Ironia, black humor, sessismo, il gioco Squillo e le parole usate a mentula canis

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In occasione del primo maggio di quest’anno, il movimento No Tav ha distribuito il gioco  “per grandi e piccini” The Madamin’s Game, descritto dalla stampa come un’ironica forma di protesta. Alle carte delle “madamine” si TAV della Torino che conta e degli altri oppositori del movimento, il gioco contrappone la capretta della Valle di Susa, “supereroe della decrescita felice”.

The Madamin’s Game, ovviamente, non è un vero e proprio gioco da tavolo, bensì un tentativo di colpire gli avversari per mezzo della satira.

Perché ne parlo, vi starete chiedendo.

Perché in questi giorni – come avviene di tanto in tanto in concomitanza del Lucca Comics – si è riaperto l’annoso dibattito su Squillo, un gioco di carte vietato ai minori di 18 anni in cui i giocatori interpretano degli sfruttatori di prostitute (“papponi”) in lotta fra loro per ottenere il predominio sugli altri. Ogni giocatore-pappone dovrà sfruttare al massimo le sue carte-squillo per guadagnare il più possibile, ad esempio mandandole a battere, oppure uccidendole e vendendone gli organi (si incassa di più, ma non si può riutilizzare la carta) oppure usando le speciali carte-evento per danneggiare le carte-squillo altrui ( “il taglia gole”, per esempio, “consente di levare di torno una troia nemica”; la carta “inculata da un rottweiler” può “rendere malata la troia che colpisce. La vittima di questa carta si ritrova in punto di morte e, all’inizio del turno del pappone che la possiede, si può scegliere se curarla o lasciarla morire”).

In difesa di Squillo è sceso in campo un articolo di Esquire di Simone Alliva, che nel prendere di mira le dichiarazioni di Maria Elena Boschi (che su facebook ha dichiarato “Non c’è niente di divertente nella vita di una donna sfruttata e obbligata a vendere il proprio corpo. Non c’è niente di vincente in uomini che schiavizzano quelle donne e alimentano i traffici della criminalità organizzata”) sfodera tutto il repertorio del caso, risparmiandomi una rassegna stampa; si parla di ironia, sarcasmo, black humor, satira, cultura sessuofoba, la donna simulacro immacolato identificato con la maternità, e con un tono piuttosto seccato ci spiega:

Il caso scatenato da “Squillo” ha il pregio di fotografare una classe dirigente che invece di preoccuparsi seriamente dei problemi del paese, fa ricorso alla coercizione sessuale e al perbenismo spicciolo per distrarre, portarci lontani dai problemi. E ci riesce. È la politica dello sdegno, cioè una manifestazione di allarmismo priva di qualsiasi contenuto trasformativo. Se non capisci la battuta, figuriamoci la spiegazione.

Onde evitare di ritrovarmi il solito centinaio di commenti terrificati del tipo “aiuto la censura!”, non sono qui a richiedere il ritiro dal mercato del gioco Squillo.

Però ci tengo a manifestare pubblicamente tutto il mio sconcerto nei confronti di un’operazione commerciale che non riesco a catalogare né come satira né come umorismo nero, ma soprattutto mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse una volta per tutte la battuta o la provocazione, perché a me questo gioco rimane sullo stomaco come la maglietta con la svastica di Sid Vicious: più provano a spiegarmene il senso e meno mi risulta comprensibile.

Almeno del punk possiamo dire con certezza – perché a dirlo sono gli stessi che popolavano la scena musicale in quegli anni – che lo spirito che animava quelle provocazioni si poneva l’obiettivo di to piss off everybody and make people think: far girare i coglioni a tutti in modo da costringere la persone a pensare.

Invece in una recente intervista il creatore del gioco Immanuel Casto racconta che Squillo è nato come divertimento personale: “Ho un mio umorismo e Squillo era un prodotto pensato per giocare con gli amici. È stato il mio manager a suggerirmi di trasformarlo in un prodotto commerciale.” Un divertissement, insomma, non creato allo scopo di infastidire qualcuno, come Casto spiega più avanti: “Il gioco è nato appunto per gioco (…) Quando creo qualcosa non penso alle persone a cui darò fastidio, ma a quelle che farò sentire capite, anche solo facendogli fare una risata. A quelle persone che potranno dire: «Ecco, questo è il mio senso dell’umorismo».”

Pensando alla satira non mi verrebbe mai in mente di infilare fra i suoi scopi principali quello di far sentire capite le persone a cui si rivolge; concorderete con me che il gioco The Madamin’s Game non vuole consolare le caprette valsusine, piuttosto mira a sbeffeggiare Capitan Coniglio e questo è il motivo principale per cui citare la satira a proposito del gioco Squillo mi sembra del tutto fuori luogo.

Ma quali sono le persone che si divertono con Squillo e perché si sentono capite giocandoci?

[sono] Persone intelligenti che non ridono del tema, ma che sanno ridere dello stereotipo sul tema, spiega Casto.

Uno stereotipo è una credenza o a un insieme di credenze, non fondate su una conoscenza di tipo scientifico, in base alle quali vengono attribuite determinate caratteristiche a un gruppo di persone. Di stereotipi abbiamo parlato molto, in questo blog, ad esempio di quelli legati alle donne nella scienza; è a causa dell’incapacità di attribuire sufficiente rigore scientifico ad una ricercatrice solo perché donna (uno stereotipo) che l’esaminatore di una rivista consigliò tempo fa a due dottorande di trovare due biologi maschi con cui collaborare, paragonando la naturale inclinazione maschile per il lavoro di ricerca alla “naturale” capacità degli uomini di correre più velocemente delle donne (per la cronaca: il gap nella velocità della corsa sportiva pare si stia progressivamente riducendo).

Quale gruppo di persone e quale stereotipo sono in gioco in Squillo?

Abbiamo i giocatori-papponi e le prostitute-carte; a mio avviso, il fatto che nessun giocatore possa impersonare una prostituta, ma che le squillo siano solo meri strumenti sacrificabili in mano ai giocatori-papponi, suggerisce che uno dei temi fondanti del gioco sia la deumanizzazione del soggetto prostituito, che si fa letteralmente oggetto diventando carta da gioco.

Sarebbe questo lo stereotipo? Associare al pappone la reificazione delle donne che gestisce è un’indebita e arbitraria attribuzione di un comportamento ad un gruppo di persone che non trova fondamento nella realtà?

Oppure è la donna-oggetto sessuale lo stereotipo che il gioco mira a demolire?

Sono domande le mie, alla quali nell’intervista non trovo una risposta.

Alla luce di quello che sappiamo del mercato di esseri umani, soprattutto di quello che traffica donne per immetterle nella prostituzione, io non trovo quanto descritto dal gioco poco aderente alla realtà e neanche un’estremizzazione satirica della realtà: lo trovo semplicemente di cattivo gusto, come è di cattivo gusto gridare “storpio” a qualcuno che zoppica e poi riderci su.

E’ recentissima la condanna per omicidio dei parenti di Gloria Pompili, massacrata di botte dalla zia e dal compagno di questa, che da anni la costringevano a prostituirsi dopo averla attirata in casa loro con il miraggio di un lavoro in un negozio di frutta e verdura. Pare che per costringerla fossero arrivati ad appendere i suoi figli di 3 e 5 anni fuori dal balcone, rinchiusi in una cassetta di legno dalla quale giungevano alla madre le urla di terrore.

I racconti delle giovanissime vittime del mondo della prostituzione, come Gloria Pompili, trovano poco spazio nella narrazione del fenomeno. Spesso ci giungono le stime delle vittime della tratta, in costante aumento, molto più raramente qualcuno indulge nei dettagli dell’inferno che affrontano, perché è troppo crudo per essere messo nero su bianco.

Ogni eventuale rifiuto viene punito con la tortura: acqua bollente addosso o stupri di gruppo, leggiamo in un articolo sulle migliaia di donne trasportate ogni anno dalla Nigeria in Italia per essere vendute come carne da macelloGli ho detto che non volevo. Prima lo avevo fatto qualche volta per bisogno, ma non mi andava che diventasse una cosa quotidiana. Allora lui si è messo a fare il pazzo. Urlava. Mi diceva che mangiavo senza dare niente in cambio. Mi ha scaraventato lo stereo sulla schiena. Mi ha violentata, e frustata con una cinghia. Sono stata costretta a obbedirgli, racconta del suo ingresso nel mondo della prostituzione una ragazza rumena che aveva solo 12 anni quando è stata ceduta dalla madre al suo pappone.

Questa tipologia di donne prostituite sembra però sconosciuta a Immanuel Casto, che nella sua intervista parla di sex worker che andrebbero tassate dallo Stato, come se la maggior parte delle prostitute di questo paese fossero delle libere professioniste che truffano il fisco.

Vorrei leggerla con voi, la sua affermazione:

Sono favorevole alla prostituzione, purché venga tolta dalla strada, inserita in un ambiente controllato e i sex worker tassati. La logica morale per cui si possa fare un gioco sulla guerra e sulla mafia, ma non un board game satirico sulla prostituzione, è la stessa per cui un o una sex worker sta vendendo il suo corpo mentre un uomo che lavora in miniera o in fabbrica tra i fumi tossici non lo sta facendo. Questa per me non è morale, ma moralismo.

Mi chiedo quanti giocatori di giochi di guerra affermerebbero con leggerezza “sono favorevole alla guerra, purché si combatta in un ambiente controllato”, o se qualcuno abbia mai detto pubblicamente “sono favorevole alla mafia, purché paghino le tasse”.

A parte questo, vorrei farvi notare che Casto non parla di donne vendute, come le squillo ridotte a carte del suo gioco o come Gloria Pompili, bensì di sex worker che vendono il loro corpo: la prostituzione che descrive, quella che secondo lui è la prostituzione reale, è popolata di soggetti attivi; contempla l’esistenza di soggetti più sfortunati di altri, come i minatori (ma ci sono ancora miniere attive in Italia?) o gli operai costretti loro malgrado ad ambienti di lavoro poco salubri, ma l’esistenza delle schiave del sesso è del tutto ignorata e questo a dispetto del fatto che si calcola che il 56% delle vittime di traffico di esseri umani (due terzi delle quali sono donne o bambine, perché la prostituzione è sessista) sia destinata allo sfruttamento sessuale.

Insomma l’idea che mi sono fatta, leggendo l’articolo di Esquire e l’intervista a Casto, è che questi giovani universitari intelligenti che ridacchiano mentre impersonano dei papponi che torturano e uccidono le loro squillo e quelle degli avversari, siano persone un po’ fuori dal mondo oppure poco avvezze a volgere lo sgardo al di là del loro piccolo e privilegiato pezzetto di mondo, che si crogiolano nell’idea di irridere col loro gioco una cultura sessuofoba dove un populista di estrema destra spregiudicato come Salvini non a caso ripesca il culto di Maria, perché ignorano o preferiscono ignorare che  Salvini, come Casto, è favorevole alla riapertura delle case chiuse e quindi alla prostituzione, che solo quando si postula la necessità di una donna simulacro immacolato identificato con la maternità si rende necessario il suo alter ego – la troia – e che il gioco non si fa beffe di chi si scandalizza all’idea di baccanali nei quali scorrono a fiumi sperma e vino, bensì  di donne come Gloria Pompili.

Sono persone poco inclini alla riflessione, che trovano divertente il pene gigante del cavallo disegnato sulla carta da gioco o giungono all’affrettata conclusione che il problema di chi solleva periodicamente la questione sia il sesso, incapaci di comprendere che, se nel gioco non è previsto che qualche giocatore impersoni una squillo, probabilmente è perché per le strade le migliaia di donne prostituite non sono esseri umani ma solo strumenti – come le carte da gioco – per quelli che le vendono, le comprano e le uccidono quando non rendono abbastanza.

L’umorismo nero serve a ridere delle cose che fanno così male da risultare insostenibili, ma smette di essere divertente quando si trasforma in una scusa per raccontare alla gente che ciò che è orrendo e inaccettabile potrebbe diventare qualcosa di cui dichiararsi “a favore” purché si svolga in luoghi invisibili a chi è impegnato a giocare coi suoi amici.

Vorrei concludere in modo un po’ punk, perché mi è venuta voglia di fare qualcosa di sgradevole e irritante.

Il gioco Squillo mi fa cagare e se trovo qualcuno a giocarci gli piscio sulle carte. Non c’è niente di più patetico di un qualcuno che si dice “sono troppo intelligente” da solo, soprattutto quando presumibilmente si circonda di gente che ride soltanto perché ha letto “anale” o “succhiare il cazzo”. Certe analisi della scena politica sono argute come una gara di rutti, è imbarazzante l’evidente confusione fra la satira e la brutta copia di un film di Pierino e i disegnetti delle carte non farebbero una bella figura neanche sulla parete del cesso di un autogrill. Se penso a chi si ritrova a giocare a Squillo, mi sento improvvisamente in pace con l’idea dell’incombente disastro climatico: è opportuno estinguerci il più in fretta possibile.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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34 risposte a Ironia, black humor, sessismo, il gioco Squillo e le parole usate a mentula canis

  1. Il Maschio Beta ha detto:

    Ho postato un articolo l’altro giorno e sono arrivati un sacco di commenti critici sul fatto che Immanuel è un ragazzo intelligentissimo, che voleva fare satira e riflessione, che bisogna prima giocarci… Io do loro ragione sul fatto che bisogna prima giocarci, in quanto il gioco non lo possiedo (né, francamente, intendo procurarmelo), ma non mi hanno per nulla convinto su tutto il resto, e continuo a pensarla come te. Bias di conferma? Possibile, però se un “gioco” di questo tipo non è accompagnato da una riflessione *seria* sui problemi enormi che le donne prostituite vivono, mi sembra rimanere una provocazione abbastanza fine a sé stessa fatta tanto per “scandalizzare i benpensanti” (“gente che ride soltanto perché ha letto “anale” o “succhiare il cazzo””, appunto; e a questo proposito: ottima chiusa! Fa piacere leggere uno sfogo così personale e salace da parte di una blogger solitamente così seria e compassata 😀 ❤ )

    • Il punto è che non ha senso: se volevi provocare, dovresti essere contento di aver scaldato gli animi e costretto il maggior numero di persone possibile a partecipare ad un dibattito sulla questione. Chi provoca non va certo in cerca di approvazione, ma dello scontro diretto coi propri avversari. Questi giocatori, invece, non hanno nessuna intenzione di partecipare ad una riflessione collettiva sulla prostituzione o qualsiasi altro tema (il sessismo, il sesso…) e se qualcuno lo fa gli intimano di occuparsi di cose più importanti e di lasciarli giocare.

  2. Paolo ha detto:

    ricciocorno, stavolta condivido totalmente ciò che hai scritto

  3. Irene ha detto:

    Io invece dico esplicitamente che sarei favorevole alla proibizione di questo gioco, per istigazione alla violenza, e mi chiedo anche chi ha lo stomaco per giocarci, anche se non dovrei sorprendermi, data la regressione che stiamo vivendo.

    • demiguy ha detto:

      Ci vuole stomaco perché affronta temi grotteschi. Temi grotteschi quanto reali. Che dobbiamo fare quindi? Ignorarli o parlarne?
      Non mi ritengo un “regredito” e penso che “proibire” serva solo a chi vuole che certi temi restino nell’ombra e nel silenzio. Prova a giocarci e a fine partita poni la domanda agli altri giocatori : “Ragazzi, noi ridiamo e scherziamo, ma certe cose al mondo esistono e sarebbe bellissimo che fossero solo un gioco”.
      Il fabbro crea lo scalpello, lo scultore crea l’opera.

      • Ho come l’impressione di essermi espressa male. O forse c’è un fraintendimento di fondo. A differenza di alcuni, io non credo che ci siano dei temi tabù. Il problema con il gioco non è il fatto che tratti di prostituzione, perché ovviamente ogni manifestazione, ludica o artistica, dell’essere umano prende spunto dalla realtà. I problemi sono altri. Tu mi scrivi che questo gioco stimola alla riflessione sull’argomento, e potrei anche crederci, se di fronte alle critiche al gioco si intavolasse un dibattito serio sulle questioni che il gioco solleva. Dire “l’ideatore del gioco è intelligente”, beh, non ho problemi a crederlo – esistono tanti tipi di intelligenza diversa d’altronde – ma non è una risposta alle domande che io qui ho posto o un’osservazione pertinente alle questioni che ho sollevato.
        Ad esempio, se è un gioco satirico che invita alla riflessione, chi è il bersaglio della satira? E cosa gli si rimprovera?
        Inoltre, qual è la battuta? Dove sta il divertimento?
        Una Joan Rivers che dice di odiare i bambini – l’esempio di umorismo particolarmente caustico citato nell’articolo di Esquire – ti strappa una risata perché in un contesto sociale come il nostro, nel quale appunto alla donna è assegnato un ruolo di genere incentrato sulla maternità, sul cosiddetto istinto materno, la battuta fa a pezzi tanti di quei luoghi comuni che riderne è liberatorio, soprattutto perché nessuna donna, ne sono convinta – neanche quella che ha abbracciato la maternità con entusiasmo ed è soddisfattissima della sua scelta – vive senza un po’ di disaglio con un simile bagaglio di aspettative sulle spalle; pensaci: la mamma, quella creatura meravigliosa degli spot Procter &Gamble: https://www.youtube.com/watch?v=HO50_FZfwXs Non ti viene l’angoscia solo a guardarlo? Cioè, è come se ti dicesse che se un bambino non arriva alle Olimpiadi è colpa della mamma…
        Apro una parentesi, ma sempre a proposito di Joan Rivers: è anche normale, ed è sbagliato prenderlo sotto gamba a mio avviso, il sentimento di quelle categorie sfortunate e sofferenti alle quali l’umorismo sulla loro condizione viene imposto da chi non la vive in prima persona. Ridere delle proprie disgrazie fa indubbiamente bene, ma non è un processo che si possa imporre se la persona che le vive sulla propria pelle non è pronto in quel momento a subirlo; a mio avviso è sempre opportuno andarci coi piedi di piombo, prima di dare dello stupido a qualcuno che ti fa notare: si tu ridi, ma io soffro e non mi viene da ridere.
        Detto questo, io l’umorismo di Squillo non riesco ad inquadrarlo: cos’è che mi dovrebbe far ridere e perché? E’ un gioco per adulti, appunto, non una roba per ragazzini delle medie che si divertono ad incidere peni e figurine pettorute sul banco di scuola. Perché dovrei ridere?

      • demiguy ha detto:

        Beh, la satira non è detto che debba far ridere. la satira è un percorso che ti porta lungo una strada sinuosa e quando hai fatto crollare ogni difesa mette a nudo una verità che ti sconvolge , che ridimensiona o che cambia completamente la prospettiva delle cose. Può essere appunto lo sminuire una figura di potere, umanizzandola e mostrandone i difetti (tipico nella satira politica) oppure può essere quella che distrugge i veli dell’ipocrisia come lo sketch “Of course…But Maybe” di Luis. C.K. oppure può sfondare i costrutti sociali, come il ruolo della donna nel caso da te citato.
        In questo caso è proprio dietro il fatto che butti delle carte sul tavolo e tratti quelle immaginette puberali per quello che sono (oggetti inanimati) che si cela il percorso. Mentre giocavo USANDO i personaggi, comprandoli, vendendoli, modificandoli, come fossero bambole, mi è balenato in mente che con la stessa facilità e con le stesse “mani pulite” uno sfruttatore faceva fuori una prostituta ormai “inadatta al lavoro” o toglieva la libertà ad bambino. Io stavo giocando eppure c’era al mondo chi quella roba la faceva sul serio, con delle persone vere e non con delle immaginette. L’umorismo becero mi ha fatto abbassare la guardia e la presa di consapevolezza mi ha beccato in pieno e mi ha fatto chiedere “hey, ma se queste cose accadono, quotidianamente e in maniera tutt’altro che trascurabile, perché se ne parla così poco? Perché si FA così poco?”.

        Anche io voglio chiarire che non credo minimamente che Squillo risolverà la questione, né tantomeno che sia da prendere da spunto per i passi successivi. Gli riconosco il merito di aver provato a squarciare un fitto velo di silenzio a modo suo, in congiunzione con tutti quelli che nel mondo operano e si impegnano per mettere fine allo sfruttamento dei corpi di individui di ogni sesso ed età.

      • Se quello che dici fosse vero, se l’intento del gioco fosse attirare l’attenzione sul fenomeno dello sfruttamento della prostituzione, le opposizioni al gioco dovrebbero essere accolte come un’occasione propizia a sviscerare la questione.
        Se io avessi creato qualcosa allo scopo di squarciare il velo su una situazione drammatica, non perderei occasione per attirare l’attenzione sul fenomeno sul quale voglio che l’attenzione del pubblico si concentri, non credi?
        C’è stato un commentatore, qui, che ha citato Bello Figo, a proposito di sgradevoli provocazioni. Tutti abbiamo concordato sull’effetto deflagrante che una canzone del genere ha in un momento in cui il razzismo è un tema caldissimo in questo paese.
        Se andiamo a leggere cosa l’artista ha da dire del suo lavoro, però, troviamo molta ma molta poca di quella sostanza che un pezzo del genere faceva immaginare: https://www.vice.com/it/article/ne9ajd/intervista-bello-figo
        Come Bello Figo, Casto non è capace di supportare il suo gioco con un discorso che ci aiuti ad inquadrarlo in una prospettiva più complessa di quella del gusto becero per il turpiloquio.
        E neanche il pubblico che lo pubblicizza. Mi sono capitati sotto agli occhi alcuni video “promozionali” del suo gioco: https://www.youtube.com/watch?v=dKfxkkHhY-U
        Né tantomeno lo fa un articolo come quello di Esquire.
        Io non ho problemi a credere che il gioco abbia contribuito ad aprirti gli occhi su un fenomeno drammatico come lo sfruttamento della prostituzione, che credo che dipenda principalmente dalla tua sensibilità più che dalle reali intenzioni del creatore che dichiara pubblicamente di essersi soltanto voluto divertire.

  4. Gery ha detto:

    Agghiacciante! Ho sempre trovato umanamente squallido il Monopoli (vincere arricchendosi alle spalle di chi fallisce, cioè… paliamone!), figuriamoci questo.

  5. demiguy ha detto:

    E’ un gioco molto divertente nonché molto intelligente così come il suo ideatore. Immanuel è oltretutto una bandiera che sventola con forza contro il maschilismo e contro le discriminazioni e posso dire che il suo rompere gli schemi e il suo rendere mainstream argomenti che per la musica italiana sono stati da sempre un tabù, ha contribuito enormemente nella presa di forza e di coraggio di molti tra coloro che hanno subìto discriminazioni per il loro orientamento sessuale o per la loro identità di genere.
    Squillo è un gioco. Il fatto che il gioco sia qualcosa di banale non è qualcosa di oggettivo. Io dò molta importanza ai giochi e ai videogiochi e sono ormai riconosciuti come una forma d’arte, spero non ci sia da dibattere su questo.
    Gery scrive che ha sempre trovato squallido il Monopoli perché gioca sulla logiche del capitalismo. Io dico che lui ha confermato la sua posizione critica sul capitalismo vedendo trasposta la sua crudele meccanica (arricchirsi sulle spalle di chi fallisce) in un gioco.
    In “The war of mine” dovrete rubare il cibo ai vostri vicini di casa per sopravvivere, in “Undertale” ucciderete dei mostri per il solo fatto di essere tali e in “Secret Hitler” dovrete far fuori la resistenza con la violenza e la politica. Sono tanti i titoli che ti mettono nei panni “del cattivo” e sono opere molto giocate ed apprezzate.
    Alla fine di una partita a Squillo posso pensare di dedicarmi ad una vita da pappone o più probabilmente riflettere, anche solo per un attimo, che da qualche parte, la meccanica dello sfruttamento sessuale esiste e non è un gioco.
    L’arte fa riflettere, non appartiene all’autore nè all’opera, l’onere delle conclusioni di tale riflessione.

    • Non ci trovo nessuna ma proprio nessuna analogia fra Undertale e Squillo. Secret Hitler sarebbe questo? https://it.wikipedia.org/wiki/Secret_Hitler Neanche con questo, se è il gioco che stai citando. Se i personaggi fossero tutti ufficiali delle SS e lo scopo del gioco fosse sterminare il maggior numero delle carte – prigioniero del lager, allora potrei comprendere il paragone.

    • Gery ha detto:

      Veramente il Monopoli esalta davvero i “valori” del capitalismo, non è un gioco di denuncia. Da quello che ho letto qui, (https://thevision.com/cultura/monopoly-capitalismo/) la sua autrice Elizabeth Magie, aveva effettivamente concepito il gioco proprio come denuncia, con una serie di regole che servivano a rendere consapevole il giocatore.

      Il Monopoli (anzi il Monopoly) attuale, quello che conosciamo tutti, è un’elaborazione semplificata da Charles Darrow, che eliminò tutti quei punti che servivano proprio a far riflettere il giocatore, e lasciando tutto il resto che invece lo esaltava. Comunque considero questo gioco squallido, perchè IO sono critica al riguardo, non perchè è il gioco che me lo fa capire :). Anzi, il gioco trasmette proprio il messaggio opposto.

      • Ma infatti, se ci fai caso, ad un certo punto demiguy parla di un ruolo attivo nello stimolare una riflessione: “Prova a giocarci e a fine partita poni la domanda agli altri giocatori : “Ragazzi, noi ridiamo e scherziamo, ma certe cose al mondo esistono e sarebbe bellissimo che fossero solo un gioco”.”
        E se quella domanda nessuno la pone?

      • demiguy ha detto:

        Accetto il fatto che non sia stato il gioco ad offrirti lo spunto per criticare il capitalismo, ma non puoi affermare che il gioco punti ad esaltarlo. C’è chi giocandolo non farà alcun collegamento con le dinamiche reali dell’economia e c’è chi ci vedrà l’esaltazione del liberismo. Sta all’utente interpretare e lasciarsi trascinare dai pensieri nel modo e nella maniera per lui più congeniali. Squillo butta sul tavolo un tema di cui molti preferirebbero non si parlasse affatto: lo sfruttamento sessuale, l’esposizione alle malattie veneree, gli sfruttati usati come merce da scambio e nelle sue espansioni preme ancora più introducendo le donne asiatiche, gli omosessuali e i transessuali.
        Il fatto che ne stiamo parlando è già segno di un obiettivo raggiunto:”rompere il tabù”. Voi lo avreste rotto in maniera diversa? Più discreta? Più “seria”? Va bene, ne sono convinto e sarei felice di vedere la vostra azione a riguardo.
        Può il gioco togliere serietà ad un tema? Può il gioco influire sulla percezione della gravità della tematica? Io credo di no, nessuno potrebbe appellarsi a sminuire un concetto solo perché “ci hanno fatto un gioco”. La mia opinione è questa. Dopo una partita a squillo ho riflettuto molto sullo sfruttamento della prostituzione. Non posso dire che sia successo anche ad altri, ma sarebbe statisticamente improbabile che io sia l’unico ad essere stato punto da questo tarlo.

      • Gery ha detto:

        Mi dispiace ma per me si, lo esalta. Se il risultato finale per poter vincere è solo quello di schiacciare il tuo avversario facendolo fallire, che ti devo dire, per me lo è. Se il gioco fosse rimasto come era in origine, quello pensato da Elizabeth Magie, ti avrei dato anche ragione. Nel gioco originale a quanto pare esisteva tutta una parte dedicata alle tasse e al contributo per la comunità. Per esempio, se tu capitavi sulla casella dove io avevo i miei alberghi e pagavi il soggiorno, poi io dovevo dare un contributo al fisco. Non è che mi tenevo i soldi e basta. C’era una riflessione di fondo nel gioco della Magie.

        Poi come giustamente ha detto Ricciocorno, e se quella domanda di riflessione nessuno se la pone? Non possiamo dare tutto per scontato perchè tu te la sei posta. Se tutto il gioco è impostato come unico fine e cioè schiacciare il tuo avversario e basta, senza aprire ipotesi alternative, per me è un gioco che non apre nessuna riflessione. Hai fatto l’esempio di Secret Hitler, non ci ho mai giocato ma ho letto su wikipedia che ti permette due possibilità, bloccare l’avvento di Hitler impedendo l’approvazione delle leggi razziali oppure il contrario. Per me questo può essere un gioco che ti fa riflettere!

        Da quello che ho capito, Squillo gioca solo sul possesso fra papponi, cercando di schiacciare il tuo avversario e diventando il solo pappone sulla piazza. Non mi sembra che ti dia un’alternativa, cioè (tipo) se giocando in un certo modo diventi un pappone redento, collaboratore di giustizia, mirando ad eliminare la prostituzione e buttando in galera il pappone avversario. Per dire…

    • E niente, non serve neanche scriverlo esplicitamente ed evidenziarlo in neretto. Evidentemente perché evocare lo spettro della censura è l’unico modo per sentirvi meglio di fronte ad un’opinione che non condividete. Io ho scritto un pezzo per dire che un gioco mi fa schifo. Si può fare? O vorresti proibirlo?

      • SERENANDO SQUILLANTE ha detto:

        Premetto che troverei impossibile giocare a questo gioco, perché non riuscirei nemmeno lontanamente a entrare nei panni di uno che deve sfruttare e o vendere donne o organi. E che probabilmente, se avessi dei gifli e li trovassi a giocare a questo obbrobrio, probabilmente ci penserei seriamente a toglierglielo, o, forse meglio, a farmi qualche domanda su di loro.
        Quindi la mia non è una critica al mancato gradimento mostrato.
        Se c’è una critica è al fatto che da questo mancato gradimento tu tenti di arrivare -o così sembra- a considerazioni ideologiche che travalicano il semplice esporre un parere e giungono al sottaciuto sermoncino moralista contro chi ci gioca a questo “Squillo” ed è di fatto portatore e condivisore di “stereotipi” pericolosissimi e prospettive detestabili.
        Cosa forse verissima, ma che espressa in questi termini apre la porta all’intolleranza verso le persone, e non solo verso i giochi.
        Senza dimenticare che Irene tutto questo lo ha detto chiaramente:
        “Io invece dico esplicitamente che sarei favorevole alla proibizione di questo gioco, per istigazione alla violenza, e mi chiedo anche chi ha lo stomaco per giocarci, anche se non dovrei sorprendermi, data la regressione che stiamo vivendo.”
        Con questa logica cosa dovremmo pensare allora di chi gioca a Risiko?

      • I tuoi figli li faresti giocare a Risiko?

  6. ... ha detto:

    In questi casi non credo sia possibile trovare un senso al perché una cosa uno la trova divertente e un altro no. Forse è possibile capire perché troviamo le troviamo divertenti. Alcune battute sfruttano una mera tecnica comica, altro sono demenziali eppure fanno ridere. C’è una differenza di sensibilità da una parte, e di gusti dall’altra. Non c’è davvero nessun motivo per cui si dovrebbe ridere di certe cose, solo che per alcuni sono divertenti. La parte genuina del pensiero di Casto è quella. A lui fanno ridere certe cose e ci ha fatto un gioco sopra. Non ci trovo nulla di male in questo, e tantomeno trovo nulla di male se qualcuno lo trova rivoltante. Come per il discorso sul porno certe cose si fanno da soli o tra persone con le quali si ha una certa confidenza. Richy Gervais racconta di una cena in cui racconta barzellette sempre più estreme per cercare di capire quanto condivide con gli altri. Il resto sono sciocchezze, non c’è nessun intento satirico né volto a far riflettere. Non cerca la catarsi, né un senso di vicinanza umana, come ancora Gervais nel finale del suo ultimo show, quando racconta del funerale grottesco di un familiare. Cazzeggio puro a base di sadismo In questo caso non c’è bisogno di intellettualizzare nulla, anzi. Siamo anche questo, ogni tanto stacchiamo il cervello e ridiamo come adolescenti scemi. Gipi nella sua ultima opera parla della madre persa di recente, e racconta un episodio riguardante i suoi genitori: il padre gli ha raccontato che all’epoca della seconda guerra mondiale erano entrati dei nazisti in casa, e lui e il fratello, ventenni, erano nascosti sotto le travi del pavimento. I nazisti mettevano le mani addosso alle rispettive fidanzate e il padre racconta di come vissero tanto lo spavento, la rabbia di assistere impotenti, ma anche l’eccitazione perché da sotto il pavimento potevano guardare sotto la gonna delle ragazze.

    • In questi casi quali?
      Sai, qualche tempo fa, a seguito delle polemiche che hanno seguito l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi a Fermo, il fratello dell’assassino lo difese definendolo “un allegrone”, che quando “vede un negro gli tira le noccioline”: https://www.fanpage.it/attualita/omicidio-di-fermo-emmanuel-non-ha-toccato-il-paletto/
      Io cfredo che non ci sono casi nei quali una riflessione non è opportuna, neanche se si tratta di cose che qualcuno trova divertenti.
      Come diceva Hanna Arendt, la malvagità altro non è che assenza di profondità. Se rinunciamo all’approfondimento in nome della leggerezza, rischiamo di lasciare il campo libero alla malvagità. Non dico che assenza di pensiero e malvagità coesistono necessariamente: soltanto che non vedo come l’invito ad interrogarsi su qualcosa possa risultare pericoloso.

      • ... ha detto:

        Questi casi così specifici di umorismo. Certamente si può riflettere sulla cosa, ma quando ti chiedi perché dovresti ridere non credo ci sia una risposta. Ci sono battute che necessitano almeno di essere capite, ma qui non c’è niente da capire. Faccio un esempio: la produzione di Bello Figo è di qualità infima, tanto per la musica quanto per i testi. Però Non pago affito mi fa ha fatto ridere tantissimo anche dopo parecchi ascolti, ha qualcosa di speciale che non credo si possa spiegare. Funziona. Come funziona Io sono Giorgia della Meloni, nel suo caso perché ha un modo di parlare che si sposa perfettamente con la dance coatta. Per questo stona anche il riferimento all’intelligenza. Nel senso, posso capire che l’autore risponda così per far pensare che chi ride di una cosa del genere non sia un mostro, ma non c’entra nulla comunque l’essere intelligenti e ironici. Questo gioco è come una scoreggia mentale, come molta della sua musica tra l’altro. Tra amici in macchina se uno scoreggia scoppia una risata. La differenza in questo caso è che un gioco per funzionare deve avere un meccanismo interno buono, non basta certo l’idea iniziale. Uno può anche trovare piacevole giocarci senza condividere l’umorismo, se il gioco riesce a prenderti.

      • Paolo ha detto:

        c’è una differenza: la Meloni era involontariamente comica, Bello Figo dietro la (volutamente?) infima qualità di musica e testi faceva una operazione satirica molto consapevole: un ragazzo nero che ti sbatte in faccia i peggiori luoghi comuni e pregiudizi della gente contro gli immigrati africani confermandoli in senso ironico e paradossale, prende per il sedere i razzisti usando i pregiudizi razzisti quindi sì occorreva molta intelligenza per capirlo

      • Bello Figo è un ragazzo di colore che canta (che lo canti bene o male, è un’altra storia) quello che buona parte dei cittadini italiani dice delle persone di colore: “non paghiamo l’affitto, dai cazzo, siamo negri noi” oppure “Io non faccio operaio, non mi sporco le mani perché sono già nero”, e ciò che rende ancora più ridicolo il tutto è che chi queste cose le dice credendoci, o per lo meno dando l’impressione di dirle con convinzione, allo scopo di denunciare una presunta oppressione dei cittadini italiani, diventa involontariamente una spalla del suo sketch comico, come fece Alessandra Mussolini in TV.
        Fa ridere le persone che sono consapevoli di quanto sia ridicolo di per sé il dibattito politico su certe tematiche, fa imbestialire i razzisti, perché rende impossibile una loro replica in quanto si ritrovano a ripetere esattamente le parole di Bello Figo, ma spiazza anche tutti gli altri: https://www.corriere.it/cultura/17_gennaio_20/rapper-che-offende-2cb433f0-de89-11e6-93cd-d08bed2f6059.shtml “uno squallido furbacchione, che speculando sulla tragedia degli annegati e sul disagio degli italiani riesce a essere razzista sia nei confronti dei neri che dei bianchi (le sue parole sulle donne sono odiose)”, lo descrive Aldo Cazzullo sul Corriere, e sarebbe interessante discutere del perché, ma andremmo parecchio fuori tema. Come andremmo fuori tema se ci mettessimo a discutere della narrazione della sessualità maschile in Bello Figo (è ironica? Non lo è?). Oltretutto non è che io ascolti le sue canzoni, quindi neanche potrei sostenerla una conversazione del genere.
        Tutto questo per dire che mi è chiarissimo il perché “Non pago affitto” fa ridere, ha fatto ridere anche me quando l’ho sentita.
        Nel gioco Squillo non c’è ribaltamento, non c’è nonsense.

      • Paolo ha detto:

        “le parole odiose sulle donne” che hanno scandalizzato Cazzullo sono funzionali alla presa per i fondelli che fa Bello Fgo: i razzisti sono ossessionati dall’uomo nero che insidia “le nostre donne”? Ed ecco un ragazzo di colore che con il registro volgare, urticante (e anche sessista, certo) dei rapper canta la sua fissazione per “la fica bianca”

      • ... ha detto:

        Paolo,
        certo, ma io parlo di umorismo. La canzone di Bello Figo non funziona mica perché ha un intento satirico, e neanche fa ridere per quel motivo. Funziona, fa ridere, per come è fatta, le parole sgrammaticate che usa, la sovrapposizione delle voci e i loro timbri, lui a volte sembra il doppiatore di Steve di Otto sotto un tetto, le pause involontarie, è tutto casuale, anche perché quasi tutto il resto che ha fatto fa lo stesso schifo musicalmente e annoia presto. Ci sono momenti in cui fa ridere anche in Matteo Renzi e Mi faccio una sega, che non hanno alcun intento e che non hanno bisogno di essere a conoscenza del contesto. Trattasi di miracolo.

      • Paolo ha detto:

        anche se bello figo si dichiara non politico (non mi fido molto di quel che dichiara nelle interviste, ho l’impressione che continui a prenderci in giro), un ragazzo di colore che canta “no pago affitto non faccio l’operaio” nell’italia di oggi non può non essere politico, satirico e irridente. Ed è irrilevante se la “fica bianca” gli piace davvero o no, il fatto che canti quelle cose con quei toni ha il chiaro intento di perculare tanto i razzisti (che infatti hanno reagito insultandolo e minacciandolo) quanto i benpensanti progressisti alla Cazzullo.

        che ne sia consapevole o meno (e secondo me lo è) Bello Figo risulta indigesto sia all’estrema destra sia a una parte della sinistra che da’ dell’immigrato una immagine fin troppo melensa, edulcorata e ama i migranti solo se può vederli come vittime inermi

      • Ad un certo punto devi uscire dal personaggio. Lo diceva anche Bertold Brecht 😉

  7. SERENANDO RISIKO ABUNDAT ha detto:

    Il ricciocorno schiattoso ha detto:
    10 novembre 2019 alle 15:24
    I tuoi figli li faresti giocare a Risiko?

    RISPOSTA:
    Di sicuro non li farei giocare con te, visto che per non rispondere fai domande che non c’entrano niente.

    E tu, i tuoi figli li fai giocare, a Risiko?

    • Allora, ti ripeto quello che mi ha scritto tu:
      – “troverei impossibile giocare a questo gioco”
      – “se avessi dei gifli (io ho pensato intendessi figli) e li trovassi a giocare a questo obbrobrio, probabilmente ci penserei seriamente a toglierglielo, o, forse meglio, a farmi qualche domanda su di loro”
      Dopo aver detto questo, ti dichiari sconvolto per le parole di Irene, che ritiene che il gioco istighi alla violenza, e che andrebbe proibito.
      Vista la contraddizione in cui mi sembri essere incorso, mi chiedevo se proibiresti ai tuoi figli anche Risiko…

      • Comunque, tutti fanno un paragone con Risiko. Io ho giocato a Risiko, e in nessuna delle carte obiettivo è scritto “lancia una bomba atomica e stermina 200.000 civili, la maggior parte dei quali moriranno successivamentea causa dell’avvelenamento da radiazioni” oppure “lancia bombe al cloro provocando danni permanenti all’apparato respiratorio di tutti i bambini dell’area colpita”.

      • SERENANDO DESDE KAMCHATKA ha detto:

        Diciamo che mi sono espresso male, o che non ci siamo capiti.
        E che mi rifugio in Kamchatka:
        y aquí me quedo

  8. ... ha detto:

    La sessualità narrata da Bello Figo non è ironica. E non c’entra con il prendere in giro i razzisti, lui in tutte le canzoni parla di fighe bianche, perché gli piacciono. L’immaginario sessuale è lo stesso di Immanuel Casto, quello che Zorin definirebbe l’immoralità suprema. Per questo invita il maschio bianco a smettere di lamentarsi, che non è per niente swaga, e andare in centro a rubare biciclette o in cerca di fighe bianche.

    Le carte del gioco No-tav, le due che hai mostrato, fanno appena appena sorridere, nonostante abbiano un intento satirico, e che mi trovi anche io No-tav. Ma sono fiacche. Come lo era la satira di Sabina Guzzanti nel suo Raiot che poi sospesero. Effettivamente faceva poco ridere. Le carte di Squillo di cui hai parlato invece le trovo più efficaci. Ma non tanto i nomi delle carte, quanto le descrizioni; ci sono espressioni e immagini che mi piacciono di più e altre di meno. E questo nonostante sia vero che non c’è nulla da ridere del mondo della prostituzione. Ma questo è un gioco. Tutti noi abbiamo in testa un’idea fantastica della realtà, forse in questo senso si può parlar e dello stereotipo. Alcuni di noi hanno in testa una figura comica del pappone, o la fantasia stessa di essere un pappone che vive sfruttando le puttane. Sarebbe bello se fosse possibile senza far soffrire nessuno. Come Grattachecca e Fichetto nei Simpson.

  9. Vale ha detto:

    Immaginiamo se il gioco trattasse di uomini d’affari che vendono schiavi di colore. Mi immagino i commenti del pubblico in quel caso…

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