Social distancing

L’ultima volta che ho scritto qui era l’8 marzo. Ricordo, con lo stesso sforzo con cui di solito si riportano alla mente eventi di un lontano passato, che con una cara amica commentavo il fatto che, mentre da noi si era deciso di vietare ogni manifestazione, in Francia scendevano in piazza decine di migliaia di persone. Dovevamo preoccuparci? Non preoccuparci troppo? Difficile a dirsi, visto che i messaggi che si susseguivano a ritmo serrato erano tutt’altro che coerenti.

Eravamo partiti a febbraio con un rassicurante rischio 0. L’unico rischio concreto che correvamo sul nostro territorio – geograficamente lontanissimo dal dramma che si stava consumando in Cina – era che l’allarmismo (ovvero la tendenza a ingigantire immotivatamente il minimo motivo di sospetto o di apprensione) fomentasse atti xenofobi contro la poplazione cinese residente in Italia.

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Poi ci sono stati i primi casi italiani, ma i toni erano ancora rassicuranti: l’epidemia non si sta espandendo, ci dicevano fonti autervoli, mentre parte dell’Italia cominciava a fare i conti con le prime misure di contenimento.

All’epoca, ricordo, il dibatto sul virus ricalcava più o meno i toni della disputa Burioni-Gismondo: Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così – affermava la virologa responsabile del laboratorio dell’ospedale Sacco di Milano, mentre Burioni paragonava la mortalità potenziale del Covid-19 a quella dell’influenza spagnola, che tra il 1918 e il 1920 fece milioni di vittime in tutto il mondo. In quel momento lo sport nazionale, almeno sui social, era mettere a confronto i dati sui decessi causati dall’influenza stagionale con il presunto tasso di letalità del nuovo coronavirus SARS-CoV-2.

Poi, se ricordate bene, ci sono stati i giorni dell’hashtag #milanononsiferma, con i sindaci che chiedevano segnali di positività e un graduale ritorno alla normalità, come se il problema fosse il pessimismo e non il virus. Ci fu il caso dell’aperitivo a Milano di Nicola Zingaretti, che poco tempo dopo risultò effettivamente contagiato.

Intanto, nell’indifferenza generale e ben prima dell’imbarazzante episodio dell’assalto ai treni dopo la fuga di notizie sul decreto dell’8 marzo, frotte di gente si spostavano da nord verso sud, contribuendo inconsapevolmente all’estendersi del contagio.

Erano i giorni dello scontro fra Conte e Ceriscioli, il Presidente della Regione Marche, colpevole di pretendere misure di contenimento sproporzionate, generando così confusione nel paese.

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Giorni in cui, davvero, non si sapeva cosa pensare.

Nel frattempo cominciavano ad arrivare le prime bufale tramite whatsapp. Ne ho ricevuta una anche stamattina, nella quale non si sa chi mi informava del legame fra il coronavirus e il vaccino contro la tubercolosi. Dico “non si sa chi” non perché non sappia chi mi ha inoltrato il messaggio, ovviamente, ma perché tutte queste notizie passano di telefonino in telefonino prive di qualunque riferimento all’autore, allo stesso modo in cui circolano le barzellette o le catene che invitano alla preghiera collettiva. Mi chiedo chi ci sia, all’origine di questa spazzatura, e se lo faccia nell’erronea convinzione che sia divertente o nella perversa speranza di causare una rivolta popolare come quelle che siamo abituati a vedere in uno quei film nei quali è sufficiente un black out per trasformare centinaia di onesti cittadini in belve affamate di caos e distruzione.

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E poi, di colpo, il disastro. Siamo il paese col maggior numero di decessi, la sanità è allo stremo e non si capisce come sia potuto succedere.

Sono state dure queste settimane, lo confesso. Passare da “niente panico, non perdiamo le nostre abitudini” a “via libera ai droni per tracciare chi non rispetta i divieti” in meno di un mese è destabilizzante. Una settimana fa ero ancora al lavoro a ragionare coi colleghi sull’opportunità di attivare lo smart working, mentre oggi mi ritrovo a fissare lo schermo blu del televisore che mi intima di “tenere pulita la mia abitazione”, come se improvvisamente ci fossimo tutti di botto trasformati in tanti Frito Pendejo, delle creature abbrutite dall’isolamento al punto da non trovare degna di nota neanche una montagna di immondizia che invade il salotto.

Qualche giorno fa ho condiviso un articolo, nel quale l’autrice si chiedeva quanto fosse fondata l’odierna tendenza di attribuire al singolo cittadino la responsabilità di quanto sta accadendo, soprattutto perché, dati alla mano, gli italiani si sono rivelati un popolo piuttosto ligio nei confronti delle restrizioni (chi l’avrebbe mai detto).

Dati confermati ieri sera anche dal Presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, Antonio Decaro, il quale, intervistato sul canale 9 da Peter Gomez, ci confermava che – a dispetto degli sboccatissimi video in cui i sindaci inveiscono contro i loro cittadini, dando l’impressione di avere a che fare con masse di beoti intenti ad organizzare rave party – la stragrande maggioranza degli italiani rispetta le regole e sta a casa.

Per quanto in molti oggi sentano il bisogno di puntare il dito contro qualcuno – quelli che fanno jogging o le mamme che si portano i bambini al supermercato, basta che sia qualcuno abbastanza vicino da poter aggredire verbalmente – e per quanto questo possa anche essere descritto come un comportamento comprensibilissimo, data la particolare situazione, esso rischia di risultare gratuitamente crudele, soprattutto in un contesto nel quale ognuno di noi soffre enormemente per la paura e per l’ansia nel migliore dei casi, per la perdita dei propri cari nel peggiore.

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Avevamo un piccolo focolaio a Codogno e due casi importati dalla Cina. Il panico, per una situazione che noi tutti credevamo di poter limitare in pochissimo tempo, in quel contesto temporale e con quei dati, era da evitare… Eravamo convinti che sarebbe stato copiato il modello della Sars, un altro coronavirus diciamo apparentato: in Italia ci furono solo 4 casi importanti, mentre nell’area asiatica ci furono 700 morti che, e lo dico nel rispetto delle morti, non sono tantissime. Ho fatto parte delle persone, fra cui alcune con ruoli istituzionali, che hanno adattato modelli precedenti, tipo Sars, per prevedere il comportamento del virus – dice oggi la Dottoressa Gismondo.

Se c’è una cosa per cui sono infuriato con me stesso è di essere stato troppo ottimista quando, intorno al 20 di febbraio, il fatto che avessimo chiuso i viaggi con la Cina e controllato i voli prima degli altri ci aveva messo nella convinzione che il peggio fosse passato per l’Italia. Questo è stato un errore, ma non una sottovalutazione perché non si poteva avere il modo di scoprire l’esistenza di un’infezione che ci ha colpito alle spalle venendo in Italia da un altro Paese europeo – dichiara Massimo Galli, primario dell’ospedale Sacco di Milano.

Sicuramente nessuno si aspettava una pandemia di questa gravità, e i piani di preparazione pandemica non erano di fatto pronti a scattare in gran parte dei paesi, così come gli ospedali, le terapie intensive e la medicina del territorio – leggiamo su Scienza in rete.

Errori sono stati fatti, è fuor di dubbio, come pure è fuor di dubbio che il tutto si colloca in un contesto in cui la spesa sanitaria non ha rappresentato una priorità per i governi che si sono succeduti.

Magari quando il peggio sarà passato se ne discuterà, spero con l’obiettivo di trovarci preparati per la prossima calamità, magari cominciando a ragionare tutti più seriamente sul nesso fra la salute degli esseri umani e lo stato dell’ambiente in cui viviamo, nell’ottica di instaurare un rapporto più rispettoso con tutti gli altri esseri viventi.

Concludendo: trovarmi ad ascoltare dichiarazioni come questa mi ha fatto sentire come il protagonista de “La nebbia” di Stephen King che fissa attonito la signora Carmody mentre chiede a gran voce sacrifici umani, e ritrovarsi nel bel mezzo di un racconto horror non è una bella sensazione, neanche quando ne sei stata, e ne sei ancora, un’avida lettrice.

Spero che stiate tutti bene.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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8 risposte a Social distancing

  1. Paolo ha detto:

    non so se ti interessa ma io sto bene. vivo con i miei genitori che in quanto anziani sono a rischio (e mia madre è anche diabetica), ma per ora stanno bene e qui in Toscana la situazione non è ancora tragica come in Lombardia

  2. Irene ha detto:

    Anch’io sto bene, a parte lo stato d’animo uguale al tuo. Ho letto l’articolo in link sulla mamma che aveva portato il bambino sul pianerottolo e penso anch’io che in questa crisi i diritti dell’infanzia siano stati clamorosamente ignorati. Si può portare fuori il cane, ma i bambini no? Cose da pazzi! Comunque è probabile che questo stato d’animo passi, o che le persone perbene controbattano alzando la voce e rifiutandosi di essere considerate la causa di tutti i mali.

    • Antome ha detto:

      Infatti, ma credo che nel caso del cane sia per ragioni igieniche, principalmente i bisogni, non credo che sia solo per la passeggiata altrimenti avresti ragione e tratterebbesi di eccezione animalista insensata.

      • Irene ha detto:

        Anche questo è vero, com’è vero che i cani non trasmettono il virus e il gioco dei bambini, stando agli esperti, sì. Però rimane il fatto che i diritti dei bambini sono stati ignorati, come quelli di molte altre categorie vulnerabili. Speriamo che con il passare dei giorni si trovi un compromesso.

  3. Loon Martian ha detto:

    Io, dopo essere stata messa in cassa integrazione (la versione che ne abbiamo dove vivo ora), ho deciso di dedicare il mio tempo ai miei progetti, e non sono mai stata così produttiva. Son quasi contenta di dovermene stare a casa, non ho mai avuto così tanto tempo di lavorare su quello che voglio. Poi naturalmente due secondi dopo mi sento in colpissima di averlo pensato XD e ci sono molti aspetti di questa pandemia che mi preoccupano molto, com’è ovvio. L’economia, la salute, la società. Però sono fortunata abbastanza da vivere con una persona a cui voglio bene, ho un appartamento confortevole, e non mi posso lamentare di passare le ore incollata alla tastiera del piano o del computer.

    • Irene ha detto:

      Sì, ad alcune persone questa situazione non ha cambiato la vita più di tanto. Mi fa piacere per loro e anche per te.

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