Il “dramma” dei padri separati

In questi giorni l’efferato omicidio di due bambini di 12 anni, Elena e Diego Bressi, ha sconvolto l’Italia. Il padre, Mario Bressi, si è allontanato per un weekend con i bambini (“Mi fidavo di lui”, avrebbe dichiarato la madre, Daniela Fumagalli, agli inquirenti) probabilmente li ha sedati e poi soffocati, quindi ha inviato una serie di messaggi alla donna nei quali le annunciava che non li avrebbe mai più rivisti.

Daniela Fumagalli si è precipitata nell’appartamento di Margno, in alta Valsassina, ma era troppo tardi: dei suoi figli erano rimasti solo i corpi senza vita.

Sebbene ancora non si abbiano tutti gli elementi per giungere a conclusioni inconfutabili, questo terrificante evento sembra rientrare in quella particolare categoria di figlicidio conosciuta come “spousal revenge filicide”, figlicidio per vendetta del coniuge (Resnick PJ. Child murder by parents: a psychiatric review of filicide), nel quale la motivazione che spinge l’assassino ad uccidere i suoi stessi figli è la ferrea volontà di arrecare un’enorme sofferenza all’altro genitore.

Una tipologia di figlicidio nella quale – ci dicono le ricerche sui grandi numeri svolte in altri paesila maggioranza dei perpetratori sono i padri, che molto spesso – proprio come Bressi – dopo l’omicidio si tolgono la vita.

Tempo fa avevo tradotto un articolo di Elizabeth Yardley che trattava proprio di padri che uccidono i figli; l’autrice, che è docente di criminologia presso la Birmingham City University, faceva alcune interessanti considerazioni sul suo lavoro di ricerca, che ha riguardato gli anni dal 1980 al 2012; l’analisi di ben tre decadi le ha permesso di confermare che un sesso è predominante fra quelli che chiama “family annihilator”, un dettaglio che l’ha condotta a concludere (leggiamo qui) che per iniziare a risolvere questo problema, si deve riconoscere il ruolo del fattore genere: i family annihilators generalmente non sono uomini infelici o disperati a causa di una lunga catena di fallimenti, anzi, più spesso sono uomini di successo o che non hanno alcun tipo di problema nella loro vita professionale; ciò che li logora, piuttosto, è la loro idea di mascolinità e di potere; lo status di padre di famiglia è il fulcro dell’idea di mascolinità di questi assassini e gli omicidi rappresentano un ultimo disperato tentativo di ricoprire un ruolo maschile.

Yardley descrive quattro profili di family annihilator, il primo dei quali pare calzare a pennello a Mario Bressi: l’assassino cerca di scaricare la responsabilità dei suoi crimini sulla madre che ritiene responsabile della distruzione della famiglia. Ciò può comportare che l’assassino avvisi la partner prima dell’omicidio per spiegare cosa sta per fare. Per questi uomini, è fondamentale mantenere lo status di capofamiglia e la loro idea di famiglia ideale.

“Hai rovinato la nostra famiglia, non li rivedrai mai più, resterai sola”: questi gli ultimi messaggi di Mario Bressi alla moglie che poco tempo prima aveva chiesto il divorzio.

Un orrendo caso da manuale, insomma, di fronte al quale, tuttavia, non si può che restare  attoniti e sgomenti.

La stampa italiana, purtroppo, non è molto competente in materia. In molti si sono limitati a citare una “separazione difficile” dalla moglie per spiegare il delitto, e ha fatto scalpore un post de Il Mattino che introduceva la notizia citando “il dramma dei papà separati”:

fonte

Questa narrazione ha causato la reazione indignata di chi vi ha letto un inappropriato tentativo di suscitare empatia nei confronti del carnefice, che per di più avalla il suo perverso desiderio di colpevolizzare la madre per la morte dei suoi figli.

…in un mondo che tenta a fatica di riconoscere la violenza sulle donne, che ancora stenta ad attribuire al termine “femminicidio” il suo senso sociologico, che ha la capacità di cercare una giustificazione anche di fronte alla morte assurda di due bambini che quell’uomo, il padre senza mai una parola fuori posto, avrebbe dovuto amare a prescindere dalla sua vicenda sentimentale con la moglie, applicare ad un tale orrore una attenuante di fondo è solo la conferma che c’è un problema culturale. Quello che magari anche in maniera inconscia – ma molto più spesso assolutamente consapevole – accetta le logiche del patriarcato, del possesso, della riduzione della donna e dei bambini ad oggetti che esistono solo in relazione al loro rapporto col marito/padre e della famiglia come unità inscindibile, da salvaguardare ad ogni costo – scrive Simona Musco su il Dubbio – Continuiamo a ribadire che una comunicazione così sciatta e superficiale sul tema della violenza maschile sulle donne non solo non è più tollerabile, ma non è nemmeno più concepibile, considerato che sono trascorsi già otto anni dalla ratifica della Convenzione di Istanbul da parte dello Stato italiano e tre anni dalla sottoscrizione, da parte di numerosi sindacati, associazioni e giornalisti singoli, del Manifesto di Venezia per il rispetto della parità di genere nell’informazione. Parlare ancora oggi di “dramma della separazione” di fronte ad un femminicidio o di un figlicidio commesso da un uomo per vendetta nei confronti della donna che vuole separarsi da lui, significa agire ulteriore violenza nei confronti della donna stessa, legittimando le motivazioni del carnefice. tuona dalla sua pagina facebook l’Unione Donne in Italia, mentre sull’Huffington Post interviene Elisabetta Savini: “Il dramma dei padri separati” è il dramma di una stampa e di una cultura che ci propone sempre e solo il punto di vista del soggetto forte, privilegiato, bianco e maschio. È il racconto del privilegio, dell’esercizio della forza e del potere, è l’idea che dominio e possesso non siano un abominio, ma l’assoluta normalità. Una normalità che, quando si manifesta nella sua violenza, ci sgomenta, ma che poi, nel momento del racconto, torna ad incardinarsi nelle logiche rese secolari dal patriarcato. E così scompaiono i molteplici punti di vista e ne emerge uno solo: “il dramma dei padri separati”. Gli altri drammi ci sono, ma sono minori. Perché, se “per tutti il dolore degli altri è un dolore a metà” e così anche per il patriarcato che urla il suo dolore e tace quello delle sue vittime.

Il Mattino, dopo aver modificato il post che ha scatenato l’ira dei lettori, ha chiesto scusa:

La fretta, si sa, è cattiva consigliera. E per la fretta capita di sbagliare. Ieri è capitato a noi: sui social, nel lancio che accompagnava la terribile notizia di Lecco. Siamo caduti in errore, una banalizzazione sbagliata sul dramma di una famiglia distrutta dalla follia omicida di un papà incapace di accettare la separazione dalla moglie, una semplificazione fuori luogo sul dramma dei padri separati che nulla c’entra con l’omicidio-suicidio…

Nel frattempo Davide Colombo, l’avvocato che gestiva la separazione per conto di Daniela Fumagalli, si è fatto intervistare per rassicurare il pubblico sul fatto che

non c’erano apparenti tensioni che potessero giustificare o far prevedere un gesto del genere. Tra loro due non era in corso nessuna separazione violenta né litigiosa, assolutamente. La signora non aveva alcuna intenzione di portargli via i figli, anzi. Contro il padre non aveva nulla da eccepire.

La precisazione dell’avvocato ci costringe a contestualizzare l’espressione “dramma dei papà separati”, che non si riferisce soltanto al dolore e alla frustrazione che qualunque uomo sposato e con figli può provare nel momento della separazione (la realtà separativa è fatta di dolore ma soprattutto di tanto amore verso i propri figli che purtroppo portano i genitori ad affrontare percorsi giudiziari difficili e complessi – scrive in un comunicato l’associazione Padri in Movimento, ribadendo che non c’è dolore che possa rendere comprensibile un gesto del genere: i veri padri separati non sono degli assassini e amano senza soluzione di continuità i propri figli), ma soprattutto ad una precisa strategia comunicativa portata avanti da soggetti ben precisi al duplice scopo di ottenere una serie di modifiche del nostro impianto normativo per ciò che concerne la separazione, il divorzio e l’affido dei figli e di creare un ambiente svaforevole alle rivendicazioni delle donne, soprattutto quando chiedono a gran voce che venga riconosciuta e pubblicamente condannata la violenza intrafamiliare.

 

Dell’argomento abbiamo parlato diffusamente in questo blog.

I “papà separati” sono un movimento organizzato, anche a livello internazionale, diretta emanazione di un più di un più vasto e complesso movimento per i diritti degli uomini, che ha preso forma in concomitanza e in opposizione alla seconda ondata femminista, intorno agli anni ’70.

Il loro mantra, ripetuto a oltranza e costellato di aneddoti, è che i padri siano privati ​​dei loro “diritti” e sottoposti a discriminazione sistematica in quanto uomini e in quanto padri, in un sistema sbilanciato verso le donne e dominato dalle femministe.

Per fare un esempio, leggiamo un articolo pubblicato lo scorso dicembre su il Giornale e firmato da Elena Barlozzari e Alessandra Benignetti, che proclama: quella dei padri separati è una vera e propria emergenza sociale:

Secondo l’organismo pastorale della Cei per la carità su 4 milioni di padri separati presenti nel nostro Paese 800mila sarebbero sotto la soglia di povertà. Tra loro c’è anche chi si arrende e si abbandona a gesti estremi come il suicidi.

Se non abbiamo nessun motivo per dubitare della storia di Michele (la separazione impoverisce tanto gli uomini quanto le donne), i dati riportati a dimostrazione dell’esistenza di un fenomeno massiccio che riguarda un solo sesso sono falsi e sarebbe interessante chiedere alle giornaliste dove li hanno trovati.

Forse li ha forniti l’intervistato Roberto Castelli, fondatore di Genitori Sottratti, che rientra in quel coordinamento Colibrì di cui è membro attivissimo il senatore Simone Pillon.

Ma la mia è solo un’ipotesi.

La cifra 4 milioni è riccorrente. Sono anni che viene citata in articoli che trattano della presunta “emergenza sociale” dei padri separati, ma io non sono mai riuscita a risalire ad una ricerca statistica in grado di confermarne la fondatezza, e neanche i miei affezionati lettori sono mai stati in grado di fornirmi un appiglio.

Ad esempio ritroviamo la cifra 4 milioni in questo articolo del 2016 del Corriere, ma stavolta la fonte citata è l’Eurispes:

In Italia, secondo i dati dell’Eurispes, su 4 milioni di papà separati circa 800 mila vivono sotto la soglia di povertà, mentre un milione e mezzo vive in condizione di indigenza. Molti di questi, finiscono per strada, senza una casa o un posto in cui dormire.

Se andiamo più indietro nel tempo, troviamo i 4 miliani in un articolo nel 2012 pubblicato da l’Espresso, nel quale si intervistano altre realtà associative – l’Associazione SOS Padri separati, l’associazione Papà separati – nonché la PM Carmen Pugliese, responsabile di aver diffuso l’idea che quasi nell’80 per cento dei casi le accuse di violenza e abusi domestici mosse dalle donne siano false.

Le false accuse delle donne” sono un altro importante cavallo di battaglia del movimento dei padri (insieme ai suicidi degli uomini e al “rischio evolutivo” che patirebbero i bambini), anche in questo caso senza che vi siano dati a supporto.

Sono anni che la stampa ci propina cifre allarmanti e percentuali inventate allo scopo di convincere l’opinione pubblica che si possa documentare un fenomeno sociale nominato “dramma dei papà separati”.

La convinzione che un simile fenomeno coinvolga milioni di maschi costringe professionisti come Davide Colombo a difendere preventivamente la sua assistita dall’accusa infamante di essere una “tipica madre separata“, un profilo criminale che, al contrario del family annihilator, non può essere ricondotto ad alcun serio lavoro di ricerca, ma ciononostante si erge a categoria interpretativa in grado di spiegare il divorzio e la separazione nella nostra società.

La medesima convinzione porta qualsiasi giornalista italiano, ormai intossicato da un decennio di interviste all’associazione “papà separati” di turno, a collocare l’omicidio dei piccoli Bressi in un mondo parallelo nel quale ad essere sistematicamente vessati e discriminati sono gli uomini (così vessati e discriminati da finire col perdere il senno).

E’ ora di smantellare questa narrazione tossica, perché l’unico modo per impedire che altri bambini inncenti facciano la fine di Elena e Diego è affrontare la vera funzione che il genere svolge in questi delitti: gli omicidi rappresentano un ultimo disperato tentativo di ricoprire un ruolo maschile, che sottende un’idea di mascolinità che gli uomini devono smettere di incarnare.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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19 risposte a Il “dramma” dei padri separati

  1. Paolo ha detto:

    totalmente d’accordo

  2. Andrea Mazzeo ha detto:

    Pubblicato quest’anno in Francia, La loi des pères. Spiega molte cose.

  3. Cesidio ha detto:

    Secondo me ti sbagli proprio.
    Questi omicidi rappresentano un ultimo disperato tentativo di indipendenza rispetto a una donna percepita come dominatrice
    Cesidio

  4. Cesidio ha detto:

    Esatto: hai utilizzato il verbo giusto.
    Qui è tutto e solo un problema di “credere” o “non credere”.
    Altro che “dati”…

    Tu “credi” / “non credi” / “credi” / “non credi” / “credi” / “non credi” / “credi” / “non credi” / “credi” / “non credi” / “credi” / “non credi” / “credi” / “non credi” / “credi” / “non credi” / “credi” / “non credi” / “credi” / “non credi” / “credi” / “non credi” / ad… libiDumDumDum!

    • Come si evince dalle tue argomentazioni, sì è vero, non c’è proprio nessuna differenza fra il mio modo di ragionare e il tuo. Ti ringrazio di essere passato di qua, è stato illuminante.

      • Cesidio ha detto:

        No, non intendo affatto che il nostro modo di ragionare è identico.

        E’ identico il modo con cui utilizziamo i dati.

        Prendi l’esempio dei quattro milioni di padri separati.
        Tu li tratti come ipotesi NON VERITIERA proprio perché (a me sembra un paradosso) è una cifra confermata in più fonti (magari un anno erano mezzo milione in più, un altro mezzo in meno: cambia?).

        Per lo stesso motivo io la considero una ipotesi VERITIERA: perché li confermano in più fonti e comunque segnala l’entità di un problema.

        Per quanto riguarda questo assassino dei propri figli, tu dici che li ha ammazzati come ultimo terrificante modo di ribadire la propria mascolinità.
        Io dico che li ha ammazzati perché vedeva nella ex moglie una entità -una persona- dominante, assolutamente soverchiante la sua possibilità di avere uno spazio nella vita dei figli.

        Dimostrami che io ho torto e tu ragggggione con cinque g, e dimostrami su che base ritieni che i nostri ragionamenti si fondino su logiche diverse
        Saluti

        Cesidio

      • Non ci sono “fonti” a conferma del dato 4 milioni. O meglio: ci sono degli articoli di giornale, che citano delle fonti, ma citano fonti che non esistono: non esiste nessun report dell’Eurispes o di altro istituto di ricerca che parli di quei 4 milioni.
        E’ chiaro che c’è una fonte materiale: qualcuno racconta a questi giornalisti che esiste uno studio statistico che riporta quelle cifre, ma quello studio statistico non c’è e la fonte mente.
        Se invece cerchi il lavoro della Professoressa Yardley, lo trovi facilmente. Puoi contestare le sue conclusioni, naturalmente, ma non l’esistenza del suo lavoro di ricerca. E questa non è una differenza da poco.

      • Antome ha detto:

        Ma uccidere i figli come riparerebbe a tuo dire, l’ingiustizia di cui è stato vittima?
        Non so, mi vuoi dire che Elliot Rodger, d’accordo che alcuni diventano incel perchè rifiutati, a volte per aspettative di genere discutibili verso gli uomini, ma il fatto di essere capaci di arrivare a uccidere così, forse qualche ruolo ce l’ha avuto, più del suo aspetto, nel fatto di non piacere. Lo stesso per la custodia dei figli in questo caso. Poi per il resto sono ignorante della vicenda.

  5. Cesidio ha detto:

    Io non sono uno pissicologo, ma quasi (e difatti mi definisco che sono un quasi pissicologo) né uno stadistico però ho una figlia che ha fatto per me delle ricerche su internet e ha trovato delle notizzie che contraddico o no le tue.

    Secondo certi dati italiani, sei figlicidi su dieci sono opera delle madri (https://www.eures.it/gli-ultimi-dati-eures-sul-figlicidio/), ed è un dato del 2019.

    Altre ricerche sostengono di fatto quasi le stesse cifre:
    “Per quanto concerne, nello specifico, il problema del figlicidio, la nostra ricerca analizza un totale di eventi omicidiari pari a 223, all’interno dei quali si ritrovano coinvolti 233 autori (dei quali il 45,9% sono maschi ed il 54,1% sono femmine) e 258 vittime, delle quali il 51,9% sono maschi e il 48,1% sono femmine.” (http://www.rassegnaitalianadicriminologia.it/it/component/k2/item/129-il-figlicidio-in-italia-i-risultati-di-una-ricerca-sulla-stampa-nazionale-nel-periodo-1992-2004).
    Altre ricerche importanti le può trovare qui: https://www.rivistadipsichiatria.it/articoli.php?archivio=yes&vol_id=1140&id=12565

    Pertanto, le ricerche della Yardley -oltretutto riferite al contesto anglosassone- sono contraddette dai dati italiani (di fonti assolutamente attendibili) e, conseguentemente, non hanno valore ai fini di questa discussione. Non perché giuste o sbagliate, ma perché, essendo contraddette da altre, non possono certo risultare dirimenti. Bene che vadi puoi utilizzarli per i problemi inglesi.

    Credo poi che se vuoi scrivere articoli del genere, dovressi andarti a cercare anche gli articoli e le ricerche che ti danno torto, perché così mi sembri che perdi di credibilità perché arriva un Cesidio qualsiasi -che non è laureato due o tre volte come te- e ti tira fuori dati scientifichi che ti danno torto.

    Per quanto riguarda poi i quattro milioni di padri divorziati, non capisco: il fatto che tu non abbia trovato la fonte della cifra, significa che è falsa?
    Non puoi essere tu incapace a trovarla?
    La Caritas sostiene che circa 800.000 sono sotto la sogliola di povertà. Non ci credi, alla Caritas o non ti importa che sono 800.000 e dice che se sono di meno non contano?

    Per quanto riguarda poi la tua e la mia interpretazione del crimine verso i due gemelli, non hai detto perché avresti ragione tu e non io.
    Se non vuoi dirmene nulla, però, fammelo sapere tranquillamente

    Cesidio

    • Se avessi letto con attenzione il mio post, avresti notato questo paragrafo: “questo terrificante evento sembra rientrare in quella particolare categoria di figlicidio conosciuta come ‘spousal revenge filicide’, figlicidio per vendetta del coniuge (Resnick PJ. Child murder by parents: a psychiatric review of filicide)… Una tipologia di figlicidio nella quale – ci dicono le ricerche sui grandi numeri svolte in altri paesi – la maggioranza dei perpetratori sono i padri.”
      Sai quante sono le tipologie di figlicidio nella classificazione di Resnick? Oltre ai figlicidi per vendetta sul coniuge, ci sono anche i figlicidi cosiddetti “altruistici” (il genitore è convinto di farlo per il bene del bambino, ricordi il caso della donna in carcere?), i figlicidi causati da attacchi psicotici (ad esempio il caso Maravalle, che soffriva di allucinazioni ed era anche in cura), ci sono i figlicidi di bambini non voluti (che riguardano di solito donne nubili, molto giovani e in stato di indigenza) e quelli accidentali, che di solito sono la conseguenza non premeditata di maltrattamenti. Quindi, quando si parla di preminenza maschile, è solo di una specifica categoria che si parla: prima di scrivere commenti del genere, dovresti leggere con più attenzione. E poi magari approfondire attraverso le fonti fornite.

  6. Cesidio ha detto:

    Mi a detto l’amica di mia figlia che quell’articolo lì è di cinquanta è più anni fa e quindi la classificazione è ossoleta.
    Poi mi a detto anche che quella categoria in quellaarticolo è fatta apposta per definire il problema di questi omicidi come solo dei padri e ignorare quanto in realtà il problema siano le madri omicide, che sono tante se non spezzetti il problema parlando solo di quella categoria.
    E così mia consigliato di consigliarti di rivedere l’articolo che ho scritto prima dove si parla anche di Resnic epperò da una classificazione delle MADRI OMICIDIE che sarebbe bene che tu ti imparassi perché così vedi come sono classificate le madri omicidie:
    https://www.rivistadipsichiatria.it/r.php?v=1140&a=12565&l=17573&f=allegati/01140_2012_04/fulltext/02.Mastronardi-DeVita(11-16).pdf
    Leggi e così magari impari qualcosa in più anca tu

    • Aspetta: ci stai dicendo che è stata creata apposta una categoria allo scopo di accusare i padri, quando invece sono le madri il problema? Caspita, c’è un complotto in atto! Dovrebbe approfondire, l’amica di tua figlia, magari fare un bel video su youtube. Per quella che è la mia esperienza, ottengono un sacco di successo certe teorie del complotto.

  7. Cesidio ha detto:

    Si si tu chiacchieri e chiacchieri ma

    – ANCORA NON SPIEGHI perché la tua interpretazione del delitto è giusta e la mia sbagliata.
    Io dico che ammazzano perché si sentono dominati, tu dici che ammazzano perché vogliono dominare, mi spieghi perché secondo te tu ai raggione e io o torto?

    – Il gomblotto cè ma non si vede: es en ed il utilizo di una categoria come se fosse tutto il problema.Ed è pure una categoria di 50 anni pasati.
    Cioè, fate di ogni erba un Fascio ed è pure un vecchio Fascio

    Cesidio

    • Anche lo studio che hai linkato tu parte da Resnick. Tutti gli studi sul figlicidio partono da lì. Non tutto ciò che è datato è obsoleto. Io non so se ho ragione, ma so che non c’è nulla, nel caso in oggetto, che supporti la tua teoria, come possono scoprire tutti seguendo i miei come i tuoi link.
      Ah, perché non dici a tua figlia di trovarci la fonte dei 4 milioni di poveri papà? Quella sí che sarebbe una svolta…

    • Ma poi, “era dominato” che vuol dire? È stata la moglie – padrona ha ordinargli di uccidere i figli?

  8. Anonimo ha detto:


    Un video del 2018 di personaggi che vogliono che la donna torni sottomessa e obbediente nei confronti del marito.

    “la moglie non deve quasi accorgersi che è un ordine, deve sembrare un consiglio” minuto 41:47, leggendo la citazione di sant’Agostino, e poi per tutto il video, eh sì!, negazioni dei femminicidi, donne tentatrici e arpie che vogliono il divorzio, la fine della potestà maritale è una catastrofe diabolica, Dio stesso vuole la sottomissione della donna perché è un Dio-padre…
    capito? i diritti della donna li ha portati il demonio.

    Un video di 2 ore che ci fa venire voglia di essere ancora più femministe di prima.

    P.s al minuto 1.40 ci parla di come sia offensivo per le famiglie tradizionali congolesi che la moglie si sieda davanti all’ospite maschio, tanto che deve restare in piedi e conclude il suo video dicendo che “si deve pregare di più” per arginare “i danni del femminismo” che hanno travolto l’Occidente.

    Ma la cosa mostruosa sono le donne in sala che gli danno pure ragione.

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