Lo sport e il genere

Una delle pratiche culturali più importanti nella costruzione dei ruoli di genere è senza dubbio lo sport. Per gli uomini la pratica sportiva è da tempo immemorabile uno degli ambiti nei quali sviluppare ed esprimere quelle abilità associate alla mascolinità e al potere, mentre l’esclusione delle donne dallo sport ha contribuito alla creazione e al perpetuarsi del mito della fragilità femminile.

De Coubertin, il barone francese che fu il principale artefice del Movimento Olimpico Moderno, si opponeva risolutamente all’agonismo femminile poiché sosteneva che la differente fisiologia della donna e il diverso ruolo nella società la rendevano inadatta all’attività sportiva: un argomento in auge ancora oggi.

In un articolo del 2014, il Post affrontava il tema delle differenze fra uomini e donne citando David Epstein, giornalista e autore del libro “The Sports Gene”, il quale afferma che quello che influisce sulle migliori prestazioni maschili è la conformazione corporea: gli uomini sono generalmente più pesanti e più alti rispetto alle donne, hanno arti più lunghi in relazione all’altezza, cuore e polmoni più grandi, meno grasso, più globuli rossi che trasportano l’ossigeno, scheletri più pesanti che supportano più muscoli, fianchi più stretti, tutti caratteri legati al sesso biologico che rendono necessarie, dal momento della pubertà in poi, competizioni separate fra uomini e donne.

Tuttavia, sempre nello stesso articolo, lo stesso Epstein ammette che questi caratteri non sempre depongono a svantaggio delle donne; a proposito del salto con gli sci, disciplina dalla quale le donne erano escluse fino a poco tempo fa perché troppo pericolosa per il delicato corpo femminile, nota che proprio la particolare conformazione del corpo delle donne può rivelarsi un punto a loro favore: L’obiettivo, dopo tutto, è essere un proiettile incredibilmente leggero. Le donne possono essere capaci di volare tanto quanto gli uomini, o in alcuni casi anche più lontano. E cita il caso della campionessa americana Lindsey Van, che nel 2010 aveva stabilito un record assoluto (battendo quindi donne e uomini) ma comunque venne esclusa dai Giochi Olimpici di Vancouver. Il salto con gli sci femminile, infatti, diventerà disciplina olimpica soltanto nel 2014.

Una curiosità: gli sport sulla neve sono quelli nei quali è minore lo scarto fra i generi. Probabilmente per questo è stata una fra le più grandi sciatrici di tutti i tempi, Lindsey Vonn, a chiedere di poter competere contro i suoi colleghi maschi.

Una proposta che non è stata accolta bene.

Christof Innerhofer, campione del mondo di supergigante nel 2011 e vincitore di diverse medaglie olimpiche e iridate, ha replicato: Lindsey Vonn vuole gareggiare contro gli uomini in una gara di Coppa del Mondo? La trovo un’operazione di triste marketing… È una proposta senza senso, per noi sarebbe una distrazione e il suo numero di pettorale potrebbe essere una variabile importante all’interno di una gara.

In un articolo del 2017 il cui tono fra il paternalistico e lo sfottò emerge sin dal titolo (Cara Vonn, perché tanta ansia di gareggiare con gli uomini?), il giornalista commenta la richiesta di Vonn insinuando che la sciatrice avrebbe scelto per controntarsi con gli sciatori maschi una pista facile (tesi supportata anche dal responsabile della squadra maschile austriaca Paulacher, che avrebbe dichiarato: Perché non chiede di affrontare gli uomini a Kitzbuehel, Beaver Creek o in Gardena?), che ad impedirle di gareggiare con gli uomini ci sarebbero complessi problemi tecnici e assicurativi, che la sua richiesta è da classificarsi come la trovata diabolica di un’atleta in declino determinata a far parlare di sé e che con molta probabilità il verdetto finale sarebbe impietoso, ovvero Vonn ne uscirebbe sconfitta e umiliata, visto che uno studio ha definito in tre secondi su un minuto e mezzo di gara la differenza fra uomini e donne sullo stesso tracciato.

Lindsay Vonn, alla fine, contro gli uomini non ha mai gareggiato.

Ma le atlete sono un fenomeno destabilizzante per gli uomini dello sport (e i loro fan) non soltanto quando si profila all’orizzonte la concreta possibilità che un esponente del loro sesso perda in una competione alla pari con una donna; è sufficiente che una sportiva emerga dall’invisibilità nella quale di solito gareggiano le donne conquistando il cuore del grande pubblico per scatenare il bisogno di rimarcare l’inferiorità femminile.

Ricorderete, probabilmente, il caso Raymond Moore. Accadde nel 2016 che l’amministratore delegato del torneo di tennis di Indian Wells – Moore, appunto – a proposito della WTA (la Women’s Tennis Association) dichiarò che le tenniste sfruttano il successo del tennis maschile e che sono veramente, veramente fortunate. Poi ha aggiunto: Se fossi una tennista, mi inginocchierei ogni notte e ringrazierei dio che Roger Federer e Rafa Nadal siano nati, perché portano avanti questo sport, lo fanno davvero.

Moore si riferiva in particolar modo ai premi in denaro, che secondo lui sono alti per entrambi i tornei, sia quello femminile che quello maschile, solo grazie alle prestazioni e alla qualità del gioco dei tennisti uomini, e Novak Djokovic si è dichiarato d’accordo con lui: io credo che la nostra organizzazione, l’ATP, dovrebbe lottare di più perché le statistiche mostrano che noi, nei tornei maschili, abbiamo più spettatori. Credo che questa sia una ragione per cui, forse, dovremmo essere premiati di più. Le donne dovrebbero lottare per quello che pensano di meritare e noi dovremmo lottare per quello che riteniamo di meritare. (…) Ho un enorme rispetto per ciò che le donne nello sport globale stanno facendo e realizzando. I loro corpi sono molto diversi da quelli degli uomini. Devono affrontare molte cose diverse che non dobbiamo affrontare. Sai, gli ormoni e cose diverse, non abbiamo bisogno di entrare nei dettagli. (…) Ho avuto una donna che era la mia allenatrice ed è stata una parte importante della mia carriera nel tennis. Sono circondato da donne. Sono molto felice di averne sposata una e di avere un figlio.

Gli uomini vendono più biglietti, chiosarono in molti, ed alcuni arrivarono a definire Raymond Moore – costretto a chiedere le dimissioni a seguito delle sue dichiarazioni – una vittima della guerra dei sessi.

D’altronde, perché diamine il pubblico dovrebbe guardare le donne fare una cosa che gli uomini sanno fare meglio?

Come dire: perché dovrei guardare Usain Bolt se al mondo ci sono i giaguari che corrono?

Nessuna donna dovrebbe stare in ginocchio ringraziando per cose del genere, è abbastanza offensivo. Ti posso dire quante persone ogni giorno non guardano tennis se non ci sono io o mia sorella, non posso manco dirvi quanti. Perciò non penso che questa sia un’affermazione esatta. Penso ci siano tante donne che sono entusiasmanti da vedere. Penso ci siano tanti uomini entusiasmanti da vedere. Penso che vada così in entrambi i versi. Penso che queste affermazioni siano molto errate e molto, molto, molto inesatte, aveva replicato Serena Williams, sottolineando quello che secondo lei, e anche secondo me, è il nocciolo della questione: se le donne oggi giocano a tennis o praticano qualsivoglia disciplina sportiva, lo debbono soltanto a se stesse e alla determinazione con cui negli anni tante atlete si sono imposte in un mondo che non le voleva, non aveva nessuna remora a proclamarlo e ancora adesso le tollera a malapena.

Se pensiamo a dati incontestabili come il fatto che una donna adulta in media ha una statura di 7,5–12 cm più bassa dell’uomo, un peso corporeo di 11– 13 KG più leggero, 4,5-6 kg in più di tessuto adiposo, 12–18 kg in meno di massa magra e può raggiungere al massimo i due terzi della forza dell’uomo a causa della minore massa muscolare, il fatto che le sportive abbiano affrontato con audacia e risolutezza l’avversione maschile nei confronti della loro presenza, riuscendo anno dopo anno a conquistarsi un posto nel mondo dello sport agonistico, ci dà la misura di quanto coraggio in più possa celarsi in quei 12 chili di massa magra in meno.

Pensate a Bobby Gibb, che per correre la maratona di Boston, dopo che le avevano rifiutarono il pettorale perché “La corsa è aperta ai soli concorrenti maschi e inoltre le donne non sono fisicamente in grado di correre una maratona” si nascose fra i cespugli e si confuse poi fra i 540 iscritti (uomini) senza dare nell’occhio, o a Kathrine Switzer, che è ricordata come la prima partecipante donna perché il suo inganno venne scoperto da uno degli organizzatori, che cercò di farle interrompere la corsa strattonandola, e quel momento venne immortalato dalla stampa.

Aprite il link e soffermatevi un attimo su quell’immagine: osservate l’uomo che si precipita a strappare il pettorale ad una donna che corre, la sua espressione rabbiosa mentre le grida fuori dalla mia corsa (get the hell out of my race).

Tanta rabbia, assumendo una prospettiva rigorosamente razionale, è del tutto ingiustificata; è ingiustificata per via di quello scheletro, quei muscoli, quei globuli rossi che ci impediscono a tavolino una vittoria sull’atleta uomo a prescindere dal duro allenamento al quale possiamo sottoporci.

Se ciò che contasse fosse la forza bruta, la prestazione, la presenza delle donne nello sport dovrebbe gratificare uomini del genere, invece di gettarli in un simile stato.

Invece, molti, troppi uomini covano un inopportuno livore. Che bisogno c’è di dire ad una tennista che non importa quante coppe vince, perché ci sono almeno 700 uomini che potrebbero batterla? Perché, di fronte ad una nazionale femminile ammessa ai mondiali, si sente il bisogno di osservare che il calcio giocato dalle donne è un fatto al femminile che non c’entra niente con il calcio?

Io credo che sia per via del coraggio.

Come diceva Harper Lee ne “Il buio oltre la siepe”, cos’è il coraggio se non sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda?

Le donne, dopo secoli di esclusione, si sono conquistate il diritto di fare sport e non sono disposte ad inginocchiarsi davanti a nessuno, a dispetto della loro debole costituzione.

Questo, se ci riflettete, può mettere paura a chi per secoli, in virtù della sua robustezza e vigore, si è arrogato ingiustamente il diritto di dire alle donne cosa avevano il permesso di fare e non fare.

Ultimamente si discute parecchio in rete dei diritti delle donne basati sul sesso, che sarebbero messi a rischio dal concetto di identità di genere.

E’ una polemica che va avanti da diverso tempo e riguarda, fra le altre cose, il diritto delle donne trans di gareggiare nella categoria donne.

Il documento che vi ho linkato afferma:

L’articolo 10 della CEDAW si appella agli Stati perché assicurino che le donne abbiano le stesse opportunità degli uomini di partecipare attivamente agli sport e all’educazione fisica. A causa delle differenze fisiologiche tra donne e uomini, l’esercizio di questo diritto da parte delle donne richiede che certe attività sportive siano divise in base al sesso. Quando gli uomini che rivendicano un’“identità di genere” femminile sono messi in grado di partecipare alle attività sportive riservate alle donne, queste si trovano in un’ingiusta posizione di svantaggio e possono vedere aumentato il rischio di danni fisici. Questo indebolisce la possibilità delle donne e delle ragazze di avere le stesse opportunità degli uomini di partecipare agli sport, e perci costituisce una forma di discriminazione contro le donne e le ragazze che dovrebbe essere eliminata.

Se ricorderete, fece scalpore quando una tesi del genere venne abbracciata pubblicamente dalla tennista Martina Navratilova:

Un uomo può decidere di diventare donna, assumere ormoni come è richiesto dalle associazioni sportive, vincere tutto e allo stesso tempo guadagnare una fortuna, poi può cambiare di nuovo la sua decisione e tornare a fare figli se desidera. È insano e ingannevole. Sarei felice di incontrare una donna transgender, ma non di giocarci contro. Non sarebbe giusto”.

Le dichiarazioni di Navratilova lasciano intendere che la transizione possa essere un mero stratagemma per “vincere tutto”, un trucco, insomma, messo in opera da uomini intenzionati a tornare uomini, ma determinati a sfruttare la terapia ormonale per godersi qualche podio.

Un’interpretazione del fenomeno delle donne trans nello sport alla quale ha risposto Rachel McKinnon, intervistata da Business Insider:

L’argomento principale di Martina [Navratilova] e Paula [Radcliffe, campionessa mondiale di maratona nonché primatista europea della sua specialità, che ha definito l’ingesso delle donne transessuali nerllo sport femminile come “una minaccia”] è che dovremmo bandire tutte le donne trans, tutte le donne trans innocenti, a causa di una fantasia, un personaggio inventato: il truffatore uomo cisgender.

Non si possono negare dei diritti ad un’intera categoria di persone perché c’è la possibilità che una di queste possa decidere di commettere un illecito; sarebbe come espellere tutti gli immigrati perché alcuni di loro potrebbero essere dei terroristi, afferma McKinnon, e continua spiegando perché organizzare una simile frode non sarebbe così semplice come Navratilova lascia intendere. A supporto di questa tesi, sono citate le dichiarazioni del Dottor James Barrett, che dirige la Gender Identity Clinic di Londra:

Ci accorgeremmo che non sei una persona trans, non siamo un negozio [di ormoni]. Non basta entrare e dire che ti piace vivere come una donna.”

Joanna Harper, autrice di un volume sull’argomento, che in un articolo dello scorso anno, affronta la questione dell’ammissione delle donne trans portandoci un po’ di dati.

Harper, che è una fisica medica oltre che l’unica persona transgender ad essere mai stata consulente del Comitato olimpico internazionale in materia di genere e sport, scriveva:

La partecipazione delle atlete transgender negli sport femminili continua ad essere una delle questioni più controverse nello sport. Una fazione sostiene che è ingiusto permettere a chiunque abbia vissuto la pubertà maschile di competere contro le donne, mentre l’altra sostiene che chiunque si identifichi come donna dovrebbe essere autorizzata a competere nello sport femminile.

Io credo in una via di mezzo, che rispetta il diritto di tutte le atlete di godere di una competizione significativa, pur consentendo a quelle donne transgender che hanno subito una transizione medica un percorso verso l’ammissione.

Il mio viaggio personale e la mia ricerca hanno influenzato le mie opinioni. Quando avevo 20 anni, ho corso una maratona in 2:23 e successivamente ho transitato dal maschile al femminile. Dopo nove mesi dall’inizio della terapia ormonale nel 2004, correvo il 12% più lentamente; i corridori maschi seri sono il 10-12% più veloci di quelli femminili altrettanto seri. Nel 2015 ho pubblicato uno studio su otto mezzofondisti che hanno gareggiato a un livello simile prima come uomini e poi come donne dopo la transizione. Per essere chiari, questo è un piccolo studio e riguarda un solo sport.

Prima di iniziare la terapia ormonale, le donne trans hanno tutti i vantaggi degli atleti di sesso maschile, quindi non credo che l’identità di genere da sola dovrebbe  consentire agli atleti transgender di competere a livello di élite.

Tuttavia, la terapia ormonale – composta da un agente anti-androgeno più estrogeni – fa perdere alle donne trans molte componenti dell’atletismo. Non ci sono ancora dati pubblicati sugli sport di forza analoghi al mio studio ed è certamente vero che, anche dopo la terapia ormonale, le donne trans saranno, in media, più alte, più grandi e più forti delle altre donne. Tuttavia, la struttura più possente delle donne trans, se combinata con una ridotta massa muscolare e una ridotta capacità aerobica, può portare degli svantaggi. I vantaggi e gli svantaggi dell’essere donne trans si manifestano in modo diverso in sport diversi.

Diamo un’occhiata alle fortune di una delle donne trans più grandi e più forti che abbia gareggiato contro altre atlete. L’australiana Hannah Mouncey è alta 1,88 m, pesa 100 kg, ha giocato per la squadra di pallamano maschile australiana ed è ancora sui 20 anni. Se dovessimo pensare ad una donna trans in grado di dominare nello sport, quella donna è Mouncey.

Mouncey ha giocato per la squadra di pallamano femminile australiana nei campionati asiatici nel dicembre 2018. I video in rete e diverse immagini di Mouncey la mostrano torreggiare sugli avversari. Ma l’immagine da sola non racconta sempre l’intera storia. Chiaramente, le dimensioni e la forza di Mouncey sono vantaggi, ma è stata solo la terza capocannoniere di una squadra al quinto posto in un torneo a 10 squadre. Né Mouncey né la sua squadra hanno dominato.

Hanna Mouncey è salita alla ribalta nel 2017, quando è stata esclusa dal campionato nazionale di football a causa della sua “forza, resistenza e fisicità”. Tornata alla pallamano, nel 2018 Mouncey ha denunciato pubblicamente di essere stata esclusa dai mondiali perché

le mie compagne mi hanno respinto, non volevano che usassi le loro docce, non mi volevano in spogliatoio con loro e hanno ottenuto la mia esclusione. La selezionatrice ha detto di non avermi chiamato perché non ero in forma, sapendo benissimo che la ragione non era quella: avevo superato tutti i test fisici.

Nel suo articolo Harper prosegue riportando un po’ di grandi numeri. Dal 2011 alle donne trans è consentito competere nelle discipline sportive collegiali americane. Considerato che ogni anno circa 200.000 donne gareggiano negli sport NCAA e che le persone trans rappresentano tra lo 0,5% e l’1,0% della popolazione, dovrebbero esserci più di 1.000 donne trans in competizione ogni anno. Eppure, otto anni dopo l’implementazione delle regole basate sugli ormoni, ci sono solo una manciata di donne trans negli sport collegiali americani e non hanno ottenuto nulla di importante.

Secondo Harper, insomma, le donne transgender attualmente sarebbero tutt’altro che una minaccia.

L’articolo prosegue trattando la questione dei livelli ormonali e suggerendo che l’attuale limite di 10 nanomoli per litro di testosterone per le donne trans è troppo alto e che già 2017 aveva raccomandato al Comitato olimpico internazionale di ridurre il limite a 5 nmol / L per garantire una competizione equa per tutte le atlete.

Quindi conclude ricordando che l’unico modo per affrontare la questione è la ricerca scientifica, soprattutto una che riguardi la memoria muscolare, perché – come spiega Alison Heather, fisiologa dell’ University of Otago, Nuova Zelanda, in un altro articolo sul tema – anche dopo la transizione le donne trans hanno una maggiore capacità, rispetto alle altre donne, di aumentare la massa muscolare.

Heather e i suoi colleghi hanno pubblicato un saggio sul Journal of Medical Ethics, nel quale propongono la creazione un sistema che utilizza un algoritmo per tenere conto di parametri fisiologici come testosterone, livelli di emoglobina, altezza e resistenza, nonché fattori sociali come l’identità di genere e lo stato socioeconomico. Un tale algoritmo sarebbe analogo alle divisioni nelle Paralimpiadi e potrebbe anche includere atleti paralimpici, scrivono. Invece di una suddivisione in maschi e femmine, gli atleti sarebbero suddivisi in un numero maggiore di categorie che tengono in maggior conto parametri fisici e sociali, rendendo più “leale” la competizione. L’algoritmo, naturalmente, dovrebbe essere specifico per ogni sport e Heather e i suoi colleghi riconoscono che produrlo sarebbe un compito difficile.

E’ arduo sostenere che una differenza marcata come quella fra Hanna Mouncey e le sue compagne possa essere trascurata e non mi è difficile credere che la sua esclusione sia effettivamente motivata dal timore che possa costituire una minaccia all’incolumità di chi deve affrontarla in uno sport di contatto. Non credo mi si possa accusare di qualcosa-fobia se scrivo che, quando parliamo di placcaggi, le dimensioni contano.

Al contempo non riesco a prendere in considerazione l’eventualità che la sua transizione abbia qualcosa a che spartire con il desiderio di “vincere facile” contro avversarie che sono la metà di lei e mi rattrista enormemente che il suo desiderio di continuare a praticare lo sport l’abbia costretta a subire addirittura minacce di morte.

Non ho scritto questo post per offrire soluzioni: non sono un dottore e non potrei dire nulla di sensato attorno a questioni come il limite più opportuno di testosterone, e se la proposta di rivoluzionare le categorie dello sport rinunciando definitivamente alle tradizionali suddivisioni fra maschi e femmine, abili e disabili mi affascina per il potenziale rivoluzionario che porta con sé (ripensate per un attimo a Lindsey Vonn), mi rendo a malapena conto delle enormi difficoltà nel realizzare una cambiamento così radicale.

I cambiamenti fanno paura e da persona estremamente paurosa (leggi vigliacca) non posso non comprendere il desiderio di arroccarsi sulle proprie conquiste.

Tuttavia sono dell’idea che non dovremo tirarci indietro: noi donne non dovremo proprio farlo.

Se il nostro viaggio nel mondo dello sport è stato caratterizzato fino ad oggi dal coraggio, dobbiamo affrontare con coraggio anche questa sfida, dobbiamo affrontare la nostra rabbia, la nostra frustrazione e trovare il modo di usarle per trasformare questa polemica in un confronto costruttivo che si ponga l’obiettivo di costruire un mondo nuovo nel quale nessuna, neanche Hanna Mouncey, debba sentirsi dire “fuori dal mio sport”.

 

Per approfondire:

As transgender rights debate spills into sports, one runner finds herself at the center of a pivotal case

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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12 risposte a Lo sport e il genere

  1. Paolo ha detto:

    concordo

  2. Sandra ha detto:

    Non so perché la prendi così larga, ma soprattutto indugi su un aspetto, tutto sommato, marginale.
    Io voglio espormi del tutto e lo dico: la “Dichiarazione dei diritti delle donne in base al sesso” è un documento che mi azzardo a definire epocale, qualcosa che rimette ordine, che ribadisce un ovvio che andava ribadito.

    Diciamolo chiaro: non esiste femminismo se non come progetto di realizzazione dei diritti delle donne, e quando diciamo “diritti” e “donne” non possiamo fare astrazione dal corpo femminile.
    Quando diciamo parità, dobbiamo essere sempre molto chiare che non intendiamo, per esempio, la “parità” di tassare con una cifra unica milionari e precari, quando diciamo “parità di diritti” non intendiamo la “parità” di mettere sullo stesso piano l’oppresso e l’oppressore, e quando diciamo che una oppressione è basata sul “genere”, dobbiamo essere molto chiare nel dire che il fatto che il “genere” sia un costrutto culturale, non significa che questa oppressione “basata sul genere” colpisce chi si dichiara donna, ma colpisce le donne.
    Il patriarcato, e le sue forme di oppressione colpiscono chi ha un corpo di donna a prescindere, e solo secondariamente, di conseguenza, colpiscono chi non si uniforma al ruolo di genere imposto dal patriarcato in base al sesso biologico.
    È così difficile dirlo?
    È così difficile capire perché non è un obbiettivo del quale possiamo accontentarci “estendere i diritti (maschili)” alle donne ma è invece necessario ridisegnare i nuovi diritti delle donne?
    Ed è così difficile comprendere che non basare sul sesso questi nuovi diritti significa, non solo rendere impossibile concepirli, ma mette a rischio anche quelle conquiste, quel territorio patriarcale che le donne sono riuscite oggi a occupare, e che lungi dall’essere un punto di arrivo, costituisce la testa di ponte necessaria a smantellare completamente il patriarcato?
    È così difficile capire un discorso così lineare come quello di Cristina Gramolini Presidente nazionale ArciLesbica?
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/04/dire-che-sesso-e-identita-di-genere-sono-due-cose-diverse-non-vuol-dire-essere-transfobiche/5823272/
    “In questi giorni, J. K. Rowling è accusata di passi falsi dovuti alla mezza età (trito argomento misogino) per le sue ripetute prese di posizione sulla realtà del sesso. All’estero accadono stranezze, si dirà, ma forse non tutti sanno che anche in Italia il movimento trans chiede la semplice autodichiarazione per ottenere il cambio anagrafico, senza interventi chirurgici, né terapie ormonali, né certificazioni mediche.”

    Io credo di no. Io credo che non sia così difficile capire, ma si voglia far finta di non capire, e prima o poi si sarebbero dovute mettere le cose in chiaro.
    Purtroppo abbiamo ciabattato fin troppo a lungo dalle parti di un certo gusto per le disquisizioni filosofiche perdendo di vista che il femminismo è essenzialmente carnale. E parlo da donna a donna: potresti dirti femminista senza quel corpo di donna?
    Questo nostro corpo urla, lo sai, urla da millenni anche se solo da poco abbiamo cominciato ad ascoltare questo urlo, così profondo, così spaventoso che molte di noi preferiscono ancora tapparsi le orecchie, continuare a zittire, punire, degradare quel corpo che non ha eguali, che il maschio ci invidia con tutto il livore il rancore di cui è capace. Con il rafforzarsi del femminismo, quel livore, quel rancore, quella rabbia, come sai bene, si è solo inabissato, forse per la vergogna di sè, ma non è scomparso e infatti esplode frequentemente o ristagna in quei luoghi dove non potendo sparire carsicamente, riaffiora come una putrida pozzanghera. Tu conosci bene gli acquitrini della violenza maschile, e sai che hanno in comune una cosa sola: l’invidia, l’odio maschile per il corpo femminile, la voglia possederlo e controllarlo, e oggi questo controllo si fonda in larga misura sul controllo economico. Ecco perché è quanto mai urgente muoversi politicamente verso un reddito di autodeterminazione per le donne, magari passando per proposte nell’immediato più realizzabili, non tanto come la detassazione del lavoro femminile proposto dalla Carfagna, anche se tassare di più i maschi, diciamo, di una quota proporzionale al gender pay gap sarebbe una cosa certamente da fare, ma, come preferirei, destinare una parte della tassazione alla costituzione di un fondo di reddito di autodeterminazione riservato alle donne che denunciano il violento e si liberano della violenza domestica maschile.

    Insomma, tante cose si possono fare, ma il punto è: se poi il primo che si dichiara donna viene considerato donna a tutti gli effetti dallo stato, dove andiamo? Che si fa se i violenti cominciano a dichiararsi donne, a pretendere di essere “madri” come lo sono le MADRI, a rivendicare i diritti che ci spettano?

    Ci vuole il coraggio di dirlo chiaro, dobbiamo pretendere dalle nostre sorelle, tutte, questo coraggio di dirlo: il femminismo è il nostro corpo che urla, che si ribella che si libera dalla millenaria violenza maschile. Non c’è femminismo senza un corpo femminile.
    Il che, è una cosa di una ovvietà disarmante, alla fine, ma da troppo tempo seppellita nell’ipocrisia.
    E a mio avviso “Dichiarazione dei diritti delle donne in base al sesso” ha il merito di frantumare la cappa di ipocrisia che da troppo tempo ci impedisce di ritornare a dire le cose come stanno, a dire “la verità sulla nostra vita”, in cose certamente più centrali dello sport.

    • Paolo ha detto:

      per motivi costituzionali qualunque legge deve essere neuteale sul genere quindi la tassazione proposta dalla carfagna non si può fare, si può costituire un fondo di reddito (finanziato dalla fiscalità generale) per chi denuncia il coniuge violento. qualunque legge formulata in maniera non neutrale sarebbe bocciata (forse) dalla corte costituzionale

    • Le donne sono discriminate in base al sesso: è vero. La discriminazione in base al sesso ha una sua caratteristica peculiare, diversa da quella che riguarda il genere o l’orientamento sessuale ed è più affine in questo senso alla discriminazione razziale: inizia col primo respiro, o forse addirittura prima. Gli organi sessuali, come il colore della pelle, sono visibili, immediatamente riconoscibili, e comportano un diverso trattamento in una fase della vita, la primissima infanzia, in cui quei gesti, quelle frasi, hanno un potere immenso. Parlare di questo aspetto, come di altri aspetti strettamente legati al sesso, è sicuramente di fondamentale importanza, per noi come per le donne trans.
      Ma da qui a stabilire che il femminismo debba essere patrimonio esclusivo di chi ha un certo corpo, non sono d’accordo.
      Questo terrore che gli uomini possano decidere di travestirsi da donne per minare il femminismo, beh, lo trovo un po’ naif. Gli uomini non hanno bisogno di travestirsi da donne per minare il movimento femminista dall’interno. Uno dei padri fondatori del movimento dei Men’s Rights Activists, Warren Farrell, ha iniziato la sua carriera in seno al NOW: https://www.latimes.com/archives/la-xpm-1993-08-09-vw-22148-story.html Oltre a questo, escludere a priori le persone con un pene non garantisce al femminismo di circondarsi di alleate disposte a lottare per i medesimi obiettivi.
      Davvero, ma perché i padri violenti dovrebbero dichiararsi donne? E’ surreale. Vincono le cause in quanto padri, dichiararsi donne li danneggerebbe. Da quando essere donne è diventato un modo per ottenere dei vantaggi, dei privilegi? Sono sinceramente confusa.

      • Sandra ha detto:

        Quando dici che gli uomini non hanno bisogno di travestirsi da donne per minare il movimento femminista dall’interno, ti devo dare purtroppo ragione, ma insisto che certo femminismo, per i miei gusti, troppo attento a non dispiacere gli uomini (per ragioni, nelle intenzioni, condivisibilissime, ossia coinvorgerli), è certamente una porta più che socchiusa a questo tipo di operazioni. Per le stesse ragioni quando dici che escludere a priori le persone con un pene non garantisce al femminismo di circondarsi di alleate disposte a lottare per i medesimi obiettivi… mmmbeh… è certamente un tema che andrebbe discusso.
        Nella mia esperienza, i maschi a cui ho visto riconoscere nei nostri spazi un minimo di possibilità di elaborare autonomamente contenuti e pratiche, immancabilmente li ho visti diventare autoritari, normativi e mansplainer inarrestabili pronti a dirci dove porre il limite delle nostre prassi e dei nostri contenuti. Avrò avuto solo esperienze negative probabilmente.

        Per il resto devo riconoscere che hai ragione, ho esagerato, me ne ero resa conto e rileggendomi avrei cambiato quelle frasi finali nel mio commento se avessi potuto. Certamente è fantascienza credere che i maschi facciano la coda per dichiararsi donne, ma la questione posta da Cristina Gramolini rimane sul tavolo, e la ripeto:
        “In questi giorni, J. K. Rowling è accusata di passi falsi dovuti alla mezza età (trito argomento misogino) per le sue ripetute prese di posizione sulla realtà del sesso. All’estero accadono stranezze, si dirà, ma forse non tutti sanno che anche in Italia il movimento trans chiede la semplice autodichiarazione per ottenere il cambio anagrafico, senza interventi chirurgici, né terapie ormonali, né certificazioni mediche.”

        Se il semplice dirsi donna bastasse a livello legale per essere donna a tutti gli effetti legali, appunto, e accettassimo una cosa del genere, come ci posizioneremmo poi rispetto a quel punto sul quale ci troviamo d’accordo, che hai perfettamente esposto all’inizio della tua risposta, e che, se no ho capito male costituisce la ragione d’essere di un movimento femminista: rimuovere la discriminazione basata sul sesso?

        Detta fuori dai denti, la “Dichiarazione dei diritti delle donne in base al sesso” taglia corto con ogni cazzeggio. Qui si tratta di prendere posizione e farlo in modo molto chiaro riguardo al fatto che si è donna perchè si nasce donna e non perchè si immagina di esserlo.
        Dato che il patriarcato discrimina le donne in questo senso, non è una questione teorica o di dettaglio e su questo punto è venuto il momento di prendere una posizione chiara.

      • Riguardo alla garanzia di collaborare solo con donne munite di appropriato apparato riproduttore e obiettivi, mi riferivo al fatto che non è certo l’utero che fa di una donna una femminista e/o una alleata, considerato che ce ne sono tante che ne hanno uno e non solo ci tengono a definirsi non femministe, ma collaborano attivamente all’oppressione di altre donne. Ci sono anche quelle femministe che, pur avendo un apparato genitale come il mio e il mio medesimo interesse per le tematiche di genere, giungono tuttavia a conclusioni molto diverse dalle mie e coducono battaglie – come quella per l’abolizione della legge Merlin e la regolamentazione della surrogacy – che io non condivido affatto. Per questo motivo io tendo ad affrontare il femminismo a partire dalla battaglie che vorrei portare avanti.
        Per ciò che riguarda la “prepotenza” degli uomini, beh se ne parlava prima a proposito degli input che bambine e bambini ricevono nella prima infanzia: se appioppiamo ai neonati body come questi https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/12/16/genderizzazione/ che cosa dovremmo osservare negli adulti?
        Per quello che riguarda la Rowling – e bada che questo blog si chiama il ricciocorno schiattoso e non cambierà nome – se ti riferisci al tweet sulle mestruazioni, non concordo con lei. Un altro paio di maniche invece è la questione queer (se ne parla qui, ad esempio https://www.spectator.co.uk/article/the-limits-of-stonewall-s-tolerance-31-july-2018). Dopo tutte le riflessioni sugli stereotipi di genere, è difficile digerire un Alex Drummond che si dichiara donna lesbica perché indossa la gonna e il make up e ci spiega “We are at an exciting time — a new era that might finally offer equality of the sexes.” (fonte https://www.huffpost.com/entry/meet-the-trans-woman-queering-gender-with-her-full-beard_n_55affb34e4b0a9b948538d24) A uno così ti viene istintivo rispondere “mi stai prendendo in giro?” e spintonarlo fuori da qualsivoglia movimento, e non perché se ne va in giro con la gonna e la barba, ma perché è evidente parla dal punto di vista di un uomo privilegiato che la discriminazione non l’ha mai sperimentata sulla sua pelle e non è in grado di riconoscerla quando la vede. Io non credo che uno come Alex Drummond, con i suoi discorsi pseudo-filosofici sulla barba come simbolo dell’ansia, possa fare concretamente qualcosa per risolvere i problemi reali delle persone che, al contrario di lui, a causa della loro identità di genere non riescono a trovare un lavoro, ad esempio, o vengono aggrediti, persone per le quali essere diverse è tutt’altro che exciting. “Stonewall are abandoning the very people they should exist to support”: concordo in pieno con questa affermazione.
        Ma non con il resto. Alex Drummond non rappresenta la totalità delle donne transessuali o gli uomini transessuali, come spiega anche The Spectator. Mi sta bene una battaglia contro gli Alex Drummond, ma non una battaglia contro il transessualismo in genere. Sono convinta che si possa parlare di discriminazione in base al sesso e di discriminazione in base all’identità di genere senza che queste due cose si annullino a vicenda.

      • Per ciò che riguarda il ciclo negli uomini transessuali: leggendo in giro ho scoperto che la terapia ormonale non fa scomparire magicamente il ciclo. La transizione è un lungo e difficile processo e gli effetti dei trattamenti variano da persona a persona. E sì, avere il ciclo ed essere un uomo in transizione (ad esempio qui: https://www.scmp.com/lifestyle/health-wellness/article/2168930/transgender-menstruation-trans-men-who-endure-it-and-trans) può essere una fonte di sofferenza per queste persone. Ok, sono 4 gatti rispetto alla moltitudine di conne che hanno il ciclo, ma che cosa c’è di terribile se un articolo che parla di mestruazioni (e non di donne) scelga di includere tutte/i? Io non ci trovo nulla di aggressivo nei confronti delle battaglie che le donne combattono sul linguaggio.

  3. ... ha detto:

    Sulle mestruazioni nel tweet della Rowling ci leggo più che altro un po’ di insofferenza che condivido verso il concetto di inclusività (non verso l’inclusività in sé). Nel senso che leggere un titolo o un documento che parla di persone che hanno le mestruazioni o più brevemente menstruator (che poi in italiano non puoi tradurre né con mestruatori né con mestruatrici) fa l’effetto della goccia che fa traboccare il vaso per quanto riguarda il senso del ridicolo. Se uno vuole spiegare che oltre alle donne ci sono transessuali con il ciclo lo può fare, ma in un testo che ne parla in generale per quattro gatti (specismo) non si smette di parlare di donne, ci si affianca un altro termine. Anche perché già il termine donne sottintende le ragazze, nessuno si è mai messo a specificarlo ogni volta. Io qui non ci vedo la volontà di cancellare il sesso femminile, ci vedo solo un modo di pensare che non mi appartiene e che però si lega anche al pezzo e allo sport. Ciò è la conseguenza del voler pensare che conta ciò che si crede di essere e non ciò che si è, e che questo vada poi certificato attraverso il linguaggio che non può essere però messo in discussione, perché se lo fai stai negando l’esistenza altrui. Così la Rowling non è semplicemente una che la pensa diversamente, è una transfobica. Il documento della dichiarazione lo sto leggendo e non è effettivamente sempice capire certe cose. Testualmente si citano vari punti che destano preoccupazione, quindi c’è una vera e propria paura, ma non è semplice capire quanto dipenda da un effettivo conflitto in atto e quanto da un timore astratto. Mentre in linea di principio si può parlare di tutto una volta che si interviene concretamente si sortiscono certi effetti. L’unica cosa che non riesco proprio a capire è perché si riconduce anche questo agli uomini. La stessa Rowling a un certo punto per difendersi ha detto che passa il tempo ma l’odio verso le donne mai, riferendosi al termine “terf”; che è usato prevalentemente da donne cis e poi da transessuali, ma non certo dai buoni vecchi maschilisti di una volta, che manco sanno che vuol dire. Poi il bello è che chi lo usa dice che non è diffamatorio, dicono che non è uno slur, quando ormai essere tacciati di essere terf equivale a essere considerati fascisti.

    I cambiamenti non sono sempre sensati, quando è possibile scegliere. Nello sport il senso di avere categorie per genere sta nella possibilità di avere riconoscimento, perché lo sport professionistico è per sua natura esclusivo. I casi limite vanno trattati singolarmente. Ma anche abolendo le categorie per sesso e genere se si lascia la libertà di agire nulla impedirebbe il riformarsi delle stesse categorie, che esistono perché hanno senso di esistere, altrimenti non ci sarebbero come non ci sono categorie nella scienza e nelle arti.

    • Il problema delle donne è quello ben evidenziato dal ministro Provenzano: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/08/parita-il-ministro-diserta-il-convegno-di-soli-uomini-ogni-tanto-una-buona-notizia/5827477/?fbclid=IwAR2wGICPXVcPRvenaO03ZidwHWpyjfkAvkdw_hpXLZO5dbVGGYfxSUraaWA
      Una società patriarcale è una società che cancella le donne, e non è solo una questione di linguaggio, le cancella letteralmente.
      I luoghi dell’attivismo contro la discriminazione sono percepiti dalle donne come l’unico luogo in cui riescono senza troppe difficoltà a conquistare visibilità e nel quale si sentono a loro agio nel portare avanti le loro istanze di cambiamento.
      Non so se hai letto l’articolo sullo Spectator a proposito di Stonewall: se uno di quei luoghi, di fronte ad un dibattito come quello sollevato dalla teoria queer e da un attivismo come quello di Drummond, che solleva quesiti sui quali c’è tanto da discutere secondo me, decide, invece di aprire un dibattito, di cancellare a sua volta quelle donne che sollevano delle obiezioni, si comprende la radice di questa paura di cui parli.
      Parliamo di Drummond, che per 40 anni ha vissuto da uomo, senza alcuna contezza (lo ammette in una intervista che ho ascoltato) della sua transessualità. Scopre gli studi di genere e grazie a quelli si scopre donna: quello che si chiede, parlando dell’importanza del sesso, è che uno come Drummond faccia i conti con il suo vissuto da uomo perché ha un preciso valore nel suo percorso, e lo ha – questo lo dico io – a prescindere dal fatto che si voglia considerare la differenza sessuale come un qualcosa di reale in quanto fatto biologico o si scelga di non farlo. La differenza sessuale ha un ruolo fondamentale in una società patriarcale, comporta vantaggi e svantaggi ben precisi, è il metro di giudizio della discriminazione. Come il fatto che la razza non sia più un concetto che la scienza accetta non rende ininfluente il fatto di essere bianchi o neri, anche postulare l’inesistenza della differenza sessuale non può in nessun caso rendere ininfluente il sesso di una persona.
      Io mi chiedo: e se improvvisamente i neri decidessero, come forma di lotta politica – di dichiararsi bianchi? O se i bianchi si dichiarassero neri, aggiungendo che lo fanno per “ampliare lo spettro della negritudine”, quali pensi che sarebbero le reazioni?
      Io credo che tutto questo abbia poco a che fare con i/le transessuali, credo che riguardi altro.

      • ... ha detto:

        Nel caso della pelle è impossibile far finta che non siamo dello stesso colore, per questo nessuno verrebbe preso sul serio. Invece nel caso del sesso certi cambiamenti sono possibili, ma non vengono fatti per scopi politici. Vengono fatti per effettive esigenze delle persone. Nel caso del colore della pelle ci si può fare un film come Get Out di Jordan Peel, ma paranoia a parte, nessuno vuole essere qualcos’altro da ciò che è. Il problema per il sesso è che a volte càpita. Ciò che sta avvenendo a livello politico è il lavoro sui concetti e sul linguaggio e sulle norme. I casi in cui tutti si accorgono che ciò crea problemi sono sport, spogliatoi e carceri. Per il resto la paura ha due scenari: il primo immediato è che le donne che non vogliono tale cambiamento temono intanto di essere messe a tacere; e poi che ciò vada a minare le linee di difesa che si sono costruite intorno alla differenza sessuale. Il primo scenario è innegabile; il secondo ha bisogno di approfondimento. Ma prima di farlo l’osservazione sul punto finale mi porta questo dubbio: nell’articolo su Spectator ci sono questi due passaggi: uno che parla di spaccatura interna; l’altro che cita il predominio dei transessuali nati uomini negli organigrammi. Il gesto di Provenzano parla del passato, in cui le donne dovevano essere sì sottomesse, ma rimanere donne. E a nussuno è mai passato per la mente di farsi donna, a dispetto delle teorie psicanalitiche. Mentre nel caso in questione non c’è un’azione di tipo patriarcale. Questi conflitti sono appunto interni al movimento; online ci sono tantissime donne e ragazze che si scagliano contro arcilesbica in Italia e contro le terf all’estero. Ammesso che in gioco ci sia il pericolo di veder cancellate le donne o il concetto di donna, questo non mi pare che possa essere ricondotto all’ideologia patriarcale. In Xenofemminismo di Helen Hester e negli scritti recenti di Donna Haraway è tutto un parlare di ibridazioni, di rendere il sesso e pure l’umano qualcosa di passato. C’è quell’accenno al numero degli attivisti nati uomini, è vero. Che in maniera del tutto descrittiva a me fa pensare alla semplice aggressività, che non è una caratteristica patriarcale, è propria di ogni organismo. Il fatto che tutto ciò possa portare a erodere i diritti delle donne non implica né che questo sia l’intento di chi promuove tale cambiamento né che sia un intento di chi ha sempre voluto pochi diritti per le donne. Questo non lo dico per difendere gli uomini, è solo per capire. Not all men, per scherzare. Quindi non so se ha a che fare con la transessualità, ma ci gira intorno. C’è un bisogno di riconoscimento in questi movimenti identitari. La transessualità ha bisogno di essere riconosciuta, così come le donne lesbiche. Ma l’identità per sua natura è anche esclusiva. Può riconoscere la legittima esistenza altrui, ma non può riconoscerla come identica a sé. E questo emerge chiaramente dalla questone lesbica.

        La stessa autrice del pezzo su Spectaror, Jo Bartosch scrive su altri pezzi
        “I write a lot about sexuality, in particular the threats to lesbians from transgenderism. I do this because I can see how appealing the destructive ideology of body-hatred is to lesbian and bisexual young women. I have never claimed to be a lesbian, I have just tried to amplify the voices, history and stories of lesbians because I believe in sisterhood, and because we are fighting a common enemy.” dove per nemico non credo intenda le persone transessuali. Parla di corpo e altrove accenna a un aumento di condizionamenti verso le ragazze per intervenire ormonalmente e chirurgicamente.

      • Quando dici che l’aggressività non ha nulla a che fare con il genere, è vero solo in parte. Ammetterai che una cultura patriarcale la incoraggia e la premia in un genere, mentre la mortifica e la condanna in un altro. https://www.drutherssearch.com/2019-1-17-women-are-bossy-men-are-leaders-how-women-in-power-are-perceived-differently-to-men/

      • Volevo aggiungere uno spunto di riflessione che ho trovato oggi.
        https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/10/transgender-la-tempesta-non-si-placa-attenzione-alle-opinioni-che-celano-un-privilegio/5830053/?fbclid=IwAR3mVVnubpVRdFrWvLBxSlFErvdnyBT-d79B83FK0gWHJljgQreU1hseuvs
        Questo è un articolo che esprime un punto di vista che personalmente non condivido, espresso da Ethan Bonali, attivista transgender non binario:
        “Rowling insiste sul concetto, caro al femminismo radicale anni ’70, secondo il quale l’esperienza di oppressione delle donne è dovuta alla propria anatomia e quindi esclude le donne trans a priori in quanto esse hanno beneficiato dei privilegi maschili. Questo ragionamento, apparentemente senza errori logici, ne ha ben due molto importanti”. Sono le parole di Ethan Bonali, attivista transgender non binario.
        Quali, questi errori? “Il pensiero radicale è stato formulato nella piena ignoranza delle varianti di genere” sostiene. “Se si osservano con maggiore cura il genere e le realtà di genere, si riesce a comprendere come vi siano delle femminilità e mascolinità che provengono da tutto ciò che è culturalmente scartato dalla mascolinità e femminilità egemoni. Affermare che le donne trans abbiano beneficiato dei privilegi maschili è una affermazione, nella maggior parte dei casi, falsa. Rowling cancella tutti i tipi di oppressione vissuta dalle persone ‘diverse’. Vengono cancellati anni di bullismo, violenza, abbandono scolastico, abbandono da parte delle famiglie”. Per tale ragione, per Bonali, “le frasi della Rowling sono violente. Sono alla base della piramide della violenza sulle persone transgender”.
        Di parere del tutto diverso Emi Koyama, studiosa e attivista intersessuale autrice di questo Manifesto Transfemminista https://lesbitches.wordpress.com/2018/07/13/manifesto-transfemminista/?fbclid=IwAR2-TvkAfNm8iWXGHfQueNFZdLQuKV5YBgZD2cGYQd_3W2jcQnNMvfzxTpA
        “…la prima reazione delle donne trans è di negare di aver mai goduto di un qualsivoglia privilegio maschile nelle loro vite. È comprensibile pensare che il fatto di essere state assegnate al genere maschile alla nascita abbia rappresentato per loro più un peso che un privilegio: molte di loro, crescendo, hanno odiato i propri corpi maschili e il fatto di essere trattate da maschi. Ricordano, per esempio, quanto le mettesse a disagio subire la pressione di doversi comportare da uomini duri e virili. Molte sono state vittime di bullismo e sono state ridicolizzate da altri ragazzi per il loro comportamento non “propriamente” maschile. Sono state spesso indotte a vergognarsi e hanno sofferto di depressione. Anche da adulte vivono con la paura costante di venire scoperte ed esposte, cosa che metterebbe a repentaglio il loro lavoro, le loro relazioni famigliari e di amicizia e la loro sicurezza.
        Tuttavia, come transfemministe dobbiamo rifuggire questa reazione semplicistica. Per quanto sia vero che il privilegio maschile investe alcuni uomini molto più di altri, è anche difficile immaginare che le donne trans assegnate uomini alla nascita, non ne abbiano mai beneficiato. La maggior parte delle donne trans sono state percepite e trattate da uomini (seppure effeminati) almeno per un certo periodo della loro vita, e hanno dunque goduto di un trattamento preferenziale a scuola e sul lavoro, indipendentemente dal fatto che fossero felici di essere percepite come uomini. Sono state educate ad essere decise e sicure di sé, e alcune donne trans mantengono queste caratteristiche “mascoline”, spesso a loro vantaggio, dopo la transizione.
        Questo dimostra che spesso confondiamo l’oppressione che abbiamo subito per il fatto di non conformarci ai dettami del binarismo di genere, con l’assenza di privilegio maschile. Invece di affermare che non abbiamo mai beneficiato dei vantaggi derivanti dalla supremazia maschile, dovremmo piuttosto sostenere che le nostre esperienze sono il risultato di un’interazione dinamica tra privilegio maschile e svantaggi derivanti dall’essere trans.”
        Lo ribadisce ancora nei paragrafi successsivi: “A partire da questa consapevolezza, le transfemministe non dovrebbero rispondere alle accuse di privilegio maschile negandolo. Dovremmo avere il coraggio di riconoscere che le donne trans possono avere beneficiato del privilegio maschile – alcune ovviamente più di altre – nella stessa misura in cui quelle tra noi che sono bianche dovrebbero affrontare la questione del privilegio bianco. Il transfemminismo crede nell’importanza del rispetto di ciò che differenzia così come di ciò che accomuna le donne, vista l’ampia varietà di contesti sociali da cui le donne provengono. Le tranfemministe si confrontano con il proprio privilegio e si aspettano, allo stesso modo, che le donne non-trans riconoscano il proprio privilegio di donne non-trans.”
        “Riconoscendo e affrontando i nostri privilegi, come donne trans possiamo sperare di costruire alleanze con altri gruppi di donne tradizionalmente ignorati e considerati non abbastanza “femminili” sulla scia di parametri di femminilità bianchi e di classe media. Quando ci chiamano degenerate e ci attaccano per la sola ragione di essere ciò che siamo, non c’è nulla da guadagnare nell’evitare la questione del privilegio.”

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