La rivoluzione

La notizia è rimbalzata su tutte le principali testate.

“E’ rivoluzione”, tuona il Corriere,

La Cassazione ha cambiato il criterio per riconoscere l’assegno al coniuge economicamente più debole e ha ritenuto che non sia più possibile valutare come parametro il tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio (…) Viene spazzato via un principio sancito nel 1970 dalla legge 898 che ha introdotto il divorzio in Italia. Si tratta quindi di un terremoto giurisprudenziale“.

Anche Ansa ci informa che si tratta di una vera e propria “Rivoluzione copernicana della Cassazione sull’assegno di divorzio”:

 

Repubblica si allinea inserendo la parola “rivoluzione”:

In Italia le sentenze della Cassazione non hanno il potere di “spazzare via” le leggi dello Stato.

Ma soprattutto, la nominata legge 898 del 1970 non cita il principio che tutti questi articoli descrivono come “spazzato via”.

Se andiamo a leggere il testo della legge sul divorzio, infatti, “il tenore di vita dei coniugi goduto in costanza di matrimonio” non compare affatto:

“Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.”

I criteri enunciati sono:

  • le condizioni dei coniugi
  • le ragioni della decisione
  • il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune
  • il reddito di entrambi.

Inoltre, tutti questi criteri vanno valutati in rapporto alla durata del matrimonio.

Se andiamo a guardare le statistiche relativa all’assegno divorzile al coniuge, tra l’altro, scopriamo una tendenza interessante: le separazioni che si concludono con l’assegno di mantenimento al coniuge (di solito, il marito alla moglie) sono 1 su 5 (21,1% dei casi nel 2009). In 4 casi su 5 nessuno dei due coniugi si deve niente.

Cito testualmente dall’articolo de La ventisettesima ora del Corriere: “Da tempo i giudici sempre meno riconoscono un assegno di mantenimento alla moglie, neppure nel caso in cui sia casalinga. Se è in età da lavoro, in nome della parità, si dice che deve attivarsi.”

Tempo fa avevamo parlato di questa tendenza dei Tribunali a non tenere troppo da conto delle oggettive disparità di reddito dei separandi, a proposito di una sentenza che recitava

“l’assegnazione della casa coniugale a uno dei due coniugi viene effettuata dal giudice non come misura assistenziale per chi, dei due, è economicamente più debole, ma solo come tutela dei figli“.

La tutela dei figli: ecco la chiave.

Perché sapete dove compare l’espressione “tenore di vita”?

Nelle norme che regolano l’assegno di mantenimento per la prole.

Nell’ambito dei giudizi di separazione e divorzio, l’articolo 155 così dispone:

Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

  1. le attuali esigenze del figlio;
  2. il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;
  3. i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  4. le risorse economiche di entrambi i genitori;
  5. la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Si parla di “tenore di vita goduto dal figlio”, non della moglie.

In altri termini: la tanto strombazzata “rivoluzione” è una bufala.

Non c’è stata nessuna rivoluzione, nessun principio “spazzato via”, nessun “terremoto giurisprudenziale”, come si può leggere in questo articolo del 2015, dal quale cito testualmente:

Una recente sentenza della Cassazione [Cass. sent. n. 11870/2015] risulta particolarmente interessante perché segna uno spartiacque tra le situazioni in cui vi è effettiva situazione di bisogno della donna – situazioni in cui l’assegno di mantenimento assume una valida giustificazione – e altre invece in cui lo stato di bisogno è solo il frutto del capriccio e della pigrizia – nel cui caso, invece, il mantenimento va negato -. In particolare, l’inversione di rotta segnata dalla Suprema Corte (rispetto a un passato non troppo recente) consiste nell’affermare che la donna giovane, in grado di lavorare e, quindi, di reperire con la propria attività quel reddito necessario a mantenere lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio, non ha diritto ad alcun mantenimento. E ciò anche se, durante l’unione, svolgeva mansioni di casalinga.

Quella che era una mera interpretazione della norma fornita dalla Cassazione (non un principio sancito per legge), insomma, già da diversi anni è oggetto di discussione e rimaneggiamenti, tanto che le donne che ricevono un’assegno divorzile sono un’esigua minoranza.

Cosa c’è tanto da strombazzare? E perché?

La mia personale opinione – che conta come il due di bastoni quando la briscola è denari – è che l’intento sia rinforzare, nell’opinione pubblica, un’immagine negativa della donna divorziata, affinché tutti possano immaginarsela come una creatura “pigra”, “capricciosa”, che considera il “povero” ex marito alla stregua di “una sorta di assicurazione sulla vita”.

Un’immagine negativa che già gode di un discreto successo.

Allo stesso tempo, si cerca di propangandare un’immagine speculare di uomo vittima, da quasi 50 anni, di una legge ingiusta.

Una legge che non è mai stata scritta.

Significativo che l’Ansa, a corredo di un articolo che denuncia “situazioni di indebito arricchimento alle spalle dell’ex coniuge“, per rappresentare l’uomo raggirato dall’avida consorte sceglie il barone Ferdinando Cefalù, detto Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni nel celebre film di Pietro Germi “Divorzio all’italiana”.

Se non lo avete mai visto, dovete guardarlo. Davvero, dovete.

Spoiler: Fefè alla fine l’ammazza, la moglie Rosalia.

Perché era una donna avida e calcolatrice?

No, ci confessa lo stesso barone, non era questo il problema:

“Io davvero, sai Rosalia, io t’ho anche amata, ma tu… tu eri troppo, come dire… tu mi chiedevi… “quanto mi vuoi bene?” Eri assetata d’amore, povera Rosalia, troppo assetata! Troppo!”

D’amore, non di soldi, era assetata Rosalia.

Che si tratti di un lapsus, questa scelta dell’Ansa?

Colgo l’occasione per ricordare la straordinaria Daniela Rocca, nata ad Acireale, che per il ruolo di Rosalia ottenne la candidatura come migliore attrice straniera al British Academy Film Awards.

Dopo essere stata abbandonata da Germi, del quale si era innamorata, trascorse diversi anni tra un ricovero e l’altro in case di cura per malattie mentali e morì povera, dimenticata da tutti.

 

Per approfondire:

Barbara D’urso non dovrà più pagare l’assegno all’ex marito

Pubblicato in attualità, giustizia, notizie, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , , , , | 51 commenti

Sentenze incredibili: il bambino celiaco e la madre alienante

La vicenda, dai quotidiani, è stata narrata così:

Se facciamo una ricerca sulla celiachia, scopriamo che

La celiachia è una malattia digestiva di origine genetica. I celiaci reagiscono all’introduzione di alimenti ricchi di glutine, un termine utilizzato genericamente per indicare alcune proteine specifiche del grano, dell’orzo e di altri cereali, come la gliadina. Queste proteine sono contenute nella pasta, nel pane, nei biscotti e causano una risposta immunitaria abnorme a livello intestinale, determinata dall’incapacità di digerirle e assorbirle. La risposta immunitaria genera una infiammazione cronica, danneggia i tessuti dell’intestino tenue e porta alla scomparsa dei villi intestinali, importanti per l’assorbimento di altri nutrienti.
Un celiaco quindi, oltre al danno diretto, subisce un consistente danno indiretto perché non è in grado di assorbire sostanze nutritive e quindi rischia la malnutrizione. Dato il meccanismo con cui si sviluppa, la celiachia è quindi una malattia autoimmunitaria.

Se non è diagnosticata tempestivamente e trattata in modo adeguato, la celiachia può avere conseguenze importanti, anche irreversibili.

Scopriamo anche che

Se non trattata adeguatamente la celiachia può portare allo sviluppo di altre malattie, in particolare di:

  • linfoma e adenocarcinoma, forme di cancro intestinale
  • osteoporosi, derivante da uno scarso assorbimento del calcio
  • aborto e malformazioni congenite, dato che nel corso di una gravidanza, l’apporto di sostanze nutritive è particolarmente cruciale per la buona salute del feto
  • bassa statura, soprattutto quando la celiachia si sviluppa nell’età infantile e quindi non permette un adeguato assorbimento dei nutrienti necessari alla crescita
  • convulsioni o attacchi epilettici, derivati da calcificazioni che si formano nel cervello in seguito a una carenza di acido folico per scarso assorbimento

L’unico trattamento possibile per la celiachia è una dieta appropriata, priva di glutine (gluten-free), che permette di ridurre ed eventualmente eliminare i sintomi e di ricostituire i tessuti intestinali.

Che una persona sia o non sia celiaca non è opinabile: in quanto patologia essa va diagnosticata da personale medico adeguato, mediante test specifici, come l’analisi sierologica, volta a determinare il livello di anticorpi specifici antigliadina, IgA e IgG, e di anticorpi anti-transglutaminasi (tTG) nel sangue, prodotti in risposta alla presenza di glutine, e una biopsia intestinale, che permette di verificare il danneggiamento e l’atrofia dei villi intestinali.

Ma proseguiamo nella lettura dell’articolo pubblicato da fanpage.it:

A quanto leggiamo, sembrerebbe che il bambino, dopo oppurtuni accertamenti, sia risultato non celiaco, e che la celiachia sia solo un’ossessione sviluppata da una donna con qualche problema di salute mentale, una donna definita dai giudici come “simbiotica e alienante”.

Ma le cose, forse, non stanno così.

Andando a leggere l’interpellanza urgente presentata dall’Onorevole Marco di Stefano in Parlamento venerdì 28 aprile 2017, si scopre infatti non solo che

“La madre, essa stessa celiaca”, èin possesso di numerosi referti attestanti la malattia

ma che gli stessi giudici, dopo aver disposto l’allontanamento del bambino dalla madre e il suo collocamento in casa famiglia, abbiano stabilito per lui

“una dieta priva della sostanza di glutine.”

Ma leggiamo cosa dichiara l’Onorevole Di Stefano:

Il lungo calvario di questo bambino deriva dalla separazione dei suoi genitori, che, iniziata come consensuale, si tramuta in una guerra a causa della diatriba sull’effettiva celiachia e intolleranza al glutine del minore.

La madre, essa stessa celiaca, e in possesso di numerosi referti attestanti la malattia, ha iniziato ad evitare la somministrazione di cibi contenenti glutine a tutela della salute del bimbo. Il padre, non concorde sul problema alimentare del figlio, avrebbe continuato – come sembrerebbe da notizie assunte – a somministrargli alimenti contenenti il glutine, sostenendo che l’intolleranza fosse frutto della follia di una madre. Questo fatto, purtroppo, provocava numerosi dolori fisici al bambino, per cui la madre, a tutela dello stato di salute del bambino, ha iniziato ad attuare misure di allontanamento del padre in difesa della sua incolumità. Il padre, come reazione, accusa la ex moglie di mettergli contro il figlio – e qui parliamo di PAS, di sindrome da alienazione parentale – e chiede la modifica delle condizioni di separazione con l’affido esclusivo del minore. La decisione, rimessa nelle mani del giudice ordinario, che rigetta la richiesta, finisce in corte d’appello, che commina il regime degli incontri protetti e stabilisce che il bambino abbia una dieta priva della sostanza di glutine.

(…)

Non solo, quindi, esiste il reale problema alimentare del bambino segnalato dalla madre, ma è ancora più grave il fatto che sarebbero in atto diversi procedimenti pendenti alla procura della Repubblica di Roma nei confronti dell’uomo, che avrebbe più volte aggredito la moglie alla presenza del figlio. Da tutto questo nasce lo stato di paura e timore della donna che, purtroppo però, nel cercare di proteggere se stessa e il figlio, viene interpretato come alienante nei confronti del padre ovvero viene accusata di PAS sul proprio figlio. Questo è il punto fondamentale di questa vicenda, così come di altre centinaia di storie simili: la PAS, ovvero la sindrome di alienazione parentale, che sembrerebbe non essere addirittura una malattia riconosciuta scientificamente, ma la semplice ipotesi di disfunzione psicologica.

Aggiunge l’Onorevole dopo la risposta del Sottosegretario di Stato per la Giustizia:

“…voglio ricordare che quando il papà di questo bimbo fece l’appello al papà stesso vennero comminati gli incontri protetti con il bambino per i suoi comportamenti violenti, di cui credo dovrebbero avere anche copia su un DVD sia il sottosegretario sia il Ministero.”

Se decidiamo di dare credito alla narrazione degli eventi così come li racconta l’Onorevole Di Stefano, se proprio c’è da interrogarsi sulla salute mentale di qualcuno, questo qualcuno dovrebbe essere in primis quel genitore che, di fronte ad un referto medico, si ostina a mettere a rischio la salute del proprio figlio somministrandogli alimenti conteneti glutine, e in secondo luogo il giudice che prima valuta come inadeguata una madre che insiste affinché il figlio segua un regime gluten-free e poi dispone per il bambino il medesimo regime.

Se leggete con attenzione la risposta del Sottosegretario Cosimo Maria Ferri, scoprirete che mai viene nominata la celiachia in relazione al rifiuto paterno di far seguire al figlio una dieta priva di glutine, mentre viene dedicata grande attenzione alla “gravità della condotta genitoriale materna”, le cui accuse contro l’ex-marito

non hanno trovato riscontro nei ripetuti approfondimenti processuali svolti in varie sedi, sia civili che penali.

Quali accuse non hanno trovato riscontro?

E’ vero o non è vero che il bambino è celiaco?

Esistono o non esistono i referti che attestano la celiachia?

Questo è un dato oggettivo, non difficile da verificare.

Se esistono, è vero o non è vero che, di fronte a questi referti, il padre avrebbe insistito ad attribuire la celiachia ad una presunta “follia” materna?

Il giudice ha stabilito o non ha stabilito che il bambino segua un regime alimentare gluten-free oppure no?

Perché, se il comportamento violento dell’uomo denunciato dalla madre non ha “trovato riscontro nei ripetuti approfondimenti processuali”, il giudice ha comunque stabilito degli incontri protetti fra padre e figlio?

Ed eventualmente, di fronte ad un padre violento, che oltretutto pretende che il figlio non sia celiaco a dispetto dei referti medici, davvero vogliamo considerare “simbiotica e alienante” una donna perché si è “rifiutata di partecipare agli incontri programmati e di condurvi il figlio“?

Solo a me la risposta del Sottosegretario sembra, per quanto prolissa, tutt’altro che esaustiva e chiarificatrice?

Vorrei che metteste a confronto questo caso con un altra controversia per l’affido della quale vi avevo raccontato tempo fa: L’appello di una madre

Si ripropone la medesima dinamica: un bambino malato e un padre che reagisce alla sua malattia producendo una “non meglio identificata documentazione medica di un certo dott. XXX il quale – senza visitare il bambino! – avrebbe asserito che il minore non è affetto da patologia alcuna“ e accusando la madre di inventare patologie allo scopo di allontanare il figlio da lui.

In questo caso, nonostante la malattia del bambino fosse, secondo quanto certificato dal nostro sistema sanitario, effettivamente malato, venne comunque diagnosticata l’alienazione genitoriale e la madre fu etichettata come “genitore alienante”.

A leggere questo storie, sembrerebbe quasi che essere “un genitore alienante” consista nel mostrarsi responsabile e sollecito nei confronti dei propri figli, insistendo che vengano tutelati da chi non riesce ad esserlo altrettanto.

 

Sullo stesso argomento:

Diritto minorile?

Il padre divorziato che molestò la figlia minore

Sentenze incredibili

Alienazione parentale o PAS: non può produrre danno alcuno ai bambini perché è un concetto privo di logica e di basi scientifiche

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, attualità, giustizia, notizie, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , , , , , , , , , | 2 commenti

… o altro

Nel mio post precedente, vi avevo invitato ad osservare questa immagine, utilizzata dal sito studiocataldi.it per illustrare l’articolo di Marino Maglietta sull’alienazione genitoriale.

Immagini simili le troviamo spesso accompagnate a testi sull’alienazione genitoriale.

Se alcuni siti si sforzano di rendere più neutra la narrazione, offrendoci l’immagine di un bambino disperato ma equidistante rispetto a due genitori in conflitto

è molto difficile trovare un’immagine nella quale il bambino è rappresentato accanto al padre e separato dalla madre.

Certo, con un poco di impegno, tutto si trova, ma generalmente la rappresentazione  dell’alienazione genitoriale è questa:

(potete sincerarvene aprendo questo link)

Questo avviene perché, a dispetto dei recenti tentativi di dimostrare che l’alienazione genitoriale non abbia nulla a che fare con la discriminazione genere, chiunque scriva di alienazione genitoriale è concorde nell’affermare che c’è una netta preponderanza di donne fra le persone pervase dal desiderio di “distruggere” gli ex partner, che usano i figli per raggiungere l’obiettivo:

Questo articolo (“Figli contesi da genitori in guerra” – Camerini & Pingitore, Psicologia Contemporanea, maggio-giugno 2015) descrive perfettamente le immagini: da una parte si schierano mamma e figlio, dall’altra il padre.

Nessuno di questi articoli fornisce contestualmente una spiegazione di questa tendenza delle donne ad indulgere in simili comportamenti, limitandosi ad informarci che “il genitore ingiustificatamente allontanato è più spesso il padre”.

Richard Gardner, l’inventore della Sindrome da Alienazione Genitoriale, aveva invece delle idee ben precise sul perché il genitore alienante è per lo più donna, come possiamo leggere qui:

Idee che, naturalmente, non trovano nella scienza alcun conforto.

La convinzione che la donna sia, per sua stessa natura, subdola, manipolatrice, bugiarda e anche masochista, costituisce la premessa necessaria senza la quale la teoria di Richard Gardner e le speculazioni dei suoi epigoni non stanno in piedi.

Infatti, diffondere la notizia dell’esistenza di una invisibile e diffusa violenza delle donne contro gli uomini, agita in un modo così infido e strisciante da risultare invisibile a chi effettua rilevazioni statistiche sulla violenza domestica, è una delle principali attività di chi discute di bigenitorialità, tutela dei minori e alienazione genitoriale.

Attività accompagnata da una martellante campagna contro il concetto di femminicidio.

Questo aspetto della questione non sembra minimamente turbare i sempre più numerosi fan della teoria e per lungo tempo mi sono chiesta se non fosse perché questo paese è talmente intriso di maschilismo che frasi come “le donne provano piacere nell’essere picchiate in quanto ciò rappresenta il prezzo da pagare per guadagnare la gratificazione di ricevere lo sperma” lasciano il lettore/la lettrice medio/a del tutto indifferente.

Qualche volta, invece, mi trovo a pensare che forse, più semplicemente, questo aspetto sia sconosciuto ai più.

E’ quello che ho pensato, ad esempio, nel leggere questa lettera pubblicata il 24 aprile nella rubrica Italians del Corriere:

Questa signora, che intendeva partecipare ad un convegno di aggiornamento professionale per sentir parlare di un “tema serissimo”, si è ritrovata invece nel bel mezzo di un “processo alle donne“, condotto con toni ed argomenti che l’hanno lasciata sgomenta.

E’ evidente che la signora Guglielma Vaccaro non si era mai resa conto che il “tema serissimo” consiste proprio in un “processo alle donne”, già condannate prima di qualsivoglia dibattimento in virtù del loro sesso.

A dimostrarlo basta la sentenza che condannò una madre per NON aver commesso ciò che le veniva imputato, della quale abbiamo già parlato.

Non per nulla, il cortometraggio al quale accenna nella lettera si intitola “Mamma non vuole”.

(Il famoso cortometraggio cui si è prestato Giancarlo Giannini, spezzandomi il cuore.)

A nascondere il maschilismo che è alla base del costrutto dell’alienazione genitoriale, la propaganda ci prova disperatamente. Ma esso è il nocciolo della questione, ed occultarlo è troppo arduo anche per gente abile come chi si occupa di questa faccenda da anni indubbiamente è.

Per questo motivo, persino persone assolutamente convinte della fondatezza della teoria di Richard Gardner come Gugliela Vaccaro, si trovano ad un certo punto a sospettare

“si usa l’alienazione genitoriale, che esiste, per tutelare il minore, o altro?”

C’è dell’altro, c’è soprattutto altro.

Nella speranza che la lettera a Severgnini sia solo il principio di una più massiccia presa di coscienza del legame che c’è fra la diffusione di costrutti pseudo-scientifici come l’alienazione genitoriale e la discriminazione di genere, vi rimando ad un saggio sull’argomento del sociologo Michael G. Flood:

I papà separati e la violenza contro le donne

Pubblicato in presentazione | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , | 31 commenti

Ennesima proposta di legge sull’alienazione genitoriale

Il 21 marzo di quest’anno i Deputati Tancredi Turco, Massimo Artini, Marco Baldassarre e Samuele Segoni hanno presentato la Proposta di legge Modifica all’articolo 337-ter del codice civile, in materia di provvedimenti del giudice in caso di inosservanza delle condizioni di affidamento dei figli da parte del genitore affidatario” (4377).

Come potete leggere nell’introduzione, affermano costoro che “molto spesso e con sempre maggior frequenza” (di dove prendano queste informazioni non ci è dato saperlo) accade ai minori coinvolti nella separazione dei genitori di rimanere vittime di un “terribile fenomeno” (e sottolineo un fenomeno), l’alienazione genitoriale.

Secondo Turco, Artini, Baldassarre e Segoni, codesto fenomeno sarebbe riconosciuto dal Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali, “pubblicazione di riferimento per la scienza della psiche in tutto il mondo” (pag.3 dell’introduzione), volume che immagino i suddetti non abbiano mai aperto, visto che la proposta di inserire l’alienazione genitoriale come sindrome nel Manuale è stata a suo tempo rigettata (vi invito ad aprire il link per ulteriori chiarimenti).

Ma andiamo a vedere come questi signori descrivono il “terribile fenomeno”: si tratterebbe di un “impedimento di natura assolutamente « legale » [il virgolettato è nel testo, non l’ho aggiunto io] e quindi conoscibile da parte del giudice, ma che fonda la sua radice in un disturbo della personalità del genitore che assume, anche inconsciamente, atteggiamenti manipolativi ai danni dei figli.

Il Dottor Richard Gardner (citato a pag.2 dell’introduzione come inventore dell’acronimo PAS) sosteneva che la Parental Alienation Syndrome fosse una vera e propria malattia mentale causata al bambino dal cattivo comportamento dei genitori durante il divorzio o da decisioni dei giudici in merito alle modalità di affido così sbilanciate da produrre nel bambino la perdita di una relazione significativa con il genitore insultato e denigrato.

Dopo svariate e ardite reinterpretazioni del concetto originale, scopriamo oggi grazie a Turco, Artini, Baldassare e Segoni che ad essere malato non è il bambino, ma che il bambino è vittima di un genitore malato, tanto malato che “anche incosciamente” (ovvero in modo del tutto inconsapevole) danneggia i propri figli.

E che malattia è questa che colpisce così tanti (almeno da quello che ci raccontano Turco, Artini, Baldassare e Segoni) genitori?

Il nome di questa malattia non è importante, leggiamo nelle pagine 2 e 3 dell’introduzione – permettetemi a questo punto di prendermi la libertà di citare il Bardo:

Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo “rosa”

anche con un altro nome avrebbe il suo profumo. –

quello che è veramente importante è tutelare il minore da quel “legame simbiotico” [le virgolette sono sempre nel testo originale] che si creerebbe fra il genitore malato e il figlio, legame che (leggiamo a pag.2 dell’introduzione) “la letteratura scientifica definisce «l’anti-crescita per eccellenza»“.

Di quale letteratura scientifica si parli rimarrà, temo, un mistero più fitto della fonte dei dati che attestano l’esistenza del “terribile fenomeno”.

Siccome Turco, Artini, Baldassare e Segoni ci tengono che i bambini italiani crescano e non rimangano sempre piccoli come il protagonista de “Il tamburo di latta” (del quale vi fornisco una straziante immagine)

hanno avuto una strordinaria idea: occorre agire “in via preventiva“, prima che la malattia segni indelebilmente il destino delle sventurate creature.

Come?

Al terzo comma dell’articolo 337-ter del codice civile sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: « , disponendo con immediatezza, ove richiesto dal genitore che è stato messo in condizione di non poter vedere e avere con sé la prole, il cambio della residenza abituale della stessa, provvedendo a modificare le modalità di incontro con l’altro genitore. Tale modifica può essere prevista per tutto il tempo necessario allo svolgimento della consulenza tecnica d’ufficio, ove disposta ed eventualmente all’esito rivista, o comunque sino all’emissione della sentenza ».

Purtroppo, ci dicono Turco, Artini, Baldassare e Segoni, “le « presenze » di dinamiche malevole, concretamente poste in essere da un genitore in danno del proprio figlio che si attuano con il « privarlo » della figura dell’altro, non hanno modo di venire contrastate in tempo, non avendo previsto il legislatore di allora alcun rimedio d’urgenza in materia.

Non c’è tempo, insomma, di aspettare “l’esito dell’istruttoria processuale” diretta a “definire e ad approfondire gli aspetti della genitorialità e il superamento delle «inadeguatezze », anche momentanee, relative al permesso ai figli di frequentare l’altro genitore, che potranno essere tempestivamente evidenziate e, ove confermate, definitivamente sanzionate, così da spingere tutti e due i genitori verso una genitorialità consapevole.

Se la misura d’urgenza non era davvero necessaria, essa può essere rivista sulla base dell’esito dell’istruttoria. Tanto, che danno può fare spostare un bambino presso il genitore che afferma di essere alienato senza ulteriori accertamenti?

Non si capisce in che modo, però, delle “dinamiche malevole, concretamente poste in essere da un genitore in danno del proprio figlio” possano essere successivamente non confermate dalla fase istruttoria. Evidentemente, al momento in cui trova applicazione il “rimedio d’urgenza”, esse non sono tanto concrete, piuttosto sono presunte.

Insomma, non c’è bisogno che il magistrato indaghi: basta che il genitore “che è stato messo in condizione di non poter vedere e avere con sé la prole” lo richiedanon è chiaro sulla base di cosa, probabilmente basta soltanto la sua parola – a conferirgli il diritto di prelevare un bambino dalla sua residenza abituale per collocarlo presso il richiedente.

La peculiarità dell’alienazione genitoriale descritta da Turco, Artini, Baldassare e Segoni e applaudita nientepopodimeno che da Marino Maglietta,

sembrerebbe essere che la può diagnosticare ad un genitore direttamente l’altro genitore, la cui richiesta deve trovare immediato ed urgente accoglimento, senza che l’accusato/a possa esercitare alcun diritto alla difesa o impedire l’attuazione del “rimedio d’urgenza”.

Concludo invitandovi ad osservare l’immagine scelta dall’esimio Maglietta per descrivere graficamente l’alienazione genitoriale: il genitore alienato, quello strappato dalla pazza coi capelli dritti ai poveri figlioletti, è il papà.

Il che ci rimanderebbe ad una lettera pubblicata dalla rubrica Italians del Corriere e alle risposte che ha ricevuto, ma penso sia opportuno dedicare a questo aspetto della vicenda un capitolo a parte.

 

Per approfondire, i post linkati all’interno del testo:

Propaganda – parte VI (il fenomeno)

Alienazione genitoriale e DSM 5

Le teorie di Richard Gardner

I Giudici si servono di una teoria controversa per punire le madri che denunciano gli abusi?

L’uso della forza contro l’amore per la danza

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, attualità, giustizia, scienza, società, tutti i volti della Pas | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 35 commenti

Ribaltare il mondo

Mentre le molestie a Emma Marrone andate in onda nel corso del programma TV “Amici di Maria” conquistano la stampa straniera (Woman groped on Italian TV in ‘prank’ despite repeatedly telling man to stop, titola l’Indipendent),

(fonte)

Tralasciando per un attimo il commento su chi, fra tutti coloro che sono intervenuti a commentare l’episodio, è “pensante” e chi lo è meno, a proposito di queste dichiarazioni vorrei dire che si, è vero: si è ribaltato il mondo.

Il mondo è stato sconvolto, messo a soqquadro, scombussolato, dissestato.

Ecco, “dissestato” è un aggettivo che mi piace particolarmente: penso alla parola “dissestare” intesa come sinonimo di squilibrare, mettere in condizione d’instabilità.

E’ iniziato parecchio tempo fa, questo processo di destabilizzazione, e non si è mai fermato.

C’era una volta il mondo che tutti ben conosciamo, un mondo nel quale una donna viene molestata da un uomo, prima si sente a disagio, poi si sente male, resiste fin che può, ma alla fine si ribella; allora le viene detto che era uno scherzo e tutti ridono, lei compresa; tutto è dimenticato e il molestatore se la cava con una pacca sulla spalla. Se la donna non ride, se non vuole proprio ridere, ci pensa l’autorità costituita a ricordarle che non c’è nulla che lei possa dire o fare affinché chi vuole prendersi delle libertà col suo corpo tenga davvero conto del suo consenso:

(fonte)

Era (per molti ancora è) un mondo non troppo giusto nei confronti di metà della popolazione del pianeta, ma davvero intollerabile solo per qualcuna, perché ha funzionato così per tanto, tanto, tanto tempo e l’abitudine, che in ogni campo esercita un enorme potere su di noi, non ha in nessun altro campo una forza così grande come nell’insegnarci la servitù.

Raccontarci che insistere nel toccare una donna a dispetto della sua chiara e inequivocabile manifestazione di disagio è “solo uno scherzo”, equivale a rappresentare la prevaricazione come divertente e la sessualità come prevaricazione. Raccontarci che un uomo che mette le mani addosso ad una donna che ha detto e ripetuto che non lo gradisce è “solo uno scherzo”, strizza l’occhio all’aggressività maschile e incoraggia la violenza sessuale sulle donne. Mandare una scena del genere in televisione, con in sottofondo un coro di risate, è un messaggio a tutte le donne: signore, sappiate che la molestia sessuale è una condotta che non viene valutata negativamente da questa società, anzi, è una condotta che genera consenso e ilarità. Mandare una scena del genere in televisione, con in sottofondo un coro di risate, è un messaggio a tutti gli uomini: lei non vuole, ma questo non ha nessuna importanza, è importante quello che vuoi tu. Questo messaggio, trasmesso da un programma televisivo dedicato ai giovanissimi, contribuisce a rendere la loro quotidianità più difficile e dolorosa di quella che già viene descritta dalle stesse adolescenti come una quotidianità nella quale “le molestie sessuali sono endemiche.”

Oggi le fondamenta di quel mondo che pretende che la violenza sessuale sulle donne sia accettata come “normale”, nulla per cui agitarsi, divertente persino, scricchiolano pericolosamente.

Sono sempre di più le persone non disposte a farsi una risata e dimenticare l’accaduto: in 15.000 hanno firmato la petizione che chiede a gran voce agli autori dello “scherzo” di  “scusarsi pubblicamente per la messa in onda e la normalizzazione di un atto di assalto sessuale“, e ogni giorno vengono pubblicati articoli che si rifiutano indignati di partecipare ridacchiando o di rimanere in silenzio, ma insistono a chiamare le cose con il loro nome.

Non è stato uno scherzo, ma molestie sessuali.

Ci sono parecchie persone alle quali questi tentativi di ribaltare il mondo risultano  insopportabili.

Senza scomodare la filosofia, basta citare un vecchio proverbio – chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, e non sa quel che trova – per comprendere da dove nasce tutta l’insofferenza che circonda quelle donne che si ribellano, che non vogliono essere messe a tacere, che a dispetto degli attacchi personali, le accuse di misandria, le invettive che le descrivono come petulanti, moraliste, violente, stupide, ignoranti, ipocrite, insopportabili veterofemministe incapaci di stare al passo con i tempi e chi più ne ha più ne metta, donne (e anche qualche uomo) che continuano a percorrere una strada che si allontana sempre più da tutto quello che conosciamo tanto bene per andare verso l’ignoto: un mondo nuovo, nel quale anche alle donne è riconosciuto lo status di esseri umani.

La cultura dello stupro è l’ambiente in cui la violenza detiene una posizione predominante e nel quale la violenza sessuale contro le donne è naturalizzata e giustificata sia nei media, come nella cultura popolare. La cultura dello stupro si perpetua attraverso l’uso del linguaggio misogino, l’oggettivazione del corpo della donna e la fascinazione della violenza sessuale, creando così una società che ignora i diritti e la sicurezza della donna” troviamo nella pagina del Marshall University’s Women’s Center.

Combattere la cultura dello stupro significa contribuire a ribaltare il mondo, e, checché ne dica Maria De Filippi, non è una cosa da deprecare o della quale avere paura.

Stiamo ribaltando il mondo, lo stiamo facendo e lo stiamo facendo bene.

Firmate la petizione, mi raccomando.

Pubblicato in attualità, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , | 51 commenti

I bambini stanno bene

Una traduzione da Children living with a step-parent or a lone parent are as happy as those living with two biological parents, the British Sociological Association’s annual conference in Leeds heard.

I bambini che vivono con il patrigno o la matrigna o un genitore soltanto sono felici come quelli che vivono con due genitori biologici, lo abbiamo ascoltato alla conferenza annuale dell’British Sociological Association.

In uno studio britannico sul benessere, i ricercatori del NatCen Social Research hanno analizzato i dati del Millennium Cohort Study riguardanti 12.877 bambini di sette anni nel 2008 e non hanno trovato rilevanti differenze a proposito della felicità.

Il fatto che vivessero con due genitori biologici, un genitore biologico e il suo/la sua partner, o in una famiglia composta da un unico genitore, non ha fatto la differenza nel modo in cui i bambini hanno valutato la loro felicità: il 64% ha dichiarato di essere felice “a volte o mai”, e il 36% ha dichiarato di essere “felice per tutto il tempo”.

Anche quando i ricercatori hanno rimosso statisticamente gli effetti di altri fattori come la classe sociale dei genitori in modo isolare gli effetti del tipo di famiglia, i risultati non hanno mostrato differenze significative.

Jenny Chanfreau, Senior Researcher di NatCen, ha dichiarato alla conferenza che, al contrario, la felicità è strettamente connessa alla qualità dei rapporti con i genitori e gli altri figli. Ad esempio, i fattori come buoni rapporti con i fratelli e non subire bullismo a scuola sono associati all’essere felici per tutto il tempo.

La sig.ra Chanfreau ha dichiarato di aver ottenuto un risultato analogo analizzando un altro insieme di dati: 2.679 bambini di età compresa tra gli 11 e i 15 anni nel Regno Unito – anche in questo caso non è stata rilevata una differenza statisticamente significativa nel livello di benessere tra i bambini appartenenti ai tre tipi di famiglia quando gli effetti della struttura familiare sono stati isolati da altri fattori.

La sig.ra Chanfreau ha detto alla conferenza: “Abbiamo scoperto che il tipo di famiglia non ha alcun effetto significativo sulla felicità dei bambini di 7 anni o dei ragazzi di età compresa fra gli 11 e i 15 anni.

E’ la qualità delle relazioni in casa che conta – non la composizione familiare. Andare d’accordo con i fratelli, divertirsi con la famiglia durante i fine settimana e avere un genitore che rimprovera raramente o non grida mai quando il bambino si comporta male, sono tutti elementi collegati ad una maggiore probabilità di essere sempre felici intorno ai sette anni.

“Anche le relazioni che si instaurano a scuola sono importanti: essere vittime di bullismo a scuola o essere “orribili” per gli altri è associato ad un livello più basso di felicità nei sette anni.”

Hanno collaborato all’analisi e alla relazione Cheryl Lloyd, Christos Byron, Caireen Roberts, Rachel Craig e Sally McManus del NatCen Research e Danielle De Feo del Dipartimento della Salute.

Riepilogo dei risultati:

I dati del Millennium Cohort Study raccolti nel 2008 riguardano 12.877 bambini di sette anni e i loro genitori.

Di quei bambini che vivono con due genitori biologici (o adottivi): il 64% ha dichiarato di essere “a volte o mai” felice e il 36% ha dichiarato di essere felice “tutto il tempo”. Le stesse percentuali sono state rilevate tra coloro che vivono con un genitore biologico e il partner e coloro che vivono con un genitore solo.

I ricercatori poi hanno controllatlo statisticamente i dati tenendo conto di altri fattori, come come la classe di appartenenza dei genitori e il livello di povertà nella zona dove era collocata l’abitazione, in modo da studiare l’influenza del tipo di famiglia isolatamente.

Dopo averlo fatto, hanno scoperto che coloro che vivono con un un genitore biologico e il partner e coloro che vivono con un genitore solo, avevano meno probabilità di rientrare nella categoria “felice per tutto il tempo”, ma la differenza era trascurabile e non statisticamente significativa.

Invece, fattori come i rapporti con gli altri, un buon rapporto con i fratelli, avere amici, divertirsi con la famiglia e non subire bullismo a scuola sono risultati sia importanti che statisticamente rilevanti.

Un quarto tipo di famiglia – i bambini che non vivono con un genitore né un genitore adottivo – era collegato alla ridotta felicità, ma in questa categoria c’erano così pochi bambini (rappresentavano solo lo 0,3% del totale) che non è stato possibile effettuare altre analisi statistiche.

I ricercatori hanno utilizzato anche i dati del’Understanding Society Study, raccolti tra il 2009 e il 2011 esaminando 2.679 ragazzi tra gli 11 e i 15 anni. Dopo aver rimosso altri fattori per isolare l’effetto del tipo di famiglia, i ricercatori hanno scoperto che coloro che vivono con un genitore biologico e il suo partner risultavano leggermente più spesso fra i più felici rispetto quelli che vivevano con due genitori biologici (o adottivi) e che coloro che vivevano con un genitore solo avevano meno probabilità di essere felici rispetto quelli che vivono con due genitori biologici; tuttavia queste differenze sono risultate così lievi da non essere considerate statisticamente significative. Di fatto, il tipo di famiglia non ha alcun effetto sulla felicità degli 11-15enni.

 

Sullo stesso argomento:

Uomini e topi

Due pesi e due misure: i genitori single e il genere

In che modo l’enfasi sulla bigenitorialità è pericolosa per le vittime di violenza domestica

Pubblicato in affido e alienazione genitoriale, attualità, politica, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

La pressione dei pari

Nel 1955 Solomon Asch, psicologo statunitense di origine polacca, condusse un esperimento finalizzato allo studio dei fenomeni di conformità sociale.

Durante i primi anni della seconda guerra mondiale Asch aveva cominciato ad interrogarsi sugli effetti della propaganda nazista in Germania: com’era possibile che la maggioranza dei cittadini tedeschi si adeguasse in modo acritico ai principi nazional-popolari proposti dal partito?

Elaborò un’ipotesi: l’appartenenza a un gruppo porta l’individuo a modificare il proprio comportamento, i propri giudizi e, in una certa misura, le proprie percezioni per conformarsi alle aspettative del gruppo.

Il protocollo sperimentale prevedeva che 8 soggetti, di cui 7 complici all’insaputa dell’ottavo, si incontrassero in un laboratorio, per quello che veniva presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva. Venivano presentate loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza; queste andavano confrontate con un’altra linea, di lunghezza uguale ad una delle altre tre linee della prima scheda. A tutti i partecipanti veniva chiesto quale fosse la linea corrispondente nelle due schede. Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata; il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformemente alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima.

Il 75% dei soggetti si adeguò alla risposta errata del gruppo almeno una volta su 12 somministrazioni. In termini assoluti i soggetti sperimentali diedero risposte palesemente errate in un terzo dei casi (32%), mentre, senza il condizionamento del gruppo le risposte esatte salivano al 98%. Con l’introduzione di un altro soggetto sperimentale, la percentuale delle risposte errate calò al 10%. In un’altra variante fu introdotto un complice che rispondeva sempre correttamente, in questo caso la percentuale di risposte errate fu solo del 5,5%. L’ipotesi del conformarsi del singolo ad una maggioranza unanime risultava quindi verificata.

La maggior parte dei veri soggetti sperimentali dopo l’esperimento ha ammesso che sapeva benissimo di dare la risposta sbagliata (come si evince dal linguaggio non verbale dei filmati), ma non volevano sembrare ridicoli di fronte agli altri.

Molti dei partecipanti alla ricerca hanno riportato che forse, visto che tutti gli altri davano quella risposta, si trattava di persone più intelligenti o meglio informate di loro.

In psicologia sociale, per descrivere questo fenomeno, si parla di acquiescenza: un gruppo, nei confronti dell’individuo, esercita una pressione che lo porta a conformarsi;  va chiarito che “pressione” non significa che il gruppo impone esplicitamente o attivamente un certo punto di vista; la semplice constatazione delle regolarità dell’altrui comportamento fa sì che il singolo che si trova in minoranza possa decidere di adeguarsi.

Come mostra lo stesso esperimento, ci sono dei fattori che condizionano il fenomeno: la dimensione numerica del gruppo e la sua dimensione numerica in rapporto alla minoranza discorde, ad esempio, o la discrepanza tra il giudizio della maggioranza e i fatti.

Ciò che rimane comunque evidente, considerati tutti questi fattori, è la tendenza dell’individuo ad uniformarsi.

Perché “We want to be liked“.

Sotto uno dei miei ultimi post a proposito della pressione sociale che subiscono le donne in tema di bellezza si è svolta la solita, noiosissima conversazione: le persone sono libere, spontanee, fanno quello che vogliono, è solo una questione di gusti, le norme sociali non esistono, ecc.

Uno degli argomenti che salta sempre fuori, in questi casi, è la depilazione.

Parliamo allora di depilazione e pressione sociale.

Questo è un articolo recentemente condiviso dalla pagina facebook di Vanity Fair:

E questi sono alcuni dei commenti:

Come potete facilmente verificare navigando la pagina, la maggior parte dei commenti si attesta sul “che schifo”.

I peli “non si possono guardare”, “puzzano”, “sono sporchi” (e quindi chi non si depila è uno sciatto zozzone), e chi non si depila di sicuro non lo fa semplicemente perché  non ha voglia di depilarsi, ma per qualche squallido secondo fine: per farsi notare e quindi diventare celebre senza avere alcun altro merito che non siano i suoi peli o per sbandierare agli altri che il suo status gli concede il privilegio di fregarsene delle norme sociali che tutte le altre persone devono seguire: “noi soffriamo e guarda la figlia di madonna“, commenta una ragazza. I commentatori non si sono limitati ad un giudizio di tipo estetico (le ascelle pelose fanno schifo), quindi, ma hanno aggiunto anche valutazioni di tipo morale (chi non si depila sotto sotto è una brutta persona).

Alla luce di questi commenti è interessante notare il fatto che, dopo questa discussione, a qualcuna sia venuta la voglia di cospargersi di ceretta, sebbene il clima di questi giorni non sia il più adatto a mostrare le ascelle e sebbene nessuno abbia formalmente invitato le donne a depilarsi o decretato che la depilazione è “obbligatoria”.

Vorrei aggiungere che depilarsi non è una questione igienica, o almeno non lo è oggi allo stesso modo in cui poteva esserlo per gli antichi egizi (i quali si rasavano anche la testa), visto che più o meno tutti viviamo in condizioni che rendono difficile il trovarsi sotto le ascelle o in altre zone ospiti indesiderati.

Tra l’altro, sebbene i pidocchi che infestano il cuoio capelluto siano oggi molto più diffusi di quelli che preferiscono altri peli (e i genitori che mi leggono potranno confermarvelo), non ho mai sentito nessuno dire “rasiamoci la testa a zero, è una questione igienica”.

Per tornare al tema di questo post, la norma sociale è quell’insieme di idee e riferimenti ampiamente condivisi a proposito di ciò che le persone dovrebbero pensare o a come le persone dovrebbero comportarsi.

Se la maggioranza delle persone ritiene che “è meglio depilarsi” (perché così siamo più puliti e non sgradevoli all’olfatto, e perché evitiamo di fare schifo alla maggioranza della gente che ci guarda), la depilazione può definirsi una norma sociale.

Ci dice la psicologia sociale che tendiamo a conformarci maggiormente ad una norma proprio quando non la percepiamo come tale.

Quando le nostre credenze (la depilazione è una questione di igiene) ed i valori sociali (chi non si depila fa schifo) si traducono in comportamenti “spontanei” caratterizzati da una bassa disposizione ad interrogarsi sulla ragione per cui ci si comporta in quel modo piuttosto che in un altro, in altri termini: quando ci comportiamo “come noi vogliamo”, il più delle volte stiamo assecondando orientamenti all’azione conformistici.

Una delle utilità della tendenza alla conformità, infatti, è quella di alleggerirci dal compito di interrogarci sulle necessità e le motivazioni del nostro comportamento, assicurandoci un punto di vista condiviso da “tutti” e dunque non discutibile.

 

Ecco perché una ragazza che comincia a porsi delle domande sui suoi peli o su qualsiasi altra dolorosa consuetudine che di solito la gente liquida con frasi del tipo “le cose vanno così” o “le cose sono sempre andate così” o “è naturale che le cose vadano così” o ancora “non so di cosa stai parlando, la gente è libera di fare quello che vuole“, è generalmente considerata “pesante”.

Pubblicato in in the spider's web, riflessioni, scienza, società | Contrassegnato , , , | 181 commenti

Delitto d’onore

“Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni.
Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona, che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella. Se il colpevole cagiona, nelle stesse circostanze, alle dette persone, una lesione personale, le pene stabilite negli articoli 582 e 583 sono ridotte a un terzo; se dalla lesione personale deriva la morte, la pena è della reclusione da due a cinque anni.
Non è punibile chi, nelle stesse circostanze, commette contro le dette persone il fatto preveduto dall’articolo 581”.

Questo l’articolo soppresso il 5 agosto 1981 grazie al n. 442, che ha abrogato la rilevanza penale della “causa d’onore”.

Un articolo pubblicato ieri da il Mattino, articolo corredato da una foto che ritrae in primo piano la vittima e l’assassino (lei ha il capo teneramente abbandonato sulla spalla di lui):

Le ultime due righe dell’articolo ci ricordano brevemente che l’assassino aveva i “precedenti per rapina e lesioni personali”.

Il presunto rapporto tra le due donne è emerso esclusivamente dal racconto di Marfisi, ma comunque, sebbene nessun cittadino di Ortona abbia confermato il presunto clima di dileggio che tormentava l’assassino, si è ritenuto opportuno dedicare a questa versione della storia gran parte dell’articolo.

Come era prevedibile, sulla pagina facebook del giornale troviamo questi commenti:

La norma non esiste più da oltre trent’anni, ma nella mente di chi scrive come di chi ci invita ad entrare in empatia con chi si è armato di due coltelli con le lame di 15 e 19 centimetri, ha massacrato Letizia Primiterra con non meno di 15 fendenti, poi ha infierito con 18 colpi sull’amica Laura Pezzella, quindi “davanti al marito della Pezzella e alla suocera di lei, «abbassato il finestrino dell’auto, faceva loro il segno di aver tagliato la gola alla Pezzella»”, l’attenuante c’è ancora.

Perché non basta eliminare una norma per cancellare secoli e secoli di storia.

La domanda che dobbiamo porci è: una narrazione del genere, che stimola l’emotività del lettore richiamando alla memoria l’offesa all’onor suo o della famiglia e sposta il disvalore sociale della condotta dalla violenza perpetrata sulla vittima a quelle azioni della vittima che hanno “dato scandalo”, macchiando la reputazione dell’assassino (“lo deridevano?” sottolinea il secondo commentatore – non sappiamo se perché sinceramente sconvolto o per ironizzare sul tono dell’articolo), contribuisce a perpetuare quella cultura patriarcale della quale il fenomeno della violenza contro le donne si nutre?

Se è vero che la responsabilità di una condotta criminosa è di chi la compie e di nessun altro, non dovremmo però tutti sentirci responsabili di quell’immaginario collettivo che legittima tali condotte e combatterlo, invece di supportarlo?

Pubblicato in attualità, giustizia, riflessioni, società | Contrassegnato , , | 14 commenti

Chiusura

Ci risentiamo dopo la Pasqua, più o meno.

Pubblicato in presentazione | Lascia un commento

Dovrei essere bella

Ci sono troppe donne interessanti che ho perso l’occasione di incontrare nella mia vita perché… mi è stato fatto il lavaggio del cervello. Non è mai stata una commedia, per me.

(Dustin Hoffman, a proposito della sua esperienza nel ruolo di Dorothy Michaels, una donna non abbastanza bella)

 

Una mia lettrice mi ha segnalato stasera i commenti che sono seguiti ad un’immagine pubblicata dalla pagina Le foto che hanno segnato un’epoca, l’immagine di una giovane Angela Merkel insieme al suo primo marito.

C’è chi si stupisce che abbia avuto più di un partner (perché non ne meritava neanche uno), chi ci ricorda che è una “culona inchiavabile”, chi le dà della “puttana”, chi la accusa di essere troppo mascolina (“Potete anche indicare chi dei due è la merkel“), chi, volendo dire qualcosa di carino, ci ricorda che oggi è una cicciona (“non era affatto male da giovane la Merkel…42 anni (e 30 kg) fa…”), chi le dà del “rospo”, chi della “supposta spuntata” e chi invece annuncia che “due bottarelle” gliele avrebbe date…

Insomma, i soliti commenti che seguono sempre le immagini di donne affermate.

Qualche commentatrice si dichiara stufa di questo atteggiamento.

Subito viene rimproverata di mancanza di senso dell’umorismo.

E poi rimbeccata: “Ah le donne non giudicano gli uomini dall aspetto fisico adesso? Ma taci va che fai piu bella figura.”

Di sicuro le donne giudicano l’aspetto fisico degli uomini.

E questo agli uomini non piace affatto, e protestano animatamente.

Non ci credete? Provate a leggere i commenti a questo link.

“ma paghereste anche me, per scrivere di codeste idiozie?” scrive qualcuno,Mi devo giustamente preoccupare di sembrare comunque figo?inveisce indignato un altro uomo, perché  l’articolo di Bettina Zagnoli solo ricorda alle lettrici le “doti” di Michael Fassbender con una fotografia dello stesso (ne metto una anche io, per crearvi la medesima ansia – mi sto rivolgendo a quei quattro lettori maschi eterossesuali che vanto)

ma si permette pure di suggerire agli uomini che il loro aspetto potrebbe essere molto importante per le loro partner.

Ha ragione, quel commentatore, perché è stressante preoccuparsi di “sembrare fighi”, ci distrae da quello che stiamo facendo, ci toglie energie ma soprattutto ci toglie la gioia di godere di momenti che sarebbero molto più eccitanti se non fossero funestati dal timore del giudizio altrui su qualcosa di così poco rilevante come l’essere “belli”.

Di sicuro le donne giudicano l’aspetto fisico degli uomini, dicevamo, ma è vero che le donne giudicano gli uomini in base all’aspetto fisico? Perché è una domanda diversa.

Ci sarà un motivo se, come ci racconta Dustin Hoffman nella toccante intervista che vi ho postato qui sopra, nessun uomo è abituato a considerare il suo aspetto fisico come l’unità di misura del proprio valore.

Quando Hoffman si vede truccato da donna, reagisce con grande sgomento, perché scopre di non essere attraente e dice ai truccatori: “Mi avete fatto sembrare una donna, ora dovete rendermi una bella donna. Dovevo essere bella. Se dovevo essere una donna, dovevo essere il più bella possibile.

E’ in quel momento, racconta Hoffman, che ha avuto un’epifania, una rivelazione. Tornato a casa, è scoppiato a piangere, e ha annunciato a sua moglie che doveva fare quel film. “Perché?” gli ha chiesto lei. “Perché credo di essere una donna interessante (…) ma se ad una festa avessi incontrato una donna come me non mi sarei mai rivolto la parola, perché non corrispondo a quegli standard che ci hanno fatto credere che una donna debba soddisfare.

Di sicuro dobbiamo al metodo Strasberg una così intensa rivelazione, ma sono convinta che le donne che ritengono che la bellezza – intesa come “quegli standard che ci hanno fatto credere che una donna debba soddisfare” – abbia il medesimo valore sociale per una donna e per un uomo, possano arrivare a rendersi conto che stanno mentendo a loro stesse senza frequentare un’accademia di arte drammatica e magari giudicare con meno severità quelle “nazi-femministe frustrate” che richiedono ai moderatori di una pagina facebook di non consentire simili sfoghi sotto l’immagine di una donna, al fine di contribuire attivamente ad una società nella quale nessuna donna debba più dirsi, guardandosi allo specchio: “Dovrei essere bella, più bella per meritare un posto in questo mondo.”

 

Per approfondire:

Guardare o essere guardate: la bellezza delle donne

La bellezza delle donne

Pubblicato in attualità, riflessioni, società | Contrassegnato , , , , | 157 commenti