Colpevole in quanto donna

Stamattina mi sono svegliata con una buona notizia: la CEDU, Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, ha condannato l’Italia in relazione al caso di “stupro della Fortezza dal Basso“, per aver violato l’art.8 Convenzione europea dei diritti umani, che prevede il diritto al rispetto della vita privata e familiare: La Corte ritiene che i diritti e gli interessi della ricorrente derivanti dall’art. 8 non sono stati adeguatamente tutelati in considerazione del contenuto della sentenza della Corte d’Appello di Firenzeriporta il sito dell’Associazione Nazionale D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza”Ne consegue che le autorità nazionali non hanno tutelato la ricorrente dalla vittimizzazione secondaria durante tutto il procedimento, di cui la redazione della sentenza è parte integrante.

Un eccellente risultato, del quale dovrei essere più che lieta, se non fosse che neanche 15 giorni fa la stessa Corte si è espressa contro un’altra donna, che denunciava la violazione di un altro articolo della Convenzione, la cui osservanza è venuta meno per le stesse identiche ragioni: una cultura carica di stereotipi e pregiudizi che impedisce alle nostre istituzioni di affrontare con imparzialità qualsivoglia caso che coinvolga una donna nelle vesti di accusatrice di uno o più uomini che commettono violenza.

Il caso di Antonella Penati è così semplice che le giustificazioni addotte dagli attori coinvolti e riportate nella sentenza assumono i toni grotteschi del balbettio del bambino colto in flagrante per non aver fatto i compiti.

L’evidenza della colpa di tutte le persone coinvolte nel caso, dalla prima all’ultima, sta nelle 17 denunce che la ricorrente ha presentato a chi di dovere, tutte documentate e tutte riportanti l’evidenza della pericolosità dell’assassino: ci sono i messaggi ingiuriosi e le minacce, tutt’altro che velate, ci sono le lesioni subite dalla ricorrente, refertate, ci sono i precedenti, anch’essi noti a chi di dovere, c’è l’attestazione del comportamento della piccola vittima, terrorizzata all’idea di incontrare il suo aguzzino; l’unica cosa della quale si può lamentare la mancanza è un’attestazione giurata nella quale l’assassino indichi con chiarezza la data e le modalità del crimine che intendeva commettere, perché, a quanto si evince dal surreale succedersi degli eventi, soltanto un atto formale avrebbe potuto convincere il Tribunale e i servizi sociali che non avevano a che fare con una donna affetta da nevrosi isterica (così è stata descritta nell’ordinanza che affidava Federico ai servizi di assistenza pubblica del Comune di San Donato Milanese, in altri termini nient’altro che una mitomane che millantava pericoli inesistenti), ma con una madre angosciata e impotente che tentava in tutti i modi di tutelarsi e tutelare suo figlio da un uomo violento, e continuava a rimbalzare contro un muro di indifferenza (testimonia l’avvocato di Antonella Penati che una delle imputate, la psicologa assegnata al caso, aveva regito ad un suo tentativo di aprire un canale di comunicazione lamentandosi che Penati la “molestava” e che aveva altro oltre a questo caso sulla sua scrivania).

Ma soprattutto, c’è l’ampiezza dell’arco temporale nel quale si sono consumati i fatti: parliamo di 4 anni, dalla prima denuncia del 2005 fino all’infanticidio, consumatosi nel febbraio del 2009, 4 anni nel corso dei quali nessuno si è premurato di verificare che quanto Antonella Penati andava raccontando alle forze dell’ordine, ai magistrati, ad avvocati, psicologi, insegnanti ed educatori non era il frutto di una mente alterata, egocentrica e incline all’esagerazione, ma la pura e semplice verità.

Vogliono darci ad intendere che il feroce assassinio di Federico Barakat sia stato un imprevedibile coup de théâtre che nessuno, a meno che non si fosse dotato della proverbiale palla di cristallo, avrebbe potuto prevedere. Dalle carte emerge invece la storia di una tragedia annunciata, nella quale ad Antonella Penati tocca l’ingrato ruolo di Cassandra.

Crudele l’appunto del governo italiano che, nelle osservazioni in sua difesa, ha avuto il coraggio di contestare ad Antonella Penati che a sbagliare è stata lei – in quegli anni in cui subiva minacce di morte da una parte e accuse di isteria dall’altra – non avendo avuto l’accortezza di chiedere nei suoi ricorsi al Tribunale dei Minori adeguate misure di sicurezza (la madre avrebbe potuto proporre un ricorso al tribunale minorile per chiedere la modifica delle condizioni o addirittura l’esclusione del diritto di visita e altre misure di protezione, leggiamo nella sentenza), come se fosse un dovere del cittadino indicare alle autorità le opportune modalità di intervento in sua difesa e non un preciso onere dello Stato, nel momento in cui viene messo a conoscenza di fatti che suggeriscono un concreto pericolo, attivarsi per accertare la fondatezza della minaccia e predisporre un piano di protezione.

Il caso di Antonella Penati è così semplice che l’unico modo in cui la Corte ha potuto liquidarlo senza condannare l’Italia è stato rifiutandosi di entrare nel merito, sancendo che la ricorrente non aveva alcun diritto di adire alla CEDU.

Una beffa.

Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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4 risposte a Colpevole in quanto donna

  1. Antome ha detto:

    Quindi riassumendo c’erano tutti i presupposti e i prodromi per cui l’assassino avrebbe chiaramente espresso l’intendo omicida e per cui si sarebbero dovute prendere tutte le precauzioni, minacce stalking, minacce di morte. La corte europea ha per caso invocato l’abuso di carcerazione preventiva?
    E cosa ne dici di quest’altro caso, 3 anni soli di condanna per tentato stupro in un caso dove la ragazza si è gettata dalla finestra ed ha perso la vita per sfuggire a detto tentativo di stupro?
    Risultando nell’assurdo paradosso che non si tratta di omicidio, né colposo, nè preterintenzionale perchè tecnicamente nessuno l’ha toccata (anche se sulla colposità propendo decisamente), nè stupro ma solo tentato stupro, in quanto non ci si è riusciti perchè sai com’è, è morta, quindi non se ne fa nulla?

    • La corte ha stabilito che la questione non è di sua competenza, non è proprio entrata nel merito del caso.

      • E questo è grave, perché non si può opporre un cavillo legale quando si discute del diritto alla vita di un bambino.

      • Antome ha detto:

        Ho capito, quindi ha opposto un cavillo legale quale che a suo dire avrebbe dovuto chiedere quella specifica misura di sicurezza, alla sua richiesta di sicurezza, processo burocratico che comunque nel caso avrebbero avuto il preciso dovere di illustrarle, o no?

        Senza offesa per gli altri, che con post lunghissimi sulla presunta ipocrisia dell’altro articolo sulle fiabe e favole che ignorerebbe gli ingombranti doveri maschili, stanno evitando di scrivere almeno una parola di solidarietà per questo. O è per ripicca “è così e allora io la solidarietà non te la do perchè tu non ne dài ai poveri uomini, tiè”.
        Vorrei fargli un semplice esempio, se ti dicessero che sei di una casta che si decreta che resterai bambino, bambino non avrai doveri ma nemmeno alcun diritto da adulto, dovrai cercarti un protettore diverso dalla famiglia d’origine e obbedire in tutto e per tutto alle tue condizioni, saresti contento o sarebbe discriminazione anche se non ha i doveri da adulto? Provo a riproporgliela così, chiara e concisa.

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