Zinaida

Zinaida – Zina, così la chiamavano amici e parenti – aveva capito che suo marito poteva diventare pericoloso. Per questo la scorsa settimana si era rivolta ai carabinieri del suo paese, spiegando che l’uomo negli ultimi tempi aveva “crisi di gelosia”, minacciava gesti violenti, alzava la voce. Non l’aveva denunciato però, alla fine, forse pensando che allontanandosi da lui le cose sarebbero andate meglio. Invece non è andata così. Soltanto due ore prima del suo omicidio una pattuglia dei carabinieri era passata davanti a quel cancello dove Zina è stata uccisa, per controllare che tutto fosse in ordine, ma nella notte tra sabato e domenica lui, Maurizio Quattrocchi, 47 anni, da poco licenziato da una ditta in cui faceva il muratore, pizzaiolo in passato e con piccoli precedenti per ricettazione e guida in stato di ebbrezza alle spalle, l’ha aspettata sotto casa della sorella, dove Zinaida Solonari, 36 anni, arrivata tanto tempo fa nella Bergamasca da Basarabeasca, un paesino della Moldavia al confine con l’Ucraina, si era rifiugiata da qualche giorno con le sue tre figlie. Due coltellate, una alla gola e una al torace: per Zina non c’è stato scampo.

fonte: Repubblica

Questo screenshot me l’ha inviato una lettrice. Mi ha suggerito di pubblicarlo senza oscurare il nome del commentatore, ma, data l’esperienza di anni nel web, non trovo opportuno farlo.

Ormai ho imparato che esiste una porzione non trascurabile di popolo del web che si aggira nei social con l’attitudine un branco di carnivori digiuni da settimane, in attesa che una Selvaggia Lucarelli qualunque gli lanci un pezzo di carne umana da dilaniare con l’accuratezza necessaria a far durare il massacro il più a lungo possibile. A parte il fatto che nessuno, ma proprio nessuno merita un simile trattamento, è mia opinione che esso non possa produrre nessun positivo cambiamento né nel soggetto preso di mira, né in qualunque altro soggetto coinvolto a vario titolo in questo genere di attività venatoria.

In secondo luogo, non mi interessa parlare qui del commento di un singolo individuo, ma dell’idea che lo sottende, che non è patrimonio di qualche isolato losco figuro, ma accompagna sempre, come un costante rumore di fondo, ogni notizia che racconta di un gigante buono che ha fatto fuori la fidanzata, l’ex fidanzata, la moglie, l’ex moglie, una di quelle che non accettava uno di questi ruoli o non era capace di rinunciarvi nel modo a lui gradito.

Se l’ha uccisa ci sarà un motivo e molto probabilmente è un buon motivo: e per scoprirlo, come suggeriva tempo fa una discutibile affermazione pubblicata in occasione dell’omicidio di Charlotte Yapi Akassi da parte del fidanzato, si deve “scavare nella vita della ragazza per cercare di capire le dinamiche hanno portato l’uomo a spezzarle la vita”.

Scrivo su questo blog da diverso tempo ormai, e se mi avessero dato 5 centesimi per ogni volta che qualcuno è venuto qui a scrivermi “per voi femministe le donne sono tutte sante e gli uomini tutti dei mostri”, mi sarei già comprata il castello di Dracula in Romania per trascorrere il resto della mia vita drappeggiandomi addosso una vestaglia di velluto rosso.

La triste, tristissima verità è un’altra: in una società maschilista come la nostra, troppe persone sono convinte che quegli uomini che agiscono da mostri accoltellando ripetutamente la donna che dicevano da amare (o lei e i suoi parenti, i suoi amici, i suoi figli) non sono da considerarsarsi responsabili dell’accaduto, e se proprio lo sono, allora sono corresponsabili assieme alla morta, che qualcosa di meschino deve aver fatto per trasformare in una furia un uomo perbene.

La necessaria premessa di questa considerazione è una soltanto: tutti gli uomini sono uomini perbene.

Al contrario di chi ragiona in questo modo, io so che ci sono donne perfide al mondo, donne che commettono atti mostruosi; ma so anche che presumere che rientrino nel novero delle perfide tutte quelle donne del cui omicidio leggiamo un giorno sì e uno no sui giornali è uno squallido pregiudizio maschilista, la cui funzione in una società di stampo patriarcale è minimizzare e legittimare la violenza agita nell’ambito di una relazione sentimentale e al contempo minare la percezione della realtà di tutte coloro che la subiscono, insinuando il dubbio che se la siano in qualche modo meritata.

Sradicare questo pregiudizio non è facile. Occorre, a mio avviso, tanta pazienza e dedizione.

Dobbiamo trovare pazienza e dedizione, lo dobbiamo fare per Zinaida.

 

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Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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Una risposta a Zinaida

  1. Paolo ha detto:

    sono assolutamente d’accordo con te su questo, e gli uomini che giustificano tali atti mi fanno schifo

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