) ma il problema dell’indulgenza verso i grandi artisti che nella vita provata agiscono come escrementi esiste

  5. Trattore anti cosmico ha detto:

    Salve, gradirei sapere la vostra posizione riguardo Pasolini, che era noto pagare ragazzini minorenni per fare sesso.

    • IDA ha detto:

      Intanto non mi risulta che Pasolini andasse con ragazzini di 13 anni. Non mi risulta che Pasolini sia stato condannato per aver somministrato sostanze stupefacenti e fatto sesso con un ragazzino di 13 anni. Non mi risulta che si sia sottratto alle proprie responsabilità e fuggito prima a Londra e poi a Parigi.
      Al contrario mi risulta che sia stato sputtanato per queste cose si da vivo, ma soprattutto da morto, su Pasolini è stato detto di tutto. Una comparazione Pasolini Polanski mi sembra forzata.
      Ma vorrei fare un altro tipo di comparazione: Se il Signor Polanski, invece di essere un famoso regista era un polacco che lavava i vetri alle macchine ai semafori. Se questo lavavetri di origine polacca e di nome Polanski era accusato di aver drogato e poi sodomizzato una ragazzina di 13 anni e poi si sarebbe reso irreperibile alla giustizia, avresti ugualmente difeso dicendo che “però è bravo a lavare i vetri delle macchine”?

      • Trattore anti cosmico ha detto:

        Intanto Pasolini ebbe a che fare con minori, vedasi ciò che viene riportato nel link: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/04/il-processo-pasolini-per-corruzione-di.html. Se il mio paragone è forzato, cosa vogliamo dire di chi paragona il lavoro di un grande regista con quello di un semplice “lava vetri”? Cosa lascerà, il lavavetri, al mondo?

      • Paolo ha detto:

        e se vogliamo aggiungerci il carico da undici, Pasolini andava a letto con dei minorenni che erano meno colti di lui e venivano da una classe sociale più povera quindi non è da escludersi che lui esercitasse un certo potere su di loro (era più grande, più ricco, più colto). Ma questo non ha nulla a che fare col valore della sua opera artistica, lo stesso dicasi di Polanski, di Norman Mailer e di Marion Zimmer Bradley

      • Antome ha detto:

        Che domande trattore, vetri la cui lucentezza è stata determinante per molti film, so che sembra stupido, ma è un introduzione al concetto di complementarietà da contrappore al classismo, su cui se ti va approfondirò molto volentieri :). Penso di avere però capito cosa vuoi dire, anche se come prima reazione ha fatto scattare anche a me le stesse obiezioni di Ida.
        D’altro canto la sua osservazione e provocazione su cose avresti detto se Polanski fosse un semplice lavavetri non sembrava seguire logicamente dalla tua provocazione, che non è una difesa di Polanski, ma credo volessi testare il possibile bias selettivo che attribuisci agli interlocutori nei confronti di una figura di riferimento della cultura italiana di sinistra, anche se non solo.
        Nella risposta che dai a Ida, che già pensa che tu voglia difendere Polanski, l’accento particolare sulla presunta minore importanza di un lavavetri rafforza in lei l’idea che non solo difenderesti Polanski ma lo faresti perchè è un grande regista altrimenti no, cosa su cui hai chiarito più giù.
        Viene spontaneo tuttavia chiedersi il perchè di quella precisazione in risposta a quanto replicato da Ida, ma è possibile che non sentendo giustamente il suo paragone, derivante o pertinente con alcuna tua osservazione, l’abbia visto come una risposta alle osservazioni di Paolo o legate ad esse che, separando nettamente le due condotte, artistiche e umane dice “grande registra, ma come molti grandi, persona deplorevole”.
        Ma questo lo escludo in quanto Ida, a mio parere erroneamente, per l’assenza di legame con quando chiedi il 3 alle 13, ti chiede esplicitamente se continueresti (ma l’hai mai fatto) a difendere Polanski se fosse un semplice lavavetri.
        La tua risposta, che mette in gerarchia di importanza il regista e il lavavetri sembra confermare in lei che è quello che faresti.
        Quanto poi a Pasolini difeso perchè icona intellettuale della sinistra, guarda che difficilmente chi critica Polanski farebbe distinguo per Pasolini in quanto tale, se non perchè non si sottrasse alla giustizia, se questo fosse avvenuto. Molti circoli di cosiddetta sinistra sono stati accusati di chiudere più di un occhio su Polaski per il suo genio cinematografico.

  6. IDA ha detto:

    Trattore.. Io non sto paragonando il lavoro ma il tipo di reato. Perchè lo stesso reato lo commette un lavavetri deve essere più grave se lo commette un regista? Se vuoi dovrebbe essere il contrario, perchè il regista, come persona importante è anche un modello. Il modello da imitare è il regista e non il lavavetri.
    E in questa sua funzione di persona importante che ha diffuso e rafforzato miti e pregiudizi della cultura dello stupro. Quindi per me il fatto che sia una persona importante che ha fatto “grandi cose” è un’aggravante e non un’attenuante.

    • Trattore anti cosmico ha detto:

      Cara Ida, io non ho mai detto che la pena deve essere diversa a seconda del mestiere e dell’importanza di chi la commette. Per me sia il lava vetri che Polanski dovrebbero passare il medesimo tempo in galera per il medesimo reato.
      In ogni caso mi sembra tu stia sfuggendo alla mia domanda, Pasolini era biasimabile per la sua condotta oppure no?

      • IDA ha detto:

        Se andava con i minorenni, certamente che era biasimabile in egual misura e chi ha sostenuto il contrario?
        Non hai detto che la pena deve essere diversa ma fai il distinguo di fronte allo stesso reato. Per te il lavavetri e il regista non sono comparabili perché uno lascia opere artistiche e l’altro niente? . Pasolini e Polanski cosa hanno in comune, che erano registi cinematografici. Perché uno è vivo, l’altro morto. Uno per quello che ha fatto ha pagato, perdendo il lavoro, espulso dal partito, ucciso e sputtanato. L’altro è fuggito dalle sue responsabilità, fa la vittima e viene protetto e santificato. Per me sono biasimabili tutti e due, con la differenza che uno è morto e non si sta parlando di lui. Si vuol parlare di Pasolini per non parlare di Polanski?

  7. Pingback: VENEZIA, IL LEONE D’ARGENTO GRAN PREMIO GIURIA AL PATRIARCATO – Appunti dalle notti insonni

  8. Trattore anti cosmico ha detto:

    X Antome
    scusa ma non capisco come mai non mi permette di replicare sotto al tuo commento.
    Innanzitutto per me tutti coloro che hanno firmato quella petizione a favore di “Polanski” sono biasimevoli, divertente che tra di esse c’è la paladina del #metoo 🙂
    La mia domanda era per vedere se effettivamente ci stava una disparità di giudizio riguardo due registi/artisti che avevano commesso un reato abbastanza simile, IDA conferma che non è così e allora non può fare altro che piacermi 🙂

    • Antome ha detto:

      Dopo un certo livello non consente altre indentazioni e quindi altre risposte dirette a quel commento. Io spesso rispondo all’ultimo in cui è possibile rispondere, però è vero che dopo un po’ si incasina. Non l’hai notato perchè non hai ancora risposto ad abbastanza post, quindi e più che comprensibile. A presto.

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