Il fatto stesso di essere una donna

Una traduzione da Michael Bloomberg and the Long History of Misogyny Toward Mothers, di

La misoginia riservata specificamente alle madri è una cosa curiosa. Le attuali discussioni sul sessismo di solito trattano le conseguenze che le donne affrontano per aver assunto comportamenti poco femminili – per aver trasgredito il ruolo loro assegnato: sono state troppo rumorose, troppo arrabbiate, troppo grandi, troppo forti, troppo. Ma il grande paradosso della misoginia è che il suo oggetto è la femminilità stessa – non la femminilità tradizionale o la femminilità non tradizionale, ma il fatto stesso di essere una donna. Non si può schivare rimanendo al proprio posto. Anche nel ruolo archetipicamente femminile della madre, le donne finiscono col ritrovarsi oggetti di quell’odio vecchio e leggendario.

Esistono molte specie di odio verso le madri. Sospetto che il più antico sia lo stile libertino, in cui la maternità è insultata per aver trasformato giovani donne vivaci e nubili in versioni più morbide, più sagge e meno disponibili sessualmente della precedente versione di sé. Il prototipo del libertino, il Marchese de Sade, sognava di torturare e uccidere donne in gravidanza, madri e i loro bambini. Uno dei passi più significativi nella sua opera è questa frase tratta dal suo estenuante romanzo del 18 ° secolo “Juliette”: “Immagina di dare alla luce questo tesoro del tuo cuore; ecco quella massa informe di carne contorcersi appiccicosa e vacillare dalla cavità dove credi che si possa trovare la felicità. ” Quanto amore per il futuro della razza umana; il libertino non ha tempo per queste cose, e nemmeno lo stile libertino di valutare le donne, che trova miserabili le cose sessualmente interessanti e disponibili, e di nessun valore la madre.

Poi c’è lo stile psicoanalitico nell’odio materno. Questo è forse un po’ passé oggi, ma c’è stato un momento in cui tutti, dai decantati intellettuali al borghese di New York, sospettavano che Freud avesse la giusta idea sul sesso e sulla società. In questa narrazione, le madri prepotenti hanno regolarmente evirato i figli maschi con la loro petulanza infliggendo loro sensi di colpa, finendo col provocare una reazione misogina nei figli, che tentano in questo modo di recuperare la dignità perduta o di crearsi un’identità maschile separata. Come scrisse la sociologa femminista Miriam M. Johnson nel suo libro del 1990, “Strong Mothers, Weak Wives”: “La svalutazione delle donne (sia da parte delle donne che degli uomini) non è la reazione inevitabile all’importanza delle donne nella prima infanzia. È una scelta.” Il fatto che si sentisse il bisogno di tale intervento fosse è una messa in stato tanto di una contorta impalcatura morale quanto delle bizzare mode in psicologia.

Più familiare per noi dell’era dei social media è un tipo di odio materno che emana principalmente dai padri, una gelosia particolarmente dannosa per i propri figli. “Non sopporto i miei figli per aver rubato l’amore di mia moglie”, leggiamo in una confessione pubblicata sul Daily Mail. (Naturalmente, il risentimento è rivolto principalmente verso moglie, non sulla progenie fortunata della coppia: “c’era un altro uomo in casa che mia moglie adorava più di quanto non adorasse me”, racconta il padre a proposito del figlio piccolo) Questa specie di mammafobia condanna le madri per aver spostato le loro energie dal soddisfare i bisogni degli uomini al soddisfacimento dei bisogni dei bambini, e forse per essersi affermate in tal modo, come sostiene la poetessa Adrienne Rich nel suo libro “Of Woman Born”. “L’idea del potere materno è stata addomesticata”, avverte, poiché costituisce una minaccia allo sfruttamento delle donne.

Poi ci sono le forme moderne di odio verso le madri: il genere eugenetico, che diffama le donne povere, disabili e non bianche colpevoli di aumentare le fila di coloro che le élite considerano inadatte alla vita. E c’è il tipo capitalista, che disprezza le madri perché pretendono  una pausa dal lavoro (per non parlare della retribuzione) per partorire e prendersi cura dei bambini.

 

Una mia lettrice mi ha suggerito questo articolo, che mi ha colpito a causa di una reazione particolarmente violenta suscita da un mio scritto di qualche tempo fa.

Quando ho iniziato a scrivere dei temi con i quali, a mio avviso, il femminismo oggi dovrebbe confrontarsi, sono partita parlando di alienazione genitoriale e rivittimizzazione delle vittime di violenza domestica da parte delle istituzioni deputate a valutare l’affido dei bambini coinvolti.

Le ragioni per cui sono partita con questo tema e non con altri sono svariate: è un tema che tratto da diverso tempo e sul quale ho raccolto parecchia documentazione; è un tema ignorato per anni dalla stampa mainstream, che, grazie alla tenacia delle attiviste, ha trovato solo recentemente il giusto spazio per contrastare una narrazione totalmente assorbita da una retorica sul divorzio e la separazione come i peggiori mali che possono colpire l’infanzia; per non parlare del fatto che la ferrea convinzione che la condizione di madre permetta alle donne di entrare a far parte di un gruppo privilegiato rispetto alle altre donne (una convinzione del tutto infondata, almeno io la vedo così), alimenta la solitudine e il senso di inadeguatezza di tutte quelle donne che devono affrontare la maternità in un paese nel quale essere madri, oggi, spesso significa raggiungere un punto critico delle differenze di genere.

Come vi raccontavo, la mia decisione ha scatenato una reazione che francamente non mi aspettavo:

Di temi più importanti me ne vengono molti. In ordine sparso: combattere la tratta, combattere l’oggettivizzazione, il soffitto di cristallo, la disparità nelle paghe… Cose che affliggono TUTTE le donne in TUTTO il mondo. Non solo alcune madri in alcuni stati.
Ad esempio, più importante di quello proposto da te sarebbe finalmente far capire a tante donne che vivono ancora nel ‘700 che una donna ha bisogno in primis di un lavoro (così non dipenderà da un uomo che magari, se si scoprisse violento, non potrebbero lasciare perché non sanno come mantenersi) e un lavoro serio, non un part-time a 600€ al mese, perché tanto il resto lo mette lui.
Sarebbe da far capire loro che si devono realizzare come PERSONE e che figliare non può e non deve essere il loro unico obiettivo, perché questo le annichila come persone e se va l’autostima, poi non si accorgono del violento in casa. Si potrebbe far notare loro che BEN PRIMA di fare un figlio (che ti lega per la vita) col primo che capita (e se leggi Rubrica Lilla o Distruggere su fb ne conti a pacchi) sarebbe da spendere qualche anno a conoscere il signore in questione. Ma se credono che valgono solo se partoriscono, non lo faranno mai.
Ah, se una non vuole/può avere figli o allattare non vale di meno (ho visto di quelle cattiverie da donne ad altre donne per questo). Lo pensano solo perché figliare è tutto ciò che sanno fare e ne va della loro autostima, visto che hanno rinunciato a tutto il resto per quello che il patriarcato dice loro, cioè “non sei donna se non figli”.
Ma continuiamo a pensare che il tema numero uno del femminismo sia aiutare madri idiote a non accorgersi che possono essere persone complete, per carità.
Ancora tantissimi mesi fa ti avevo chiesto di leggere alcuni siti childfree che ti avevo linkato per capire la discriminazione che viviamo ogni gg e magari parlarne. Ma evidentemente, anche per te non siamo donne sul serio.

Non credo, onestamente, che esista una problematica che affligga allo stesso modo tutte le donne; non tutte le donne sono vittime di tratta, ad esempio, come non tutte le donne avvertono allo stesso modo il soffitto di cristallo; sebbene l’ossessione per il proprio aspetto sia ancora una caratteristica prevalentemente femminile, non tutte le donne vivono come problematico il rapporto con il loro corpo, mentre ci sono parecchie le donne che vivono l’analisi femminista della sovraesposizione mediatica di corpi femminili giovanissimi, sexy e ammiccanti come una futile nonché irrispettosa invasione della loro libertà di espressione. Per comprendere quanto sia difficile e potenzialmente esplosivo affrontare il tema dell’oggettivazione del corpo delle donne, basta dare uno sguardo alle polemiche esplose attorno ad alcuni scatti di Emma Watson, o tornare con la memoria al dibattito sorto a causa della camicia di Matt Taylor.

Insomma, stilare una qualche lista di temi o di strategie di lotta al patriarcato in grado di mettere d’accordo tutte, ma proprio tutte le donne, mi appare come un’impresa impossibile.

Allo stesso tempo non credo che la scelta personale di dedicarsi ad una tematica piuttosto che ad un’altra possa costituire automaticamente un atto d’accusa nei confronti di chi ritiene di avere cose più importanti di cui occuparsi. Di certo non è vero nel mio caso, visto che, aproposito delle cosiddette childfree, avevo parlato in questo blog del progetto “Lunàdigas”, cogliendo l’occasione per ricordare che sulla scelta di essere donna senza essere madre pesano il pregiudizio e uno stigma sociale che non si possono negare  e criticare una campagna sulla fertilità connotata dalla colpevolizzazione delle donne che la fanno: affermazioni poco compatibili con l’idea che mi si possa attribuire la convinzione che le donne senza figli “non siano donne sul serio”.

Ciò di cui in realtà sono convinta è che in una società patriarcale nessuna donna, neppure la donna-madre, è “abbastanza donna”, come si evince da una pubblicità che mi hanno recentemente segnalato:

“Femminilità” è proprio il termine che utilizzava Simone de Beauvoir ne “Il secondo sesso”, descrivendola come quell’essenza vaga e abbagliante che viene richiesto alle donne di incarnare, senza tuttavia spiegare loro in cosa consista.

La femminilità, come ci ricordano questi produttori di sexy camicie da notte, non risiede neppure in ovaie perfettamente funzionanti e uteri accoglienti – visto che a causa della gravidanza c’è il rischio di perderla ed occorre intervenire con acquisti mirati a tenersela stretta – ma è sempre altrove, e le donne possono solo rincorrerla, senza arrivare mai a sentirsi soddisfatte della versione imperfetta di donna che di volta in volta mettono in scena.

La “donna senza figli” e la “madre” – scriveva Adrienne Rich nel già citato “Nato di donna” – sono una falsa contrapposizionel’abisso “tra “madri” e “non madri” sarà colmato solo quando arriveremo a capire che la maternità e la non-maternità sono state manipolate per trasformare le donne in quantità negative, o portatrici del male. [pag.354, Garzanti Editore, 1996] Maternità e non maternità sono concetti così pieni di sfumature per noi proprio perché, quale che sia stata la nostra scelta, ci è stata sempre rivoltata contro [ibidem, pag.359].

Quindi, concludendo, il mio augurio a tutte le donne nel giorno in cui si “festeggia” l’istituto della maternità è di avviare una riflessione sul fatto che se è vero che il patriarcato assegna “un posto” ben preciso alle donne, non c’è ruolo, neanche il ruolo di mamma, in grado di tutelarci dall’odio vecchio e leggendario che ci investe tutte per il semplice fatto di essere delle donne.

 

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2 risposte a Il fatto stesso di essere una donna

  1. Paolo ha detto:

    ritengo che una donna incinta abbia tutto il diritto di comprare indiumenti sexy per la sua gioia e quella del partner (ma non c’entra la femminilità, una donna è femminile sempre pure con una tuta, per il fatto che è donna, c’entra semmai l’eros e il sex appeal che sono cose importanti per ambo i sessi, e il sex appeal è cosa bella e non oggettivante)

    e anche la cura dell’aspetto estetico è libertà, libera scelta e riguarda uomini e donne

    una cosa sul Divino Marchese, quel passaggio è tratto dal romanzo Juliette o la prosperità del vizio, ora a parte il fatto che eviterei in generale di attribuire a un romanziere le idee espresse dai personaggi del suo romanzo, quel brano va inserito in un contesto narrativo: Juliette come forse sai è la sorella di un’altra nota eroina sadiana Justine (gà protagonista di Justine o i guai della virtù, lettura estenuante ma non priva di interesse per chio ha il gusto dell’orrido). Juliette e Justine sono l’una l’antitesi dell’altra: Justine è buona, generosa, virtuosa, crede nella morale e nella religione cattolica, piena di fiducia nella bontà del genere umano, e ciò la porta ad essere sottoposta alle peggiori torture, violenze e abusi giacchè coloro che incrocia sulla sua strada sono tutti malvagi dediti ad ogni dissolutezza. Tutt’altra storia Juliette: prototipo della donna libertina, lussuriosa, dissoluta, egoista, crudele, non esita ad uccidere e torturare sia per raggiungere i suoi scopi sia perchè si diverte, e ovviamente disprezza la morale, la religione, dio e anche la maternità. E diversamente dalla buona sorella, la “cattiva” Juliette è fortunatissima, ottiene successo, ricchezza, onori proprio grazie alla sua dissolutezza e mancanza di etica, paradossalmente rischia di perdere agi e ricchezze quando compie l’unica buona azione della sua vita (credo che sia proprio difendere la sorella Justine a cui l’unica persona a cui la crudele Juliette vuole veramente bene).

    il Divino Marchese vuole dirci che in questo mondo essere buoni non conviene, questo è il senso non il disprezzo verso le madri. (comunque il miglior De Sade è quello del Dialogo tra un prete e un moribondo)

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