Uomini che (non) si mettono in discussione

L’8 giugno Internazionale pubblica un lungo articolo dedicato a Maschile Plurale, dal titolo “Uomini che si mettono in discussione“.

Le attività dell’associazione, descritta come una rete di uomini impegnati contro la violenza maschile sulle donne e gli stereotipi di genere, sono raccontate attraverso le parole dei suoi stessi membri, che narrano del percorso che li ha portati ad impegnarsi in un lavoro su se stessi che prende le distanze da altri movimenti maschili (vengono citati i Maschi Selvatici, gli Uomini 3000 e i Maschi Beta, ma anche l’emergente e preoccupante fenomeno degli incel) soprattutto per la sua capacità di non ergersi in fiera contrapposizione al movimento femminista.

A parlare di questo aspetto in particolare è chiamato Stefano Ciccone, che spiega come uno degli aspetti più discussi dentro Maschile plurale è la relazione con i vari femminismi e le loro istanze. Nel farlo cita un lungo e articolato confronto fra l’associazione e altri soggetti che ha avuto luogo anche su questo blog a partire da un post del 2014: Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale.

Ciccone ne parla così:

In un paio di situazioni uomini che facevano parte della rete sono stati accusati dalle proprie compagne di aver avuto comportamenti psicologicamente violenti e una parte del femminismo ha colto l’occasione per esprimere il fastidio e la diffidenza verso il movimento maschile, sostenendo che non ci sono uomini affidabili e buoni, e che dietro gli uomini c’è sempre una fregatura.

Visto che quella vicenda mi ha riguardato molto da vicino, coinvolgendomi al punto da prendere parte in prima persona ad un incontro sul tema che si svolse presso la Libreria delle Donne di Milano, scoprire che tutto ciò che è rimasto a Stefano Ciccone dell’esperienza sia uno dei più beceri stereotipi sul femminismo dopo quello sulla loro bruttezza (ovvero “le femministe odiano gli uomini!”), mi ha sconvolto non poco.

Soprattutto se una critica del genere viene mossa da persone che si fregiano di essere “gli uomini che hanno messo in discussione proprio il loro sentirsi buoni”.

Perché se i Maschi Plurali dicono di se stessi che non sono uomini buoni è un passo avanti nel loro percorso di consapevolezza, ma se glielo fa notare qualcun altro lo si accusa di essere ingiustamente diffidente?

A quel tempo al dibattito parteciparono molte persone, uomini e donne, per lo più femministe ma non solo, vennero pubblicati svariati interventi su molti blog e altri siti, alcuni dei quali oggi non sono più online. Che non si possa recuperare tutto è un vero peccato, perché, a dispetto del fatto che processi alle intenzioni di chi decise di scrivere vennero intentati anche allora, non ricordo di nessuna delle penne femministe che dichiarò di aver imparato da quell’esperienza che non ci sono uomini affidabili e buoni, o che dietro gli uomini c’è sempre una fregatura.

Purtroppo, come dicevo, recuperare tutto ciò che venne scritto è impossibile. Tuttavia, quanto è stato scritto qui è ancora disponibile: il link alla prima lettera aperta lo avete già, e i post che seguirono sono questi:

Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy

Pubblica denuncia

Mai ascoltata da Maschile Plurale

La discussione alla Libreria delle Donne

Maschile Plurale e la sua Ombra

A partire da questo resoconto dell’incontro svoltosi a Milano vergato da Massimo Lizzi è possibile risalire ad altri documenti inerenti il dibattito, fra i quali un importante intervento di Monica Lanfranco e il richiamo al caso di Daniel Welzer-Lang di Maria Rossi.

Mi rendo conto che riprendere in mano una simile mole di scritti può sembrare un’impresa tanto estenuante quanto vana, ma farlo è l’unico modo per fugare ogni dubbio sul fatto che prendere la parola, per tutti i soggetti estranei a Maschile Plurale che intervennero allora, non era un espediente volto a screditare l’uomo in quanto creatura “per sua natura” inaffidabile e ingannatrice, né tantomeno una scusa per affossare un’associazione che si dichiara contro la violenza sulle donne soltanto perché i suoi membri sono maschi.

Quello che si diceva allora è che un’associazione di uomini che ha dichiarato di  impegnarsi pubblicamente e personalmente per l’eliminazione di ogni forma di violenza di genere fisica e psicologica (così recita il suo statuto), aveva reagito in modo molto deludente quando si era trovata a dover fronteggiare accuse precise e circostanziate verso uno dei suoi membri, dichiarando di non sentirsi in dovere di prendere alcun provvedimento in merito.

Stefano Ciccone disse in proposito che gli uomini di Maschile Plurale avevano fatto la scelta “di non caratterizzarsi come gli uomini che condannano gli altri uomini”, chiedendoci di credere che sia possibile condannare la violenza contro le donne senza esprimere un giudizio di condanna nei confronti degli uomini che la perpetrano o che per riconoscere l’esistenza di un contesto culturale che minimizza e favorisce la violenza sulle donne – un contesto nel quale siamo immersi tutti/e come pesci nel mare – sia necessario sospendere ogni giudizio sui singoli uomini che si rendono responsabili di specifici comportamenti violenti.

La violenza è una scelta, non un destino al quale gli uomini sono condannati dal patriarcato, una scelta che gli uomini fanno più spesso quando ritengono che molto probabilmente non subiranno alcuna concreta conseguenza per le loro azioni. Per questo motivo ritenevo allora, come lo ritengo oggi, che gli uomini che decidono di non condannare gli altri uomini scelgono di non impegnarsi nell’eliminazione ogni forma di violenza di genere fisica e psicologica.

Del fatto che la violenza sia una scelta piuttosto che una sorte avversa, Stefano Ciccone non sembra molto convinto, tanto che l’articolo di Internazionale si conclude con questa sua controversa dichiarazione, nella quale l’uomo violento è descritto non come una persona colpevole di atti riprovevoli e per questo degno di biasimo, ma come un soggetto incapace di controllarsi e bisognoso di supporto:

Ciccone spiega che gli uomini maltrattanti con cui entra in contatto si raccontano spesso come delle pentole a pressione che a un certo punto devono scoppiare. Non possono farlo piangendo né tanto meno chiedendo aiuto, dicono, l’unica emozione concessa è la rabbia. “Per questo stiamo pensando a un telefono nazionale di ascolto per uomini così da intervenire prima che questa rabbia esploda”.

Quella che leggiamo qui è la versione degli uomini maltrattanti, la stessa versione che leggiamo tante volte sui giornali: il raptus di follia, la storia dell’uomo preda di una “soverchiante tempesta emotiva” che sfocia in una rabbia incontrollabile.

Una versione che Stefano Ciccone ritiene credibile al punto da ideare un servizio ad hoc per “aiutare” questi uomini, a dispetto del fatto che a supporto della sua veridicità ci sia solo la loro parola, dimostrando che, se i Maschi Plurali mettono in discussione qualcosa, questo qualcosa non riguarda il differente peso che hanno le parole di un uomo e quelle di una donna (ad esempio una che affermi di aver subito violenza) nel contesto di una società profondamente maschilista.

E a dispetto del fatto che questa versione spesso alla luce dei fatti risulti essere solo una squallida strategia difensiva.

Lei ha mai sentito dire di qualcuno colto da raptus che ha assalito un uomo grande e grosso? – spiegava lo psichiatra Claudio Mecacci dalle pagine del Corriere nel 2014, aggiungendo che il successo della teoria del raptus deriva più che altro dal suo risultare molto utile a chi fa le perizie per giustificare le azioni di grande violenza e attenuare la gravità del fatto e la colpa di chi le commette.

Gli uomini non sono “pentole a pressione” e il raptus non esiste.

E io sono rimasta la stessa acida femminista diffidente di sei anni fa.

 

 

 

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Una risposta a Uomini che (non) si mettono in discussione

  1. Il Maschio Beta ha detto:

    Solo come nota a margine, l'”associazione” di uomini che lamentano discriminazioni e presunte ingiustizie a danno degli uomini, e a cui pare alludere l’articolo di “Internazionale”, si chiama “Uomini Beta”, poi rinominata “Uomini Beta in Movimento”. C’è anche il blog che gestisco, “Il Maschio Beta”, che ha un nome simile ma vuole decostruire la mascolinità su presupposti femministi: tutta un’altra roba!, e dal vittimismo di quelli io mi distanzio! 😀

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