Il soffitto di cotone

Tratto da The Cotton Ceiling? Really?

Il dibattito che si sta svolgendo ancora intorno alla bacheca di Arcilesbica Nazionale – dibattito al quale ho accennato nel mio ultimo post – ha generato in me la curiosità di indagare il contesto nel quale l’articolo incriminato si colloca, un contesto popolato di termini che conosco poco e utilizzo ancora meno.

Uno degli argomenti trattati dall’autrice dell’articolo, in particolare, mi era del tutto sconosciuto prima di queste settimane: parlo del cosiddetto “cotton ceiling” – letteralmente “il soffitto di cotone” – che a quanto pare è un concetto che infiamma il web femminista americano da un po’ di tempo.

L’espressione “cotton ceiling” si ispira al più celebre “soffitto di cristallo” (glass ceiling), una metafora che rappresenta quella barriera invisibile ma insormontabile che si frappone fra le donne e la possibilità di raggiungere le posizioni apicali in molti ambiti d’azione; le donne guardano in alto e non vedono ostacoli, perché è opinione diffusa che la parità dei diritti sia un’obiettivo più che raggiunto, ma nella loro ascesa si scontrano con la concreta impossibilità di andare oltre un certo livello.

Per fare un esempio di glass ceiling posso citare un recente articolo pubblicato sul New York Times, che riporta i risultati di una ricerca dal titolo “Gender Stereotyping in Academia: Evidence From Economics Job Market Rumors Forum.” La ricerca, che ha analizzato le conversazioni fra economisti nei forum a loro dedicati, evidenzia quanto ostile sia il clima nel quale le donne debbono lavorare. Leggiamo nell’articolo (che si intitola proprio “Evidence of a Toxic Environment for Women in Economics”, ovvero “prove di un clima tossico per le donne nel mondo dell’economia) che se le parole più comunemente associate ai professionisti maschi hanno una connotazione positiva (goals, greatest, Nobel), le parole associate alle professioniste femmine sono di tutt’altro tenore: hotter, lesbian, bb (“baby”), sexism, tits, anal, marrying, feminazi, slut, hot, vagina, boobs, pregnant, pregnancy, cute, marry, levy, gorgeous, horny, crush, beautiful, secretary, dump, shopping, date, nonprofit, intentions, sexy, dated, prostitute. Mentre le conversazioni che riguardano gli uomini rimangono confinate nell’ambito lavorativo, quando si parla donne la discussione tende a degenerare, includendo informazioni personali, descrizioni fisiche e incursioni nella sfera sessuale.

Questo clima “tossico”, suggerisce la ricerca, è una delle cause della scarsa presenza femminile nei dipartimenti di economia delle università.

Il cotone del “cotton ceiling”, invece, è quello delle mutande e la metafora sta ad indicare tutte quelle barriere sociali, culturali e psicologiche che impedirebbero alle donne trans di essere considerate possibili partner sessuali (“fuckable“) dalle donne lesbiche.

Il dibattito intorno all’esistenza o meno di questa “barriera di cotone” si è fatto particolarmente aspro nel 2012, a seguito di un seminario dal titolo “Overcoming the Cotton Ceiling: Breaking Down Sexual Barriers for Queer Trans Women” (superare il soffitto di cotone: demolire le barriere sessuali per le donne trans queer) che si sarebbe svolto a Toronto, seminario al quale è seguita una petizione di protesta:

We believe that no means no, that a woman’s right to say “no” to sex at any time is sacrosanct and that no explanations should ever be requested because none is ever necessary.

Traduco: riteniamo che no significa no, che il diritto delle donne di dire “no” al sesso è sacrosanto e che nessuna spiegazione dovrebbe essere richiesta, in quanto non necessaria.

L’immagine della barriera di cotone “sfondata” è apparsa a molte donne come una aggressione alla loro autonomia sessuale, una autonomia ancora fortemente compromessa da una società patriarcale dominata dalla cultura dello stupro, nella quale le donne sono considerate non soggetti desideranti, ma oggetti ad uso e consumo dell’altrui soddisfazione sessuale.

La prima cosa che ho notato è che nelle mie ricerche ho trovato un sacco di articoli relativi alla tendenza delle donne cis e lesbiche ad erigere barriere di cotone per escludere le donne trans dalla loro vita sessuale, e nessun articolo in merito ad una analoga tendenza degli uomini cis e gay nei confronti dei transessuali ftm. Forse ci sarà, da qualche parte nel web, qualcosa del genere, ma se nelle mie ricerche non è saltato fuori è perché evidentemente non è un problema così sentito, o almeno nessuno ha mai pensato di scriverci un libro o condurre un seminario in proposito.

La seconda cosa che ho notato è il tono del dibattito, che è arrivato ad essere molto, molto violento:

Il desiderio sessuale è biologicamente determinato o culturalmente costruito?

E se è culturalmente costruito, è possibile per una persona adulta modificare i suoi gusti sessuali?

E’ legittimo che un’altra persona ci chieda di cambiare i nostri gusti sessuali affinché rispondano alle sue esigenze o alle esigenze di una categoria di persone?

La decisione di non fare sesso con qualcuno può essere definita discriminazione?

In altri termini, se definisco la discriminazione come un trattamento non paritario messo in atto nei confronti di un individuo o un gruppo di individui in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria, per non discriminare e dimostrare di rispettare tutti, devo fare sesso con chiunque me lo chieda e farlo come me lo chiede?

Queste sono alcune delle domande che un concetto come il “cotton ceiling” solleva.

Cercare di rispondere a domande del genere intercetta la sfera più intima della nostra vita relazionale, la sessualità, un argomento che per sua stessa natura ci porta a condurre la conversazione ad un livello più emozionale che razionale e rischia di provocare reazioni violente.

Per quanto io non voglia fornirvi la risposta definitiva alle domande sollevate, debbo concludere dicendo che concordo con quanto espresso nella petizione: i motivi per cui una persona non vuole fare sesso con un’altra non possono e non devono essere oggetto di indagine, né una persona dovrebbe essere etichettata come “escludente” o “fobica” o in qualunque altro modo negativo e degradante a causa del modo in cui conduce la sua vita sessuale, se la conduce nel rispetto del consenso dei suoi partner, e questo riguarda tutti, donne lesbiche, uomini cis, donne trans, uomini gay e chi più ne ha più ne metta.

Il sesso non è un diritto che si possa vantare sul corpo di un’altra persona.

“Abbattere la barriera di cotone” è una pessima metafora, pessima.

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Donne

I always thought I don’t care how someone becomes a woman or a man; it does not matter to me. It is just part of their specificity, their uniqueness, like everyone else’s. Anybody who identifies as a woman, wants to be a woman, is going around being a woman, as far as I’m concerned, is a woman.

(…)

Simone de Beauvoir said one is not born, one becomes a woman. Now we’re supposed to care how, as if being a woman suddenly became a turf to be defended.

Da un’intervista a Catharine A. MacKinnon

Traduco:

Ho sempre pensato che non importa come qualcuno diventa donna o uomo; a me non interessa. È solo una parte della specificità, dell’unicità di quel qualcuno, come di chiunque altro. Chiunque si identifichi in una donna, vuole essere una donna, se ne va in giro ad essere una donna, per quanto mi riguarda, è una donna.

Simone de Beauvoir ha detto donne non si nasce, lo si diventa. Ora dovremmo preoccuparci di come lo si diventa, come se essere una donna fosse improvvisamente diventato un terreno da difendere.

So che nel periodo in cui sono stata in ferie, lontana dal blog e dalla pagina facebook, nel web femminista è impazzata una feroce discussione a partire da un articolo diffuso da Arcilesbica Nazionale.

L’articolo incriminato inizia così: “Silenced by men first and now trans women. Will women ever not feel silenced?

Prima zittite dagli uomini e ora dalle donne trans. Smetteranno mai le donne di sentirsi messe a tacere?

Già questa prima frase ci dà l’idea del perché questo articolo ha scandalizzato molte persone, trans e non trans. L’autrice mette uomini e donne trans sullo stesso piano, come se queste due categorie di persone godessero oggi del medesimo potere  di mettere a tacere le donne non trans.

Davvero qualcuno ritiene che le donne trans occupino nella società contemporanea una posizione analoga a quella che hanno occupato e ancora occupano gli uomini, al punto da rappresentare una concreta minaccia per qualunque altra categoria di persone oppresse dal patriarcato – nello specifico le donne detentrici di utero, vulva e vagina, alla quale l’autrice appartiene – che voglia portare avanti le sue istanze?

Una simile ipotesi suona piuttosto ridicola, alla luce dei fatti (fatti drammatici come il triste primato dell’Italia negli omicidi di transessuali annunciato lo scorso anno, ad esempio), tanto quanto è ridicola la storiella di una famigerata lobby gay che capitanerebbe una “aggressione omosessualista nelle scuole” costringendo bambini innocenti a frequentare traumatiche “lezioni di masturbazione” grazie alla complicità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’autrice del post è “angry”, arrabbiata. Arrabbiata perché delle donne trans hanno accusato lei e altre femministe di transfobia, a sua avviso senza alcun valido motivo.

Anche se questo fosse vero, simili accuse non possono essere descritte come “donne trans che mettono a tacere le donne”, perché non esiste un contesto nel quale una cosa del genere possa davvero accadere. Ciò che invece possiamo riconoscere all’autrice, è che frasi come “Choke on my female cock, terf” sono crudeli e rendono impossibile ogni dialogo sulla questione.

In uno dei casi che cita, però (l’unico che conosco, perché non seguo molto questa querelle sulla stampa straniera, ma suggeritemi degli spunti se lo ritenete importante), io degli ottimi motivi per muovere una accusa del genere li vedo.

Parlo della dichiarazione di Germaine Greer diffusa a mezzo stampa, ad esempio:

If you’re a 50-year-old truck driver who’s had four children with a wife and you’ve decided the whole time you’ve been a woman, I think you’re probably wrong”.

Greer sostiene che “non è giusto” che un uomo che ha vissuto 40 anni da uomo, che ha avuto dei figli con una donna e si è goduto i di lei servizi – il lavoro non pagato del quale la maggior parte delle mogli si fa carico – possa decidere che in tutto quel tempo in realtà era una donna.

Sebbene io non possa vantare un’esperienza personale, non credo proprio che parlando di transessualità abbiamo il diritto di suggerire, come fanno queste frasi di Greer, che essere transessuale possa classificarsi come un capriccio o il sintomo di un superficiale approccio al concetto di identità di genere, portato avanti da persone che non hanno alcun rispetto per le problematiche di quelle donne che vivono alla luce del sole il loro essere donne dal momento della nascita. Parole come queste fanno sembrare la transessualità un perverso desiderio maschile di usurpare alle persone nate donne il diritto di definirsi donne… una sorta di “furto di donnità”. Come se essere una donna fosse improvvisamente diventato un terreno da difendere.

Dubito fortemente che una persona possa decidere con leggerezza di entrare a far parte di una delle categorie di persone più disprezzate, denigrate e umiliate che esista, e lo dico perché mi capita sovente di leggere o ascoltare frasi come quella denunciata da questo articolo di Sabrina Ancarola ed Elena Sofia Trimarchi:

«Le martellate sono il minimo, ha fatto bene a uccidere la trans di merda. Io avrei fatto di peggio».

Di una frase del genere, pubblicata su facebook, l’autore si è dichiarato orgoglioso, poiché gli ha permesso di diventare famoso.

Per aver collaborato all’articolo pubblicato sull’Espresso Elena Sofia Trimarchi ha ricevuto insulti e messaggi di morte.

Se è vero che vivere da donna ogni istante della mia esistenza ha comportato una più lunga permanenza fra i meno-che-umani di una persona che, dopo essere stato un camionista eterosessuale perfettamente inserito nella sua comunità, rivela a cinquantanni la sua femminilità (e taccio in merito a quello che può essere stato il suo tormento interiore, perché non mi riesce di immaginarlo), ciò che quella persona molto probabilmente subirà dal momento della sua transizione in poi è “ingiusto”, non certo il fatto che voglia che io gli riconosca il suo essere una donna senza fare ridondanti distinzioni fra donne e donne trans.

Ci sono, tuttavia, delle accuse di transofobia mosse da attiviste trans che non accolgo con il medesimo spirito di condivisione.

Ad esempio quelle in merito al “pussy hat”, percepito da molte donne trans come un simbolo dell’esclusione delle donne senza vagina dalle battaglie che le altre donne, quelle con la vagina, conducono per riacquistare la dignità di esseri umani.

Wearing pussyhats, or chanting about vaginas, lays out a hierarchy based on genitals that is exclusionary and painful” scrive Katelyn Burn in un articolo in proposito.

(Indossare dei pussyhats o scandire slogan sulla vagina, propone una gerarchia basata sui genitali che è escludente e dolorosa.)

Ciò che accade a Katelyn dopo aver espresso questi suoi sentimenti a proposito del berretto rosa creato per protestare contro le offensive esternazioni del Presidente Trump, è di incontrare nel corso di una manifestazione femminista una donna che le porge proprio uno di questi berretti e scoprire che non è animata da nessun desiderio di escluderla in quanto trans.

As we chatted, we realized that we had a lot in common. We were both starting our lives over after divorces, we’ve both worked in banking for many years, and we grew up not far from each other. What brought us together was our mutual desire to march for women, for abused women, for young girls, for reproductive rights. We really weren’t as different as those who try to divide us by anatomy claim that we are. Not long into our newfound friendship, I leaned over and confided that I’m transgender, and she nodded. She said she kind of guessed when she first saw me, but she could also tell I was really cold and without a hat. It was a powerful moment. As tears clung to the corners of my eyes, I took in the scene around me, with the pink hat and the pussy rhetoric, and began to reflect on what solidarity in protest means. I mean sure, for many many women who marched across the country yesterday, I will never be enough woman for them. The RadFems, the GenderCrits, the Transphobes. But maybe womanhood is more about the fight and not about the flesh. Maybe vagina symbolism can be more symbolic than exclusionary.

Traduco questo passo:

Chiacchierando, abbiamo scoperto che avevamo molto in comune. Entrambe abbiamo iniziato a vivere dopo il divorzio, abbiamo lavorato in banca per molti anni e siamo cresciute non lontane l’una dall’altra. Quello che ci ha unito è stato il nostro comune desiderio di marciare per le donne, per le donne abusate, per le ragazze, per i diritti riproduttivi. Noi non eravamo così diverse come quelli che cercano di dividerci per mezzo dell’anatomia affermano che siamo. Non molto tempo dopo l’inizio della nostra nuova amicizia, mi rilassai e le confidai che sono transessuale e lei annuì. Ha detto che lo aveva  pensato quando mi aveva visto, ma aveva anche visto che con quel freddo ero senza un cappello. E’ stato un momento potente. Mentre le lacrime mi spuntavano gli angoli degli occhi, guardai la scena attorno a me, con il cappello rosa e la retorica intorno alla vagina, e cominciai a riflettere su cosa significhi solidarietà nella protesta. Voglio dire che sicuramente, per molte donne che hanno marciato attraverso il paese ieri, non sarò mai abbastanza donna. Le RadFems, le GenderCrits, le Transfobes. Ma forse essere una donna ha più a che fare con la lotta che con la carne. Forse la vagina può essere più simbolica che escludente.

Ve l’ho tradotto perché questo passo mi ha molto commossa.

Non posso che concordare con Katelyn, anche per me essere donna ha più a che fare con le battaglie che conduco insieme ad altre persone – persone con la vulva e con il pene – che con il mio apparato riproduttore.

Sono anche convinta che la vagina può essere un simbolo dell’oppressione maschile sulle donne, senza che le donne che non hanno una vagina debbano sentirsi escluse per questo.

Se io sono una donna anche perché ho una vagina, e questo ha influenzato pesantemente il modo in cui sono stata cresciuta e il modo in cui il resto del mondo si relaziona con me, e avverto la necessità di parlarne pubblicamente rendendo politico il personale, questo fatto, per le donne con altri vissuti alle spalle (che magari non ricomprendono una vagina), non è né dovrebbe esser interpretato come un limite al loro rendere quei personali vissuti altrettanto politici.

Affinché questo accada occorre incontrarsi, proprio come si sono incontrate Katelyn e la donna col pussyhat.

Dopo aver letto qualche conversazione di quelle che sono seguite alla condivisione del post di Arcilesbica Nazionale, temo che siamo molto lontane dalla possibilità di creare le condizioni per un simile incontro.

 

Sullo stesso argomento:

Cis vs Trans: l’articolo della discordia

Come smontare il mito “Le donne transgender non sono donne”

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Il caso Juana Rivas, ancora

La Corte costituzionale spagnola ha respinto il ricorso presentato da Joana Rivas contro la sentenza che le impone di consegnare i figli all’ex compagno italiano Francesco Arcuri. La donna, insieme ai suoi figli, è scomparsa il 26 luglio per non essere costretta a restituire al padre i due bambini.

Esconderme es la única forma que he encontrado a mi alcance como madre para proteger las joyas más preciadas de mi vida”, ha dichiarato la donna in un comunicato, mentre chi la sostiene sta valutando un ricorso presso la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Mentre la stampa italiana dedica i suoi titoli alla versione di Francesco Arcuri

io vorrei invece lasciare un po’ di spazio ai fatti e alle testimonianze di chi afferma che la storia raccontata da questo padre disperato non corrisponde alla verità.

Ringrazio la mia amica Rossana che ha tradotto per me l’articolo La verdadera historia de Juana Rivas: su vida en Italia y cómo huyó de su expareja, dal quale pubblico alcuni passi.

Il primo riguarda la prima denuncia per maltrattamenti, quella che Francesco Arcuri dichiara sia falsa, arrivando addirittura ad affermare di essere stato lui l’unica vera vittima di percosse (“Mi prese a schiaffi. E il pomeriggio dopo mi avvicinarono due agenti, mentre ero col bambini al parco, per notificarmi la denuncia per maltrattamenti.” leggiamo su Il Mattino).

Questa la versione di quell’episodio di violenza che Arcuri fornisce a La Stampa:

“Ero io ad aver accusato lei, poi nel processo mi sono preso le colpe per chiudere in fretta la vicenda e salvaguardare la mia famiglia. È stato un compromesso che mi è venuto dal cuore, con il senno di poi è stato un errore drammatico. Mi fa orrore la violenza sulle donne. Ho sempre appoggiato le battaglie femministe, anche quelle delle persone che oggi mi accusano senza conoscere i fatti.”

(Quali “battaglie femministe” e come le abbia appoggiate, non ci è dato saperlo.)

Leggiamo invece nell’articolo che ci fornisce la versione di Juana:

Dopo la prima separazione dal suo partner, Juana Rivas aprì a Granada un negozio di prodotti ecologici e rimase senza aver notizie du francesco per circa due anni, Prima di questo si era verificata una prima rottura . Una rottura che fu la conseguenza di una forte discussione che aveva avuto luogo il 7 di Maggio del 2009, dopo che Juana tornò a casa nelle prime ore del mattino e Francesco le chiese dov’era stata. La disputa degenerò in percosse e le percosse in una denuncia per maltrattamenti, la prima che Juana intraprese nei confronti di Francesco
Nella suddetta denuncia di sedici pagine alla quale abbiamo avuto accesso in esclusiva,  si specifica che, dopo la discussione, Juana e Francesco “si aggredirono a vicenda, il denunciato spintonò ripetutamente la vittima buttandola a terra “. Fatti che la sentenza(…) definisce “fatti comprovati”. Gli amici di Juana ammettono che anche la donna aggredì Francesco, ma fu per legittima difesa e che ella arrivò dal medico “con la faccia ridotta ad un Cristo“ (cioè sanguinante – ndt). Immediatamente dopo la richiesta di assistenza medica fu il medico a denunciare i fatti alla polizia e non lei stessa.
Però la storia non viene raccontata così. Le diverse versioni dell’italiano hanno messo in discussione un episodio violento che non ha alcun motivo di essere messo in discussione. Francesco ha dichiarato a diversi media che i fatti sono falsi, nonostante la sentenza li consideri provati, e che giunse ad un accordo con la giudice per cui ammise di aver aggredito Juana e accettò, in seguito, una pena di tre mesi di prigione e un ordine di allontanamento di un anno. Secondo la sua versione, lo fece per poter vedere suo figlio. Tuttavia, fonti vicine a Juana affermano che il padre fece passare due anni prima di tornare a vederlo.

Nei suoi racconti ai giornalisti Arcuri ha dimenticato un dettaglio importante, ovvero che il primo ad agire in violazione degli accordi di custodia e il primo a diffamare la madre dei suoi figli è stato lui:

Dopo la denuncia per maltrattamenti e la separazione della coppia, si stabilì la custodia e la regolamentazione delle visite del primo e, per il momento, unico figlio in modo che Francesco potessevedere il minore a fine settimana alterni e la metà del periodo di vacanze. Però le cose mutarono tre anni dopo e, dopo l’estate del 2012 l’italiano tornò al suo paese di origine senza consegnare il figlio come pattuito alla madre. Il 20 settembre di quell’anno Juana ando alle cinque e mezza dalla polizia a denunciare i fatti, un dato che finora non si era citato nei media. Nella denuncia, alla quale abbiamo avuto accesso in esclusiva, si precisa che Juana consegnò il minore a Francesco il giorno 21 di Giugno del medesimo anno e che sarebbe dovuto rimanere col padre per un mese e mezzo, “la metà delle vacanze fino a quando riprenderà la scuola”. Più tardi i genitori arrivarono ad un accordo in modo che Francesco potesse tenere il minore fino al 10 di Settembre, giorno in cui sarebbe iniziata la scuola. Questa è una delle prime concessioni che Juana fece al suo ex, il primo passo per dimostrare la sua fiducia in lui. Però, dieci giorni dopo, Juana non aveva ottenuto il figlio e Francesco, si suppone, si rifiutava di riportarlo a casa… Un episodio simile a quello che si è poi ripresentato ora coi genitori, anche se la storia è mutata alquanto.
Secondo la richiesta la denuncia che presenta Juana con la ferma idea di recuperare il minore, come si stabiliva nella custodia di entrambi , “Francesco sta accusando la teste (Juana) con messaggi diffamatori divulgando che sia una pessima madre, addirittura arrivando a sminuire e ad interrogare il minore sulla vita privata della teste “. Fatti che secondo le persone intorno alla donna, si ripeteranno costantemente per tutti gli anni seguenti. Un controllo reiterato senza sosta, del quale il figlio maggiore sarebbe stato testimone. Alla fine, Rivas andò in Italia, recuperò il minore e notificò i fatti alla polizia.

Un altro aspetto che l’articolo tratta è la situazione di violenza fisica e psicologica che Juana Rivas visse nel periodo che trascorse con Francesco Arcuri in Italia:

Alcuni mesi dopo, nel 2013, Juana si vede obbligata a chiudere il suo negozio di prodotti ecologici e rimane disoccupata. Secondo gli intimi della coppia che  ci hanno raccontato in esclusiva i dettagli sulla vita di Juana Rivas in Italia, Francesco approfitta della situazione economica delicata e la condizione lavorativa di Juana per convincerla a tornare in Italia. La vita di Juana in Italia fu un vero inferno. Così lo definiscono gli intimi. La donna viveva insieme al suo ex e i due figli in Carloforte, una minuscola isola italiana nel sudest della Sardegna in una casa rurale a circa otto chilometri dal paese. Un luogo senza vicini e lontano dalla civiltà.
La giovane fu evidentemente ingannata da Francesco a trasferirsi da lui in Italia. Secondo le nostre informazioni da fonti vicine alla coppia, l’italiano le promise un lavoro, mai arrivato, le assicurò di essere cambiato e le chiese di raggiungerlo per “il bene del bambino“.  Una richiesta molto simile alla supplica attuale dell’ex di Juana, in quanto le assicura una pensione mensile e un appartamento pagato in cambio del suo ritorno in Italia e la concessione della tutela di entrambi i bambini. Un’offerta che secondo i conoscenti di Juana, servirebbe soltanto a tenerla vicino a sé per controllarla e per ingannarla di nuovo.
Quella casa di Carloforte, lontana dal paese, si trasformò per Juana in un’autentica prigione. I conoscenti affermano che  Francesco la chiudeva in casa continuamente, le negava il telefono e sconnetteva Internet per lasciarla nel più completo isolamento. Il maltrattamento sia fisico che psicologico era continuo, tanto che Juana si vedeva incapace di fuggire da quella situazione. Gli amici ci danno dati concreti sulle  aggressioni terribilmente dure delle quali non riportiamo i dettagli per rispettare l’intimità di Juana.
Però perché non denunciò a Carloforte?
Juana non osò mai a denunciare in quel luogo. Quando si confidò ad alcuni vicini della sua situazione, loro fecero orecchie da mercante e addirittura arrivarono a giustificare il comportamento di Francesco. La situazione di Juana Rivas a Carloforte era conosciuta da tutti nel paese. Noi stessi abbiamo potuto constatare, in esclusiva e attraverso diverse telefonate, come i vicini fossero a conoscenza del controllo che Francesco esercitava su Juana. Con una popolazione di circa 6.000 abitanti, l’isola si trasformò in un luogo ostile, dato che tutti gli abitanti si conoscevano e nel quale Juana si vedeva incapace di tener testa al suo ex.

Il giornalista afferma di aver trovato conferma dei fatti raccontati interpellando gli abitanti di Carloforte, abitanti che nessuno dei giornalisti italiani si è preoccupato di andare ad intervistare.

E’ probabile che quegli abitanti ci terrebbero a farci sapere, fra le altre cose, che Francesco Arcuri altro non è che “un bravo ragazzo”.

Ma fra il racconto di Francesco Arcuri e Juana Rivas c’è un’altra discrepanza: la partenza per la Spagna della donna.

Dice Arcuri che “Nel maggio nel 2016 Juana parte per la Spagna con i bambini per un mese e mezzo. Io ero d’accordo.

Leggiamo nell’articolo invece che

Francesco avrebbe proibito a Juana di tornare in Spagna [lui sostiene di aver pagato i biglietti per la partenza, mentre gli amici di Juana affermano che questi furono acquistati dalla madre della donna] e addirittura avrebbe nascosto i documenti, per impedirle il ritorno.
Per fortuna, il figlio maggiore della coppia, che all’epoca aveva 10 anni, fu testimone di come il padre avesse nascosto i documenti in un fosso e rivelò il nascondiglio alla madre. che recuperó il documento per poter tornare. Così ci raccontano fonti vicine a Juana in esclusiva. Prima della sua partenza avvenne una violenta disputa fra Francesco e Juana e, secondo i conoscenti, l’arrivo di un vicino fece terminare la disputa e permise la fuga di Juana insieme coi figli.”

Di questo misterioso vicino non sappiamo altro.

Ci dice inoltre l’articolo che

“In molti media si è affermato che la denuncia della donna segue quella dell’italiano, cosa mal interpretata in alcune occasioni come vendetta da parte della donna Senza dubbio non accadde così. La denuncia di Juana Rivas è datata 12 Luglio del 2016 , mentre la richiesta internazionale con la quale si chiede alla Spagna la consegna dei minori è datata 22 Agosto (41 giorni dopo la denuncia di Juana), e arriva sigillata dall’Italia al nostro paese il 23 di novembre dello stesso anno, cioè quattro mesi dopo.”

Per ciò che riguarda la sottrazione internazionale di minori, il reato di cui Joana Rivas è accusata, come potete leggere qui quando “un minore avente la residenza abituale in un determinato Stato è condotto in un altro Stato senza il consenso del soggetto che esercita la responsabilità genitoriale”, sono previsti dei casi nei quali il il giudice dello Stato di rifugio possa NON emettere l’ordine di ritorno, fra i quali:

  • se accerta che sussiste un fondato rischio che il minore, ritornando nello Stato di residenza abituale, sia esposto a pericoli fisici e psichici, o comunque possa trovarsi in una situazione intollerabile: ad esempio se emerge una situazione di maltrattamenti;
  • se il minore si oppone al ritorno e, per la sua età e maturità, occorre tener conto del suo parere.

Un altro dettaglio che negli articoli dedicati alla vicenda non ho mai trovato citato.

A tale proposito vorrei ricordarvi quanto affermato dall’ American Psychological Association (APA) a proposito della violenza domestica:

“E’ probabile che quei padri che hanno usato violenza sulle compagne adottino anche con i propri figli il medesimo comportamento abusante e le stesse tecniche di controllo psicologico.”

Gli studi mirati ad analizzare la coesistenza di violenza domestica e abusi sui minori sono concordi nel concludere che le dinamiche di potere che provocano la violenza domestica possono anche provocare l’abuso di un bambino.

C’è da tenere anche da conto che un bambino non deve essere direttamente abusato per riportare dei danni da un vissuto di violenza domestica, perché “E’ ormai dimostrato che un bambino che assiste a una violenza su una persona per lui fondamentale come la madre vive un trauma e avrà delle conseguenze uguali a quelle di un bambino che abbia subito direttamente maltrattamento e violenza.”

Ecco perché tutti coloro che difendono la decisione di Juana Rivas di nascondersi e non consegnare i suoi figli ribadiscono in ogni occasione che “un uomo maltrattante non può essere un buon padre”.

 

Per approfondire:

Le competenze genitoriali dell’uomo violento

I bambini hanno bisogno di essere protetti dai genitori abusanti

Sullo stesso argomento:

Il caso Juana Rivas Gómez

 

 

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Buone vacanze a tutti!

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Il caso Juana Rivas Gómez

Il Corriere parla di “bambini contesi“, ma in Spagna la vicenda è descritta in tutt’altro modo:

Una juez obliga a una madre a entregar a sus dos hijos al padre, un italiano condenado por maltrato

Un giudice costringe una madre a consegnare i suoi due figli al padre, un italiano condannato per abusi, titola El Mundo.

Nel 2009, infatti, Francesco Arcuri è stato riconosciuto colpevole e condannatoa 3 mesi di reclusione, con la la decadenza dal diritto di eleggibilità per tutta la durata della pena, privazione del diritto di possedere e portare armi per un anno e tre mesi e e il divieto di evvicinarsi a meno di 200 metri da Juana Rivas Gómez presso la sua abitazione, sul posto di lavoro o qualunque altro luogo per un anno e tre mesi, e di comunicare con lei tramite qualsiasi mezzo durante lo stesso periodo“.

A dispetto della condanna e dei referti medici che testimoniano che quella notte del 7 maggio del 2009 a colpire ripetutamente la donna fino a causarle delle lesioni è stato lui e del testo di una sentenza che chiarisce che l’ordine di allontamento non può definirsi “reciproco“,  Arcuri sostiene su Il Mattino che fu Juana Rivas Gómez a “prenderlo a schiaffi” e di essere stato condannato “senza processo e senza appello“.

La stampa spagnola riporta un’altra sua dichiarazione, nella quale Arcuri afferma di aver mentito allora, di aver ammesso la violenza al solo scopo di ottenere una riduzione della pena: «Se trata de una sentencia de conformidad, que, en el 90% de los casos, son arreglos entre los abogados para agilizar las actuaciones: si reconoces el delito, te rebajan la pena».

Adesso, invece, starebbe dicendo la verità.

Ciò che accade dopo la prima condanna di Francesco Arcuri è che 4 anni dopo la sentenza  i due tornano insieme. Lei lo raggiunge a Carloforte, sull’isola di San Pietro, in Sardegna.

«He cambiado», «eres la mujer más maravillosa del universo»… Estas fueron algunas de las frases con las que convenció a la joven de que podían comenzar una nueva vida juntos. Fueron años de insistencia.

Leggiamo su El País:

Allí, según la versión de la asesora de Rivas, la vida para ella era “una vida de esclava, alejada de todo contacto social y trabajando todo el día en un hotel rural que regentaban a ocho kilómetros de la localidad más cercana y a tres horas en ferry del juzgado más próximo”.

Lì, afferma il legale della donna, Juana Rivas Gòmez conduceva una vita da schiava, senza contatti sociali e costretta a lavorare tutto il giorno in un hotel rurale che l’uomo gestiva situato a otto chilometri dalla città più vicina e a tre ore dal traghetto.

Dall’isola Juana è fuggita con i figli nel maggio 2016, trovando rifugio nel Centro de la Mujer di Maracena, nella provincia di Granada, in Spagna, dove viene redatta una nuove denuncia per maltrattamenti, fisici e psicologici.

Questa ultima denuncia, presentata più di un anno fa, è ancora in attesa di essere tradotta per essere inviata in Italia.

Francesco Arcuri ha presentato denuncia per sottrazione illecita di minori.

Questa denuncia, invece, è stata tempestivamente accolta.

Pochi giorni fa, tutti i partiti spagnoli presenti al Congresso hanno raggiunto e firmato un accordo per combattere e prevenire la violenza domestica che prevede, fra l’altro, che non possa esserci alcuna custodia condivisa con i padri violenti.

Juana Riva Gòmez si è resa irreperibile insieme ai suoi due figli.

Sui social media, intanto, spopola l’hashtag #JuanaEstáEnMiCasa e #YoSoyJuanaRivas.

Di fronte ad un’ingiustizia la disobbedienza è legittima, ci dice questo comunicato in supporto alla decisione di Juana Rivas Gòmez di non piegarsi alla decisione del tribunale.

 

 

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Manfred e il vittimismo degli attivisti per i diritti degli uomini

Grazie ad un’amica e al sito The Mary Sue, ho scoperto questo video straordinario, che mi ha fatto ridere a crepapelle; ad ispirare i burloni che lo hanno girato, il successo della serie TV tratta da “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, un romanzo distopico ambientato in un futuro nel quale l’inquinamento ha ridotto drasticamente il numero delle gravidanze e gli Stati Uniti sono diventati una teocrazia totalitaria che ha ridotto le donne in schiavitù, annientando ogni loro diritto. Le poche donne in grado di avere figli, chiamate “ancelle” ed identificabili grazie all’obbligatoria veste rossa alla quale si accompagna un copricapo monacale fornito di alette, sono di proprietà dei Comandanti, i depositari del potere, e destinate alla procreazione coatta.

Se alla protagonista del romanzo, dopo essere stata arrestata dal regime, separata dal marito e dalla figlia e costretta a diventare ancella, viene tolto persino il nome ed è costretta a diventare Offred (ovvero “of Fred”, colei che appartiene a Fred), anche il protagonista del simpatico video, che si chiama Fred e si dichiara ridotto in schiavitù dalle nazifemministe, ha dovuto accettare un altro nome: Manfred, un nome che all’originale si aggiunge “man”, uomo.

“I was asleep before. When they didn’t date us because of feminism, we didn’t wake up. They ruined Ghostbusters, and we didn’t wake up then either. And when they were being shrill bitches 24/7, we didn’t wake up. And now, we are Handmen. The feminazis own us … like more or less. My name is Manfred.

Quando hanno iniziato a non voler uscire con noi per via del femminismo – ci dice il povero Fred – non abbiamo fatto niente. Hanno rovinato Ghostbuster, e non abbiamo fatto niente. Hanno cominciato a comportarsi come isteriche puttane 24 ore su 24, sette giorni a settimana, e non abbiamo fatto niente. Adesso, siamo “ancelli”. Apparteniamo alle nazifemministe… più o meno.

Gli ancelli non sono più liberi di parlare: non possono più definire il femminismo una “roba per donne brutte”, né hanno il permesso commentare senza remore le tette di chicchessia, ma soprattutto sono costretti a vivere in un mondo nel quale anche le donne non lesbiche sembrano delle lesbiche.

Ormai possono esprimere la loro “strong, masculine core” (forte essenza di maschi) solo in luoghi virtuali, nei quali sono protetti dal’anonimato.

Non so voi, ma io ho trovato il video assolutamente geniale.

Purtroppo il Men’s Rights Movement è ormai così diffuso anche in Italia che, di fronte al dramma di Manfred, costretto a fronteggiare isteriche nazifemministe che reclamano il diritto delle donne ad essere considerate esseri umani, non abbiamo difficoltà a ricollegarlo al gran numero di pagine e siti strenuamente impegnati a dimostrare non solo che il genere femminile non è discriminato, ma che tutti coloro che cianciano di “violenza contro le donne” e baggianate del genere discriminano gli uomini in quanto maschi.

Non è certo un fenomeno da prendere alla leggera, soprattutto per il credito presso le istituzioni di cui godono oggi alcuni esponenti del movimento.

Tuttavia, come ho scritto altrove, ridere anche quando la situazione è emotivamente devastante o concretamente pericolosa è un’espressione della resilienza degli individui, cioè della nostra capacità di far fronte alle avversità, ma anche di costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la nostra vita nonostante tutte quelle difficoltà che possono far pensare pensare ad un esito molto probabilmente negativo.

Ridere può essere un’eccellente strategia per resistere e lottare, e per questo vi segnalo il video.

 

Per approfondire:

I diritti degli uomini

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Donne poco sveglie

Ieri leggevo su globalist.it la notizia della scarcerazione di Luigi Garofalo per scadenza dei termini di custodia cautelare.

Il caso era finito su tutti i giornali in primavera, quando Elena Farina aveva deciso di raccontare pubblicamente il suo calvario, perché – dichiarò – “la prossima volta potrei finire sui giornali senza poterlo raccontare, da morta.”

A quei tempi Luigi Garofalo era stato arrestato già tre volte, sempre per atti persecutori contro l’ex moglie; ogni volta che era tornato in libertà aveva ricominciato a perseguitare la sua famiglia, arrivando a puntare una pistola contro il figlio maggiore, accorso in difesa della madre.

“La nostra non è più vita – raccontava Elena Farina – ho fatto almeno 15 segnalazioni nell’ultimo periodo, è venuto al bar ci ha minacciato. Ho il sospetto che sia stato lui a tagliarmi le gomme della macchina. Ci seguiva, abbiamo già cambiato casa più di una volta. E poi ci sono le telefonate, decine di messaggi. Una sera mi ha chiamato dicendo che il mio bar stava andando a fuoco e non era vero. Secondo me voleva controllare dove fossi. Non avrebbe potuto avvicinasi a questo locale ma ogni volta passava qui davanti e suonava il clacson per farsi sentire, per dirci che ci teneva d’occhio“.

Da il Corriere:

Non ho modo di fermarlo”, è l’amara constatazione di Elena. “Sono andata alla polizia – ricorda – son stati bravissimi, mi hanno protetta, lo hanno arrestato. Ma il problema sono i giudici. Lo lasciano uscire, e lui torna da noi”.

Dopo il clamore destato dal disperato appello della donna, Luigi Garofalo aveva giocato la carta del pentimento:

«Mi ha scritto che è pentito, che non vuole farmi del male, che gli dispiace», dice all’Ansa la donna, che alla vigilia dell’udienza di convalida dell’arresto ha chiesto pubblicamente che l’uomo fosse trattenuto in cella. «Io non gli credo – aggiunge la donna -. Gli ho creduto troppe volte. Non gli auguro il male, ma il mio aiuto non lo avrà mai». Nei giorni scorsi la donna era stata chiarissima: “«Ho paura di morire. Io chiedo aiuto al giudice, se quell’uomo esce dal carcere viene qui e mi ammazza, sono sicura”.

Il legale che lo rappresenta, Fabrizio Bonfante, in primavera aveva descritto così la situazione:

«Loro sono una di quelle coppie che un giorno si ama e il giorno dopo si odia. E il mio cliente racconta che, durante i litigi, le minacce arrivavano da entrambe le parti. Luigi faticava ad accettare una relazione che la sua ex moglie avrebbe iniziato con un altro uomo. Questo era motivo di tensione».

attribuendo a Elena Farina un comportamento violento al pari di Garofalo.

Allo stesso modo, a proposito della lettera fatta avere all’ex moglie, dichiara che a scrivere sarebbe anche lei:

“Con il legale della donna Foti abbiamo operato per riappacificarli. In questi mesi si sono scambiati lettere affettuose, il che fa ben sperare”.

La donna, ovviamente, nega:

“Non è vero, esca dalla mia vita. Nessun riavvicinamento. La storia delle lettere è invenzione del mio ex per dare buona impressione”. Elena ha spiegato di essere preoccupata.”Sparisca dalla mia vita e quella dei nostri figli, si rassegni e se ne torni a Salerno…”.

Elena Farina, oggi, è di nuovo sola con la sua paura.

Non le resta che sperare che il suo carnefice, per una volta, abbia detto la verità e non torni a presentarsi armato alla sua porta.

Cosa altro potrebbe fare?

Secondo Paolo Crepet “si dovrebbe svegliare”.

In un’intervista pubblicata qualche giorno fa, infatti, il noto psichiatra (del quale avevo già scritto tempo fa a proposito della sua discutibile teoria sulla causa della violenza contro le donne) ha commentato l’ennesimo femminicidio puntando il dito contro “le donne ingenue”:

«Le donne devono smettere di essere ingenue. E i figli, non devono essere motivo di sensi di colpa. Devono allontanare il violento, sempre. I sensi di colpa sono una ruggine che mangia tutto. E noi professionisti non possiamo limitarci a dare pacche sulle spalle. Dobbiamo mettere le donne di fronte alla realtà: se ci sono figli ci si allontana lo stesso. I figli di questa donna ora sono orfani della madre e con un padre che, se va bene e lo speriamo, si farà vent’anni di carcere. Era meglio se stavano con lei da sola».

E che si fa, se una volta che lo abbiamo allontanato, l’uomo violento torna deciso a vendicarsi? Che si fa se, dopo un breve periodo in custodia cautelare, torna in libertà pronto ad inventare scambi di lettere affettuose e comuni progetti di riappacificazione, allo scopo di gettare fumo negli occhi di chi dovrebbe tutelarci dal il suo chiaro intento di tornare alla carica?

Che si fa se, a proposito dei figli, il giudice ci dice che non importa se il padre ci ha picchiate, perché “l’eventuale violenza nei confronti di un ex coniuge non va ad intaccare il rapporto con la prole” e “l’uomo che abbia posto atteggiamenti aggressivi e violenti contro la ex moglie… non perde l’affidamento dei figli“?

Crepet ci parla di “quattro amiche belle toste“, evocando uno scenario alla Tarantino, popolato di donne dallo sguardo glaciale pronte a menare le mani…

La soluzione, insomma, sarebbe rispondere all’intimidazione con l’intimidazione, alle minacce con altre minacce. Perché rivolgersi alle istituzioni? Compriamoci tutte una katana, andiamo in giro in branco, impariamo a spaventare chi si diverte a terrorizzarci, e il problema si risolve senza affaticare giudici e poliziotti.

Crepet ci ricorda poi che, se le donne finiscono in certe situazioni, molto probabilmente è perché se la sono andata a cercare:

«Alla donna solo vittima e all’uomo solo carnefice, io non credo affatto. E mi permetto di dire qualcosa di scomodo: ci sono donne a cui piace, in fondo, l’uomo padrone che la controlla, che è padrone del suo corpo a letto ma anche della sua anima, del telefonino. Come professionisti questa è una domanda che ci dobbiamo porre e anche tante donne si devono interrogare.»

Quindi conclude con un ultimo suggerimento:

«Gli uomini devono imparare il rispetto per le donne (e viceversa) e il rispetto lo devono insegnare le donne. Se la mia morosa mi lascia perché ho alzato la voce o le ho dato uno schiaffo, la prossima donna la rispetto. Per non essere lasciato. Quindi, donne, fatevi rispettare! Senza attendere alcuna grazia divina».

Di solito, quando una morosa lascia l’uomo che l’ha maltrattata, fa una brutta fine, il che mi fa sorgere qualche dubbio sull’effettivo potere pedagogico del gesto.

Ma Crepet non ha dubbi: il problema alla radice della violenza contro le donne sono le donne, ergo le donne devono attivarsi per risolverlo.

Le donne “devono smettere di essere ingenue”, le donne “devono allontanare il violento” – da sole o al massimo in compagnia di amiche tostele donne “si devono interrogare”, le donne “devono insegnare”…

Gli uomini, invece, possono passare il tempo a spiegare alle donne cosa fare.

Dimenticavo: le donne devono arrabbiarsi.

In effetti, dopo aver letto l’intervista, mi sento parecchio arrabbiata.

Con Crepet, però.

 

Sullo stesso argomento:

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Lo stalker

«La retta comprensione di un fatto, e il fraintendimento di questo stesso fatto, non si escludono a vicenda per intero». (Franz Kafka, “Il Processo”)

Ci dice un recente articolo dell’Ansa che, secondo l’Istat, sono

“3 milioni e 466 mila in Italia, secondo l’Istat, le donne che nell’arco della propria vita hanno subito stalking, ovvero atti persecutori da parte di qualcuno, il 16% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Di queste, 2 milioni e 151 mila sono le vittime di comportamenti persecutori dell’ex partner. Ma il 78% delle donne che ha subito stalking, quasi 8 su 10, non si è rivolta ad alcuna istituzione e non ha cercato aiuto.”

Se fate caso ai numeri, quasi i due terzi delle vittime di atti persecutori si dichiarano tormentate dall’ex partner.

E’ di questi giorni la notizia della morte di Maria Archetta Mennella, uccisa con quattro coltellate dall’uomo dal quale si era separata. A proposito del movente leggiamo che

“A indurre Antonio Ascione, 44 anni, a uccidere l’ex moglie sarebbero stati alcuni messaggi “rubati” sul cellulare della donna: l’uomo avrebbe preso il cellulare di Maria Archetta Mennella e avrebbe iniziato a leggere i suoi messaggi, violando la privacy di quella che un tempo era stata sua moglie, ma che ora aveva tutte le legittime intenzioni di rifarsi una vita.”

Sempre di questi giorni è la notizia che a Torino la procura ha richiesto l’archiviazione del caso di una donna ripetutamente minacciata di morte dal marito, perché

“non sono maltrattamenti, ma dinamiche di una«contingente crisi coniugale»“.

Non è violenza, ma “conflitto”: un’analisi piuttosto comune dei casi di separazione nel corso dei quali una donna lamenti di essere vittima di abusi.

A tale proposito vorrei parlarvi oggi di un decreto interessante emesso dal Tribunale di Salerno e recentemente commentato con toni entusiastici sul sito Studio Cataldi, un sito che tempo fa ci deliziò informandoci che le avvocatesse italiane sono le più belle d’Europa e che, ormai da un po’, ha deciso di accogliere fra i suoi autori nientepopodimeno che Marino Maglietta, presidente dell’associazione Crescere Insieme nonché paladino del movimento dei papà separati.

Il decreto riguarda le modalità di affido di una bambina di quattro anni, per la quale lo scorso anno era stato disposto l’affido condiviso ad entrambi i genitori “su istanza congiunta delle parti” (ovvero entrambi i genitori erano d’accordo).

Ad un certo punto, però, leggiamo che la madre decide di non rispettare più gli accordi presi, impedendo al padre di incontrare la figlia se non in rare occasioni e sotto la stretta sorveglianza del nonno materno.

Come mai?

La donna viene ascoltata dal giudice al quale fa presente di avere presentato contro l’uomo una denuncia per stalking.

A proposito di ciò che la madre testimonia, scrive il giudice nel decreto:

…non è dato riscontrare il reiterato compimento di condotte violente verso la madre o verso la prole caratterizzante altre decisioni di disporre l’affido esclusivo di un minore: vi sarebbe un unico episodio di scontro violento con la madre di cui è per controverso se sia la causa dell’esclusione del padre dalla gestione della prole o l’effetto e che comunque non è di per sé dimostrativo di personalità violenta.

Notate come l’episodio di violenza verso la donna (del quale il decreto omette qualsiasi altro dettaglio oltre a quanto qui riportato) è descritto come “uno scontro con”, espressione che solitamente descrive un diverbio piuttosto acceso, del quale entrambe le parti sono corresponsabili.

Notate anche come, secondo il giudice, ci sono situazioni nelle quali l’uso della violenza è in qualche modo giustificato, ovvero quelle situazioni nelle quali un uomo voglia far valere i suoi diritti di padre.

… le condotte paterne non integrano violazioni delle regole dell’affido condiviso (…) al più emerge un aver parlato della madre in termini inopportuni, come l’aver confidato alla figlia [di 4 anni] che avrebbe voluto continuare la relazione con la madre

A proposito del “parlare in termini inopportuni” ad una bambina di 4 anni, occorre specificare che risulta dal decreto che la madre ha intrapreso una nuova relazione sentimentale, che la bambina ha conosciuto il nuovo partner della madre nel corso di una giornata al mare, e che il padre, incurante della volontà della donna di lasciarsi definitivamente alle spalle la relazione con lui, avrebbe confidato alla figlia un “segreto da non dire alla mamma”, ovvero che “il padre e la madre si sposeranno“.

Abbiamo qui un uomo che evidentemente non accetta la fine della relazione con la madre della bambina, che già si è reso responsabile di una aggressione fisica nei suoi confronti, e abbiamo una donna che afferma di avere paura, per sé e per sua figlia, una paura che, a suo dire, sarebbe la causa del suo comportamento ostativo nei confronti dell’uomo.

Il giudice non le crede e afferma che non c’è violenza o persecuzione, ma solo “conflitti interni alla coppia genitoriale“, e che la denuncia per stalking è da ritenersi “astratta e strumentale alla condotta apprensiva materna“.

Secondo il giudice, il fatto che l’uomo annunci alla figlia di 4 anni che sposerà la madre, la quale non intende affatto sposarlo visto che è innamorata di un altro uomo il quale la ricambia, non è un comportamento che possa mettere in allarme una donna o che possa considersi pregiudizievole per una bambina.

Ma perché, se oggettivamente non vi è nel comportamento paterno alcuna ragione che giustifichi il mutamento avvenuto nella madre, una donna che inizialmente era d’accordo sull’affido congiunto improvvisamente avrebbe deciso di ostacolare il rapporto padre-figlia?

E’ “apprensiva”, ci spiega il giudice, ovvero si preoccupa troppo in circostanze che non dovrebbero destare alcuna preoccupazione.

Tenendo conto della “piena idoneità paterna“, il giudice nomina uno psicologo che sarà responsabile di valutare “la capacità genitoriali di ciascun genitore” (non si capisce perché, visto che il padre è stato già descritto nel decreto come pienamente idoneo e la madre come incapace di “educare alla bigenitorialità la figlia“, quindi come il genitore manchevole) e di operare “per l’introduzione di un regime di frequentazione bilanciato, in modo che sia conforme all’interesse della figlia e idoneo a garantire il mantenimento di un rapporto equilibrato, continuativo e sereno con entrambi i genitori“.

Ogni volta che vi chiedete “ma perché le donne non colgono i segnali d’allarme?”, pensate a questa frase: “uno scontro violento non è di per sé dimostrativo di personalità violenta“.

Nel contesto culturale odierno è difficile che vengano colti gli indicatori di una situazione a rischio ed è per questo che, quando è troppo tardi, si finisce col parlare di “raptus”.

Mi auguro di tutto cuore che non sia questo il caso.

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Pausa

Solo per qualche giorno… A presto!

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L’approccio dello spettatore – II

Nel lavoro che svolgo con i miei colleghi nell’ambito sportivo, nell’esercito degli Stati Uniti e nelle scuole, abbiamo sperimentato il metodo chiamato l’approccio dello spettatore alla prevenzione della violenza di genere. Voglio darvi i punti salienti dell’approccio dello spettatore, perché è un grande cambiamento di paradigma, il cui focus è spostare lo sguardo dalla combinazione di uomini come autori e donne come vittime, o donne come autrici e uomini come vittime. Invece di concentrarci su chi subisce o fa la violenza lo sguardo si posa su quelli che chiamiamo spettatori. Lo spettatore è chi non è autore o vittima in una data situazione: si tratta degli amici, dei compagni di squadra, dei colleghi, dei familiari, quelli di noi che non sono coinvolti direttamente in una diade di abuso, ma stanno nella vita sociale, nella famiglia, nel lavoro, nella scuola e nelle altre relazioni culturali con persone che potrebbero essere in quella situazione.

(…)

L’approccio dello spettatore ha come obiettivo dare strumenti alle persone per interrompere questo processo e creare un clima culturale tra pari in cui il comportamento abusivo sia visto come inaccettabile, non solo perché illegale, ma perché sbagliato e intollerabile nella cultura dei pari. E se siamo in grado di raggiungere il punto nel quale gli uomini che agiscono in modo sessista perderanno di status, otterremo che anche i ragazzi che agiscono in modo sessista e molesto verso le ragazze e le donne, così come verso altri ragazzi e uomini, perderanno status/posizione sociale. Vedremo così una diminuzione radicale della violenza. Perché il tipico autore della violenza maschile non è una persona malata o una mente contorta. È un ragazzo normale in ogni altro aspetto. Non è forse così?

da “Trasformare ogni uomo in un femminista”, di Jason Katz

(in Marea, n.3, settembre 2016, pag.41)

La notizia: la sera del 13 luglio un operaio di 56 anni ha aggredito la sua ex, 42 anni, nell’abitazione delle donne anziane che accudiva. Secondo la ricostruzione degli eventi, l’uomo avrebbe fatto irruzione in casa in piena notte, buttato in terra una delle due donne a cui l’ex compagna faceva da badante, per poi rincorrere lei con un coltello preso in cucina, procurandole ferite da arma da taglio al fegato e al polmone destro. Il tutto, pare, sarebbe avvenuto in presenza del figlio della coppia, di soli 9 anni. La donna, trasportata all’ospedale, è morta alle 6 della mattina successiva per le gravi lesioni riportate.

Ci dice l’Istat che le donne separate o divorziate subiscono violenze fisiche o sessuali in misura maggiore rispetto alle altre, il 51,4% contro il 31,5%1.

Secondo i dati forniti dall’Eures, se si osservano i dati degli omicidi di donne, si scopre che 7 su 10 avvengono in famiglia, e che quasi la metà di questi avviene nel lasso di tempo dei primi tre mesi dopo la rottura della relazione: “La percentuale dei femminicidi scende all’11,8% tra i 90 e i 180 giorni dalla separazione, per risalire al 16,1% nella fascia temporale compresa tra 6 e 12 mesi, al 14,9% in quella tra 1 e 3 anni ed al 6,2% in quella tra 3 e 5 anni, dove giocano un ruolo rilevante le decisioni legali ed i tentativi di ricostruire nuovi percorsi di vita.

Tutte le statistiche sulla violenza domestica, italiane o straniere, suggeriscono che la perdita di controllo sulla donna conseguente alla separazione può rendere l’uomo maltrattante incline a perpetrare violenze di maggiore intensità.

Molti “spettatori”, però, sono convinti che ci sia un’altra spiegazione.

A seguire, alcune reazioni dei lettori de il Fatto Quotidiano:

Un commentatore legge “ex moglie” e la prima parola che gli viene in mente di scrivere è “parassita”.

Vi ricordo che parassita è una parola che stava sulla bocca di molti/e, un paio di mesi fa…

A dispetto della campagna di disinformazione messa in atto dalla stampa a proposito della presunta “rivoluzione” in ambito giurisprudenziale, che permetterebbe agli uomini di conservare intatto il sudato patrimonio anche in caso di divorzio, e a dispetto delle strombazzate notizie di pigre ed avide ex mogli lasciate in brache di tela da coscienziosi magistrati, nella mente di molti “spettatori” l’omicidio rimane la soluzione meno onerosa, nel caso ci si voglia liberare di una consorte, come raccontava qualche anno fa Massimo Travaglio.

(fonte dello screenshot)

Da notare come, a dispetto del fatto che molti sostengano che comminare delle pene esemplari a chi si macchia di questo tipo di delitti non abbia un concreto effetto deterrente, per questo commentatore

la sostanziale impunità garantita da una pena lieve è da considerarsi un fattore determinante quando si tratta di scegliere se accoltellare la propria ex moglie oppure no.

Per altri, invece, la motivazione dell’omicida è più nobile: non si tratta solo di denaro, ma di libertà.

Il matrimonio è una trappola, una prigione e la donna ne è il carceriere.

Poco importa che le statistiche ci dicano che sono gli uomini, quelli più propensi a risposarsi dopo la fine del primo matrimonio (“La tipologia più frequente tra i matrimoni successivi al primo è quella in cui lo sposo è divorziato e la sposa è nubileci dice l’Istat, pag. 7, un dato che farebbe pensare al matrimonio come una condizione più desiderabile per lui, piuttosto che per lei), lo stereotipo che descrive la donna come quella decisa a conquistarsi con ogni mezzo lo status di coniugata è intramontabile:

Lo sappiamo: il femminicidio è una di quelle tipologie di reato nei confronti del quale lo “spettatore” si sente legittimato a discutere degli errori commessi dalla morta, piuttosto che del reato commesso dall’assassino: se tuo marito ti ha uccisa è perché non ti dovevi sposare, perché hai sposato l’uomo sbagliato, perché tu eri in qualche modo una persona sbagliata, perché lo hai lasciato, perché non lo hai lasciato nel momento giusto, perché lo tradivi, perché hai scoperto che ti tradiva e lo hai affrontato, perché lo amavi troppo, perché non lo amavi abbastanza, perché non hai lavato i piatti

Insomma, donna, è ora che cambi, possibile che tu ancora non lo abbia capito?

Tornando alle avide manipolatrici alla ricerca di un pollo da spennare, ovvero le ex mogli –  che lo siano lo avevano già sancito gli ermellini nella succitata sentenza sugli alimenti, dichiarando che è tempo di «superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come “sistemazione definitiva”» – voglio condividere con voi una copertina che mi è stata segnalata stamattina, una copertina datata proprio 13 luglio (che coincidenza!):

Dimentichiamoci per un attimo della political correctness: quali possibilità rimangono ad un povero cristo che si è fatto intrappolare da un’avida biancovestita decisa a distruggerlo a colpi di carta di credito?

Le mogli continuano a stressarti anche dopo aver abbandonato il tetto coniugale, diciamolo.

Mettendo un attimo da parte la questione “stress”, qualcuno obietta che l’omicidio potrebbe essere considerato almeno un “eccesso di legittima difesa”, a fronte di un danno che viene prevalentemente descritto come patrimoniale.

Ok, questa donna lavorava, magari mi sono sbagliato – replica il difensore degli ex mariti esasperati – ma ermellini o non ermellini, alimenti o non alimenti, il fatto che questa morta lavorasse non può farci dubitare del fatto che in GENERALE se dici donna dici danno, le ex mogli ti rovinano, le leggi sono inique e quindi gli uomini si fanno giustizia da soli: più chiaro di così…

Alla luce di questa e di molte altre conversazioni simili che si svolgono regolarmente in calce ad ogni notizia di una donna ammazzata dal partner o ex partner, che cosa possiamo fare per contribuire a creare un clima culturale tra pari in cui il comportamento abusivo sia visto come inaccettabile, non solo perché illegale, ma perché sbagliato e intollerabile nella cultura dei pari”?

Se la smettessimo, per cominciare, di perpetuare sciocchi stereotipi come questo?

Se decidessimo di cambiare radicalmente il modo in cui i professionisti del settore e la stampa raccontano il matrimonio, la separazione e il divorzio?

E’ solo un suggerimento, il mio, ma sono aperta alle vostre proposte.

 

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Siamo sicuri che non è colpa della donna cattiva?

Quando una donna viene uccisa è certamente colpa sua

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