Gli uomini vecchi

“When a man starts my program, he often says, “I am here because I lose control of myself sometimes. I need to get a better grip.” I always correct him: “Your problem is not that you lose control of yourself, it’s that you take control of your partner. In order to change, you don’t need to gain control over yourself, you need to let go of control of her.”

Lundy Bancroft, Why Does He Do That?: Inside the Minds of Angry and Controlling Men

Quando un uomo inizia il mio programma, spesso esordisce dicendo: “Sono qui perché perdo il controllo. Ho bisogno di acquistare padronanza dei miei impulsi. Io lo correggo sempre: “Il problema non è che non hai il controllo di te stesso, ma che pretendi il controllo sulla tua partner. Non hai bisogno di acquisire il controllo di te stesso, ma di smettere di controllare lei.”

 

Un paio di giorni fa GQ ha pubblicato un articolo dal titolo Storia di un uomo violento: «Ho sbagliato, ma oggi sono un uomo nuovo».

Si tratta di una lunga intervista ad un uomo che sta affrontando un percorso con il Centro Aiuto Uomini Maltrattanti allo scopo di trascorrere più tempo con la figlia, dopo una denuncia – si presume – per maltrattamenti.

L’uomo ci racconta di aver imparato tante cose dal programma che sta seguendo, ad esempio che

la violenza si manifesta sempre a partire da alcuni punti fissi: stress, problemi economici, problemi sociali, sentirsi non compresi.

oppure che i suoi problemi erano il “troppo amore”

Il mio amore verso di lei era esagerato

e, naturalmente, il pessimo carattere della sua compagna.

Nel corso della loro convivenza, infatti, quella dispotica donna si è rivelata incapace di comprendere le sue esigenze al punto da arrivare colpevolizzarlo per il semplice fatto che, da bravo breadwinner, dedicava troppo tempo al lavoro

Non riuscivo a trovare quel tempo da poter dedicare alla bimba, non potevo rinunciare al lavoro perché era l’unico stipendio in casa e lei non lo capiva),

per non parlare del fatto che pretendeva di comandarlo a bacchetta:

Se mi svegliavo alle 5.40 di mattina per andare a lavorare era per entrambi. Per le spese, per i viaggi, potevo e avevo la capacità di poterlo fare, la mia responsabilità in quel caso, tutta la mia vita, era rivolta solo ed esclusivamente al nostro rapporto. Dai miei genitori andavo una volta al mese, avevo chiuso i rapporti con tutti, mi stavo isolando. Facevo quello che voleva lei, perché pensavo fosse il bene della famiglia, ma in realtà mi demoralizzavo, mi facevo male e senza accorgermene facevo del male anche a lei».

Ma soprattutto ha imparato a gestire i suoi momenti di crisi: se prima

andavo in blackout, nonostante sia una persona pacata. Non riuscivo a metabolizzare e a calmarmi interiormente e poi agivo violenza.

adesso è in grado di approcciarsi alle discussioni in modo più pacato:

Prima reagivo con impeto. Ho capito che posso fermarmi, cercare un dialogo.

Insomma, se confrontiamo le conclusioni a cui è giunto questo “uomo nuovo” con la citazione con cui ho paerto questo post, esse somigliano molto alle convinzioni di partenza che Lundy Bancroft, nel suo approccio agli uomini maltrattanti, si propone di smontare.

Convinzioni che somigliano anche pericolosamente alle versioni dei femminicidi che siamo abituati a leggere sulla stampa mainstream, sempre pronta a descrivere le vittime come responsabili della violenza che subiscono.

C’è un passo dell’intervista, ad esempio, che sembra copiato pari pari dalle recenti dichiarazioni della madre di un femminicida; mettiamole a confronto:

Giuseppe tornava dal lavoro e doveva pulire, cucinare, lavarsi, aiutare il bambino nei compiti. Doveva fare tutto lui. In questo periodo di emergenza Covid era stanco per i turni e le aveva chiesto di aiutarlo.

Racconta il nostro “uomo nuovo”:

Di solito lei alle 21 andava a letto con la bambina e io dovevo fare tutto: rimettere a posto la cucina, pulire il bagno, caricare la lavatrice, dopo una giornata di lavoro. Poi quando andavo a letto, lei mi diceva: “Vai sul divano”. Non era vita.

Noi sappiamo che la versione della madre di Giuseppe Forciniti, una storia nella quale il femminicida di Roveredo è un ragazzo meraviglioso portato all’esasperazione da una stronza, stride parecchio con l’altra versione della storia, portata alla luce dal padre della vittima, massacrata con venti coltellate:

Questa estate mia figlia aveva visto il cellulare di Giuseppe, lo aveva controllato e aveva trovato l’evidenza di almeno una relazione con un’altra donna; ce n’era anche una seconda, ne sono certo”. Aurelia ha lasciato la casa a Roveredo ed è venuta coi bambini da noi. È stato un momento bruttissimo, poi è tornata da lui, per non far del male ai mie nipoti.

Non c’è neanche un momento, nell’intervista pubblicata da GQ, in cui il cosiddetto “uomo nuovo” dimostra di aver provato a prendere in considerazione se non i sentimenti, almeno le ragioni della compagna maltrattata, non c’è una frase che denoti un briciolo di empatia per la donna alla quale ha causato tanta sofferenza, perché l’aspetto che più gli preme di sottolineare è che lui soffriva e che il dolore di lei era solo la necessaria conseguenza del suo soffrire:

mi facevo male e senza accorgermene facevo del male anche a lei.

Insomma di assunzione di responsabilità, in questa intervista, non ce n’è neanche l’ombra. Come non c’è neanche un accenno alla questione di genere: se la violenza scoppia a causa di stress, problemi economici o il sentirsi incompresi, dovremmo desumere che questi problemi colpiscono quasi esclusivamente gli uomini? Le donne non avvertono il peso delle difficoltà economiche, non patiscono alcun tipo di stress, non si sentono mai incomprese?

Penso di non aver mai letto peggiore pubblicità ai CAM in tutta la mia vita.

Se il percorso in un centro è funzionale a rafforzare nella mente dei maltrattanti e nell’opinione pubblica la storiella degli uomini che perdono il controllo e agiscono con violenza in preda a raptus incontrollabili (raptus incontrollabili che curiosamente avvengono solo in assenza di testimoni), più che utili a combattere il fenomeno della violenza contro le donne a me appaiono controproducenti.

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Per approfondire:

La fabbricazione dell’uomo abusante

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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15 risposte a Gli uomini vecchi

  1. Ale ha detto:

    Ammetto di non avere alcuna fiducia che un uomo maltrattante possa cambiare,ci si dovrebbe concentrare solo sull’educazione dei maschi quando sono giovani altrimenti sono risorse sprecate e pessimi padri.Quando leggo queste testimonianze,di uomini che non hanno capito nulla,a cui viene data la possibilità di parlare e fare altri danni, penso alle nascite in Italia sempre in calo ogni anno di più e non mi sembra una brutta notizia.

  2. Paolo ha detto:

    sottoscrivo in pieno il tuo articolo. Stavolta sono d’accordo con te

  3. ... ha detto:

    Così come gli uomini non riconoscono la violenza che agiscono, tu sembri non riconoscere le assunzioni di responsabilità contenute nell’intervista: all’inizio:
    “e un lieto fine può esserci solo se ci si sta rendendo conto degli errori che si stanno commettendo e si decide di ammettere di avere un problema.”

    e alla fine: “Mi sono reso conto dei problemi che avevo, al tempo negavo di averne e davo sempre la colpa a lei… Riconoscere i miei sbagli non significa non vedere quelli degli altri, però non punto più il dito. Ho la forza di guardare i miei errori e di trovare una via di risoluzione”.

    Poi, io ho letto Il lato oscuro degli uomini, ediesse edizioni, che fa una panoramica dello stato dell’arte a proposito di misure preventive, centri per uomini inclusi. Avrei voluto che fosse più specifico e raccontasse meglio le storie nel particolare, ma vengono comunque illustrati i punti dei percorsi adottati nei centri, sulla pista di quelli nati prima in Europa. Va detto che neanche loro hanno ancora chiaro quanto e se funziona il lavoro, ma per le recidive in carcere dei sex offenders sembra di sì.

    in ogni caso si parla anche della questione di genere, e quando ti chiedi: “Le donne non avvertono il peso delle difficoltà economiche, non patiscono alcun tipo di stress, non si sentono mai incomprese?” la risposta è contenuta nell’intervista. Secondo te la donna in questione non ha concorso a creare tensioni, a sua volta per i motivi detti? E secondo te nelle coppie gay e lesbiche non accadono queste cose, per i problemi della vita e la predisposizione caratteriale delle persone, per cui ci sono quelle più prevaricatrici e quelle meno?

    Non tutte le storie sono uguali. Io ho vissuto in famiglia episodi di violenza. Non erano sistematici, e la questione di genere e con il controllo sulla moglie non c’entravano nulla. E parlando con mio padre ho cercato di fargli capire che aveva dei comportamenti violenti (e che avrebbe ancora se non fosse che è più vecchio e debole), dei quali non ha mai ammesso l’esistenza, proprio come tutti quelli che si rivolgono ai CAM. Ora, a parte quelli in malafede, nella maggior parte dei casi sembrano sinceri, hanno un problema come i tossicodipendenti. e mio padre tra l’altro ha anche una dipendenza e non ci sta più bene con la testa. Fatto sta che tutte le volte in cui mio padre è sbottato è stato per le provocazioni di mia madre. C’è poco da fare. Capisco che non piaccia questa idea della perdita del controllo, ma coincide con la realtà. Dal momento che queste situazioni esistono non vedo il problema di raccontarle, insieme con l’analisi del perché si arriva a perdere il controllo. Poi certo ce ne saranno altre, di più o di meno non lo so, in cui la violenza dell’uomo è tutta sua responsabilità, per mentalità eccetera, nelle quali il problema è come hai detto la violenza come strumento di controllo sulla donna, ma le situazioni non sono tutte uguali. Detto che ovviamente abbiamo letto solo uno dei due punti di vista in questione. In ogni caso, capisco che anche questo non piaccia, sì, anche le vittime a volte hanno delle responsabilità. La realtà è anche questa, e nell’intervista emerge chiaramente chi ha il peso maggiore di queste responsabilità, se non altro perché è lui quello che si è rivolto a un centro per chiedere di cambiare.

    • No mi spiace, le vittime di violenza non hanno responsabilità. A meno di non voler considerare la violenza un modo legittimo di gestire un conflitto. Perché i conflitti, nelle relazioni, sono normali, direi quasi impossibili da evitare. Il punto non è chi ha la responsabilità dell’esplodere del conflitto, il punto è che decidere di chiudere quel conflitto usando la violenza è una scelta che non ha nulla a che fare con l’oggetto del contendere o le ragioni più o meno valide dell’altro.

      • Paolo ha detto:

        esatto riccio

      • Paolo ha detto:

        tra l’altro quando una coppia litiga i due se ne dicono di ogni, se ci dovesse essere una reazione violenta dopo ogni provocazione verbale sarebbe l’inferno

      • ... ha detto:

        questo significa negare la realtà. e per farlo infatti ti contraddici, affermando che il punto non è chi ha la responsabilità dell’esplosione (quindi ammettendo che la possibilità di una responsabilità condivisa ci sia). che il punto non sia quello non nega affatto che tale responsabilità ci sia. perché altrimenti dovresti immaginare una scena in cui la violenza arriva dal nulla, e sai benissimo che non è vero. dipende dai casi. nel caso che ho vissuto io la responsabilità è condivisa, poiché la violenza non sarebbe mai avvenuta senza la partecipazione di entrambi. e questo è un fatto. la legittimità non c’entra nulla con la responsabilità. sono due concetti diversi. che non sia legittimo usare violenza in certi casi non vuol dire che la ragione per cui questa violenza viene usata dipenda unicamente dalla scelta di chi la compie, perché appunto siamo esseri umani. se tu esasperi una persona oltre certi limiti e questa reagisce puoi davvero dire di non essere responsabile? la mia ragazza di un tempo un paio di volte ebbe scatti violenti, che a parti invertite sarebbero stati un po’ gravi. in uno dei due casi lo scatto c’è stato perché era esasperata dal fatto che io tenessi il mio punto. ciò che avvenne è stato precisamente una sua perdita di controllo, essendo lei più impulsiva. ma in quel frangente io che ero più calmo potevo evitare di insistere (anche se pensavo di avere ragione), ma ho fatto diversamente. tra i due chi aveva scelta ero io che ero calmo, non lei, perché arrivati a quel punto lei con il suo carattere non aveva più modo di controllare quello scatto. ora, se questi episodi fossero stati più frequenti e io avessi continuato a comportarmi allo stesso modo arrivando a situazioni in cui lei alla fine scattava, possiamo dire che io non sarei responsabile di nulla? non scherziamo. non si può negare una cosa del genere, parlando di violenza solo in termini ideologici, per farla rientrare in una narrazione univoca, come quella di Bancroft. C’è quella e c’è questa. Ci sono le vittime del nazismo e ci sono le vittime dei partigiani.

      • Non mi hai capito. Intanto, non parlerei di “esplosioni”, a meno di non volerle considerare “esplosioni controllate”, come quelle usate per brillare i palazzi. Nelle relazioni prima o poi si arriva al conflitto; in questo particolare caso abbiamo un uomo che, uscito dal lavoro, vuole andare a rilassarsi a casa dei genitori, e una donna che, rimasta a casa tutto il giorno con una bimba piccola, vorrebbe che il padre condividesse un poco del lavoro di cura. Entrambi hanno delle ragioni e confliggere significa confrontarsi alla pari per giungere ad una soluzione di compromesso che permetta alla relazione di funzionare. La violenza altro non è che un’escamotage per evitare il conflitto, attaccando il proprio partner in modo da ferirlo (psicologicamente o fisicamente) al punto da rinunciare al conflitto ed uscirne vincitori. Le persone che esplodono, esplodono sempre: esplodono al lavoro, esplodono coi vicini, esplodono con la cassiera del supermercato. La storiella dell’uomo pacato che esplode solo con la compagna e quando nessuno può fermarlo, beh non regge. Gli uomini aggrediscono le “loro” donne perché ritengono di avere il diritto di farlo, tutto qui. Ti ricordo che fino a qualche tempo fa, in Italia, vigeva lo ius corrigendi che glielo permetteva.

  4. ... ha detto:

    “Gli uomini aggrediscono le “loro” donne perché ritengono di avere il diritto di farlo, tutto qui. Ti ricordo che fino a qualche tempo fa, in Italia, vigeva lo ius corrigendi che glielo permetteva.”
    Appunto, fino a qualche tempo fa. Dal momento che le cose cambiano e le situazioni sono differenti non si può pensare che ci sia un’unica causa della violenza. Anche perché tutti gli esseri umani, chi più e chi meno, compiono violenza. Anche le donne compiono violenza psicologica e fisica e si comportano a volte in maniera da provocare lo scontro. Lo fanno perché pensano di essere in diritto di farlo o perché nelle relazioni si sviluppano anche momenti di odio e rancore che neanche c’entrano con problemi veri? Possiamo pensare che per le donne vale questa ragione e per gli uomini vale solo ciò che dici, oppure è più ragionevole pensare che anche loro provano sentimenti di odio e rancore che nulla c’entrano con la mentalità del passato? Perché anche questa diventa una storiella, uno stereotipo. Anche perché vorrei capire come si faccia a dire che la volontà di controllo di un uomo ha solo la matrice patriarcale e invece quella della donna no. Degli uomini omosessuali no. Cosa che tra l’altro provoca anche reazioni comiche, come quella di arcilesbica a un caso di qualche anno, dove una donna aveva ucciso la sua compagna per motivi di gelosia. Intervistata una di arcilesbica disse subito di non paragonare il caso ai femminicidi. Chiaramente, quando per motivi ideologici metti al bando la gelosia come movente, poi un caso del genere smaschera subito la forzatura.

    Mio nonno materno era uno che esplodeva sempre: a casa, nel traffico, contro i vicini, contro le guardie forestali, eccetera. Era di un’altra epoca e di mentalità contadina. Mio padre ha avuto scatti d’ira solo con mia madre, perché è precisamente un uomo pacato nella vita di tutti i giorni, che però ha seri problemi. Come vedi, bastano due sole esperienze per mettere in crisi una spiegazione. Mio nonno poteva avere la convinzione che il suo comportamento fosse un suo diritto di capofamiglia, non abituato a discutere e a essere contraddetto. E infatti i suoi scatti d’ira erano tutti dovuti a intralci, non a problemi di coppia o a sentimenti negativi. Il suo matrimonio all’antica era molto più sano e anche mio nonno era di base una persona irascibile, ma sana, nonostante sbraitasse facilmente con tutti. Nel caso di mio padre la storia è totalmente diversa. Se uno volesse spiegare le loro reazioni con l’analisi di Bancroft non capirebbe nulla. Con questo non sto negando che la sua analisi sia buona per le situazioni che lei ha trattato, sto dicendo che non esaurisce le casistiche della violenza agita dagli uomini, la quale non può essere espunta e presa come un monolite totalmente differente dalla comune violenza umana.

    • Sai cosa è “ideologico”, cosa si ostina ad ignorare i dati di fatto? Scrivere “tutti gli esseri umani, chi più e chi meno, compiono violenza. Anche le donne compiono violenza psicologica e fisica”, ecco cosa lo è. Se è vero, in linea di principio, che non vi è nulla di biologicamente correlato al sesso nell’agire con violenza, i dati ci confermano ogni giorno che la violenza ha una direzione precisa nella stragrande maggioranza dei casi: la agiscono gli uomini, e per ciò che riguarda la violenza nelle relazioni intime la agiscono gli uomini contro le donne. Le eccezioni dimostrano solo che no si tratta di una direzione necessaria, dovuta a fattori al di là del nostro controllo (come i cromosomi, ad esempio), ma che è una direzione culturalmente determinata.

      • Paolo ha detto:

        X …

        adesso parlo della mia famiglia: i miei genitori non sono giovanissimi: quando mio padre è nato l’Italia era entrata nella seconda guerra mondiale da pochi mesi, e quando è nata mia madre la guerra era finita da pochi mesi, i miei come ogni coppia litigano e quando litigano non se la mandano a dire, gli insulti reciproci ci sono ma mai mai mai uno dei due ha alzato le mani verso l’altro/a. Quindi la violenza quando c’è è frutto di una scelta

      • ... ha detto:

        Alcune precisazioni: intanto nel mio discorso non c’è la premessa che non vi sia nulla di legato al sesso che determini la violenza. A me sembra, e ci sono ottime ragioni per pensarlo, che i maschi siano più predisposti ad agire violenza. E ciò riguarda anche la psicopatia, che vede una proporzione nettamente sbilanciata nel lato maschile. E la psicopatia è un ottimo fattore predittivo per la violenza. Ma che ciò sia vero o no non importa. Io penso che sia questo (non la parte patologica, ma quella fisiologica) che ha posto le basi per la direzione culturalmente determinata, che non sto negando. Ciò che sto dicendo è che non tutta la violenza deriva da ciò. La violenza che compiono le donne non è culturalmente determinata, ma non è in ogni caso un’eccezione alla regola o un cambio di direzione; è semplicemente meno frequente. E dimostra appunto che c’è una violenza che non è culturalmente determinata. Altrimenti dovremmo cercare una spiegazione culturale anche per questa. E non a caso ho citato il commento di arcilescbica a un caso di omicidio compiuto in una coppia lesbica. Commento che parlava di cattiva imitazione. Cioè, invece di ammettere che ci sono pulsioni comuni, si arriva a parlare di imitazione. Allora se ciò vale per le donne, non vedo perché non dovrebbe valere anche per gli uomini. A scuola ci sono bulli maschi e bulle femmine. Nessuno ha proposto mai una spiegazione differente per ciò. L’unica cosa che si osserva è che le vessazioni dei maschi sono più fisiche e quelle delle femmine più psicologiche. Che ciò sia culturalmente determinato di sicuro non lo è la voglia di bullizzare. Il sadismo non è culturalmente determinato e fa parte di maschi e femmine. C’è una violenza che pre-esiste alla cultura, e che fa parte di questa storia, come di quella di cui ti ho parlato io. Per questo leggendo l’intervista non vedo perché dovremmo ricondurre la violenza di quell’uomo alla singola matrice che si vuole proposta del controllo sulla donna culturalmente determinato, che possiamo anche mettere sul piatto, cosa che in ogni caso nei CAM fanno, insieme con problemi suoi e con i problemi creati dalla compagna.

        @ Paolo
        Da ciò che dici però non segue che la scelta ci sia sempre. Senza aprire il dibattito sul libero arbitrio, ciò che racconti è una situazione in cui nessuno dei due ha problemi, non c’è odio eccetera. Quindi può anche darsi che nessuno dei due è mai stato nella situazione in cui si perde il controllo. Ciò che dico è che la violenza non è tutta uguale. C’è quella improvvisa che non si controlla e c’è quella finalizzata a un obiettivo. Mio padre non è uno che torna a casa ubriaco e picchia la moglie. Gli episodi di violenza che ci sono stati, meno di dieci in 30 anni di matrimonio, sono arrivati in seguito a situazioni di tensione di alcuni giorni, spesso durante sue crisi di astinenza, nei quali mia madre invece di capire la situazione continuava a insistere a voler discutere. Certo tutti e due potevano affrontare la situazione differentemente, ma evidentemente non erano in grado. E ciò che sto dicendo è che non si può negare la responsabilità di mia madre nell’aver scatenato gli episodi, che altrimenti non ci sarebbero proprio stati. Non parliamo di una che se ne va di casa e l’ex la trova in qualche modo e le usa violenza.

      • Aspetta aspetta: nel MIO discorso affermo che non vi è non vi è nulla di legato al sesso (intendo biologicamente parlando) che determini la violenza. Non ho detto che lo credi tu. Ci siamo fraintesi.

    • Giovanni ha detto:

      Ah, trepuntini, trepuntini…🙂
      Non è qui che devi venire ad affrontare i tuoi problemi di conflitti familiari irrisolti. Sei fuori posto. E sei tu, con i tuoi discorsi, che sei fuori posto qui. Questa non è casa tua e pretendi di entrarci dettando le regole.
      Ancora non l’hai capito che che sei come uno che entra in chiesa durante una messa e pretende di aprire una discussione sulla Resurrezione del Cristo, pretendendo che il campo del discutibile comprenda anche l’ipotesi che il corpo di quel tizio nato sotto Augusto possa essere marcito e dissolto nell’ambiente come qualsiasi altro cadavere?
      Perfino i conteggiatori di un certo spessore hanno capito come contare secondo la Vera Fede, guarda qua http://www.publicpolicy.it/wp-content/uploads/2014/11/EURES_FEMMINICIDIO-2014_EMBARGO-19_11-ORE-10.pdf
      “(…)Nell’analisi del femminicidio la scelta del nostro Istituto è stata quella di includervi tutti gli omicidi volontari con vittima una donna, approfondendone successivamente le diverse caratterizzazioni per ambito e relazione con l’autore(…)” (Pag 4)
      Tu, pensi… ok, è ragionevole: il campione di indagine sono le donne vittima di omicidio volontario e poi approfondiscono e distingueranno quali tra questi omicidi sono femminicidi, ok.
      Arrivi a pagina 8 tabella 4 e vedi “Femminicidi Totali 2013 : 179 / Di cui femminicidi familiari: 122 ” ….e tu penserai 😶 !?
      eh!? 🤔 “ma 180 nel 2013 era il totale degli omicidi volontari di donne?”https://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/038/004v01/00000006.pdf
      …Allora torni a pag 4 rileggere ..che non ti sia sfuggito qualcosa…
      “(…)Nell’analisi del femminicidio la scelta del nostro Istituto è stata quella di includervi tutti gli omicidi volontari con vittima una donna, approfondendone successivamente le diverse caratterizzazioni per ambito e relazione con l’autore; tale scelta metodologica è derivata dalla valutazione della sostanziale impossibilità di escludere nella lettura di qualsivoglia omicidio la componente di genere, in quanto fattore costitutivo dell’identità di ciascun individuo, nonché per la sua imprescindibile valenza simbolica, materiale e funzionale.(…)” (pag 4)

      …e già tu non crederesti a quello che hai appena letto, perchè li conosco quelli come te, trepuntini… siete sempre pronti a spaccare il capello in quattromila 😊 , poi prosegui….

      “Analogamente, la decisione di inserire nell’analisi del femminicidio tutte le donne vittime di omicidio è derivata dalla valutazione del rischio di arbitrarietà, da parte dell’analista o del ricercatore, di attribuire meccanicamente una diretta motivazione “di genere” all’omicidio, sulla base di meri fattori di contesto (la parentela, la dinamica nota o narrata della relazione, ecc.): l’osservazione della eterogeneità delle diverse casistiche raccolte in Italia ci ha peraltro rafforzato nel nostro convincimento metodologico (…)”

      E qui, caro trepuntini, se sei una persona che sa stare al mondo, ossia che capisce al volo dove tira il vento e invece di prendersela col vento, si chiede come coglierne le opportunità, capisci che “femminicidio” è un concetto troppo complesso per una mente non disciplinata a coglierne il senso profondo e che devi affidarti alla Fede e soprattutto a chi difende la Vera Fede.
      E chi difende la Vera Fede ti dirà che anche “lei che uccide lei” è femminicidio, ovvero una uccisione di una donna “in quanto donna” a causa della cultura patriarcale, un omicidio che aggiunge una tacca in più al conteggio da imputare agli uomini. Ed EURES, infatti, come puoi leggere sopra, la conterebbe così.
      Non afferri il perchè? Leggi qua https://www.globalist.it/news/2016/05/08/se-lei-uccide-lei-e-femminicidio-41564.html

      “(…) possibile che donne e ragazze lesbiche assumano gli stessi atteggiamenti e gli stessi stereotipi maschilisti che tanto danneggiano le donne all’interno di coppie eterosessuali? Perché no. Non è un mistero che siamo imbevute della stessa cultura che nutre i nostri carnefici. Pensate a quant’è difficile far capire proprio alle donne l’utilità di usare un linguaggio femminilizzato e non sessista! Spiegare e far capire loro che farsi chiamare architetta o avvocata se questa è la loro professione, ancorché rimarcare l’uso corretto della nostra lingua, significa dar loro visibilità in una società che scientemente fa di tutto per oscurarci, soprattutto nelle mansioni più qualificanti.(…)”

      E infatti ne consegue che

      “(…)Sugli atteggiamenti da maschio, ricordo, tanti anni fa, quando militavo nel gruppo femminista La Mimosa, che durante i nostri piccoli tour in giro per la capitale a rappresentare uno spettacolino teatrale che avevamo messo su con testi e musiche scritte da noi, c’erano compagne dei vari collettivi che non disdegnavano di darci smanacciate sul sedere o di avventurarsi in approcci molto ravvicinati. Figurarsi: ma chi ci pensava alla violenza di genere fatta da donne verso altre donne? Oggi, però, abbiamo la maturità per poter dire che la violenza sulle donne è violenza da qualunque parte provenga. (…)”

      Quale sollievo! Il femminismo, ci rassicurano le esperte di femminicidio, non ce l’ha mica con gli uomini, no, si combatte una “cultura” non gli uomini 🙂 !
      Astenersi #notallmen quindi.
      E chissà, con questa “maturità” ormai acquisita, quante denunce mediatiche #metoo contro queste donne falliche sono fioccate in mezzo a un coro di #hermanayositecreo tra blog e pagine fb femministe, da parte di queste sorelle del collettivo “La Mimosa”!
      ….mmmm…no eh?🤔

      Ecco, caro trepuntini. Quelli come te si metterebbero subito a fare futili quanto irritanti osservazioni e porre questioni oziose tipo: “Ma come? Il patriarcato è una “cultura”, o una secrezione dei testicoli che emessa attraverso un pene infetta il mondo e le donne di “patriarcato interiorizzato” spingendole addirittura a compiere femminicidi?”.
      Quelli che invece sanno stare al mondo sorridono a tali questioni di lana caprina e capiscono al volo che in questa Chiesa tutto è “cultura”, anche la violenza omicida e dato che tutto è cultura, di quella violenza omicida devono farsene carico tutti. Però tutti quelli che hanno un pene. E accettano di fare la loro parte, senza porsi troppe domande 🙂
      Forse c’è una scienza esoterica nel femminismo al quale noi uomini non possiamo essere iniziati, un sapere arcano, sciamanico, dove si rivela il segreto della doppia natura culturale e fisiologica del patriarcato e quindi del femminicidio con le sue definizioni ad assetto variabile, un sapere che renderebbe tutto coerente e chiaro, una specie di dottrine “non scritte” che solo gli iniziati possono ascoltare e comprendere. Forse…Ma che importa in fondo?
      Caro trepuntini, accontentati del discorso essoterico, e se proprio vuoi mettere piede negli spazi sacri altrui durante una funzione, abbi almeno il buon gusto di ascoltare l’antifona e cantilenare il responsorio secondo il messale, prendi esempio https://abitarearoma.it/intervista-betta-cianchini/
      Guarda, non è difficile cantare bene nemmeno per noi uomini https://formiche.net/2016/09/le-donne-erediteranno-la-terra-di-aldo-cazzullo-letto-da-maria-elena-boschi-e-laura-boldrini/ ….e se ci sai fare, può diventare anche conveniente 😉 https://alleyoop.ilsole24ore.com/2020/11/03/medusa-decapita-perseo/

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