La False Memory Syndrome Foundation ha annunciato il suo scioglimento

Dal sito The Mighty apprendiamo che, dopo 27 anni di attività, la False Memory Syndrome Foundation chiude i battenti, annunciandolo mestamente sul suo sito web.

La False Memory Syndrome Foundation – ci racconta Renee Fabian – è stata fondata nel 1992 da Pamela Freyd e suo marito, Peter Freyd. Peter fu accusato da sua figlia di abusi sessuali – falsamente, dichiarano i genitori – al culmine della controversia sui ricordi repressi e la possibilità di recuperarli esplosa negli anni ’80 e ’90.

In quel momento storico, racconta Stephanie J. Dallam in un articolo disponibile nel sito del Leadership Council on Child Abuse & Interpersonal Violence, alcune persone si rivolsero ai tribunali  chiedendo un risarcimento per gli abusi sessuali dei quali sarebbero state vittime nel corso dell’infanzia. La maggior parte delle azioni legali purtroppo non poté avere seguito per via dei limiti temporali, stabiliti dalla legge, ai quali deve sottostare una denuncia. Sulla base di un corpus crescente di ricerca e letteratura clinica che suggeriva la possibilità che molte vittime di abusi subiscano amnesia traumatica o dissociativa o che, per altri motivi, possano non essere in grado di riconoscere il danno che l’abuso ha causato loro prima del raggiungimento dell’età adulta, si cominciò a fare pressione affinché le legislazioni statali estendessero il lasso di tempo nel quale ricorrere alle autorità giudiziarie. Contemporaneamente, iniziò a circolare fra gli esperti consultati dalle famiglie denunciate una teoria alternativa, che sostiene che quei ricordi riemersi siano in realtà del tutto inventati, non fraudolentemente, ma a causa di metodi terapeutici inadeguati o utilizzati in modo inappropriato, come ipnosi, tecniche immaginative o amilato di sodio.

Il primo caso che fu pubblicizzato come quella che si supponeva fosse la “sindrome da falsa memoria” è appunto il caso di Jennifer Freyd.

Nel dicembre 1990, Jennifer, rispettata psicologa e ricercatrice, accusò privatamente suo padre di averla abusata sessualmente. Dieci mesi dopo, la madre pubblicò in forma anonima un articolo su Issues in Child Abuse Accusations, una rivista dedicata alla difesa contro le accuse di abuso di minori pubblicato da Ralph Underwager (il quale diventerà membro eminente della FMSF, per dimettersi successivamente a causa di un’intervista concessa ad una rivista pro-pedofilia). Nell’articolo, Pamela affermava che sua figlia aveva accusato falsamente suo padre di incesto e che “le accuse erano emerse durante il corso di una terapia in cui il terapista suscitava ricordi repressi“. Sebbene apparisse sotto lo pseudonimo di “Jane Doe”, Pamela rivelò la sua identità e quella di sua figlia a molte persone tra cui membri senior del dipartimento di Jennifer, fornendo un ritratto della ragazza tutt’altro che lusinghiero: in vari periodi della sua vita venne descritta come sessualmente promiscua, professionalmente improduttiva, anoressica e sessualmente frustrata. Quando Jennifer Freyd, in seguito, raccontò la sua versione della storia, emerse che ella aveva sì consultato un terapista a causa della forte ansia per l’imminente visita dei suoi genitori, ma aveva ricordato l’abuso dopo la seconda sessione, senza che venissero utilizzate tecniche di recupero della memoria; i ricordi di Jennifer emersero a casa, dopo che la terapeuta le aveva semplicemente chiesto se fosse mai stata maltrattata. Dopo aver recuperato i ricordi, non fece causa ai suoi genitori né li minacciò con un’esposizione pubblica, ma soprattutto dichiarò che non era mai stata sua intenzione tagliare i ponti con loro. Riferì invece di aver interrotto la comunicazione solo dopo “ripetuti e intensi sforzi per comunicare in modo costruttivo” e in risposta alla continua “ossessione” dei suoi genitori per la sua sessualità. Infine, anche se si dice che la “Sindrome della falsa memoria” interrompa ogni sorta di “comportamenti adattativi” e distragga i malati “dall’affrontare i veri problemi”, sulla scia delle accuse Jennifer non abbandonò la sua carriera, non trascurò i suoi figli o lasciò suo marito. Invece di organizzare la sua vita attorno all’accusa, Jennifer Freyd, è rimasta una rispettata e produttiva psicologa accademica all’Università dell’Oregon, e ha dedicato il suo lavoro, fra le altre cose, al betrayal trauma, ovvero il trauma che si verifica quando le persone o le istituzioni dalle quali una persona dipende per sopravvivere violano in modo significativo la fiducia o il benessere di quella persona, e al DARVO (Deny, Attack, and Reverse Victim and Offender), un acronimo che descrive la reazione che gli autori di violenze e maltrattamenti, in particolare gli aggressori sessuali, possono manifestare in risposta all’essere ritenuti responsabili per il loro comportamento: negare il comportamento, attaccare la vittima e invertire i ruoli di vittima e offender in modo tale che l’autore assuma il ruolo di vittima e trasformi la vera vittima in un presunto colpevole (ad esempio, quando un colpevole assume il ruolo di “falsamente accusato” e attacca la credibilità dell’accusatore, incolpandolo di muovere false accuse).

Nel 2014 Jennifer Freyd è stata ospite alla Casa Bianca per collaborare alla stesura di nuove linee guida per la lotta alla violenza sessuale.

A dispetto della sua controversa origine, negli anni la False Memory Syndrome Foundation ha offerto supporto ai familiari che affermavano di essere stati accusati falsamente, ha ottenuto credito presso la stampa tanto da diventare uno dei punti di riferimento nella discussione di casi di abuso sessuale e ha messo in luce la ricerca sulla memoria di accademici come Elizabeth Loftus, citata come fonte autorevole fra gli altri da Pablo Trincia nella sua inchiesta Veleno.

La “sindrome della falsa memoria”, tuttavia, non è mai stata accettata come una vera diagnosi.

fonte

L’annuncio dello scioglimento della Fondazione è stato dato su twitter da Michael Salter, ricercatore nell’ambito dell’abuso sessuale e del trauma, e la notizia è rimbalzata di vittima in vittima, generando un clima generale di gaudio e sollievo: “grande notizia, erano cattivi come la Chiesa che ha nascosto gli abusi”, “un’organizzazione che ha causato danni indicibili ai sopravvissuti agli abusi sessuali viene finalmente sciolta” sono alcune delle reazioni.

Secondo Salter, negli anni ’90, anche grazie al contributo della Fondazione, i media si sono accaniti sul tema delle false accuse, senza porsi in modo critico nei confronti di coloro che hanno tratto un enorme guadagno difendendo gli accusati.

“Per almeno un decennio dopola nascita della Fondazione, i media hanno diffuso acriticamente la propaganda di un gruppo di accusati”, ha scritto Salter a The Mighty via e-mail: “Molti giornalisti e membri del pubblico credono ancora che i ricordi recuperati siano necessariamente falsi, nonostante tutte le prove scientifiche contrarie. Ci vorrà molto tempo per riparare il danno e questa è una lezione per tutti noi sul potere della copertura mediatica“.

L’articolo di Dallam esamina l’influenza sulla stampa dell’attività della FMSF, citando il lavoro della sociologa Katherine Beckett, che ha analizzato l’evoluzione del trattamento dell’abuso sessuale sui minori nelle principali riviste: tra il 1980 e il 1984 solo il 7% delle storie si concentrava su false accuse di abuso sessuale su minori, mentre dopo la fondazione dell’FMSF nel 1992 hanno cominciato ad emergere sempre più storie su falsi ricordi; nel 1994 l’85% degli articoli sugli abusi sessuali su minori si concentrava su falsi ricordi e false accuse. Con l’avvento delle storie di falsi ricordi, di fatto è quasi scomparsa la preocccupazione per le donne e i bambini che avevano subito abusi, mentre le simpatie dei media si sono si sono concentrate su una nuova vittima: l’imputato.

“La questione dei ricordi repressi o indotti è stata sovrastimata e sensazionalizzata dai media”, ha scritto l’APA in una FAQ sulle memoria e l’abuso:

“La narrazione del problema della memoria diffusa dai media ha presentato lo scenario meno probabile (quello di un’amnesia totale di un evento infantile) come l’evento più probabile. La realtà è che la maggior parte delle persone vittime di abusi sessuali durante l’infanzia ricordano tutto o parte di ciò che è successo a loro.”

L’APA e altre organizzazioni come l’International Society for Traumatic Stress Studies ritengono che l’eventualità che il ricordo di un abuso venga completamente rimosso è molto rara, sebbene possa accadere. È più comune che i sopravvissuti conservino frammenti di memoria o persino sensazioni corporee confuse come il dolore provocato dall’abuso infantile. Tuttavia, i sopravvissuti potrebbero diventare in grado di mettere insieme tutti questi stimoli solo in un momento successivo, e il ricordo potrebbe non essere mai completo. Sono necessarie ulteriori ricerche sulla complessità della memoria.

Poiché gli esseri umani sperimentano il trauma come risposta alla paura del corpo e della mente, anche la memoria traumatica viene immagazzinata in modo diverso, come indicato da studiosi come Peter Levine (“Waking the Tiger“) e Bessel van der Kolk (“The Body Keeps the Score“). La risposta allo stress arresta parte del cervello durante il trauma come meccanismo di sopravvivenza. I sopravvissuti possono ricordare dettagli precisi subito prima o dopo un trauma, ma l’abuso stesso può essere sfocato.

Secondo Salter, “circa un terzo dei sopravvissuti ad abusi sessuali su minori sperimenterà un’amnesia parziale o totale”.

“Questa amnesia o ricordo ritardato ha più fonti. Da bambini, potrebbero essersi dissociati o aver creato dei vuoti per far fronte al dolore. I sentimenti vergognosi spingono molti bambini a non pensare affatto all’abuso. I bambini potrebbero non sapere che l’accaduto è stato lesivo a causa delle manipolazioni degli autori. Tutti questi processi interrompono la codifica e il richiamo della memoria.

In età adulta, i sopravvissuti possono quindi incontrare degli inneschi che ricordano loro l’abuso e possono ritrovarsi a ricordare eventi dell’infanzia di cui in precedenza non erano a conoscenza. Questo processo è spesso profondamente angosciante e destabilizzante. Il ritorno di questi ricordi è un motivo comune fra i sopravvissuti agli abusi della ricerca di cure per la salute mentale.”

L’articolo di Renee Fabian cita in proposito la toccante testimonianza di Elyse Brouhard, che in un articolo dal titolo How Admitting the Truth of My Childhood Abuse Is Setting Me Free racconta il tormento di convivere con frammenti di memoria troppo terrificanti per ammettere con se stessa che avessero un fondamento nella realtà:

“Ci sono ricordi della mia prima infanzia che ho trascorso oltre 20 anni a raccontarmi che semplicemente non fossero reali. O che non significavano le cose che il mio corpo e la mia mente continuavano a suggerire che significassero. Mi sono detta che ero “pazza” per anni. Per decenni, mi sono definita bugiarda e mi sono obbligata a smettere di sentire, smettere di pensare, smettere di ricordare le cose che non avevano senso. Cose che non formavano un quadro completo, ma indicavano alcuni eventi piuttosto inquietanti. Mi sono ripetutamente detto “sta zitta, ragazza pazza”. E ho fatto un ottimo lavoro nel convincermi a stare zitta, a smettere di ricordare e a credere di essere, in effetti, un po’ pazza”.

“L’FMSF si chiude con un piagnucolio piuttosto che un botto. Sono stati inattivi per molti anni, con quasi la metà del loro comitato consultivo deceduto”, ha scritto Salter, “Ma l’eredità delle loro bugie e distorsioni rimane, accanto a domande senza risposta sull’etica dei media e la responsabilità accademica.”

 

Per approfondire:

Position Statement on Therapies Focused on Memories of Childhood Physical and Sexual Abuse

‘Some days I think I was molested, others I’m not sure’: inside a case of repressed memory

 

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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4 risposte a La False Memory Syndrome Foundation ha annunciato il suo scioglimento

  1. Shonagh Mc Aulay ha detto:

    Great article, great overview.

    Chronicles of our almost invisible history in the patriarchal systems of our world, obscured by mediatic smoke and mirrors.

    Applaud your conclusion.

    Media people should be passionate about the public interest and the facts, and properly respectful and informed themselves about whatever field they report on.

    Academics and clinicians should be ethical people, not half educated cynics with a talent for money-spinning as purveyors of court expertise.

    This particular business is a milestone. Of course we won’t see anything in the mainstream media.

    Hope at least the New Yorker or Atlantic may show some interest.

    Shonagh

  2. Gery ha detto:

    Articolo interessante, che ti fa pensare. Grazie! Però adesso sono ancora più confusa. Ho seguito il podcast di Veleno. Trincia, citando Elizabeth Loftus cerca di avvalorare il più possibile il fatto che i bambini venissero manipolati, inculcando loro falsi ricordi di abusi da parte delle assistenti sociali. Alcuni ex bambini, dopo anni hanno dichiarato che non avevano mai subito abusi, quindi c’era la consapevolezza di ciò. Ma altre vittime invece, continuano a dire che c’erano stati abusi e ringraziavano le assistenti sociali di averli salvati. In un’intervista su “Chi l’ha visto”, una delle vittime intervistate, ricorda chiaramente gli abusi. Anche l’altra vittima intervistata ricorda gli abusi, ma ricorda di essere stata nel cimitero del paese, e di aver assistito a messe sataniche dove scoperchiavano bare (di diversi quintali!). Non ci non mai state prove materiali di ciò nel cimitero del paese. Eppure era chiaramente convinta che fossero avvenute. In questo caso, che la verità stia nel mezzo?

    • Chiariamo innanzitutto che la FMSF si occupava di adulti che denunciavano molti anni dopo aver subito violenza (quindi in una situazione in cui è molto difficile recuperare prove concrete di quanto avvenuto). Una situazione molto diversa da quella di cui si occupa Veleno, perché in quel caso si trattava di bambini, interrogati quasi nell’immediato.
      In secondo luogo, bisogna distinguere fra il soggetto che mente perché spinto a mentire, ma sa benissimo di raccontare una bugia, e il concetto di “ricordo indotto”. Qualche tempo fa pubblicai il racconto di una vittima che, ormai adulta, cercava di raccontare quanto fosse stato difficile, da bambina, fornire un racconto dell’abuso subito: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/02/23/la-verita-inconoscibile/ Forse ti può essere d’aiuto per comprendere quanto possa essere difficile raccogliere una testimonianza e mantenere quall’atteggiamento empatico, non giudicante e non suggestivo che le varie associazioni professionali raccomandano.

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