L’affaire Rowling

Ci sono ragioni molto personali per cui questa storia di JK Rowling mi tormenta, ovviamente.

Quando ho iniziato ad usare questo nom de plume, per molti lettori non riuscire ad identificare il mio sesso è stato un grosso problema. Molti mi chiedevano ossesivamente “ma sei un uomo o una donna?” e io rispondevo “saperlo modificherebbe la tua idea su ciò che ho scritto?”. Qualcuno si era convinto tempo fa che io fossi il blogger Massimo Lizzi e così mi chiamava (i commenti in questione li trovate qui – a proposito, se avete tempo rileggetevi quel vecchio post, perché ne riparleremo a breve), finché, per rispetto soprattutto a Massimo, ho dovuto chiarire che non ero lui.

Tutto per dire che a dispetto delle tematiche di cui scrivevo e scrivo, i fatti ci suggeriscono che la mia scrittura non ha sesso. Forse, spesso, c’è molto più sesso biologico negli occhi di chi guarda di quanto ce ne sia in chi se lo porta appresso, se capite cosa intendo.

Tuttavia non posso negare che, proprio come dice di sé la scrittrice inglese, il mio sesso abbia impresso un’impronta profonda nella mia vita e certo non a causa degli ormoni.

Tutti coloro che hanno letto “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni se dico che un determinato apparato sessuale determina un trattamento diverso ancor prima della nascita e chi non lo ha ancora letto, beh dovrebbe farlo. Vi assicuro che, nonostante sia stato scritto diverso tempo fa, è un testo ancora necessario.

Ci sono svariate ragioni per cui ritengo che si possa serenamente parlare di transfobia nell’analisi di quanto Rowling va scrivendo da un po’.

In uno dei tweet che hanno scatenato questo putiferio, ad esempio, rivolgendosi alle persone transessuali ha scritto «se foste discriminati in quanto trans manifesterei con voi» (I’d march with you if you were discriminated), esprimendo chiaramente un dubbio a proposito della discriminazione, un dubbio che è inaccettabile alla luce dei dati sulla violenza che le colpisce e le difficoltà che debbono affrontare e che suggerisce un certo scollamento dalla realtà della quale si pretende di parlare.

Per ciò che riguarda invece il tema del linguaggio inclusivo, invece, e la teoria che un’espressione come “persone con le mestruazioni” (people who menstruate) sia mirata alla “cancellazione delle donne”, è sufficiente aprire l’articolo incriminato, nel quale leggiamo che si parla delle difficoltà di 1.8 billion girls, women, and gender non-binary persons che hanno le mestruazioni, una frase che rende evidente che il problema della Rowling non è la “scomparsa delle donne” (se sono citate non vedo come possano lamentarsi di essere scomparse), quanto piuttosto la comparsa di altri soggetti che con le donne hanno in comune il bisogno di menstrual materials, safe access to toilets, soap, water, and private spaces in the face of lockdown living conditions that have eliminated privacy for many populations.

Quello che Rowling dice, quando a proposito del suo sgomento di fronte all’articolo, precisa in un tweet successivo il sesso è reale, è che se hai le mestruazioni quando si parla pubblicamente di te si deve usare la parola donna, perché nessun’altra parola è adeguata, anzi, qualunque altra parola è offensiva.

Di fronte ad una frase del genere si dovrebbe aprire un dibattito serio. Purtroppo, per tutta una serie di ragioni, questo non sembra più possibile, e la mia opinione è che è un vero peccato.

Non è possibile aprire un dibattito serio e pacato perché da una parte c’è questo insistere  pretestuoso sul tema della cancellazione delle “vere” donne, che fa tanto Family Day. Leggendo Rowling, mi risuonano nelle orecchie frasi come La parola italiana matrimonio continua la voce latina matrimonium, formata dal genitivo singolare di mater, ovvero matris, unito al suffisso –monium, collegato, in maniera trasparente, al sostantivo munus ‘dovere, compito’, quindi NO, i gay non si possono sposare, è un attentato alla famiglia autentica! ed è un effetto molto, molto irritante.

Dall’altra, c’è la reazione scomposta e violentissima di chi da queste affermazioni si è sentito leso, della quale non si può non parlare:

In un articolo dal titolo Why abuse of JK Rowling is a problem for trans rights activists, Gina Davidson parla della gran quantità di messaggi che  le dicono di “soffocarsi” con la loro appendice o parlano di come vogliono “fotterla” e osserva: Per coloro che stanno seriamente cercando di migliorare la vita delle persone transgender affrontando la discriminazione, affinché siano accettate e siano in grado di accedere ai servizi sanitari e al supporto di cui hanno bisogno, questo furore non fa loro alcun favore. L’unico effetto dell’odio è indurire le menti delle persone. Perché una donna dovrebbe accettare di condividere spazi privati come spogliatoi o servizi igienici con le stesse persone che abusano di Rowling?

Un colpo al cerchio e uno alla botte? – vi starete chiedendo.

Non credo. Se è necessario ammettere che c’è della transfobia in quello che Rowling scrive, è altrettanto necessario dire che se la tua risposta ai suoi messaggi è “succhiami il cazzo”, stai tirando acqua al suo mulino, non al tuo.

Infatti, l’effetto immediato di questa shitstorm è stata una globale levata di scudi:

Noi femministe sosteniamo J.K. Rowling contro il linciaggio degli attivisti trans, leggiamo su FigaroVox, un pezzo che  cita la violenza di un certo attivismo: Selina Todd, una storica britannica, (…) ha dovuto assumere guardie del corpo a seguito delle minacce di alcuni trans-attivisti estremisti. Rosa Freedman, una professoressa di giurisprudenza, è stata spinta e minacciata di stupro.

Torno un attimo a ciò che scrive Rowling: Quindi voglio che le donne trans siano al sicuro. Allo stesso tempo, non voglio che le persone nate donne si sentano meno al sicuro. Quando permetti che le porte dei bagni e dei camerini siano aperti a qualunque uomo creda o si senta di essere una donna – in quanto, come ho spiegato, i certificati di conferma dell’identità di genere potrebbero essere consegnati senza bisogno di operazione chirurgica o ormoni – allora stai anche aprendo la porta a tutti gli uomini che desiderino entrare in quei luoghi.

La paura della violenza, soprattutto della violenza sessuale, è una costante nella vita di ogni donna, in ogni paese di questo mondo. La paura degli uomini è una costante nella vita di molte donne, in ogni paese di questo mondo e non è una paura infondata. Questo è un fatto ed è una delle ragioni per cui, al di là di ogni ragionevole discussione sulla questione, la reazione di molte donne è di chiudersi a riccio. Perché la paura, per sua stessa natura, ha poco a che fare con la razionalità.

Se l’argomento “la presenza di un pene non fa sentire le donne al sicuro” per chiedere l’esclusione delle donne transessuali dai luoghi riservati alle donne è un argomento che appare debole di fronte alle ragioni espresse da chi scrive di questi temi, questo modo di manifestare contro le donne che lo portano avanti ne aumenta la credibilità, soprattutto alla luce del fatto che 1 donna su 3 (35%) delle donne in tutto il mondo ha subito violenze fisiche e/o sessuali perpetrate da chi aveva un pene.

La situazione al momento sembra quasi uno stallo alla messicana, in cui tutte le fazioni si gridano addosso “sei violenta!”, “no tu sei violenta!”, “mi vuoi cancellare!”, “no, sei tu che mi vuoi cancellare!”; in uno stallo alla messicana l’unica cosa sensata da fare è deporre le armi e ricominciare a parlare.

Sono tante le questioni che attivismo trans e femminismo debbono affrontare per costruire un’allenza che non sfoci in una guerra. Non sono questioni semplici che si possono liquidare con uno slogan, occorre prendersi del tempo, ragionarci su.

Voglio provare a fare un esempio, trattando brevemente solo un aspetto della controversia.

Nonostante alcuni pensino l’idea sia datata e inadeguata a descrivere una realtà molto più sfaccettata, io credo fortmente che abbia senso parlare di un privilegio maschile.

Molte persone transgender se ne dichiarano consapevoli proprio grazie al fatto di aver potuto vivere sia da uomini che da donne: “Cultural sexism in the world is very real when you’ve lived on both sides of the coin” dice un ragazzo intervistato dal Time.

Molti uomini trans con cui ho parlato hanno detto che non avevano idea di quanto le donne al lavoro se la passassero male fino alla transizione – leggiamo nell’articolo –  Una volta diventati uomini, i loro passi falsi hanno cominciato ad essere minimizzati e i loro successi amplificati. Spesso, raccontano, le loro parole hanno un peso maggiore: sembravano aver guadagnato autorità e rispetto professionale dall’oggi al domani.

Anche le donne transessuali intervistate confermano questa versione dei fatti:

Joan Roughgarden, professoressa di biologia a Stanford e donna transgender, afferma che è diventato molto più difficile pubblicare il suo lavoro da quando si firma con un nome femminile. “Quando scrivevo un articolo e lo sottoponevo a una rivista, veniva accettato quasi automaticamente”, ha raccontato del tempo in cui aveva il nome di un uomo. “Ma dopo la transizione, tutto ad un tratto pubblicare è diventato più difficile, ottenere sovvenzioni è diventato più difficile, tutto è diventato più difficile.”

Se sei un uomo, si presume che tu sia competente, salvo prova contraria, afferma, Se sei una donna, invece, sei incompetente fino a prova contraria.

Ethan Bonali, attivista transgender non binario, dalle pagine de Il Fatto Quotidiano dichiara che non si può parlare di privilegio maschile quando si parla di persone transessuali:

“Rowling insiste sul concetto, caro al femminismo radicale anni ’70, secondo il quale l’esperienza di oppressione delle donne è dovuta alla propria anatomia e quindi esclude le donne trans a priori in quanto esse hanno beneficiato dei privilegi maschili. Questo ragionamento, apparentemente senza errori logici, ne ha ben due molto importanti.” Quali, questi errori? “Il pensiero radicale è stato formulato nella piena ignoranza delle varianti di genere,” sostiene. “Se si osservano con maggiore cura il genere e le realtà di genere, si riesce a comprendere come vi siano delle femminilità e mascolinità che provengono da tutto ciò che è culturalmente scartato dalla mascolinità e femminilità egemoni. Affermare che le donne trans abbiano beneficiato dei privilegi maschili è una affermazione, nella maggior parte dei casi, falsa. Rowling cancella tutti i tipi di oppressione vissuta dalle persone ‘diverse’. Vengono cancellati anni di bullismo, violenza, abbandono scolastico, abbandono da parte delle famiglie”. Per tale ragione, per Bonali, “le frasi della Rowling sono violente. Sono alla base della piramide della violenza sulle persone transgender.”

La questione del “privilegio maschile”, insomma, emerge (come era già accaduto quando a parlare fu Chimamanda Ngozi Adichie) come uno dei nodi su cui confliggono femminismo e transattivismo.

L’autrice trans Imogen Binnie ha scritto su Twitter che “il privilegio maschile è un termine inventato dalle persone cis” che “non si adatta perfettamente alle esperienze trans.” Quando noi transessuali interagiamo con gli altri usando il linguaggio coniato per definire strutture di potere fondamentalmente incentrate sui cisgender, stiamo davvero discutendo onestamente delle nostre esperienze? O stiamo solo confondendo le acque? – ho letto in un articolo pubblicato su Medium.

L’autrice, parlando del suo percorso professionale, conferma come gli intervistati dell’articolo precedente che sarebbe sciocco da parte sua non sospettare che l’essere percepita come un maschio, prima della transizione, non abbia avuto alcun ruolo nei suoi successi. Ciononostante, non ritiene che questo rientri nella definizione di privilegio.

Nel gergo femminista il termine “privilegio” si riferisce a vantaggi immeritati – cose che non si sono guadagnate, ma si ricevono in base alle circostanze. Quello che le femministe cis chiamano il “privilegio maschile” delle donne trans, io lo definirei come “beneficio marginale”, perché credetemi: io ne ho pagato le spese.

Il motivo per cui non riesce a percepire come veri e propri privilegi quelli di cui ha comunque goduto, è il fatto che sin dall’infanzia fosse tormentata dall’idea che c’era un qualcosa di rotto, bizzarro, disgustoso in lei, una sensazione che non l’ha mai veramente abbandonata e che le ha causato ansia e depressione.

Quei benefici marginali derivanti dal “privilegio maschile” mi sono costati parte della mia salute mentale – e questo è il motivo per cui quel concetto è fondamentalmente imperfetto rispetto alla transidentità.

È stato davvero un privilegio crescere così? Ad alcune donne cis piacerebbe fare a cambio di posto?

A questa obiezione si rispondere che anche molte, molte donne cis soffrono di ansia e depressione; l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che la depressione non è solo il problema di salute mentale più comune fra le donne, ma risulta in media più persistente nelle donne che negli uomini e gli studi suggeriscono – scrive un articolo pubblicato su The Lancet – che la discriminazione è un fattore che influenza prepotentemente la salute mentale delle donne.

Un’altra autrice, Emi Koyama, è più possibilista sul tema del privilegio maschile:

la prima reazione delle donne trans è di negare di aver mai goduto di un qualsivoglia privilegio maschile nelle loro vite. È comprensibile pensare che il fatto di essere state assegnate al genere maschile alla nascita abbia rappresentato per loro più un peso che un privilegio: molte di loro, crescendo, hanno odiato i propri corpi maschili e il fatto di essere trattate da maschi. Ricordano, per esempio, quanto le mettesse a disagio subire la pressione di doversi comportare da uomini duri e virili. Molte sono state vittime di bullismo e sono state ridicolizzate da altri ragazzi per il loro comportamento non “propriamente” maschile. Sono state spesso indotte a vergognarsi e hanno sofferto di depressione. Anche da adulte vivono con la paura costante di venire scoperte ed esposte, cosa che metterebbe a repentaglio il loro lavoro, le loro relazioni famigliari e di amicizia e la loro sicurezza.

Tuttavia, come transfemministe dobbiamo rifuggire questa reazione semplicistica. Per quanto sia vero che il privilegio maschile investe alcuni uomini molto più di altri, è anche difficile immaginare che le donne trans assegnate uomini alla nascita, non ne abbiano mai beneficiato. La maggior parte delle donne trans sono state percepite e trattate da uomini (seppure effeminati) almeno per un certo periodo della loro vita, e hanno dunque goduto di un trattamento preferenziale a scuola e sul lavoro, indipendentemente dal fatto che fossero felici di essere percepite come uomini. Sono state educate ad essere decise e sicure di sé, e alcune donne trans mantengono queste caratteristiche “mascoline”, spesso a loro vantaggio, dopo la transizione.

Questo dimostra che spesso confondiamo l’oppressione che abbiamo subito per il fatto di non conformarci ai dettami del binarismo di genere, con l’assenza di privilegio maschile. Invece di affermare che non abbiamo mai beneficiato dei vantaggi derivanti dalla supremazia maschile, dovremmo piuttosto sostenere che le nostre esperienze sono il risultato di un’interazione dinamica tra privilegio maschile e svantaggi derivanti dall’essere trans.

Sempre la stessa autrice dice, in un altro testo:

Il fatto che molte donne transessuali abbiano sperimentato una qualche forma di privilegio maschile non è un peso per la loro coscienza e credibilità femministe, ma un vantaggio, a condizione che abbiano l’integrità e la coscienza per riconoscere e affrontare questo e altri privilegi che potrebbero avere ricevuto.

L’obiettivo di Koyama è trovare un terreno comune sul quale costruire un’allenza fra donne, a prescindere dalla loro essere o non essere transessuali, a partire dall’ovvia considerazione che non tutte le donne sono ugualmente privilegiate o oppresse.

Un progetto di alleanza che rischia di non realizzarsi mai.

 

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24 risposte a L’affaire Rowling

  1. ... ha detto:

    brevemente, credo che il passaggio di Rowling vada letto in altro modo, ovvero: marcerei con voi per le discriminazioni che subite in quanto trans, non in quanto donne. sottotesto: se la smetteste con questo mantra, le donne trans sono donne. anni fa una mia amica si incazzò nel sentirsi dire che una donna trans era una donna come lei, è una cosa istintiva.

    in una delle risposte ricevute da Rowling c’è un lungo thread in cui a un certo punto viene contestato a lei l’uso del concetto di donna biologica. il fatto stesso di non usare cis-woman è per alcuni transfobico, come hai evidenziato nel passaggio in cui si dice che il privilegio maschile è un’invenzione.

    la paura della Rowling è la paura degli uomini, dal momento che così considera certe donne trans.

    oggi c’è un fiorire di privilegi, pure quello magro, meglio lasciare sul campo solo quello maschile e bianco, tanto a noi non ce ne frega niente, e il calcio è appena ricominciato. però vorrei argomentare successivamente perché nel caso in questione trovo dei problemi nel manifesto transfemminista che hai linkato che credo minino la prospettiva possibilista del manifesto stesso.

  2. Pingback: Ale 2.0

  3. bob ha detto:

    Preparo i popcorn. E’ un divertimento incredibile vedere le femministe, la sinistra, i non-binari (con buona pace della logica matematica) contorcersi contro una che, fino a ieri, esaltavano. La quantità di seghe mentali (si, lo so, è una espressione sessista e violenta) che sto leggendo in giro è di quantità industriale.

  4. Loon Martian ha detto:

    Mi ha fatto molto piacere leggere questo post. Anch’io sono una che si trova un po’ nel mezzo. Sono d’accordo che alcune affermazioni della Rowling possano essere lette come transfobiche, non tanto nei suoi tweet (anche se quello delle donne e delle mestruazioni non era molto azzeccato), ma più che altro nel post che ha pubblicato sul suo sito. In tale post fa alcune affermazioni che a quanto ne so io sono semplicemente false, oppure notevolmente esagerate, ad esempio come quando parla della ROGD (Rapid Onset Gender Dypshoria) trattandola come se fosse una condizione riconosciuta dall’intera comunità scientifica (si tratta invece di un termine utilizzato in uno studio su di un campione piuttosto piccolo. Non dico che non possa avere alcun valore, ma da qui a trattarla come un dato di fatto ce ne vuole). E mi dispiace molto, perché penso che si possano fare critiche ad alcuni punti dell’ “ideologia transgener mainstream” se così vogliamo chiamarla, anche senza tirare in ballo falsità e confondere il lettore. Anche perché io non sono assolutamente della parte che adesso odia la Rowling, anzi mi piace molto per quello che posso conoscere della sua persona, ma ci sono delle cose che ha scritto in quel post che sono assolutamente criticabili.

    Per quel che riguarda l’ideologia transgender, credo che ci siano alcune cose che non vanno bene. Ad esempio il termine “cis”, su cui mi trovo assolutamente d’accordo nel caso venga usato semplicemente come contrario di trans, ma che rifiuto se invece viene usato nel significato più generico di “persona che si identifica con il genere assegnatole alla nascita”. Ci sono molte altre donne, e femministe, che lo rifiutano in questo caso, e non mi sorprende, perché in quel modo sembra quasi che dica che le donne che non sono trans accettino i ruoli di genere. Anche per via della confusione che si è venuta a formare intorno alla parola “genere”. Se in quel caso genere fosse sinonimo di sesso biologico, benissimo, avrebbe molto senso. Ma se “genere” è il “genere sociale” come pare che sia, allora vedo dove sta il problema. In quel caso, “cis” non piace manco a me. E poi su questa storia del sesso biologico! Ci sono grosse sezioni del movimento transgender che considerano un problema parlare di sesso biologico. Alcuni sostengono addirittura che il sesso biologico è una sorta di invenzione, una semplificazione eccessiva che non riflette la natura, e spesso per sostenere quest’idea tirano in ballo le persone intersex. Siccome ci sono le persone intersex, non ha più molto senso parlare di maschi e femmine. A me questa pare una semplificazione eccessiva che non rispecchia la natura. Mettendo in chiaro prima di tutto che ritengo che la discriminazione e le operazioni non-consensuali praticamente sulle persone intersex siano una cosa tremenda che andrebbe fermata subito, non vedo come la loro esistenza possa mettere in dubbio i concetti di maschio o femmina. È esattamente come dire che la bisessualità mette in crisi l’omosessualità e l’eterosessualità. Ma come? Ovvio che no, giusto? Semplicemente abbiamo più modi di descrivere la sessualità rispetto a prima.

    E sono assolutamente d’accordo con te: di queste cose pare che non si possa parlare. Se uno dice una cosa che è appena un pochino diversa da quella considerata “giusta” è la fine. E onestamente a me pare che le femministe “radicali” o insomma quelle che in qualche modo si oppongono ad alcuni punti del movimento transgender stiano facendo un lavoro un po’ migliore della fazione “opposta” se così si può chiamare. Mi oppongo con forza all’idea che il movimento transgender e quello femminista, più o meno radicale, siano fazioni nemiche: il vero nemico è il patriarcato. Punto. Poi si può essere d’accordo o meno su alcune cose ma alla fine ciò che fa male a tutti noi più di tutto il resto è il patriarcato. E così come ha commentato qualcuno sopra: “oggi c’è un fiorire di privilegi, pure quello magro, meglio lasciare sul campo solo quello maschile e bianco”. Le Olimpiadi dell’oppressione non mi sono mai piaciute, è controproducente mettersi a discutere se siano più oppresse le donne cis o quelle trans, o i neri o i gay, anche perché non ha alcun senso.
    Ma mi pare che come dicevo le femministe radicali siano un poco più aperte al dialogo in questo che gli attivisti trans. Mi sembra un poco più facile discutere con le prime che con i secondi. Ed è abbastanza ironico in quanto io, visto che sono favorevole al porno e alla decriminalizzazione della prostituzione, non sarei esattamente in linea con le femministe radicali (anche se comprendo bene le critiche rivolte a quelle industrie. Non ho gli occhi foderati di prosciutto, ma mi sembra che spesso le critiche delle radicali sfocino più che altro in una generalizzata sessuofobia e puritanesimo. Ma questo è un altro discorso).

    Sono molto stufa in generale del clima che c’è intorno a tutto questo dibattito e non mi piace come la gente si sta comportando. Quindi per concludere questo papiro il tuo post mi è piaciuto davvero molto.

  5. Massimo Lizzi ha detto:

    E si, non ero il Ricciocorno. Peccato. Una confusione che, per un certo tempo, mi ha illuso di essere un uomo con l’anima di una donna. Il mio modo di essere trans. Ma, stiamo in argomento.

    Il conflitto tra donne trans e donne femministe è molto complicato. Reso ancora più difficile dalla forma della contrapposizione. In merito a una questione già molto intricata di per sé.

    C’è un conflitto di soggettività. Già a un livello immediato. Si può ritenere giusto riconoscere a un uomo che si sente donna l’identità autopercepita. Ma questo implica che l’altro (o peggio l’altra) nomini quello che non vede: una donna al posto di un uomo. Si può ritenere che tra le due, la prima rimedia a una sofferenza anche profonda, la seconda costituisce solo un disagio. E allora ha precedenza la prima. Ma risolta così la questione, il riconoscimento dell’identità della donna trans non è molto diverso dall’accettare di dar ragione ai pazzi. In una relazione, in un rapporto di vicinanza, il riconoscimento può essere più autentico, ma la gran parte delle relazioni sono formali, superficiali, estemporanee. E esigere un riconoscimento immediato, automatico, indiscriminato, pena l’accusa di transfobia, mi pare insensato, perché impossibile. Tanto più se il riconoscimento immediato implica l’accesso immediato delle donne trans a qualsiasi spazio di donne (dai gabinetti, alle quote rose, ai gruppi di autocoscienza, agli sport femminili, alle cure delle estetiste). Tutte situazioni che possono essere risolte solo da una mediazione. Non dagli automatismi di una regola, con relative sanzioni per chi la viola.

    C’è poi la questione del gender. Una parte delle persone trans, ha scelto il vessillo dell’identità di genere. Questo punto, confesso, non mi è del tutto chiaro. In sostanza, pare che alcune persone trans dicano: d’accordo il sesso non si può cambiare, ma il genere si. Allora, io sono nata di un sesso, ma nella vita scelgo di essere dell’altro genere. Ma il genere è un costrutto sociale e culturale. È relativo al ruolo che la cultura egemone fa derivare dal tuo sesso; costruisce sopra il tuo sesso. Dunque, se scegli il genere, scegli il ruolo sessuale. Che senso ha? Cosa c’entra? Forse, apre una porta al riconoscimento sociale, ma dà alla transessualità la parvenza dell’arbitrarietà. Così al tempo stesso rafforza il motivo per cui viene contestata.

    Questo spostamento sul piano dell’identità di genere, porta le legislazioni a riferirsi al genere anziché al sesso. Quindi, a rendere irrilevante il sesso. Poiché i maschi storicamente trascendono da se stessi e si concepiscono come neutri, puri esseri umani, a venir meno è l’identità delle donne. In questo senso, si, c’è la cancellazione delle donne. Molte situazioni discriminatorie sono attuate con inconsapevolezza vera o presunta, non in nome di una superiorità, ma in nome di una irrilevanza. Siamo tutti maschi dietro una presidenza, in una lista elettorale, eletti in un consiglio di amministrazione? E allora, che differenza fa? Tanto siamo uguali. Sarebbe un problema se fossimi tutti castani? Un castano non può rappresentare un biondo?

    C’è un appello internazionale del femminismo radicale il quale afferma che i diritti storicamente negati sulla base del sesso, oggi non possono essere conferiti sulla base del genere. Questa distorsione non è un rimedio.

    https://womensdeclaration.com/en/declaration-womens-sex-based-rights-full-text/

    • Intanto voglio ringraziarti, Massimo, per aver parlato della complessità del dibattito in corso. Ogni volta che leggo “Il sesso è reale” o “il sesso non esiste”, giuro, mi viene l’orticaria. Non tutto può essere riassunto da uno slogan e per quanto gli slogan aiutino a diffondere l’interesse della collettività, in casi come questi sviliscono l’argomento favorendo, a mio avviso, le derive di cui siamo testimoni in questo periodo. Che il sesso sia reale è chiaro anche a quelle che parlano di “female dick”. Che il fatto di suddividere le persone in “uomini” e “donne” sulla base degli organi sessuali sia una decisione arbitraria e modificabile, è a mio avviso altrettanto vero e si potrebbe discutere delle ragioni a sostegno di questa idea. Se sia opportuno modificare questo fatto e in che modo farlo è ancora un altro e complesso discorso.
      Non so perché a tanti è apparsa una banalità, parlare del fatto che il nome che mi sono scelta ha creato per un bel po’ di tempo dei problemi ai miei lettori. Il fatto che il non poter ricondurre qualcuno ad un sesso ben preciso fra due sia perturbante nel momento in cui ti devi relazionare con qualcuno, è a mio avviuso un’osservazione pertinente, per svariate ragioni, e si collega all’idea che definirsi non-binary, né maschio né femmina, possa produrre qualche un qualche cambiamento nel tessuto sociale.
      Tu dici: il corpo, però, rende particolarmente difficile riprodurre l’effetto ansiogeno di un personaggio virtuale che ha le fattezze di un verme marino.
      Vero.
      Tuttavia non sempre è così semplice ricondurre immediatamente una persona al suo sesso.
      Ci sono storie molto affascinanti quando si va a spiluccare la storia della transessualità. Personaggi come il Dottor James Barry (https://www.vanillamagazine.it/james-barry-la-prima-donna-medico-inglese-fu-costretta-a-spacciarsi-per-56-anni-da-uomo/) o Miss Fanny Park e Miss Stella Boulton (https://en.wikipedia.org/wiki/Boulton_and_Park) ci raccontano le straordinarie vicende di persone che non davano alcun significato politico al loro sovvertire le norme di genere, ma vivevano la vita che volevano vivere a prescindere da esse. Perché? Pazzia? ti chiedi tu.
      Oggi come oggi la psichiatria è concorde nel non considerare patologici (e quindi che non necessitano di terapia alcuna) quei comportamenti che non nuocciono alla persona che li mette in atto e alle persone che la circondano, a prescindere dal fatto che coincidano a ciò che è comunemente considerato normale; da una parte le persone transessuali manifestano un disagio che necessita un intervento medico (cure ormonali ecc.), d’altra parte l’etichetta di “malato di mente” comporta l’aumento dei comportamenti stigmatizzanti nei loro confronti. Un gran bel rebus. Poi la questione degli effetti delle cure cui si sottopongono. Alla luce dei rischi che queste comportano, per salvaguardare la loro salute non sarebbe auspicabile trovare una soluzione che le rendesse non necessarie? Me lo chiedo immaginandomi nel ruolo del genitore di un adolescente che mi dicesse “sono transessuale”.
      Inddossare la gonna o iscriversi a medicina non dovrebbero essere questioni legate al sesso, ci dice il femminismo. Decidere di vivere sulla base di norme di genere attribuendosi arbitrariamente ora questa ora quella identità non ha niente a che vedere con l’essere una donna (o un uomo), visto che molte delle donne che nascono con un preciso apparato genitale quelle norme di genere le vogliono demolire: nel mondo che immaginiamo noi potrai chiamarti uomo e infilarti un corsetto (oppure no, perché i corsetti fanno male alla salute e puntiamo a demolire anche una certa idea autolesionista di bellezza), potrai chiamarti donna e operare la gente; a quel punto essere uomo o donna non sarà più un problema per nessuno (a meno che il tuo problema non sia il sesso, se è così potrai intervenire chirurgicamente).
      Quando si parla di questo argomento, però, io non riesco a prescindere dalle persone reali, concrete, quelle come James o Stella o Brandon Teena (https://www.youtube.com/watch?v=dneJCLU6JVQ), perché il loro abbracciare determinate norme di genere non ha nulla a che fare con la lotta politica o l’analisi filosofica, ma se esse ci sono sono solo successive ad una personale ricerca della felicità. Non ce la faccio a pensare che una soluzione per loro possa essere “aspettiamo di vedere come sarà il mondo senza norme di genere così stringenti”, perché quando avverrà? Prima o dopo la loro morte? E nel frattempo come dovranno vivere?
      Il fatto che una persona nata Mario voglia farsi chiamare Maria in realtà dei danni li crea, dice il femminismo: ci dispiace per la sofferenza causata dalla tua particolare situazione, ma la tua ricerca della felicità compromette la nostra battaglia contro un sistema patriarcale che ci opprime in base al sesso con cui siamo nate e te lo dimostriamo con una serie di punti.
      A questo punto la risposta è stata “succhiami il cazzo”. Come diceva Loon Martian, non certo un bel punto di partenza per uno scambio costruttivo sulla questione e soprattutto un bel punto di partenza per ridiscutere tutta la faccenda del privilegio maschile tanto antipatico ad un certo attivismo trans. Succhiamo il cazzo è violenza, vorrei che fosse chiaro questo.
      Non pretendo di essere una delle persone in grado di dare un contributo significativo al dibattito. Ma mi piacerebbe leggere dei contributi più significativi di quelli che leggo in questo periodo.

    • Volevo solo aggiungere qualcosa a proposito del fatto che gli uomini non sarebbero turbati dalla transessualità o dai transgender: “Poiché i maschi storicamente trascendono da se stessi e si concepiscono come neutri, puri esseri umani, a venir meno è l’identità delle donne.”
      Io credo che l’uomo medio eterosessuale gestisca il suo disagio di fornte alle loro istanze in modo diverso dalle donne femministe.
      Le statistiche ci dicono che in Europa “il tasso di incidenza annuale di violenza o molestie è di circa un episodio ogni due intervistati trans, ossia il doppio dei tassi di incidenza per gli intervistati lesbiche, gay e bisessuali” (fonte: https://fra.europa.eu/sites/default/files/fra-2015-being-trans-eu-comparative-summary_it.pdf)

      • Massimo Lizzi ha detto:

        Non penso che la transessualità sia una malattia. Perché la malattia è una condizione transitoria, che si conclude con una modificazione dell’organismo o con la morte. La transessualità invece è stabile. Le modificazioni del corpo sono volute, non provocate da una patologia. Facevo riferimento al dar ragione ai pazzi come vissuto di chi nel riconoscere qualcosa che non vede si ritrova nella sensazione di dover mentire a se stesso. Vedo, sento, percepisco un uomo, ma per regola imposta o autoimposta lo nomino al femminile, altrimenti lui (anzi lei) soffre. È un disagio minimo che, tuttavia, somiglia al gaslighiting.

        Citi – e ho dimenticato di parlarne – la differenza tra transessuale e transgender. Il primo vuole modificare il suo corpo, il secondo vuole evitare di modificarlo o di medicalizzarlo e chiede di essere riconosciuto nel suo sesso di elezione (genere?) sulla base della sua autodichiarazione. Esiste in proposito una proposta di riforma di legge. Da un lato l’obiettivo è giusto e civile. Non riconoscere il sesso di elezione di una transgender significa indurla a torturarsi. Meglio riconoscerla. D’altro, questo è ciò che fa problema alle femministe radicali (o una parte di esse). Cosa succede nel momento in cui qualsiasi uomo può dichiararsi donna e avere diritto per legge ad accedere agli spazi femminili?

        Non credo che queste femministe vogliano teorizzare l’esclusione delle donne trans. Credo teorizzino il rifiuto dell’inclusione automatica e normativa. L’inclusione dovrebbe giocarsi sul piano della relazione. Che può riuscire oppure no. La tendenza del transattivismo di perseguire la via della legge è vissuta come una ulteriore pratica maschile, che prescinde dal consenso femminile. Come fosse di nuovo un legiferare patriarcale contro la libertà femminile.

        Infine, è vero che la transfobia esiste e i primi ed i più ad esserne affetti sono gli uomini, che disprezzano, odiano, temono qualsiasi cosa possa approssimare un uomo a una donna, quindi il gay e la trans. Questo vale per gli uomini reazionari, conservatori, o anche di sinistra, ma misogini. Nel dire che la transessualità è meno problematica per i maschi, mi riferivo a quelli del nostro ambiente. Tipo l’attore Daniel Jacob Radcliffe che si rivolge alla Rowling, per dire che le donne transgender sono donne. Come non si rendesse conto di essere un uomo che spiega a una donna chi lei deve riconoscere come donne persone a lui simili. Per gli uomini democratici e progressisti che annullano la differenza nella parità di genere riconoscere il transgender è relativamente facile.

      • È buffo che tu dica “il nostro ambiente”. Credo di avere ben poco in comune con Daniel Radcliffe.

      • Per ciò che riguarda il ricorso alla legge: il riconoscimento che queste persone chiedono ha un’origine ben precisa e riguarda casi come quello che oggi compare su tutti i giornali: il suicidio di Sarah Hijazi. https://www.corriere.it/esteri/20_giugno_15/sarah-hijazi-morta-suicida-attivista-lgbt-torturata-carcere-egitto-8c9c641a-aef9-11ea-a957-8b82646448cc.shtml?refresh_ce-cp
        Ora tutte parlano del caso Karen White, pedofilo e stupratore, trasferito in un carcere femminile dal quale è stato poi spostato per aver aggredito non ricordo quante donne che erano detenute con lui, ma ciò chea patiscono le donne trans nei carceri maschili dovrebbe essere un argomento da nominare, quando si discute la cosa, perché il drammatico destino di Sarah Hijazi non può lasciarmi indifferente.
        Questa è la principale ragione per cui, secondo me, le femministe e tutte coloro che si definiscono transfemministe dovrebbero trovare il modo di allearsi contro la violenza patriarcale, perché in fondo lottiamo per ottenere le medesime tutele.
        Quando si tratta di problemi concreti, a me piacciono le persone che elaborano soluzioni concrete. Era questo l’approccio del mio pezzo sullo sport.
        Afforntiamo il problema Karen White, collaborando a delle proposte che possano impedire che episodi del genere si ripetano, tenendo da conto il fatto che la richiesta di entrare nelle carceri femminili non nasce dalla volontà di favorire lo stupro delle donne.
        Ne sono convinta a dispetto del fatto che la mole di commenti sul tema “succhiami il cazzo” suggerisca il contrario…

    • A.S. ha detto:

      Dice bene Massimo secondo me: “Non credo che queste femministe vogliano teorizzare l’esclusione delle donne trans. Credo teorizzino il rifiuto dell’inclusione automatica e normativa. L’inclusione dovrebbe giocarsi sul piano della relazione. Che può riuscire oppure no. La tendenza del transattivismo di perseguire la via della legge è vissuta come una ulteriore pratica maschile, che prescinde dal consenso femminile. Come fosse di nuovo un legiferare patriarcale contro la libertà femminile.” Prova ne è che Arcilesbica ha delle iscritte trans. Ma se io vado a iscrivermi ad Arcilesbica – dopotutto, un prominente attivista T italiano in tempi non sospetti mi ha detto che secondo lui io sono una lesbica con un corpo maschile – con un certificato che dice che legalmente sono donna, perché da un anno porto gonna e rossetto, giustamente non vogliono essere obbligate dalla legge ad accogliermi.
      La questione carceri è importante, ma vorrei far notare che non solo le trans rischiano nelle carceri maschili; neanche i gay sono messi tanto bene. Però non si propone di spostare i gay nelle carceri femminili, sarebbe pure offensivo. Forse dovremmo creare rami per sole persone LGBT, anche se rischia di essere ghettizzante, in cui si può entrare volontariamente. Ma di fondo il carcere resta un’istituzione maschile e questi problemi sono irrisolvibili: anche le persone di colore nelle carceri sono soggette a maggiore violenza, per esempio. Non vedo perché dovrebbero farne le spese le donne. Perché la violenza è maschile; non mi risultano casi di FtM che hanno chiesto a gran voce di essere spostati in un carcere maschile.
      Il punto è che il movimento GBT è diventato un movimento per i diritti sessuali maschili. Che va bene, ce n’è bisogno! Almeno finché i diritti di alcuni non calpestano quelli degli altri. Ma occorre riconoscerlo. Smetterla con la finzione dell’inclusività e della parità di genere. Smetterla di illudere le donne e le persone FtM che lì troveranno chi si batte per loro, perché non è vero. Smetterla di dipingere il genere come asse di oppressione, e cis/trans come asse di oppressione, quando sono gli FtM ad essere maggiormente oppressi pure all’interno della comunità T (vedi ad esempio https://www.youtube.com/watch?v=QAMar22S0ck) e quando la violenza contro le donne trans è violenza maschile, non “cis”.

      • Bisogna un attimo discutere di che tipo di inclusione parliamo, e di quali leggi creano dei problemi alle femministe. Io non ho seguito il caso citato da Rowling – la donna licenziata per transfobia – quindi non so se posso discutere nel merito.
        All’inizio credevo di aver capito che il tutto ruotasse attorno alla libertà di definire una persona “uomo” o “donna” a prescindere dal desiderio di quella persona di essere riconosciuta come tale, sulla base del sesso di nascita: https://www.bbc.com/news/uk-50858919 Ma approfondendo ho scoperto che ci sono diverse criticità.
        Ho dato una letta alla sentenza, e mi ha colpito il fatto che a scatenare le ire di Forstater sia stata l’inclusione di Philip Bunce fra le Top 100 Female Executives nel 2018. Non mi pare che lui si definisca una donna, ma gender-fluid o non binary: https://www.standard.co.uk/news/uk/gender-fluid-exec-named-on-list-of-top-100-women-in-business-a3942896.html
        L’articolo, se ci fai caso, parla di Mr Bunce, non di Ms Bunce. Alla luce di questo ritengo che porsi la domanda del perché questa persona gender fluid sia felice di venire etichettata come donna è d’obbligo. A questo punto sono molto confusa anche io. Se il mio obiettivo è scardinare la suddivisione dell’umanità in due generi monolitici, un simile riconoscimento non mi dovrebbe risultare sgradito?

      • Non conoscevo il caso di Mr Bunce. E mi chiedo se ce ne siano altri che presentano questo tipo di incongruenza.

      • https://www.thetimes.co.uk/article/anger-over-women-s-business-honour-for-cross-dressing-banker-h0gv3l7nw
        Anche qui si dice che non rientra fra gli obiettivi di Mr Bunce quello di diventare una donna.
        Leggi qui: https://www.thesun.co.uk/news/7322136/outrage-as-gender-fluid-credit-suisse-boss-who-sometimes-wears-a-wig-to-work-is-named-among-top-100-women-in-business/
        Però entriamo in tutt’altro territorio. Ovvero: come ci si deve relazionare con le persone gender-fluid? Perché una persona gender-fluid, ovvero una persona che ritiene di non essere né uomo né donna, è convinta che accettare un premio dedicato alle donne sia un tassello della sua lotta al binarismo di genere? Questo sì che è illogico. Se è stabilito che le persone fluide sono donne, allora di fatto si afferma che esistono sempre e solo due generi. Ma anche se si sostiene che le persone gender-fluid un giorno sono donne e un giorno sono uomini, si afferma che esistono sempre e solo due generi.
        Non posso credere che gli abbiano assegnato quel riconoscimento, ma ciò che è ancora più assurdo è che tutti questi discorsi abbiano origine da vicende come questa, alla quale occorreva rispondere in tutt’altro modo, secondo me, perché di certo un evento del genere merita un risposta.

  6. Nanoni ha detto:

    Io credo che la “battaglia” tra attivisti per i diritti trans e femminismo radicale si possa analizzare da due punti di vista. Il primo è il piano filosofico: se il femminismo radicale parte dal presupposto che il genere sia quell’insieme di norme sociali costruite culturalmente che prescrivono come ci si dovrebbe comportare e presentare in base al proprio sesso, pena la punizione per essere devianti dallo stereotipo di mascolinità/femminilità, e che quindi rappresenta il mezzo tramite cui si realizza l’oppressione femminile (e anche in parte quella maschile, dato che il patriarcato è un’arma col rinculo), e se invece gli attivisti per i diritti delle persone trans partono dal presupposto opposto che il genere non sia un’espressione culturalmente determinata/semi-imposta dalla società o comunque culturalmente appresa, ma sia al contrario connaturata in ogni persona, la definisca e la sua performance renda la persona autentica, si nota che le due posizioni sono assolutamente incompatibili (ideologicamente parlando). È la dicotomia tra pensare che una donna sia “una persona di sesso femminile che si comporta come vuole” o “una persona di qualunque sesso che si comporta come una donna”. Nel secondo caso a me la domanda sorge spontanea: e come si comporta una donna? Questa definizione mi appare un po’ circolare, per cui al momento mi sembra più convincente il punto di vista delle femministe radicali, ma la mia comprensione della diatriba è in divenire.

    Da un punto di vista invece pratico, di che cosa vogliono ottenere le due fazioni, non mi sembra che ci siano sostanziali differenze: vogliono entrambe assicurarsi una tutela dalla discriminazione e dalla violenza maschile. Se vogliono tutti la stessa cosa sembrerebbe più logico fare fronte comune e lottare insieme contro un sistema violento. Ma mi sembra che la paura faccia alzare barriere. E ammetto che a leggere insulti e minacce di stupro, capisco la diffidenza nei confronti di un movimento che sembra essere usato da persone che approfittano della voce che finalmente, e giustamente, stanno ottenendo per tirare fuori gli stessi pattern di minaccia, silenziamento e incapacità di gestire una discussione senza nominare il proprio pisello tipica degli uomini più sessisti.

    Io credo che quelli che riempiono di “Soffocati col mio cazzo” J.K. Rowling, o che aggrediscono le femministe che vogliono riunirsi per discutere dei diritti come Maria Maclachlan, siano una netta minoranza, ma molto rumorosa. E credo che non facciano bene al movimento trans in quanto questo tipo di comportamenti spinge le donne biologiche a essere diffidenti e aliena possibili e auspicabili alleanze.

    Per tornare al discorso delle carceri credo che se si riuscisse ad avere un dialogo pacato tra femminismo radicale e attivismo trans (con chi davvero si interessa della protezione dei diritti, non quelli che sono impegnati a fare l’elicottero con l’uccello mentre scrivono in caps lock su Twitter), si arriverebbe a essere tutti d’accordo quantomeno sul fatto che a una persona condannata per reati sessuali non dovrebbe essere concesso il trasferimento in un carcere femminile dove trovare potenziali vittime in stato di estrema vulnerabilità, mentre se una donna trans è in prigione per frode magari se ne può parlare. Rimarrebbe da considerare che in prigione ci sono alte concentrazioni di donne con vissuti di violenza sessuale, che magari vivrebbero con ansia la doccia con una persona con organi maschili, ma si potrebbe pensare di predisporre per le detenute transessuali delle docce separate, se le compagne sono a disagio. Ma se sono condannate per un reato non violento magari nessuna si opporrebbe alla loro presenza nei momenti non intimi del pranzo e le altre attività rieducative.

    • Al contrario di te, sono convinta che anche dal punto di vista della teoria il queer e il femminismo radicale non siano così distanti come si crede, per quanto personaggi come Pips Bunce rendano evidente come per alcune identità queer l’oppressione delle donne in quanto sesso discriminato e il privilegio maschile siano diventate questioni quasi irrilevanti se non addirittura rifiutate (e a mio avviso non dovrebbero, se si vuole parlare di “parità di genere”). Forse quello che proprio non ha nessun punto in contatto con entrambi è il cosiddetto femminismo della differenza, che ritiene che parlare di “genere umano” ricomprendendo entrambi i sessi escluda necessariamente il sesso femminile e pretende, da parte delle donne che abbracciano la lotta all’oppressione, l’assunzione di un punto di vista femminile (postulando quindi, l’essitenza di una “femminilità” e “mascolinità” del pensiero).
      Io credo che ci sia anche grande ignoranza. Dubito che quelli che descrivi benissimo come “quelli che sono impegnati a fare l’elicottero con l’uccello mentre scrivono in caps lock su Twitter” abbiano letto e compreso Luce Irigaray o Judith Butler o Monique Wittig, anche perché non sono letture facili e di certo non possono essere riassunte con un meme. E sono d’accordo con te sull’idea di un approccio per obiettivi che siano concreti, per ritrovare un terreno comune sul quale riaprire un dialogo che non finisca con l’essere così distruttivo.

      • Massimo Lizzi ha detto:

        Il femminismo della differenza è prossimo al femminismo radicale; si definisce anch’esso femminismo radicale. Non ritiene che parlare di “genere umano” escluda le donne. Ritiene che il maschile si sia identificato come “genere umano” e questo abbia escluso le donne. Ed abbia imposto alle donne il punto di vista maschile di cosa voglia dire essere una donna. Da questo le donne si liberano con le pratiche dell’autocoscienza, del partire da sé, della relazione tra donne, per comprendere il proprio desiderio e realizzarlo. Il suo asse, più che la lotta all’oppressione, è quindi la lotta per la libertà femminile. Non esiste un “punto di vista femminile” per definizione. Esiste il senso libero della differenza sessuale. Tu sei una donna e tu dai un senso al tuo essere donna.

      • Non riesco a vedere una sostanziale differenza fra la lotta all’oppressione e la lotta per la libertà.

  7. Pingback: Transessualità e transgender. Si può «diventare» donne contro le donne?

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