A nome di tutti gli uomini

“A nome di tutti gli uomini ti chiedo scusa. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne, non c’è speranza. Scusateci tutte, è colpa nostra, è colpa degli uomini, non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare questo problema, a dover sempre rispettarvi, a dover sradicare quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vestite, a non poter tornare a casa da sole la sera. E’ un problema che parte dagli uomini e solo noi uomini possiamo porvi rimedio”.

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Per vedere l’intera striscia, qui

Qualche giorno fa ho condiviso le parole che il presidenten Grasso ha pronunciato dopo l’efferato omicidio di Nicolina Pacini, uccisa dall’ex compagno della madre con un colpo di pistola al volto.

Secondo alcuni, Pietro Grasso non avrebbe dovuto parlare a nome di tutti gli uomini, soprattutto perché molti di loro ritengono di non avere proprio nulla di cui scusarsi, visto che non hanno mai fatto del male ad una mosca; se Grasso ha ragione a chiedere scusa, allora hanno ragione anche quelli che dagli extracomunitari, solo perché extracomunitari, di scusarsi per i crimini commessi da alcuni di loro, come se ci fosse qualcosa, nel loro non essere italiani, che li rendesse intrinsecamente pericolosi.

Secondo altri, l’affermazione di Grasso “siamo noi uomini a dover evitare questo problema” (il problema è la violenza contro le donne) è paternalista, ovvero rimanda al un modello sulla base del quale l’uomo deve intervenire in soccorso delle donne in virtù della sua intrinseca superiorità e quindi dell’incapacità delle donne a risolversi i problemi da sole.

Per altri ancora la violenza non ha nulla a che fare col genere: anche le donne sono violente, e parlare di violenza contro le donne ci impedirebbe di affrontare il vero problema, ovvero la violenza.

Poi c’è l’ultima categoria di indignati: quelli che sono disposti ad ammettere l’esistenza di fenomeni come la discriminazione di genere, la sistematica violenza sulle donne e la colpevolizzazione delle vittime di sesso femminile, ma ciononostante trovano deprecabile l’essere investiti di una qualsivoglia “colpa” solo a causa del loro sesso. Mi scrive su facebook un lettore:

Quello che è un po’ più difficile da comprendere è per quale ragione il semplice nascer maschi (biologia) ponga di per sè nella categoria della “colpa” (morale) per l’esistenza e la perpetuazione di un “diffuso sentire” (cultura) più di qualsiasi donna (biologia), al punto da rendere sensato un chiedere scusa a nome di tutti gli uomini a “tutte”, magari anche a quelle che, nel loro vissuto alimentano sistematicamente in famiglia quel “comune sentire” e praticano la colpevolizzazione della vittima.
Partendo dall’omicidio di Nicolina Pacini, tanto per essere pertinente, Grasso sta parlando di “quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vestite, a non poter tornare a casa da sole la sera”, ovvero quel “diffuso sentire” (cultura) che se mai fosse stato espresso anche da donne, comunque, gli uomini ne sarebbero più colpevoli, fossero pure i loro figli e nipoti: “Scusateci tutte, è colpa nostra, è colpa degli uomini, non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare questo problema” dato che “E’ un problema (culturale) che parte dagli uomini (biologia) e solo noi uomini possiamo porvi rimedio”. Mi pare chiarissimo.
Quello che è più difficile capire, posto che rifiutare un “diffuso sentire” (cultura) in una società riguardi e impegni tutti a partire dal proprio vissuto, è quale efficacia possa avere il discorso di Grasso ai fini di sensibilizzare non dico tutti (le donne “sanno già” e non alimentano il “diffuso sentire” giusto?), ma anche solo gli uomini nel contrastare quel “diffuso sentire” nelle proprie scelte e atteggiamenti quotidiani.

In altri termini: se è vero che viviamo immersi in una cultura maschilista e misogina, un discorso del genere è più dannoso che altro, intanto perché generalizza e quindi offende quegli uomini che con il maschilismo hanno poco o niente a che fare (come se esistessero persone, a questo mondo, immuni al clima culturale nel quale siamo tutti immersi), poi dimentica di raccontare che esistono anche donne maschiliste e misogine, le quali contribuiscono attivamente al perpetuarsi del patriarcato. Parlare di uomini e donne quando si parla di responsabilità, riporterebbe alla biologia quello che invece pertiene alla cultura.

Perché chiedere scusa se non ho fatto niente? Ad uccidere Nicolina Pacini è stato un uomo, uno soltanto, e non si possono accusare gli uomini solo per il fatto di possedere un pene.

Tempo fa, in un articolo che distingueva tra colpa e responsabilità, Lorenzo Gasparrini cercava di spiegare cosa intende che chiama in causa “gli uomini” intesi come “popolazione di sesso maschile”:

“La colpa è di chi ammazza, di chi stupra. Per la stragrande maggioranza dei casi, uomini eterosessuali. E anche di questo numero preponderante ci si deve assumere la responsabilità, in quanto uomini eterosessuali, affinché diminuisca – non dei reati, non degli atti. La responsabilità del fatto che siano commessi principalmente da “comuni” uomini eterosessuali, né criminali incalliti né pazzi; la responsabilità di non poter accettare l’immagine di una società composta da “normali” uomini eterosessuali che girano come killer silenziosi pronti a uccidere o stuprare.
E la stessa responsabilità vale anche per quegli atti che certo non sono reati, ma che solo chi non li subisce considera inezie: molestie, insulti e battute sessiste, soprusi e abusi di potere suoi luoghi di lavoro, giudizi sprezzanti, tutti comportamenti dettati da pregiudizi sessisti, tutti comportamenti che contraddistinguono quell’iceberg di merda chiamato sessismo e di cui i femminicidi non sono che una piccola parte molto visibile.”

Non è dell’atto criminoso in sé, del singolo episodio, che la popolazione maschile è chiamata ad assumersi la responsabilità, ma del fatto che questo tipo di atti criminosi è compiuto prevalentemente da uomini.

Solo una presa di coscienza collettiva può contribuire al cambiamento culturale necessario.

A dispetto di chi continua a negarlo, la preponderanza di perpetratori di sesso maschile è un fatto inconfutabile.

Come pure è un fatto (e non un’opinione) che tale preponderanza non si possa spiegare per mezzo della biologia.

Non solo: la stragrande maggioranza di atti violenti – anche quelli compiuti ai danni di altri uomini – è compiuta da uomini.

fonte

Eppure c’è una gran quantità di irriducibili che continua imperterrita a sostenere che non è vero, che la violenza “non ha genere”, che le donne sono violente tanto quanto gli uomini, e per dimostrarlo ci propongono periodicamente pseudo-argomenti a supporto di questa tesi:

Oltre 5 milioni, 4 milioni, 3,8 milioni, quando si tratta di dare i numeri i giornali non esitano a spararle grosse.

Se noi non riusciamo a vederli, questi milioni e milioni di uomini abusati, è solo perché la violenza che subiscono è “invisibile”, un po’ come gli alieni: nessuno può dimostrare che siano mai atterrati sulla terra, non ci sono tracce inequivocabili della loro presenza, eppure c’è una marea di gente pronta a giurare che sono qui, in mezzo a noi.

Tempo fa ho pubblicato un intervista a Jason Katz sull’argomento, nella quale viene affrontato un argomento tristemente attuale: gli omicidi di massa.

Ci dice Katz:

La conversazione che si svolge nei media sulle cause delle sparatorie nelle scuole e degli omicidi di massa tende a concentrarsi su due questioni principali: la disponibilità delle armi e la malattia mentale. Ciò che viene lasciato fuori è il fattore più importante: il sesso degli autori. E ‘come se nessuno volesse parlare di un gorilla di 800 chili nella stanza – il fatto sorprendente che il 99 % delle sparatorie nelle scuole, e almeno 67 delle ultime 68 aggressioni di massa a mano armata, sono state commesse da uomini e ragazzi. Invece c’è questo infinito discorso asessuato intorno a psicopatici, tiratori, killer, sospetti, responsabili e ragazzi problematici. Il risultato è che non ci poniamo mai la domanda fondamentale: come è possibile che quasi sempre sono gli uomini e i ragazzi gli autori più comuni di questo tipo di violenza.

(Qui alcuni dati: su 134 autori di stragi negli USA, solo 3 fra i perpetratori erano donne, pari al 2,3% del totale.)

Cosa accadrebbe, si chiede Katz, se se fossero ragazze o donne le principali colpevoli di queste sparatorie?

Risponde:

E ‘ ovvio che ci tutti parlerebbero di cosa sta succedendo alle ragazze, in quanto persone di sesso femminile. Ma quando si tratta di ragazzi, il riferimento al genere rimane nascosto e si parla di tutti questi altri aspetti che sono ugualmente importanti – ma a mio avviso secondari. E il risultato è che non esaminiamo gli stereotipi culturali, la narrazione della virilità e il ruolo che hanno in queste stragi efferate e in altre manifestazioni di violenza.

La narrazione della virilità: ecco, anche di questo abbiamo parlato, più volte, citando  quelle donne che contribuiscono attivamente a quel processo sociale che finisce col generare un uomo violento, raccontandosi e raccontandoci che i maschi sono diversi, per loro è “naturale” sparare, picchiare, fare la guerra, farsi e fare del male.

Se ci avete fatto caso, ho citato tre articoli non miei in questo post, e in tutti e tre scritti sono uomini a parlare: Lorenzo Gasparrini, Jason Katz e Lundy Bancroft (è l’ultimo link, quello che rimanda alla traduzione di un passo da “Why does he do that? Inside the Minds of Angry and Controlling Men”).

Nel mio post più recente vi ho suggerito un TED-talk che denunciava proprio la preponderanza di voci maschili, qualcunque sia l’argomento; ci dice, al quattordicesimo minuto circa, Soraya Chemaly: “we have all of these venerable men and for a thousand or more years, they’ve been making philosophical decisions, for all of us, cultural decisions and religious decisions…“, sottolineando con una moltitudine di immagini che il mondo in cui viviamo è un mondo in cui gli uomini – intesi come esseri umani di sesso maschile – si sono da sempre riservati il diritto di parlare per tutta l’umanità, producendo di fatto una società radicalmente ingiusta.

Proprio ieri mattina una mia cara amica mi ha telefonato dopo aver ascoltato alla radio “Pagina 3“, un programma condotto da Edoardo Camurri. La domanda che veniva posta agli ascoltatori era “A quale cervello vorresti essere connesso?” Fra tutte le risposte, ha notato la mia amica, non ce n’è stata una che nominasse una donna. “I cervelli ce li hanno solo i maschi, noi non ce l’abbiamo il cervello, dobbiamo rassegnarci” ha concluso (perché, come dice Chemaly, non si può essere femminista e al contempo priva di senso dell’umorismo, è una regola).

Che ci piaccia o meno, in questo mondo una voce maschile gode automaticamente di maggiore credibilità e visibilità soltanto perché è una voce maschile, e non perché dica cose più interessanti o più intelligenti di una voce femminile.

Alla luce di questo altro fatto – che è incontestabile (anche se viene costantemente contestato) – posso comprendere che qualcuna percepisca dichiarazioni come quella di Grasso (o il lavoro di uomini come quelli che io ho citato) come atteggiamenti “paternalistici”, ovvero come espressioni di una autorità che dall’alto della sua autorevolezza pretende di dare la risposta definitiva, incurante del fatto che anche le donne hanno un cervello (sebbene sia difficile notarlo) e sono perfettamente in grado di elaborare risposte in piena autonomia.

Ma non credo sia così.

Siamo abituate a pensare che la violenza sulle donne sia una questione che riguarda le donne, un problema del quale le donne devono farsi carico allo scopo di liberarsene per sempre. Ma come liberarsi della violenza degli uomini se gli uomini non smettono di essere violenti?

Come liberarsi della violenza degli uomini senza liberarci degli uomini?

Non siamo noi donne ad agire con violenza. Non sono le donne o le ragazze che affollano le statistiche di ogni genere di reato. Non sono le donne “a scegliere male”, e lo sapete benissimo, visto che non mancate mai di ricordarci che bravi ragazzi, che bravi padri di famiglia fossero quelli che massacrano mogli, figli, fidanzate e compagne.

Il vero problema ce l’hanno gli uomini, e non è un problema “con le donne”, è un problema che hanno con loro stessi, un problema che riguarda la loro percezione di se stessi in quanto maschi.

Un problema del quale sono loro che devono farsi carico.

Che sia un problema piuttosto serio, lo dimostra il fatto che, messi di fronte ad un giocattolo a forma di donna con il quale si presumeva avrebbero desiderato fare del sesso, gli uomini non hanno trovato niente di meglio da farci che provare a farlo a pezzi: “l’hanno trattata come dei barbari“, si è lamentato il suo creatore, sostenendo poi che il nocciolo della questione risiede nel fatto che “la gente non capisce la tecnologia“.

Non è la tecnologia, il nocciolo della questione.

Il nocciolo della questione è che quelli che hanno ditrutto il robot sono uomini, sono barbari in quanto uomini, ma soprattutto che nessuno è disposto ad ammetterlo.

Il punto non è che “solo gli uomini” debbono impegnarsi “nel contrastare quel diffuso sentire nelle proprie scelte e atteggiamenti quotidiani”, il punto è che gli uomini, la maggior parte degli uomini, non si vuole impegnare affatto.

Nulla potrà veramente cambiare finché gli uomini non rinunceranno a spostare l’attenzione da ogni discorso che riguarda il loro modo di concepirsi in quanto maschi e il ruolo che questo aspetto della questione ha nel renderli i protagonisti assoluti della violenza agita in questo mondo.

Se la vostra reazione di fronte ad un discorso che chiede anche a voi (dopo secoli e secoli di storia dell’umanità nella quale ci avete raccontato che era solo un nostro problema) di assumervi la responsabilità  è “la responsabilità è diffusa, riguarda tutti, anche le donne, non solo gli uomini“, la sensazione che provo io è di trovarmi di fronte all’ennesimo tentativo di spostare l’attenzione, di allontanare da sé un problema che non si vuole affrontare, di tirarsene fuori.

Ma potrei sbagliarmi. In fondo sono solo una donna.

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Credibility Gap: in che modo il sessismo influenza la conoscenza

Ringrazio il blog Komorebi per la citazione pubblicata sabato 24 settembre:

“Chi è questa gente?” chiedo.

“Il club è solo per gli ufficiali di tutti i settori e per gli alti funzinari. Anche per le delegazioni commerciali, naturalmente. Il commercio ne è favorito, qui si incontra moltissima gente. Non si può, in pratica, avere rapporti di affari senza il club. Cerchiamo di offrire lo stesso livello di scambio che si ottiene altrove. Si discute, si ascolta, si hanno informazioni. Spesso un uomo dice a una donna quello che a un altro uomo non direbbe mai”.

“Ma io volevo sapere chi sono le donne”.

Margaret Atwood
“Il racconto dell’ancella”

 

 

In questo Ted Talk, Soraya Chemaly, attivista e scrittrice, a partire da un’osservazione sugli spazi pubblici e il modo in cui sono organizzati, affronta un tema scottante: la prospettiva di genere.

Che cosa intende un’attivista femminista quando afferma “this is a men’s world?”

Perché, se siamo tutti esseri umani, e l’obiettivo del femminismo è proprio il riconoscimento della donna come essere umano (nulla di più),

è importante provare a guardare il mondo e a raccontarlo assumendo un punto di vista consapevole dell’asimmetria che caratterizza i rapporti di genere?

Chemaly si serve dell’espressione “male centeredness of life” per descrivere come la società ha assunto l’aspetto attuale assumendo a modello dell’essere umano un individuo di sesso maschile: tutto ciò che non corrisponde a quel modello è altro, quindi non è umano, e vive in questa società in un perenne stato di disagio, del quale è difficile rendersi conto, perché “we don’t pay attention to this. It’s part of the air we breathe.

Mi spiace non avere tempo di trascrivere e tradurre l’intero discorso, ma spero che i sottotitoli vi aiutino a seguire.

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Mi connetto solo ora dopo ore e comunque mi scuso

Visto che il mio post, che era un post molto personale (e riguardava me, raccontava un evento molto personale a partire da un’immagine che aveva sollecitato le mia personale memoria emotiva) ha offeso delle persone, mi scuso.

Visto che i diretti interessati ne richiedono la rimozione, lo cancello, senza neanche andare a leggere il perché o il percome, nella consapevolezza di aver scritto di getto sulla base di un’immagine comparsa in bacheca.

Al momento non ho idea di cosa sia avvenuto online, perché non ero online da ore e non mi sono connessa che pochi secondi fa.

In ogni caso, prima di rendermi conto di cosa possa aver combinato, come richiesto rimuovo.

Sono molti gli spunti di riflessione che mi arrivano dai commenti che mi arrivano dai vostri commenti.

Il primo è questo:

Forse è una questione di “stile”, forse una questione di esperienze personali.

Io mi sarei offesa.

E credo che il mio post abbia risuonato in tutte quelle persone che soffrono per il mio stesso motivo, che merita maggiore attenzione.

Ma probabilmente non sono la persona più indicata per parlarne, ora.

E magari mai più.

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Il miti sullo stupro e il senatore D’Anna

Mito: lo stupro è sesso.

Se l’attrazione sessuale può avere un ruolo nello stupro, l’esercizio di potere e controllo, la rabbia ne sono le principali motivazioni. La maggior parte dei rapitori ha accesso ad un partner sessuale. La gratificazione proviene dal potere e dal controllo, dallo scaricare la rabbia, che non hanno nulla a che vedere con il sesso.

Si, la maggioranza degli uomini prova desiderio sessuale e molti lo provano nei confronti delle donne; anche la maggior parte delle donne prova desiderio sessuale, e molte lo provano nei confrotni degli uomini; non c’è nulla nel desiderio sessuale che trasformi le persone in “cacciatori” e “prede”.

Mito: le donne sono corresponsabili dello stupro che subiscono.

La maggior parte degli stupri, ci dicono gli studi sull’argomento, sono pianificati, e non il frutto della natura incontrollabile del desiderio maschile suscitato dalle donne, anche perché vengono stuprate non solo donne di ogni età e aspetto, ma anche uomini e bambini. Gli stupri degli uomini non avvengono necessariamente ad opera di uomini omosessuali: non si tratta di sesso, ma di potere e controllo.

Le donne dovrebbero essere “più accorte”, afferma il senatore, “devono usare più precauzioni”.

Nonostante una donna abbia il diritto di non essere struprata, dovrebbe “dare quattro mandate alla porta”. Cosa intende? Intende che le donne, in quanto donne, “non possono fare tutto”.

Ciò che intende è che le donne non possono fare tutto quello che fanno gli uomini.

Questo, ci dice il senatore.

E’ un mondo violento, pieno di uomini resi violenti dal loro desiderio e non ci sono abbastanza carabinieri per difendere le donne. Soprattutto perché alcuni di loro potrebbero cedere al medesimo desiderio, che è un istinto primordiale di tutti.

Uomini, siete tutti potenziali stupratori.

Mito: vengono stuprate solo le donne molto attraenti.

L’unico aspetto che hanno in comune le vittime di stupro è che lo stupratore le ha percepite come vulnerabili nel momento in cui ha deciso di perpetrare lo stupro.

La donna esiste in quanto donna se è bella, desiderabile e appetibile. Forse le donne con un naso più corto di quello di Cleopatra non sono neanche donne…

Mito: gli stupratori sono sconosciuti alle vittime

La maggior parte delle donne viene stuprata da persone che conoscono: familiari, amici, colleghi… E’ piùttosto inutile chiudere la nostra casa con quattro mandate alla porta se il rapinatore è in possesso delle chiavi per entrare.

Il senatore non ha voluto offendere nessuno parlando di cingalesi, e chi si offende o è femminista o è omosessuale oppure è un ambientalista.

 

Questo è un posto interattivo.

Qui potete trovare un elenco di miti sullo stupro.

Qui le dichiarazioni del Senatore Vincenzo D’Anna.

Buon divertimento.

 

p.s. Ho condiviso quest’immagine su facebook, un paio di giorni fa:

Qualcuno mi ha risposto che non è vero che se non tutti gli uomini sono degli stupratori, tutti gli uomini traggono vantaggio dal fatto che le donne vivano sotto la costante minaccia dello stupro e della morte per mano di un uomo.

Ma il senatore D’anna ci ha spiegato che “le donne non possono fare tutto”, non tutto  quello che gli uomini possono fare (in quanto potenziali stupratori). E se questo non è un vantaggio per gli uomini, per tutti gli uomini, non so cosa altro lo sia.

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Possiamo fare meglio

In un articolo del 12 settembre del Guardian, la scrittrice Tauriq Moosa affronta un’argomento che abbiamo trattato diverse volte qui: la responsabilità del media nei confronti del cosiddetto “male entitlement”.

Per giungere alla conclusione che la cultura nella quale siamo immersi ci insegna a considerare le donne come proprietà e i limiti che pongono ad una relazione sentimantale come ostacoli da superare, parte da una notizia: un uomo si è messo a suonare il pianoforte in pubblico, dichiarando alla stampa che non avrebbe smesso finché “il suo amore non fosse tornato da lui”.

Il Bristol Post lo definisce “un uomo dal cuore spezzato” e la sua decisione di spettacolarizzare la fine della sua relazione, coinvolgendo il pubblico, è descritta come un gesto romantico.

Questo è vergognoso, afferma Tauriq Moosa.

Il rifiuto è doloroso, ma quel dolore non dà a nessuno il diritto di ignorare i confini posti da un altro individuo – quale è il rifiuto: una linea che ci esclude. Le persone sono autorizzate a definire i confini che desiderano quando si tratta di stabilire con chi desiderano trascorrere del tempo o avere un appuntamento. Da adulti dovremmo imparare ad accettarlo e andare avanti. Ma agli uomini è stato a lungo insegnato a ignorare i confini, come dimostra ogni sguardo alle statistiche sulle molestie in strada.

La gente, nel corso della crescita, apprende in molti modi, e non sono solo i genitori, ma la società e la cultura pop che ci insegnano ciò che è accettabile. E queste cose ci insegnano che un tale comportamento non è solo ben accolto, ma parte integrante di normali relazioni.

Rendere pubblica per mezzo dei media una relazione – o la fine di una relazione – senza il consenso di una delle parti non è “un gesto romantico”, bensì un tentativo di forzare i confini posti dalla persona che ha detto basta per mezzo della pressione esercitata dalla collettività.

Uno studio recente condotto dall’Università del Michigan suggerisce che

le donne che guardano film che mostrano comportamenti maschili aggressivi e insistenti – stalking, in altre parole – sono più disponibili ad accettare simili comportamenti nella vita reale. In altri termini, per motivi di tensione drammatica, il cinema finisce col normalizzare l’abuso, trasformandolo in romanticismo. I fruitori lo considerano una grande storia d’amore, ma è anche la storia di un uomo che manipola una donna deprivandola della possibilità di agire liberamente.

Leggiamo in un altro articolo:

I miti sullo stalking sono credenze del tutto o parazialmente false che riducono al minimo la serietà del fenomeno, e comportano che più una persona li condivide, più tende a prendere lo stalking meno seriamente.

“[Questo genere di film] incoraggia le donne a non tenere conto del loro istinto. E questo è un problema, perché la ricerca mostra come proprio quell’istinto potrebbe aiutarle a tenere in maggior conto la loro sicurezza personale .

“L’amore vince sempre” è uno dei miti veicolati da questo di prodotti, ma se l’amore è una gran cosa – ci dice chi ha condotto la ricerca – anche il rispetto lo è.

In questi giorni un noto personaggio televisivo si è premurato di informarci che uno dei recenti femminicidi che impegna i media in questo momento, altro non è che un suicidio per amore.

Secondo l’analisi di questo signore, lei, la giovanissima vittima, non era in grado di resistere alla potenza passione: non c’è nessun colpevole, c’è solo l’ineluttabilità del romanticismo assoluto.

Lei, accettando di morire per mano del suo tragico amante, si è immolata sull’altare del sentimento, che non può che sconfiggere la ragione.

Possiamo fare meglio di così, ci dice Tauriq Moosa.

Dobbiamo smettere di comportarci da “poisoned Cupid“, da cupidi che scagliano frecce avvelenate allo scopo di convincere le donne che l’abuso è romantico, che la violenza non solo è legittima quando c’è la passione, ma è esaltante per coloro che ne sono spettatori, che per far “vincere l’amore” occorre il sacrificio della propria libertà, della propria vita.

Non c’è niente di “ineluttabile” in ciò che accade quando un uomo usa violenza contro la donna che dice di amare, e se una donna non trova la forza di sottrarsi in tempo a quella violenza è perché è stata educata a confondere la coercizione con il corteggiamento, l’abuso con il grande amore, la mancanza di rispetto con l’ardere della passione.

L’uomo che usa mezzi coercitivi non è un eroe tragico dal cuore spezzato e la storia di un uomo che uccide una giovane donna che lo aveva amato non è una storia romantica.

Smettiamo di raccontare queste storie, smettiamo di raccontarle così.

Non sono contro “il romanticismo”, non ce l’ho coi sentimenti. E’ vero, l’amore è una gran cosa.

Ricordo che qualche tempo fa si sentiva spesso in radio una canzone sul cuore spezzato di un giovane devastato dal rimpianto di non aver saputo apprezzare ciò che stava vivendo mentre lo viveva:

Il mio orgoglio, il mio ego, i miei bisogni e i miei modi da egoista
Hanno fatto sì che una donna forte come te uscisse dalla mia vita
Ora non riuscirò mai e poi mai a sistemare il casino che ho fatto
E mi tormenta ogni volta che chiudo gli occhi

Una canzone che si concludeva così:

voglio soltanto che tu sappia che
spero che lui ti compri dei fiori, spero che lui ti tenga la mano
Ti dedichi tutto il suo tempo quando ne ha la possibilità
Ti porti ad ogni festa perchè mi ricordo quanto amavi ballare
Faccia tutte quelle cose che avrei dovuto fare io quando ero il tuo uomo
Faccia tutte quelle cose che avrei dovuto fare io quando ero il tuo uomo.

E’ romantico, nel senso che trabocca di sentimento a livelli in grado di causare il diabete, ma al contempo racconta la storia di una persona rispettosa del desiderio della donna che ama di trascorrere altrove la sua vita.

Possiamo fare meglio e raccontare la storia di Noemi Durimi in modo che non passi il messaggio che la sua morte era “ineluttabile”, ovvero un qualcosa contro cui non si può lottare, perché il destino di ogni giovane donna innamorata è soffrire, sentirsi in trappola e magari morire per amore.

Possiamo trovare un altro modo di essere “romantici” e smetterla di raccontarci che la violenza può anche avere un lieto fine.

Possiamo lottare.

Possiamo e lo dobbiamo fare.

 

 

Sullo stesso argomento:

Romantic Comedies: When Stalking Has a Happy Ending

Tutte le sfumature della violenza

La fabbricazione dell’uomo abusante

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Il “vero stupro”

Uomo: Vorrei denunciare una rapina.

Agente: Una rapina? Dove è accaduto?

Uomo: Stavo camminando tra la 21esima strada e Dundritch Street quando un uomo ha estratto una pistola e mi ha detto: “Dammi tutti i soldi”.

Agente: E lei l’ha fatto?

Uomo: Sì, ho fatto come mi chiedeva.

Agente: Quindi lei ha consegnato al rapinatore i suoi soldi volentieri, senza reagire, chiedere aiuto o provare a scappare?

Uomo: Sì, ma ero terrorizzato. Pensavo stesse per uccidermi!

Agente: Mmh sì, ma ha collaborato, in definitiva. E mi è giunta voce che lei sia anche un filantropo.

Uomo: Sì, faccio beneficenza.

Agente: Quindi lei dà via i propri soldi, è abituato a dar via il proprio denaro.

Uomo: Cosa c’entra con il fatto che sia stato derubato?

Agente: Lei stava consapevolmente attraversando Dundritch Street, nel suo abito elegante, quando tutti sanno che a lei piace dar via i propri soldi e non ha neppure reagito. Sembra quasi che lei abbia donato il proprio denaro e ora abbia dei rimorsi. Mi dica, vuole davvero rovinare la vita di quell’uomo per un suo errore?

Uomo: Ma questo è ridicolo.

Agente: Sto facendo un’analogia con lo stupro. Questo è ciò che le donne devono affrontare ogni giorno, quando tentano di trascinare i propri molestatori davanti alla giustizia.

Uomo: Fanculo il patriarcato.

Agente: Ben detto.

Navigando stamattina ho trovato un poema sullo stereotipo del “vero stupro” (real rape).

E’ veramente uno stupro se lei (la vittima) era ubriaca?  Se indossava un abitino provocante, se è una che la dà a tutti e tutti lo sanno, se lui (lo stupratore) è un bravo ragazzo e tutti lo confermano, se lei non ha gridato, non ha lottato, se nessuno ha visto o sentito niente?

Real rape takes place
In a poorly-lit lane
With a mask on the face
Of a man who’s insane
Real rape’s committed
By sick monsters with knives
And by psychos and rippers
Not by ordinary guys
Real rape victims are angels
They’re sober and chaste
They’re jumped on by strangers
They report it post haste
And they try to escape –
We’ll accept that’s real rape

I “veri stupri” avvengono in stradine poco illuminate e a commetterli sono pazzi mascherati, mostri malati armati di coltelli, psicopatici e assassini, non uomini normali e di certo non “bravi ragazzi”; le vittime di stupro sono creature angeliche, caste e morigerate, assalite da sconosciuti ai quali si ribellano con tenacia e poi denunciano immediatamente.

Lo stereotipo del “vero stupro”, quello commesso da soggetti con un passato criminale e consumati con estrema ferocia ai danni di leggiadre fanciulle che possono vantare un perfetto curriculum da “ragazza per bene”, ha una profonda influenza sul modo in cui vengono gestite le indagini nei casi di stupro.

Spesso e volentieri le indagini non vanno oltre il primo colloquio con la vittima, ci dicono gli studi in merito, proprio perché gli eventi non corrispondono al modello del “vero stupro”.

Una grande influenza su queste valutazioni viene dalla convinzione che una “vera vittima di stupro” dovrebbe sempre urlare a squarciagola e lottare con le unghie e con i denti, al fine di poter attirare qualche testimone o almeno mostrare segni evidenti, sebbene neanche questi spesso e volentieri siano sufficienti (tutti ricorderete, immagino, la difesa di Francesco Tuccia, il quale, a dispetto del fatto di aver lasciato la sua vittima svenuta in una pozza di sangue, aveva parlato di “sesso estremo” e consenziente).

Questo, il più delle volte non accade. Tempo fa avevo pubblicato un post sul tema, nel quale un esperto di neurobiologia del trauma spiegava chiaramente perché, a causa della paura, molte vittime di stupro si ritrovano del tutto incapaci di reagire e vivono stati come il congelamento, l’immobilità tonica, il collasso o la dissociazione, tutte reazioni perfettamente coerenti con un situazioni che scatenano una paura molto intensa, che non possono essere considerate prove a discarico dello stupratore.

Sempre a proposito di elementi che rendono difficili le indagini quando il reato è la violenza sessuale, merita una menzione il dato diffuso in questi giorni a mezzo stampa da numerose testate, ovvero la gran quantità di false denunce di stupro che renderebbero molto più plausibile, di fronte ad una denuncia che non corrisponde ai canoni del “vero stupro”, ritenere che la presunta vittima, dopo aver consumato un rapporto sessuale, sia stata colta da un tale senso di colpa da decidere di trascinare il malcapitato partner in tribunale.

Se la storia dell’assicurazione antistupro è una vera e propria bufala, quale sia la fonte attendibile da cui proviene il dato sulle false accuse è invece un segreto:

Lggiamo qui che le violenze sessuali denunciate nel 2015 sono state appena 57, mentre nel 2016 sarebbero 51, almeno a quanto dichiarato dalla Questura, ma attendiamo fiduciosi che confluiscano i dati che dimostrerebbero una spiccata tendenza alla calunnia delle donne che risiedono nella provincia di Firenze.

Nel frattempo, ricordo a tutti che il dato 90% circola da parecchio tempo in certi ambienti:

sebbene le percentuali possano variare a seconda del sito che le propone:

Vi ricordo anche che se un processo si conclude con una archiviazione non è sempre perché chi ha denunciato ha mentito spudoratamente allo scopo di far incarcerare un’innocente: un’archiviazione non equivale ad una falsa accusa.

Per ciò che riguarda il consumo di alcol e/o sostanze stupefacenti, citato una frequentatrice della mia pagina facebook come elemento determinante nell’analisi di una denuncia per stupro

vorrei chiarire che quando una donna denuncia una violenza sessuale, non è nella stessa posizione di una persona indagata di un reato, pertanto non ha nessun senso discutere di circostanze aggravanti o attenuanti (le quali, tra l’altro, sono elementi accidentali, quindi non rilevanti ai fini dell’esistenza del reato).

Che si parli di una presunta vittima di violenza sessuale come se si stesse parlando di una persona responsabile di un atto criminoso la dice lunga su chi è il vero indagato in un processo per stupro:

questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale.  (Tina Lagostena Bassi)

 

Aggiornamento:

Firenze, le denunce sugli stupri e la verifica delle fonti – Il direttore Molinari risponde alle richieste di delucidazione da parte dei lettori

Caro Direttore, il 9 settembre in uno dei nostri articoli sugli stupri abbiamo scritto che a Firenze “su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso”. Questa affermazione ha sollevato le proteste di alcuni lettori. Quale è la reazione del giornale?

«Cara Anna, la notizia in questione è stata pubblicata da La Stampa e da altri tre quotidiani il 9 settembre. La fonte che ce l’ha fornita l’ha più volte avvalorata, su richiesta dei lettori abbiamo svolto ulteriori verifiche senza trovarne le dovute conferme. Dunque l’abbiamo tolta dalla versione online dell’articolo in questione. Come è evidente tale processo di verifica delle fonti ha preso tempo, e di questo ci scusiamo con i lettori, ma ci ha portato a rispondere in maniera corretta alle richieste di delucidazione ricevute. Confermando il rispetto che questo giornale ha per le notizie ed i lettori».

 

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La partecipazione degli uomini

In questi giorni di feroce polemica sul “silenzio delle donne”, e soprattutto delle donne femministe

ho perso ogni stimolo a riaprire questo blog.

Più leggevo accorati appelli analoghi a quello di Mario Giordano, più perdevo la voglia di scrivere una sola parola.

A leggere questi accorati appelli “alle donne” mi è tornata in mente un’intervista di Enzo Biagi a Donatella Colasanti.

All’incirca al minuto 1:40, Donatella Colasanti dice: “Poi la cosa che mi ha scocciato molto è il fatto che per me dovevano intervenire tutti e non solo le donne.”

Ribadisce al minuto 4:30 circa: “è assurdo che nelle aule… io non lo trovavo giusto il fatto che c’erano solo donne e che se intervenivano uomini li cacciavano, perché era un caso che riguardava tutti [“quindi questi errori li hanno fatti le donne”, replica Biagi] non è che sono errori, ma non si doveva strumentalizzare solamente sul fatto… sull’uomo e sulla donna… il discorso va oltre, è chiaro che c’entra anche… che c’entra, però va oltre, non rimaneva come caso di stupro, non era solo quello, era ben oltre.”

Lo ribadisce ancora al minuto 6:30 circa: “E poi c’erano solo donne, poche, non ce n’erano molte, perché erano passati 5 anni quindi la cosa era diminuita.”

Al minuto 7:00 risponde Colasanti risponde a Biagi, che le attribuisce del risentimento nei confronti delle femministe: “No, io non ce l’ho con le femministe, io mi rammarico di tutto, non è che mi rammarico con le femministe, siccome era impostato che c’erano solo donne, era impostato così, non è che io ce l’ho con loro, si poteva fare ben di più, si è fatto però fin poco, che c’entra il fatto … con loro… [“mi attengo a quello che lei dice, credo di essere in grado in grado di capire pure le sfumature del suo discorso“, protesta Biagi per ribadire che le sue affermazioni contro le femministe] bisogna pure vederle bene le sfumature, perché non si può mica cambiare una sfumatura, poi si sa la stampa, la televisione come fa…”

Io, che non ho vissuto di persona quei momenti perché all’epoca del massacro del Circeo non ero neanche nata, ho sempre trovato molto interessante l’insistenza di Donatella Colasanti: per ben quattro volte ribadisce il concetto, per quattro volte insiste sul fatto che patì profondamente l’assenza degli uomini, che se le era chiaro che il genere fosse importante (“è chiaro che c’entra“, dice) le era anche altrettanto chiaro che il discorso doveva spingersi oltre e quell’oltre doveva coinvolgere anche gli uomini.

Il suo caso, ci dice Donatella Colasanti, avrebbe dovuto riguardare tutti.

Recita uno vecchio slogan femminista: “per ogni donna stuprata e offesa, siamo tutte parte lesa”.

Ho sempre pensato che quello che Donatella Colasanti intendesse, quando lamentava l’assenza degli uomini, era che avrebbe voluto che a sentirsi “parte lesa” fossero anche loro.

Avrebbe voluto che tutti, uomini e donne, si sentissero parte di lei, che fossero capaci di sentire quello che sentiva lei.

Molti uomini, in questi giorni, hanno mostrato la loro rabbia per i fatti avvenuti a Rimini.

Ma molti di loro non si sono sentiti “parte lesa”, non nel senso in cui quello slogan lo intende.

“Ma alla Boldrini e alle donne del PD, quando dovrà succedere?” si è chiesto con un post pubblico su Facebook Saverio Siorini, segretario cittadino di Noi Con Salvini di San Giovanni Rotondo, di fatto augurando ad altre donne il medesimo trattamento subito dalle vittime di Rimini.

Minacce di stupro sono arrivate anche ad una giornalista e a chissà quante altre donne, in questi giorni.

Non puoi davvero sentire quello che sente una vittima di stupro e al contempo augurare con leggerezza uno stupro a qualcun altro.

Non è questa, la partecipazione degli uomini che Donatella Colasanti avrebbe voluto vedere al suo processo per stupro, ne sono convinta.

Tempo fa parlammo qui dell’espressione usata dal sindaco di Pimonte in merito allo stupro di una sua concittadina, costretta ad abbandonare la sua città perché vittima: “una bambinata”, lo definì, invitandoci a dimenticare l’accaduto.

Non è neanche di questo tipo di partecipazione maschile, solidale con gli stupratori, che Donatella Colasanti richiedeva nella sua intervista.

Il viceministro polacco Patryk Jaki ha dichiarato, a proposito delle violenze di Rimini, che per i quattro stupratori si dovrebbe applicare “la pena di morte e torture”, mentre quella vittima dell’aggressione che è sua connazionale si dissocia: sono solo “le solite strumentalizzazioni politiche”, così definisce le parole del viceministro, e chiede soltanto giustizia.

Strumentalizzazioni: la stessa parola più volte ripetuta da Donatella Colasanti.

Nella sua intervista, Donatella Colasanti non invitava i suoi ascoltatori a rimproverare le femministe per la mancanza di quell’ “oltre” che lei tanto aveva desiderato.

Dubito pertanto che avrebbe gradito reprimende analoghe a quelle vergate da Mario Giordano, che si è lamentato, ma al contempo si è guardato bene dall’organizzare un sit in, un corteo o di scrivere un manifesto.

In questi giorni mi rammarico di tutto anche io.

Mi rammarico anche della mia personale incapacità di comprendere sia la facilità con cui si può empatizzare con chi compie un atto orrendo arrivando a sminuirlo per mezzo di parole come “bambinata”, che la facilità con cui del corpo stuprato e offeso delle donne si può fare campo di battaglia sul quale colpire con ferocia avversari politici, sobillare campagne di odio, fare sfoggio della più becera misoginia, mentre le vittime finiscono col sentirsi sempre abbandonate, strumentalizzate e vilipese.

E’ davvero impossibile fare qualcosa in più, è davvero impossibile andare oltre tutto questo?

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Il soffitto di cotone

Tratto da The Cotton Ceiling? Really?

Il dibattito che si sta svolgendo ancora intorno alla bacheca di Arcilesbica Nazionale – dibattito al quale ho accennato nel mio ultimo post – ha generato in me la curiosità di indagare il contesto nel quale l’articolo incriminato si colloca, un contesto popolato di termini che conosco poco e utilizzo ancora meno.

Uno degli argomenti trattati dall’autrice dell’articolo, in particolare, mi era del tutto sconosciuto prima di queste settimane: parlo del cosiddetto “cotton ceiling” – letteralmente “il soffitto di cotone” – che a quanto pare è un concetto che infiamma il web femminista americano da un po’ di tempo.

L’espressione “cotton ceiling” si ispira al più celebre “soffitto di cristallo” (glass ceiling), una metafora che rappresenta quella barriera invisibile ma insormontabile che si frappone fra le donne e la possibilità di raggiungere le posizioni apicali in molti ambiti d’azione; le donne guardano in alto e non vedono ostacoli, perché è opinione diffusa che la parità dei diritti sia un’obiettivo più che raggiunto, ma nella loro ascesa si scontrano con la concreta impossibilità di andare oltre un certo livello.

Per fare un esempio di glass ceiling posso citare un recente articolo pubblicato sul New York Times, che riporta i risultati di una ricerca dal titolo “Gender Stereotyping in Academia: Evidence From Economics Job Market Rumors Forum.” La ricerca, che ha analizzato le conversazioni fra economisti nei forum a loro dedicati, evidenzia quanto ostile sia il clima nel quale le donne debbono lavorare. Leggiamo nell’articolo (che si intitola proprio “Evidence of a Toxic Environment for Women in Economics”, ovvero “prove di un clima tossico per le donne nel mondo dell’economia) che se le parole più comunemente associate ai professionisti maschi hanno una connotazione positiva (goals, greatest, Nobel), le parole associate alle professioniste femmine sono di tutt’altro tenore: hotter, lesbian, bb (“baby”), sexism, tits, anal, marrying, feminazi, slut, hot, vagina, boobs, pregnant, pregnancy, cute, marry, levy, gorgeous, horny, crush, beautiful, secretary, dump, shopping, date, nonprofit, intentions, sexy, dated, prostitute. Mentre le conversazioni che riguardano gli uomini rimangono confinate nell’ambito lavorativo, quando si parla donne la discussione tende a degenerare, includendo informazioni personali, descrizioni fisiche e incursioni nella sfera sessuale.

Questo clima “tossico”, suggerisce la ricerca, è una delle cause della scarsa presenza femminile nei dipartimenti di economia delle università.

Il cotone del “cotton ceiling”, invece, è quello delle mutande e la metafora sta ad indicare tutte quelle barriere sociali, culturali e psicologiche che impedirebbero alle donne trans di essere considerate possibili partner sessuali (“fuckable“) dalle donne lesbiche.

Il dibattito intorno all’esistenza o meno di questa “barriera di cotone” si è fatto particolarmente aspro nel 2012, a seguito di un seminario dal titolo “Overcoming the Cotton Ceiling: Breaking Down Sexual Barriers for Queer Trans Women” (superare il soffitto di cotone: demolire le barriere sessuali per le donne trans queer) che si sarebbe svolto a Toronto, seminario al quale è seguita una petizione di protesta:

We believe that no means no, that a woman’s right to say “no” to sex at any time is sacrosanct and that no explanations should ever be requested because none is ever necessary.

Traduco: riteniamo che no significa no, che il diritto delle donne di dire “no” al sesso è sacrosanto e che nessuna spiegazione dovrebbe essere richiesta, in quanto non necessaria.

L’immagine della barriera di cotone “sfondata” è apparsa a molte donne come una aggressione alla loro autonomia sessuale, una autonomia ancora fortemente compromessa da una società patriarcale dominata dalla cultura dello stupro, nella quale le donne sono considerate non soggetti desideranti, ma oggetti ad uso e consumo dell’altrui soddisfazione sessuale.

La prima cosa che ho notato è che nelle mie ricerche ho trovato un sacco di articoli relativi alla tendenza delle donne cis e lesbiche ad erigere barriere di cotone per escludere le donne trans dalla loro vita sessuale, e nessun articolo in merito ad una analoga tendenza degli uomini cis e gay nei confronti dei transessuali ftm. Forse ci sarà, da qualche parte nel web, qualcosa del genere, ma se nelle mie ricerche non è saltato fuori è perché evidentemente non è un problema così sentito, o almeno nessuno ha mai pensato di scriverci un libro o condurre un seminario in proposito.

La seconda cosa che ho notato è il tono del dibattito, che è arrivato ad essere molto, molto violento:

Il desiderio sessuale è biologicamente determinato o culturalmente costruito?

E se è culturalmente costruito, è possibile per una persona adulta modificare i suoi gusti sessuali?

E’ legittimo che un’altra persona ci chieda di cambiare i nostri gusti sessuali affinché rispondano alle sue esigenze o alle esigenze di una categoria di persone?

La decisione di non fare sesso con qualcuno può essere definita discriminazione?

In altri termini, se definisco la discriminazione come un trattamento non paritario messo in atto nei confronti di un individuo o un gruppo di individui in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria, per non discriminare e dimostrare di rispettare tutti, devo fare sesso con chiunque me lo chieda e farlo come me lo chiede?

Queste sono alcune delle domande che un concetto come il “cotton ceiling” solleva.

Cercare di rispondere a domande del genere intercetta la sfera più intima della nostra vita relazionale, la sessualità, un argomento che per sua stessa natura ci porta a condurre la conversazione ad un livello più emozionale che razionale e rischia di provocare reazioni violente.

Per quanto io non voglia fornirvi la risposta definitiva alle domande sollevate, debbo concludere dicendo che concordo con quanto espresso nella petizione: i motivi per cui una persona non vuole fare sesso con un’altra non possono e non devono essere oggetto di indagine, né una persona dovrebbe essere etichettata come “escludente” o “fobica” o in qualunque altro modo negativo e degradante a causa del modo in cui conduce la sua vita sessuale, se la conduce nel rispetto del consenso dei suoi partner, e questo riguarda tutti, donne lesbiche, uomini cis, donne trans, uomini gay e chi più ne ha più ne metta.

Il sesso non è un diritto che si possa vantare sul corpo di un’altra persona.

“Abbattere la barriera di cotone” è una pessima metafora, pessima.

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Donne

I always thought I don’t care how someone becomes a woman or a man; it does not matter to me. It is just part of their specificity, their uniqueness, like everyone else’s. Anybody who identifies as a woman, wants to be a woman, is going around being a woman, as far as I’m concerned, is a woman.

(…)

Simone de Beauvoir said one is not born, one becomes a woman. Now we’re supposed to care how, as if being a woman suddenly became a turf to be defended.

Da un’intervista a Catharine A. MacKinnon

Traduco:

Ho sempre pensato che non importa come qualcuno diventa donna o uomo; a me non interessa. È solo una parte della specificità, dell’unicità di quel qualcuno, come di chiunque altro. Chiunque si identifichi in una donna, vuole essere una donna, se ne va in giro ad essere una donna, per quanto mi riguarda, è una donna.

Simone de Beauvoir ha detto donne non si nasce, lo si diventa. Ora dovremmo preoccuparci di come lo si diventa, come se essere una donna fosse improvvisamente diventato un terreno da difendere.

So che nel periodo in cui sono stata in ferie, lontana dal blog e dalla pagina facebook, nel web femminista è impazzata una feroce discussione a partire da un articolo diffuso da Arcilesbica Nazionale.

L’articolo incriminato inizia così: “Silenced by men first and now trans women. Will women ever not feel silenced?

Prima zittite dagli uomini e ora dalle donne trans. Smetteranno mai le donne di sentirsi messe a tacere?

Già questa prima frase ci dà l’idea del perché questo articolo ha scandalizzato molte persone, trans e non trans. L’autrice mette uomini e donne trans sullo stesso piano, come se queste due categorie di persone godessero oggi del medesimo potere  di mettere a tacere le donne non trans.

Davvero qualcuno ritiene che le donne trans occupino nella società contemporanea una posizione analoga a quella che hanno occupato e ancora occupano gli uomini, al punto da rappresentare una concreta minaccia per qualunque altra categoria di persone oppresse dal patriarcato – nello specifico le donne detentrici di utero, vulva e vagina, alla quale l’autrice appartiene – che voglia portare avanti le sue istanze?

Una simile ipotesi suona piuttosto ridicola, alla luce dei fatti (fatti drammatici come il triste primato dell’Italia negli omicidi di transessuali annunciato lo scorso anno, ad esempio), tanto quanto è ridicola la storiella di una famigerata lobby gay che capitanerebbe una “aggressione omosessualista nelle scuole” costringendo bambini innocenti a frequentare traumatiche “lezioni di masturbazione” grazie alla complicità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’autrice del post è “angry”, arrabbiata. Arrabbiata perché delle donne trans hanno accusato lei e altre femministe di transfobia, a sua avviso senza alcun valido motivo.

Anche se questo fosse vero, simili accuse non possono essere descritte come “donne trans che mettono a tacere le donne”, perché non esiste un contesto nel quale una cosa del genere possa davvero accadere. Ciò che invece possiamo riconoscere all’autrice, è che frasi come “Choke on my female cock, terf” sono crudeli e rendono impossibile ogni dialogo sulla questione.

In uno dei casi che cita, però (l’unico che conosco, perché non seguo molto questa querelle sulla stampa straniera, ma suggeritemi degli spunti se lo ritenete importante), io degli ottimi motivi per muovere una accusa del genere li vedo.

Parlo della dichiarazione di Germaine Greer diffusa a mezzo stampa, ad esempio:

If you’re a 50-year-old truck driver who’s had four children with a wife and you’ve decided the whole time you’ve been a woman, I think you’re probably wrong”.

Greer sostiene che “non è giusto” che un uomo che ha vissuto 40 anni da uomo, che ha avuto dei figli con una donna e si è goduto i di lei servizi – il lavoro non pagato del quale la maggior parte delle mogli si fa carico – possa decidere che in tutto quel tempo in realtà era una donna.

Sebbene io non possa vantare un’esperienza personale, non credo proprio che parlando di transessualità abbiamo il diritto di suggerire, come fanno queste frasi di Greer, che essere transessuale possa classificarsi come un capriccio o il sintomo di un superficiale approccio al concetto di identità di genere, portato avanti da persone che non hanno alcun rispetto per le problematiche di quelle donne che vivono alla luce del sole il loro essere donne dal momento della nascita. Parole come queste fanno sembrare la transessualità un perverso desiderio maschile di usurpare alle persone nate donne il diritto di definirsi donne… una sorta di “furto di donnità”. Come se essere una donna fosse improvvisamente diventato un terreno da difendere.

Dubito fortemente che una persona possa decidere con leggerezza di entrare a far parte di una delle categorie di persone più disprezzate, denigrate e umiliate che esista, e lo dico perché mi capita sovente di leggere o ascoltare frasi come quella denunciata da questo articolo di Sabrina Ancarola ed Elena Sofia Trimarchi:

«Le martellate sono il minimo, ha fatto bene a uccidere la trans di merda. Io avrei fatto di peggio».

Di una frase del genere, pubblicata su facebook, l’autore si è dichiarato orgoglioso, poiché gli ha permesso di diventare famoso.

Per aver collaborato all’articolo pubblicato sull’Espresso Elena Sofia Trimarchi ha ricevuto insulti e messaggi di morte.

Se è vero che vivere da donna ogni istante della mia esistenza ha comportato una più lunga permanenza fra i meno-che-umani di una persona che, dopo essere stato un camionista eterosessuale perfettamente inserito nella sua comunità, rivela a cinquantanni la sua femminilità (e taccio in merito a quello che può essere stato il suo tormento interiore, perché non mi riesce di immaginarlo), ciò che quella persona molto probabilmente subirà dal momento della sua transizione in poi è “ingiusto”, non certo il fatto che voglia che io gli riconosca il suo essere una donna senza fare ridondanti distinzioni fra donne e donne trans.

Ci sono, tuttavia, delle accuse di transofobia mosse da attiviste trans che non accolgo con il medesimo spirito di condivisione.

Ad esempio quelle in merito al “pussy hat”, percepito da molte donne trans come un simbolo dell’esclusione delle donne senza vagina dalle battaglie che le altre donne, quelle con la vagina, conducono per riacquistare la dignità di esseri umani.

Wearing pussyhats, or chanting about vaginas, lays out a hierarchy based on genitals that is exclusionary and painful” scrive Katelyn Burn in un articolo in proposito.

(Indossare dei pussyhats o scandire slogan sulla vagina, propone una gerarchia basata sui genitali che è escludente e dolorosa.)

Ciò che accade a Katelyn dopo aver espresso questi suoi sentimenti a proposito del berretto rosa creato per protestare contro le offensive esternazioni del Presidente Trump, è di incontrare nel corso di una manifestazione femminista una donna che le porge proprio uno di questi berretti e scoprire che non è animata da nessun desiderio di escluderla in quanto trans.

As we chatted, we realized that we had a lot in common. We were both starting our lives over after divorces, we’ve both worked in banking for many years, and we grew up not far from each other. What brought us together was our mutual desire to march for women, for abused women, for young girls, for reproductive rights. We really weren’t as different as those who try to divide us by anatomy claim that we are. Not long into our newfound friendship, I leaned over and confided that I’m transgender, and she nodded. She said she kind of guessed when she first saw me, but she could also tell I was really cold and without a hat. It was a powerful moment. As tears clung to the corners of my eyes, I took in the scene around me, with the pink hat and the pussy rhetoric, and began to reflect on what solidarity in protest means. I mean sure, for many many women who marched across the country yesterday, I will never be enough woman for them. The RadFems, the GenderCrits, the Transphobes. But maybe womanhood is more about the fight and not about the flesh. Maybe vagina symbolism can be more symbolic than exclusionary.

Traduco questo passo:

Chiacchierando, abbiamo scoperto che avevamo molto in comune. Entrambe abbiamo iniziato a vivere dopo il divorzio, abbiamo lavorato in banca per molti anni e siamo cresciute non lontane l’una dall’altra. Quello che ci ha unito è stato il nostro comune desiderio di marciare per le donne, per le donne abusate, per le ragazze, per i diritti riproduttivi. Noi non eravamo così diverse come quelli che cercano di dividerci per mezzo dell’anatomia affermano che siamo. Non molto tempo dopo l’inizio della nostra nuova amicizia, mi rilassai e le confidai che sono transessuale e lei annuì. Ha detto che lo aveva  pensato quando mi aveva visto, ma aveva anche visto che con quel freddo ero senza un cappello. E’ stato un momento potente. Mentre le lacrime mi spuntavano gli angoli degli occhi, guardai la scena attorno a me, con il cappello rosa e la retorica intorno alla vagina, e cominciai a riflettere su cosa significhi solidarietà nella protesta. Voglio dire che sicuramente, per molte donne che hanno marciato attraverso il paese ieri, non sarò mai abbastanza donna. Le RadFems, le GenderCrits, le Transfobes. Ma forse essere una donna ha più a che fare con la lotta che con la carne. Forse la vagina può essere più simbolica che escludente.

Ve l’ho tradotto perché questo passo mi ha molto commossa.

Non posso che concordare con Katelyn, anche per me essere donna ha più a che fare con le battaglie che conduco insieme ad altre persone – persone con la vulva e con il pene – che con il mio apparato riproduttore.

Sono anche convinta che la vagina può essere un simbolo dell’oppressione maschile sulle donne, senza che le donne che non hanno una vagina debbano sentirsi escluse per questo.

Se io sono una donna anche perché ho una vagina, e questo ha influenzato pesantemente il modo in cui sono stata cresciuta e il modo in cui il resto del mondo si relaziona con me, e avverto la necessità di parlarne pubblicamente rendendo politico il personale, questo fatto, per le donne con altri vissuti alle spalle (che magari non ricomprendono una vagina), non è né dovrebbe esser interpretato come un limite al loro rendere quei personali vissuti altrettanto politici.

Affinché questo accada occorre incontrarsi, proprio come si sono incontrate Katelyn e la donna col pussyhat.

Dopo aver letto qualche conversazione di quelle che sono seguite alla condivisione del post di Arcilesbica Nazionale, temo che siamo molto lontane dalla possibilità di creare le condizioni per un simile incontro.

 

Sullo stesso argomento:

Cis vs Trans: l’articolo della discordia

Come smontare il mito “Le donne transgender non sono donne”

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Il caso Juana Rivas, ancora

La Corte costituzionale spagnola ha respinto il ricorso presentato da Joana Rivas contro la sentenza che le impone di consegnare i figli all’ex compagno italiano Francesco Arcuri. La donna, insieme ai suoi figli, è scomparsa il 26 luglio per non essere costretta a restituire al padre i due bambini.

Esconderme es la única forma que he encontrado a mi alcance como madre para proteger las joyas más preciadas de mi vida”, ha dichiarato la donna in un comunicato, mentre chi la sostiene sta valutando un ricorso presso la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Mentre la stampa italiana dedica i suoi titoli alla versione di Francesco Arcuri

io vorrei invece lasciare un po’ di spazio ai fatti e alle testimonianze di chi afferma che la storia raccontata da questo padre disperato non corrisponde alla verità.

Ringrazio la mia amica Rossana che ha tradotto per me l’articolo La verdadera historia de Juana Rivas: su vida en Italia y cómo huyó de su expareja, dal quale pubblico alcuni passi.

Il primo riguarda la prima denuncia per maltrattamenti, quella che Francesco Arcuri dichiara sia falsa, arrivando addirittura ad affermare di essere stato lui l’unica vera vittima di percosse (“Mi prese a schiaffi. E il pomeriggio dopo mi avvicinarono due agenti, mentre ero col bambini al parco, per notificarmi la denuncia per maltrattamenti.” leggiamo su Il Mattino).

Questa la versione di quell’episodio di violenza che Arcuri fornisce a La Stampa:

“Ero io ad aver accusato lei, poi nel processo mi sono preso le colpe per chiudere in fretta la vicenda e salvaguardare la mia famiglia. È stato un compromesso che mi è venuto dal cuore, con il senno di poi è stato un errore drammatico. Mi fa orrore la violenza sulle donne. Ho sempre appoggiato le battaglie femministe, anche quelle delle persone che oggi mi accusano senza conoscere i fatti.”

(Quali “battaglie femministe” e come le abbia appoggiate, non ci è dato saperlo.)

Leggiamo invece nell’articolo che ci fornisce la versione di Juana:

Dopo la prima separazione dal suo partner, Juana Rivas aprì a Granada un negozio di prodotti ecologici e rimase senza aver notizie du francesco per circa due anni, Prima di questo si era verificata una prima rottura . Una rottura che fu la conseguenza di una forte discussione che aveva avuto luogo il 7 di Maggio del 2009, dopo che Juana tornò a casa nelle prime ore del mattino e Francesco le chiese dov’era stata. La disputa degenerò in percosse e le percosse in una denuncia per maltrattamenti, la prima che Juana intraprese nei confronti di Francesco
Nella suddetta denuncia di sedici pagine alla quale abbiamo avuto accesso in esclusiva,  si specifica che, dopo la discussione, Juana e Francesco “si aggredirono a vicenda, il denunciato spintonò ripetutamente la vittima buttandola a terra “. Fatti che la sentenza(…) definisce “fatti comprovati”. Gli amici di Juana ammettono che anche la donna aggredì Francesco, ma fu per legittima difesa e che ella arrivò dal medico “con la faccia ridotta ad un Cristo“ (cioè sanguinante – ndt). Immediatamente dopo la richiesta di assistenza medica fu il medico a denunciare i fatti alla polizia e non lei stessa.
Però la storia non viene raccontata così. Le diverse versioni dell’italiano hanno messo in discussione un episodio violento che non ha alcun motivo di essere messo in discussione. Francesco ha dichiarato a diversi media che i fatti sono falsi, nonostante la sentenza li consideri provati, e che giunse ad un accordo con la giudice per cui ammise di aver aggredito Juana e accettò, in seguito, una pena di tre mesi di prigione e un ordine di allontanamento di un anno. Secondo la sua versione, lo fece per poter vedere suo figlio. Tuttavia, fonti vicine a Juana affermano che il padre fece passare due anni prima di tornare a vederlo.

Nei suoi racconti ai giornalisti Arcuri ha dimenticato un dettaglio importante, ovvero che il primo ad agire in violazione degli accordi di custodia e il primo a diffamare la madre dei suoi figli è stato lui:

Dopo la denuncia per maltrattamenti e la separazione della coppia, si stabilì la custodia e la regolamentazione delle visite del primo e, per il momento, unico figlio in modo che Francesco potessevedere il minore a fine settimana alterni e la metà del periodo di vacanze. Però le cose mutarono tre anni dopo e, dopo l’estate del 2012 l’italiano tornò al suo paese di origine senza consegnare il figlio come pattuito alla madre. Il 20 settembre di quell’anno Juana ando alle cinque e mezza dalla polizia a denunciare i fatti, un dato che finora non si era citato nei media. Nella denuncia, alla quale abbiamo avuto accesso in esclusiva, si precisa che Juana consegnò il minore a Francesco il giorno 21 di Giugno del medesimo anno e che sarebbe dovuto rimanere col padre per un mese e mezzo, “la metà delle vacanze fino a quando riprenderà la scuola”. Più tardi i genitori arrivarono ad un accordo in modo che Francesco potesse tenere il minore fino al 10 di Settembre, giorno in cui sarebbe iniziata la scuola. Questa è una delle prime concessioni che Juana fece al suo ex, il primo passo per dimostrare la sua fiducia in lui. Però, dieci giorni dopo, Juana non aveva ottenuto il figlio e Francesco, si suppone, si rifiutava di riportarlo a casa… Un episodio simile a quello che si è poi ripresentato ora coi genitori, anche se la storia è mutata alquanto.
Secondo la richiesta la denuncia che presenta Juana con la ferma idea di recuperare il minore, come si stabiliva nella custodia di entrambi , “Francesco sta accusando la teste (Juana) con messaggi diffamatori divulgando che sia una pessima madre, addirittura arrivando a sminuire e ad interrogare il minore sulla vita privata della teste “. Fatti che secondo le persone intorno alla donna, si ripeteranno costantemente per tutti gli anni seguenti. Un controllo reiterato senza sosta, del quale il figlio maggiore sarebbe stato testimone. Alla fine, Rivas andò in Italia, recuperò il minore e notificò i fatti alla polizia.

Un altro aspetto che l’articolo tratta è la situazione di violenza fisica e psicologica che Juana Rivas visse nel periodo che trascorse con Francesco Arcuri in Italia:

Alcuni mesi dopo, nel 2013, Juana si vede obbligata a chiudere il suo negozio di prodotti ecologici e rimane disoccupata. Secondo gli intimi della coppia che  ci hanno raccontato in esclusiva i dettagli sulla vita di Juana Rivas in Italia, Francesco approfitta della situazione economica delicata e la condizione lavorativa di Juana per convincerla a tornare in Italia. La vita di Juana in Italia fu un vero inferno. Così lo definiscono gli intimi. La donna viveva insieme al suo ex e i due figli in Carloforte, una minuscola isola italiana nel sudest della Sardegna in una casa rurale a circa otto chilometri dal paese. Un luogo senza vicini e lontano dalla civiltà.
La giovane fu evidentemente ingannata da Francesco a trasferirsi da lui in Italia. Secondo le nostre informazioni da fonti vicine alla coppia, l’italiano le promise un lavoro, mai arrivato, le assicurò di essere cambiato e le chiese di raggiungerlo per “il bene del bambino“.  Una richiesta molto simile alla supplica attuale dell’ex di Juana, in quanto le assicura una pensione mensile e un appartamento pagato in cambio del suo ritorno in Italia e la concessione della tutela di entrambi i bambini. Un’offerta che secondo i conoscenti di Juana, servirebbe soltanto a tenerla vicino a sé per controllarla e per ingannarla di nuovo.
Quella casa di Carloforte, lontana dal paese, si trasformò per Juana in un’autentica prigione. I conoscenti affermano che  Francesco la chiudeva in casa continuamente, le negava il telefono e sconnetteva Internet per lasciarla nel più completo isolamento. Il maltrattamento sia fisico che psicologico era continuo, tanto che Juana si vedeva incapace di fuggire da quella situazione. Gli amici ci danno dati concreti sulle  aggressioni terribilmente dure delle quali non riportiamo i dettagli per rispettare l’intimità di Juana.
Però perché non denunciò a Carloforte?
Juana non osò mai a denunciare in quel luogo. Quando si confidò ad alcuni vicini della sua situazione, loro fecero orecchie da mercante e addirittura arrivarono a giustificare il comportamento di Francesco. La situazione di Juana Rivas a Carloforte era conosciuta da tutti nel paese. Noi stessi abbiamo potuto constatare, in esclusiva e attraverso diverse telefonate, come i vicini fossero a conoscenza del controllo che Francesco esercitava su Juana. Con una popolazione di circa 6.000 abitanti, l’isola si trasformò in un luogo ostile, dato che tutti gli abitanti si conoscevano e nel quale Juana si vedeva incapace di tener testa al suo ex.

Il giornalista afferma di aver trovato conferma dei fatti raccontati interpellando gli abitanti di Carloforte, abitanti che nessuno dei giornalisti italiani si è preoccupato di andare ad intervistare.

E’ probabile che quegli abitanti ci terrebbero a farci sapere, fra le altre cose, che Francesco Arcuri altro non è che “un bravo ragazzo”.

Ma fra il racconto di Francesco Arcuri e Juana Rivas c’è un’altra discrepanza: la partenza per la Spagna della donna.

Dice Arcuri che “Nel maggio nel 2016 Juana parte per la Spagna con i bambini per un mese e mezzo. Io ero d’accordo.

Leggiamo nell’articolo invece che

Francesco avrebbe proibito a Juana di tornare in Spagna [lui sostiene di aver pagato i biglietti per la partenza, mentre gli amici di Juana affermano che questi furono acquistati dalla madre della donna] e addirittura avrebbe nascosto i documenti, per impedirle il ritorno.
Per fortuna, il figlio maggiore della coppia, che all’epoca aveva 10 anni, fu testimone di come il padre avesse nascosto i documenti in un fosso e rivelò il nascondiglio alla madre. che recuperó il documento per poter tornare. Così ci raccontano fonti vicine a Juana in esclusiva. Prima della sua partenza avvenne una violenta disputa fra Francesco e Juana e, secondo i conoscenti, l’arrivo di un vicino fece terminare la disputa e permise la fuga di Juana insieme coi figli.”

Di questo misterioso vicino non sappiamo altro.

Ci dice inoltre l’articolo che

“In molti media si è affermato che la denuncia della donna segue quella dell’italiano, cosa mal interpretata in alcune occasioni come vendetta da parte della donna Senza dubbio non accadde così. La denuncia di Juana Rivas è datata 12 Luglio del 2016 , mentre la richiesta internazionale con la quale si chiede alla Spagna la consegna dei minori è datata 22 Agosto (41 giorni dopo la denuncia di Juana), e arriva sigillata dall’Italia al nostro paese il 23 di novembre dello stesso anno, cioè quattro mesi dopo.”

Per ciò che riguarda la sottrazione internazionale di minori, il reato di cui Joana Rivas è accusata, come potete leggere qui quando “un minore avente la residenza abituale in un determinato Stato è condotto in un altro Stato senza il consenso del soggetto che esercita la responsabilità genitoriale”, sono previsti dei casi nei quali il il giudice dello Stato di rifugio possa NON emettere l’ordine di ritorno, fra i quali:

  • se accerta che sussiste un fondato rischio che il minore, ritornando nello Stato di residenza abituale, sia esposto a pericoli fisici e psichici, o comunque possa trovarsi in una situazione intollerabile: ad esempio se emerge una situazione di maltrattamenti;
  • se il minore si oppone al ritorno e, per la sua età e maturità, occorre tener conto del suo parere.

Un altro dettaglio che negli articoli dedicati alla vicenda non ho mai trovato citato.

A tale proposito vorrei ricordarvi quanto affermato dall’ American Psychological Association (APA) a proposito della violenza domestica:

“E’ probabile che quei padri che hanno usato violenza sulle compagne adottino anche con i propri figli il medesimo comportamento abusante e le stesse tecniche di controllo psicologico.”

Gli studi mirati ad analizzare la coesistenza di violenza domestica e abusi sui minori sono concordi nel concludere che le dinamiche di potere che provocano la violenza domestica possono anche provocare l’abuso di un bambino.

C’è da tenere anche da conto che un bambino non deve essere direttamente abusato per riportare dei danni da un vissuto di violenza domestica, perché “E’ ormai dimostrato che un bambino che assiste a una violenza su una persona per lui fondamentale come la madre vive un trauma e avrà delle conseguenze uguali a quelle di un bambino che abbia subito direttamente maltrattamento e violenza.”

Ecco perché tutti coloro che difendono la decisione di Juana Rivas di nascondersi e non consegnare i suoi figli ribadiscono in ogni occasione che “un uomo maltrattante non può essere un buon padre”.

 

Per approfondire:

Le competenze genitoriali dell’uomo violento

I bambini hanno bisogno di essere protetti dai genitori abusanti

Sullo stesso argomento:

Il caso Juana Rivas Gómez

 

 

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