Tema numero 4

Qualche tempo fa, un candidato della Lega è finito su tutti i giornali per aver diffuso un video in cui, mentre se ne stava in una vasca col sigaro in mano e una bottiglia di rum a portata di mano, salutava gli amici della chat intitolata “Revenge Porn”.

In risposta alle critiche degli indignati, sia il diretto interessato che Matteo Salvini hanno risposto prima glissando sul nome della chat che rimanda ad una condotta recentemente diventata a tutti gli effetti un reato (“Che problema c’è a stare in vasca da bagno e bersi un rum? Non è reato”), poi minimizzando: secondo uno si tratterebbe di “goliardia”, secondo l’altro di “scelte sessuali”.

Che cosa facciano di preciso gli amici del candidato in una chat “goliardica” che ha scelto di chiamarsi come una fattispecie penale nessuno ce lo racconterà, ma è lecito sospettare che i loro “scherzi” si collochino sulla stessa lunghezza d’onda dei passatempi con cui si intrattengono gli utenti di luoghi virtuali come phica.net o le pagine/gruppi facebook che salirono agli onori della stampa mainstream un paio di anni fa grazie alle segnalazioni delle donne sconvolte dal tenore dei contenuti.

A dispetto del fatto che una considerevole quantità di donne abbia cercato di attirare l’attenzione del grande pubblico su questi stupratori virtuali, anche rivolgendosi alle forze dell’ordine,  e nonostante alcune delle vittime date in pasto al pubblico siano state spinte al suicidio, la tendenza di fronte alle denunce è troppo spesso quella di minimizzare, appunto, e/o “naturalizzare” questi comportamenti maschili, come fece la sessuologa intervistata in proposito da Vice di cui parlammo due anni fa: al giornalista che raccontava come anche lui con i suoi amici uomini usasse quel tipo di linguaggio offensivo e violento per parlare di sesso, l’esperta rispondeva che una vena di sessismo [negli uomini] è sempre esistita e l’unico aspetto problematico del fenomeno è il world wide web.

Le donne sono diverse, sottolineava l’articolo (se a una ragazza etero dovesse capitare di assistere a uno di questi conciliaboli fra uomini sul sesso, sicuramente per il resto della vita opterebbe per il saffismo politico); ciò per loro è aberrante, per gli uomini è solo il  modo in cui socializzano con gli appartenenti al loro stesso genere, una modalità che permette di creare un clima “cameratesco”: È una situazione che probabilmente ogni ragazzo che abbia mai fatto parte di una comitiva o gruppo di pari conosce bene: il degrado volutamente ostentato come forma di omologazione. Il messaggio di fondo è “facciamo schifo, e lo sappiamo, ma siamo rassicurati perché facciamo schifo tutti insieme.” In questo tipo di contesto, chi non si espone su cose di questo genere, e rovina il senso di cameratismo, crea imbarazzo: è una specie di Fight Club disgustoso che deve rimanere confinato fra i partecipanti.

Questa visione del mondo maschile come un raccapricciante Club nel quale gli uomini si rassicurano a vicenda sulla loro virilità facendo a gara a chi degrada e umilia di più le donne, ci viene presentata come l’ordine naturale delle cose, come una diretta conseguenza del cromosoma Y. Come altrettanto naturale ed incorreggibile è l’incapacità delle portatrici di cromosomi X di comprendere l’importanza di questi ributtanti rituali, se non dopo anni e anni di studio e pratica della psicologia.

Ciò che è “naturale” è per forza di cose immutabile e forse persino necessario.

Un aspetto parecchio inquietante della “naturale” sessualità maschile è la facilità con cui in molti invocano (e alcuni praticano) lo stupro come punizione per le donne “colpevoli” di comportamenti a loro avviso riprovevoli.

Il prossimo screenshot, ad esempio, è tratto da un vecchio post di facebook nel quale si commentava la notizia di una maestra denunciata per abusi sui bambini a lei affidati.

Notate come l’idea di punire una donna per mezzo dello stupro non generi nessuno stupore nella commentatrice donna, che invece reagisce proponendo uno dei più radicati miti sullo stupro, quello che racconta che a venire stuprate sono solo le donne che provocano il desiderio sessuale maschile (e quindi un po’ “se la vanno a cercare”) perché sono particolarmente attraenti; le “balene”, quindi, non possono essere stuprate, a prescindere da quanto sia detestabile (e in questo caso che lo sia non è opinabile) il reato che hanno commesso.

Il commentatore Antonio, a questo punto, è costretto a tornare sui suoi passi. Interessante, vero?

La cronaca ci insegna che la punizione è uno dei moventi della violenza sessuale, e, a prescindere dall’avvenenza della vittima, un movente così forte da riuscire a stimolare persino uomini che non sono stati direttamente “offesi”.

 

In questo contesto si colloca la recentissima notizia dell’adesivo promozionale della società canadese X-Site Energy Services, sul quale l’immagine stilizzata di una donna con le treccine evoca, per stessa ammissione del direttore generale della società Doug Sparrow, lo stupro dell’attivista poco più che adolescente Greta Thunberg, una notizia che in molti hanno commentato con sgomento, affermando che questa volta si è andati troppo oltre.

E’ mia opinione, invece, che un atto come questo non va così tanto lontano rispetto a quello a cui siamo fin troppo abituati.

Proprio perché nell’adesivo non vi è nulla di eccezionale, dovremmo cominciare a ragionare seriamente sulle strategie da adottare affinché quel Fight Club disgustoso in cui si combatte l’ambientalismo con la minaccia della violenza sessuale chiuda i battenti una volta per tutte, perché – a dispetto dei tentativi di dipingerlo come un fenomeno naturale – non ci sono sufficienti elementi a supporto dei presunti vantaggi evolutivi dell’aggressività maschile.

Anzi, pur assumento come dato assodato che la natura “demoniaca” della mascolinità affonda le radici nel nostro passato scimmie, come ci dice, ad esempio, il paleoantropologo Richard Wrangham nel suo volume ‘Demonic Males’, alla luce possiamo garantire un futuro per la nostra specie soltanto abbandonando definitivamente il modello patriarcale prendendo ispirazione da altre scimmie: i bonobo; Wrangham afferma che l’uguaglianza maschio-femmina è la regola tra i bonobo e la vita sembra essere decisamente tranquilla; niente incursioni e omicidi, niente stupri o gelosie sessuali, nessuna aggressione all’interno del gruppo, il che comporta per loro, rispetto ai violenti scimpanzé, condizioni di vita decisamente migliori, come ad esempio migliori forniture di cibo che consentono movimenti di gruppi più grandi, e lasciano meno possibilità di coalizzazioni contro individui isolati.

Forse la società dei bonobo non è così idilliaca come la recensione che vi ho linkato suggerisce, ci suggerisce invece Angela Saini, giornalista scientifica britannica, ma di sicuro mette radicalmente in crisi l’idea che il patriarcato sia un destino geneticamente predeterminato: avendo preso in considerazione solo scimpanzé come parenti più prossimi, siamo giunti alla conclusione che il patriarcato fosse cementato nella nostra storia evolutiva degli ultimi 5-6 milioni di anni. Ora che osserviamo meglio un parente vivente ugualmente vicino (o forse più vicino) con una struttura sociale diversa, abbiamo la possibilità di immaginare che nella nostra stirpe le femmine potrebbero legarsi in assenza di parentela, che i matriarcati possano esistere, che le femmine possano avere il sopravvento, che le società possono essere gestite in modo più pacifico.

In un articolo di qualche anno fa, che vi suggerisco, la scrittrice Sandra Newman ripercorre un po’ la storia della discussione scientifica sullo stupro a partire da uno dei primi testi “tecnici” che affronta il tema: Psychopathia Sexualis, dello psichiatra Richard Freiherr von Krafft-Ebing. Secondo l’autore, che scrive nella seconda metà dell’800, gli stupratori soffrirebbero di priapismo o di condizioni che si avvicinano alla satiriasi o da una debolezza mentale che permetteva agli impulsi lussuriosi di sfuggire al loro controllo. All’origine dello stupro vi sarebbero insomma una eccessiva “energia sessuale” o una fisiologica incapacità nel gestirla. Cita poi lo psicologo Henry Havelock Ellis – e siamo nella prima metà del secolo scorso – il quale sosteneva che non sussistono ragioni per dubitare che lo stupro non sia altro che una delle “normali” manifestazioni del desiderio maschile. Notevole il contributo del sessuolo Alfred Kinsey, autore del celebre rapporto Kinsey, secondo il quale lo stupro sarebbe da ricondurre alle false accuse delle donne, una teoria ancora molto in voga.

Passa quindi ad esaminare la teoria del masochismo femminile, altrettanto funzionale  alla deresponsabilizzazione dello stupratore: segretamente le donne desidererebbero lo stupro (Karen Horney, ‘The Problem of Feminine Masochism’, 1935) , per non parlare del fatto che a creare uno stupratore sarebbero una madre insieme seduttiva e respingente o una moglie con inclinazioni maschili e competitive di sua moglie (David Abrahamsen, ‘The Psychology of Crime’ 1960).

In questo panorama desolante entra a gamba tesa Susan Brownmiller (della quale abbiamo già parlato) con il suo “Against our will, Men Women and Rape”, 1975:

[Rape] is nothing more or less than a conscious process of intimidation by which all men keep all women in a state of fear.

Lo stupro non è altro che un processo consapevole di intimidazione mediante il quale tutti gli uomini tengono tutte le donne in uno stato di paura.

Lo stupro non ha nulla a che fare con il desiderio sessuale, non con quel tipo di desiderio cui faceva riferimento Richard Freiherr von Krafft-Ebing, ci dice Brownmiller. Non è un crimine passionale e il fine non è il sesso, ma il dominio e il potere.

Una teoria che calza a pennello alla scelta di un’immagine come quella piazzata sugli adesivi per attaccare Greta Thunberg.

Non a caso, Brownmiller scriveva: Lo stupro è una metafora dei nostri tempi. Gli uomini violentano la terra e devastano gli oceani. Penetrano persino nei cieli. E, come una sorta di riflesso di ciò che fanno all’ambiente, violentano le donne.

Checché se ne pensi, il dibattito attorno al binomio natura-cultura è ancora accesissimo, ma a me sembra che, anche volendo abbracciare la tesi innatista, non abbiamo elementi per presupporre che la violenza maschile sia inevitabile. In fondo, come ricorda Saini, in molti modi gli esseri umani hanno già trasceso la biologia e di certo non viviamo più secondo le regole della natura. Seppure la violenza maschile sulle donne fosse una di esse, nulla ci obbliga a seguirla.

Anzi,  a quanto dice Steven Pinker, docente di Psicologia e direttore del Centro di neuroscienze cognitive al Massachussets Institute of Technology (MIT) nel volume “Il declino della violenza”, abbiamo già iniziato a “ribellarci”: dopo la nascita e l’affermarsi dei movimenti delle donne le possibilità che un uomo venga ucciso dalla sua partner o ex partner sono diminuite di sei volte senza bisogno che ci fosse alcuna campagna per contrastare la violenza sugli uomini, ad esempio.

Quindi, sebbene la situazione sia ancora critica, dovremmo concentrarci su come abbandonare la nostalgia per il nostro presunto passato da parenti stretti degli scimpanzé, rinunciare alla scappatoia della colpevolizzazione della vittima e decidere di infliggere qualche colpo mortale a quella cultura dello stupro che sottende tutti quei fenomi ricompresi tra la “goliardia” del porno non consensuale e la più cruenta violenza sessuale.

A questo proposito, nel suo articolo Sandra Newman segue una via poco battuta: per quanto possano essere interessanti gli studi accademici in merito alle cause degli stupri commessi dagli uomini, il fenomeno non dovrebbe essere trattato esclusivamente come un mistero da analizzare, un enigma da risolvere o, peggio ancora, un male da curare, quanto piuttosto come un crimine da sanzionare opportunamente.

A partire dall’analisi di uno studio del 1990 condotto da Diana Scully per il National Institute of Mental Health degli Stati Uniti, Newman arriva a trattare un tema di cui avevamo discusso anche qui, a proposito dei diversi tassi di violenza sulle donne in diversi luoghi del mondo: la determinante influenza del fattore impunità.

Secondo Scully, infatti, oltre a caratteristiche come l’assenza di empatia, l’ostilità nei confronti del sesso femminile e la forte adesione a stereotipi sulla mascolinità, gli stupratori hanno un’altra caratteristica in comune, che li distingue da altri criminali, e cioè la convinzione che stuprare una donna sia un reato per il quale è molto difficile subire delle conseguenze, sia in termini squisitamente giuridici sia per ciò che riguarda la riprovazione sociale.

Nello studio Understanding Sexual Violence (1990), riporta Newman, Scully ha confrontato gli stupratori incarcerati con un gruppo di controllo di altri criminali, usando un’intervista di 89 pagine per misurare tratti della personalità come l’ostilità nei confronti delle donne, la violenza interpersonale e la “mascolinità compulsiva”. Sulla base di questi parametri, gli stupratori e altri criminali erano indistinguibili. Non c’era inoltre alcuna differenza nella loro vita sessuale prima della prigione, nei loro atteggiamenti nei confronti delle donne o nella loro storia di abusi sessuali infantili.

Ciò che colpì Scully fu che gli stupratori dissero di tutto per giustificare i loro crimini Parlarono della moralità delle loro vittime. Mentivano costantemente sui dettagli dei loro crimini per sembrare meno violenti. Cercavano di rappresentare lo stupro come normale; ad esempio disse uno dei soggetti: “Quando porti fuori una donna, la corteggi, poi lei dice:” No, sono una brava ragazza “, devi usare la forza. Tutti gli uomini lo fanno.” Altri sostenevano che tutti ritengono accettabile lo stupro di una donna se è conosciuta come una donna promiscua, se aveva accettato un passaggio o se in passato aveva già fatto sesso con quell’uomo. Alcuni degli intervistati avevano ammesso di sapere che ciò che avevano fatto era sbagliato; in questi casi, in genere indulgevano nell’autocommiserazione insistendo che quell’atto non aveva nulla a che fare con ciò che loro erano in realtà. In breve, si mostravano notevolmente preoccupati di ciò che gli altri pensavano di loro. A Scully sembrava chiaro che queste considerazioni svolgessero un ruolo cruciale nella decisione di costringere una donna a fare sesso – decisioni che Scully considerava sia consapevoli che razionali. Ancora più significativo, la stragrande maggioranza degli uomini supponeva che non sarebbero mai stati puniti. Come ha detto uno stupratore: “Sapevo che stavo sbagliando. Ma sapevo anche che la maggior parte delle donne non denunciava lo stupro, e non pensavo nemmeno che lo avrebbe fatto.” I suoi soggetti vedevano lo stupro come “un atto gratificante a basso rischio”.

Se ridurre questa convinzione riduce anche il tasso di violenza maschile, come sostiene Newman, non possiamo limitarci a ricondurre azioni come l’adesivo contro Greta Thunberg alla cultura dello stupro, commentando con sufficienza che la ragione per cui gli scettici del cambiamento climatico inneggiano allo stupro di una attivista è perché si sentono minacciati dalla crescente presa di coscienza ecologista; questi apologeti della violenza sessuale debbono subire delle conseguenze per le loro azioni. Fintanto che la faranno franca, fintanto che compiere atti simili non modificherà in modo sostanziale la vita dei responsabili, la cultura dello stupro continuerà a diffondersi indisturbata.

La linea di intervento suggerita da Newman è quella che stanno seguendo le femministe francesi che hanno a gran voce protestato contro la celebrazione del “genio” di Polanski ai César.

A dispetto della sua abitudine di descrivere se stesso come un perseguitato, il regista polacco di fatto non ha mai accettato di scontare la pena che gli era stata comminata, in questo spalleggiato dall’intera comunità dei suoi colleghi. Che le donne tutte pretendano che uno stupratore smetta di godere dell’indulgenza del suo affezionato pubblico e in qualche modo paghi per quanto commesso, non è un atto dovuto alle sue vittime, né tantomeno una forma di accanimento: è una modalità di lotta al crimine che si pone l’obiettivo di prevenire la violenza sessuale; se la giustizia ordinaria non riesce a comminare una pena, tocca alle donne tutte costringere gli stupratori a subire delle conseguenze per le loro azioni. Sei uno stupratore? Non ti godrai la tua premiazione, non beneficerai dell’abbraccio del tuo pubblico, non ti appagherai con gli applausi.

In termini tecnici, si parla di deterrenza: quando gli uomini comprenderanno che lo stupro non è un atto “a basso rischio”, ma che la violenza sessuale li costringerà a guardare per anni e anni stuoli di donne che sventolano cartelli con sopra vergato il loro nome e la parola “vergogna” mentre gridano tutta la loro rabbia, allora molto probabilmente smetteranno di stuprare.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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10 risposte a Tema numero 4

  1. Loon Martian ha detto:

    Mi domando sempre cosa ne pensino gli “essenzialisti” di noi mostri devianti. Se XY significa un’aggressività grottesca e il degrado, e XX significa una passività e un’innocenza da principesse della Disney, chi non si attiene a nessuno dei due modelli di comportamento che cos’è? Da dove viene? Dobbiamo essere mutanti, senza dubbio.
    Personalmente consiglio a tutte le donne, e anche agli uomini se è per quello, di essere mostri. Devianti del genere. Consiglio loro di dare sfogo a quell’androginia che – a me pare – sia alla fine in tutti quanti. Mai mi è capitato di incontrare qualcuno che fosse al 100% “maschile” o “femminile”. Gente che nascondeva i tratti non ritenuti normali invece sì, tanta. Essere mostri è bellissimo e una volta che si comincia non si vuole più smettere 😉 E scherzi a parte, apre davvero moltissime possibilità. Una volta che si riesce a superare la paura di incontrare il giudizio di una società sessista su cosa sia giusto o sbagliato, normale o anormale, si riesce a sviluppare molto meglio le proprie qualità, e a seguire i propri onesti interessi e passioni. Anche combattere contro l’ingiustizia diventa molto più semplice: che importa se pochi ti supportano? Che importa se anche persone a te vicine si rivoltano contro di te e cercano di colpevolizzarti, o di farti vergognare? Sei un mostro! Va bene tutto. Anzi, meglio, cosÌ sai a chi non dedicare il tuo tempo. Il mondo è grande, troverai altri amici mostri. Sono pochi? Pazienza. Utilizzerai il tempo che altrimenti avresti dedicato a persone intorno a te per imparare nuove cose, intraprendere nuove attività, diventare una persona migliore.

    Dobbiamo completamente liberarci dal peso delle aspettative sociali, anche se so che è difficile, ed ognuno naturalmente con le proprie possibilità, e modalità. Ma bisogna farlo. Dal niente non è mai venuto niente quindi meglio rimboccarsi le maniche. Sì è vero, si avranno delle giornate no, anche molte giornate no in cui si vorrebbe essere “come tutti gli altri”, ma non importa, perché il guadagno sarà molto maggiore di ciò che si perde.

    • Paolo ha detto:

      nessuno è un mostro, un uomom mite è un uomo, un uomo aggressivo è un uomo, una donna dolce è una donna, una donna aggressiva è una donna. senza contare che forza e debolezza, aggressività e dolcezza convivono nella stessa persona.
      io sono un omo eterosessuale mi piacciono le belle donne mi piace il sesso e non ho nulla in comune non solo con gli stupratori veri ma anche con quelli virtuali, quei tristemente notigruppi facebook sono soo soprafazione e violenza e non hanno nulla in comune col desiderio sessuale maschile, ma sono frutto di una scelta consapevole verso la violenza.
      e ovviamente io non sono affatto un mostro e non accetto di essere definito tale neanche in positivo, io sono un maschio eterosessuale che non ha nulla in comune con i maschi eterosessuali che frequentano quei gruppi e come me ce ne sono tanti

    • Paolo ha detto:

      on c’è androginia se non nel look, ,l’identità di genee trascende dal look, un uomo coi capelli lunghi sempre uomo è,se mi metto una gonna resto un uomo. una donna che si rapa a zero e non si trucca è sempre donna libera e autentica come che ha lunghi capelli o si trcca

    • Paolo ha detto:

      non c’è androginia se non nel look, ,l’identità di genere trascende dal look, un uomo coi capelli lunghi sempre uomo è,se mi metto una gonna resto un uomo. una donna che si rapa a zero e non si trucca è sempre donna libera e autentica come che ha lunghi capelli o si trucca

      • Paolo ha detto:

        e non si trucca è sempre donna libera e autentica come una donna che ha lunghi capelli o si trucca, sono entrambe donne libere e autentiche, identico discorso sugli uomini

      • Loon Martian ha detto:

        Penso inoltre che tu non abbia colto quello che stavo cercando di dire.
        Va molto bene che tu non ti consideri un mostro, anche se penso che bisognerebbe smetterla con tutti questi pregiudizi sui mostri*. Ed è ancora meglio che tu sia un uomo non conforme agli stereotipi di genere, che sono dannosi per tutti, ma la società IN GENERALE, e quindi non a livello individuale, ancora non vede di buon occhio questa non-conformità. Se tu sei riuscito a trascorrere tutta la tua vita senza mai essere criticato per non essere un uomo “normale” (notare le virgolette), hai avuto un culo incredibile. Io ad esempio non ci sono riuscito assolutamente XD
        *quello era abbastanza ironico (anche se …)
        https://imgur.com/gallery/l5sMS

      • Loon Martian ha detto:

        Sì, vallo a dire ai sessisti che continuano a rompermi i coglioni con ‘sta storia XD e non è mica solo l’aspetto fisico. Passioni, attitudini, il modo di agire e di pensare, c’è una lista che ci si potrebbe riempire un’enciclopedia.

      • Paolo ha detto:

        un uomo dal carattere dolce o che non ama i motori o il calcio non subisce nessuna discriminazione se non da parte di una minoranza di idioti.
        mi considero normalissimo,gli anormali sono quelli che frequentano quei gruppi facebook

  2. ... ha detto:

    “Checché se ne pensi, il dibattito attorno al binomio natura-cultura è ancora accesissimo, ma a me sembra che, anche volendo abbracciare la tesi innatista, non abbiamo elementi per presupporre che la violenza maschile sia inevitabile. In fondo, come ricorda Saini, in molti modi gli esseri umani hanno già trasceso la biologia e di certo non viviamo più secondo le regole della natura. Seppure la violenza maschile sulle donne fosse una di esse, nulla ci obbliga a seguirla.”

    In realtà quelli che pensano alla natura come destino non sono gli autori da te citati, ma tutti quelli che questi autori non li hanno letti, a cominciare da Darwin, passando per Dawkins (quello del gene egoista). Quello che si impara leggendo questi resoconti dalle specie a noi prossime è che quelle della natura, più precisamente i comportamenti, non sono regole. Tanto la violenza quanto l’affetto fanno parte del nostro modo di essere, per cui non è che quando ci comportiamo “bene” stiamo eccedendo la nostra natura. Tutto questo fa parte di noi. Se la deterrenza e lo stigma possono funzionare è perché tutti tengono conto dello status sociale, perché fa parte della nostra natura, così come per tutti gli altri animali sociali.

  3. Paolo ha detto:

    lo stupro non ha nulla a che fare col desiderio sessuale e non ha a che fare neanche con la penetrazione quindi quel “penetrano persino nei cieli” è fuori luogo.

    Polanski non è andato ai Cesar e non si è goduto nulla quindi la protesta è riuscita

    come uomo eterosessuale attratto dalle donne sento di non avere nulla in comune con quei maschi che su internet e fuori da internet ribano immagini provate di donne e le bersagliano di commenti volgari, beceri e violenti che esprimono nonattrazione ma odio, questa non è sessialità e il fatto che qualcuno consideri tutto ciòcome parte della sessualità maschile mi offende. io sono maschio, sono attratto dalle donne e questa roba non ha mai fatto parte del mio modo do copncepire il sesso, e se questo è “cameratismo” sono felice di essere un tipo solitario e di avere pochissimi amici.

    sulla gelosia sessuale ritengo che questa esista sia negli uomini che nelle donne e non sia eliminabile si può e si deve evitare che degeneri in possesso e violenza

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