Di slogan e fallimenti

Un mio lettore mi ha consigliato di dare un’occhiata all’account Instagram de La Repubblica e in particolare a questi due post:

5 giorni fa, il quotidiano la Repubblica ha postato l’immagine rosa, corredata dal testo:

Il femminicidio non ha a che fare con il genere della vittima – certo che vengono uccisi anche gli uomini – ma con il movente di un omicidio: le donne vengono uccise in quanto donne, e nello specifico in quanto donne libere. Libere di amare chi vogliono, libere di uscire con chi vogliono, libere di vestirsi come vogliono. Libere.

La reazione dei lettori – per lo più infuriati – ha convinto la redazione a rettificare con l’immagine in giallo, implicitamente scusandosi per l’indebita generalizzazione: non tutti gli uomini (#NotAllMen) uccidono, solo alcuni lo fanno. All’immagine ha aggiunto un testo più articolato del precedente:

La parità di genere è un obiettivo ancora non raggiunto. La storica discriminazione nei confronti delle donne ci impone una maggiore attenzione nei confronti di fenomeni come il femminicidio, in cui la vittima è colpevolizzata in quanto donna. Questo non significa che tutti gli uomini siano assassini, ovviamente. Ma non possiamo nemmeno trascurare la matrice patriarcale di questa specifica categoria di omicidi. Lo specifichiamo per i lettori che ce lo hanno chiesto.

Nei primi sei mesi del 2020 in Italia è calato il numero degli omicidi, ma è aumentato quello dei femminicidi. Un report rilasciato dal Servizio analisi criminale interforze del Ministero dell’Interno mette in luce come la violenza di genere sia aumentata durante il periodo di lockdown dovuto alla pandemia. Sono state 59 le donne uccise nel primo semestre del 2020 e, se nel 2019 costituivano il 35% degli omicidi totali, quest’anno l’incidenza si attesta al 45%.

Ma dove avvengono questi omicidi? Restringendo ancora l’analisi si capisce chiaramente e senza possibilità di sbagliare che il 77% degli omicidi sono avvenuti in ambito familiare ed affettivo ed hanno riguardato persone di sesso femminile. Su 69 omicidi avvenuti in famiglia, 53 sono state le vittime di sesso femminile.

Prendiamo a prestito un’immagine dell’illustratrice Anarkikka per partire dal primo errore di Repubblica (che, al confronto con Anarkikka, di femminismo ne mastica poco o niente):

Qual è la differenza fra lo slogan di Anakikka e quello di Anarkikka?

Anarkikka critica in modo chiaro ed inequivocabile una pessima e consolidata abitudine del giornalista medio, che quando si tratta di descrivere un femminicidio tende a spostare l’attenzione dal perpetratore. Ad esempio:

Il 6 marzo 2015 Yuri Nardi ha ucciso a Città di Castello Laura Arcaleni. Per il giornalista de La Nazione, però, non è stato Yuri Nardi, bensì “la gelosia” a sparare a Laura con un fucile a pompa.

Secondo chi si assume l’onere di narrare la violenza sulle donne, queste vengono uccise dai raptus, dalla gelosia, dall’amore criminale, e molto più raramente dagli uomini che materialmente le strangolano, le finiscono a colpi di arma da fuoco o le colpiscono a morte coi più svariati corpi contundenti. Questa particolare grammatica del femminicidio, che occulta l’agente, ottiene il duplice risultato di deresponsabilizzarlo almeno parzialmente agli occhi del pubblico (e ai suoi stessi occhi, ovviamente) e di assimilare gli assassinii delle donne alla dipartita delle vittime di tragedie ineluttabili: cosa possiamo fare contro “la gelosia”? Come contrastare “l’amore malato”? Si può prevedere il “raptus di follia“?

Siamo impotenti di fronte all’evanescenza di simili concetti astratti e la violenza contro le donne, invece che l’espressione di valori e atteggiamenti che possono cambiare, viene percepita come un fenomeno inevitabile, come la morte o le tasse (cit. da E. Buchwald, P. Fletcher, M. Roth, “Transforming a Rape Culture“).

Tutto questo Repubblica non lo sa, motivo per cui la sua iniziativa a supporto della lotta alla violenza contro le donne è riuscita soltanto a scatenare le orde di quelli che di fronte al termine femminicidio replicano “la violenza non ha genere”:

A questo punto Repubblica aveva l’opportunità di rimediare all’errore commesso, prendere coscienza del reale significato dello slogan femminista malamente riportato e parlare di quel contesto – la narrazione che del femminicidio offrono i media – che lo ha reso tanto popolare tra chi si occupa a tempo pieno della tematica.

E invece no.

Invece ci ritroviamo la vignetta gialla, che ha il medesimo effetto esilarante di quella che vi propongo qui:

A ridosso del 25 novembre.

Come se non bastasse la pandemia a precipitarci nella depressione più nera.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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2 risposte a Di slogan e fallimenti

  1. Paolo ha detto:

    stavolta sono d’accordo con te

  2. vanessavigano ha detto:

    Quando apro la mia casella di posta sono sempre felice di trovarti tra le mie mail. Ti leggo con attenzione e piacere. Siamo in alcune. Magari non tutte, ma siamo già alcune a condividere questa libertà e equità di cui parli. Faccio parte di un collettivo femminista, questo: https://m.facebook.com/ioLottoTicino/ Organizziamo degli incontri, siamo un gruppo molto unito e bello.

    Mi piacerebbe fare una chiacchierata con te una volta, su Skype, se hai tempo. Mi piacerebbe che tu parlassi di alcuni temi in seno al collettivo, se ti va, se si riesce. Che ne dici?

    Sono vanessa.vigano su Skype.

    Grazie per essere ispiratrice di idee e rivelatrice di altri punti di vista

    Vanessa

    Envoyé de mon iPhone

    >

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