Luoghi della cultura

The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore

Qualche giorno fa, un mio contatto su facebook poneva una domanda, allo scopo di aprire un dibattito. L’argomento era “A Voice For Men Italia”.

A seguito della strage di Latina, nella quale per mano del padre Luigi Capasso hanno perso la vita due bambine di 8 e 13 anni, mentre la madre, Antonietta Gargiulo, è ancora ricoverata in ospedale, il sito ha pubblicato un delirante articolo in difesa dell’assassino e di tutti quei papà “i cui diritti umani vengono violati” che decidono di “ribellarsi in maniera folle e violenta“, accusando di violenza contro gli uomini “le avvocate femministe“, “le giornaliste sciacalle” e “i centri anti-violenza di stampo femminista“.

Come reagire di fronte alla crudeltà di chi non ha remore a descrivere la morte di due bambine innocenti e il dolore immenso di Antonietta Gargiulo come la giusta punizione per una madre alienante?

La stragrande maggioranza dei commenti in risposta suggeriva di “non diffondere spazzatura”, eventualmente di “segnalare a facebook” o magari “fare un esposto” (proprio come fece Antonietta Gargiulo poco prima di essere raggiunta dai colpi di pistola), ma comunque di non perdere troppo tempo dietro a simili farneticazioni.

Del variegato e inquietante “movimento per i diritti degli uomini” abbiamo parlato più volte, in questo blog, e molto ancora si potrebbe e forse si dovrebbe tradurre.

Per chi fosse interessato a perdere un po’ di tempo e approfondire la spaventosa mole di farneticazioni che purtroppo non riguarda solo il nostro sciagurato paese, un articolo pubblicato su The Saturday Paper di qualche anno fa descrive il movimento come una cassa di risonanza per rancori personali, misoginia violenta e permanente vittimismo“.

Secondo l’autore, Martin McKenzie-Murray, “E ‘difficile – anzi, impossibile – presentare succintamente la filosofia degli attivisti per i diritti degli uomini, perché non sembra avere un nucleo”; addentrandosi nei meandri dei vari siti dedicati all’attivismo, si è reso conto che “affrontare la misoginia di alcuni loro forum in alcuni forum online è difficile. L’odio è sconvolgente. Incontrollato, disinformato, brutto. Le donne sono liquidate come streghe, incallite truffatrici, specializzate nell’incastrare, o peggio – tutte protette dal femminismo”, ed è giunto alla conclusione che leggere i contenuti degli attivisti per i diritti degli uomini equivale arilevare una vasta gamma di questioni personali irrisolte irrimediabilmente. Uno viene piantato dalla moglie o dalla fidanzata, e improvvisamente tutte le donne sono vipere traditrici. Una donna rifiuta una proposta, quindi tutta l’umanità è evirata dalla macchinazione femminile. Si sente un gran numero di uomini attizzare rancori privati, trasformandoli in percezioni globali e uno stato permanente di vittimismo. E’ di volta in volta patetico e pietoso.”

Fra i personaggi più influenti, Martin McKenzie-Murray cita anche Paul Elam, il fondatore di A Voice For Men nonché il principale beneficiario delle cospicue donazioni in denaro dei sostenitori del movimento.

A proposito di Paul Elam possiamo leggere molto nel sito “We Hunted the Mammoth“; David Futrelle, che ne è l’autore, descrive Paul Elam come “un feroce misogino con una propensione per la rabbia e la retorica violenta, piena di minacce solo leggermente velate“, riportando le stesse frasi di Elam a supporto delle sue conclusioni.

Dovessi essere chiamato a far parte della giuria in un processo per stupro, giuro pubblicamente che voterei non colpevole, anche nel caso in cui esistessero prove schiaccianti della veridicità delle accuse“: questo è Paul Elam.

A dispetto del fatto che gli argomenti dei Men’s Rights siano oggettivamente ridicoli e fin troppo spesso nauseabondi,

[possiamo leggere sul sito A voice For Men Italia: “AVfM considera l’ideologia del gender ed i suoi agenti di misandria come un male sociale. Non li consideriamo come ben intenzionati o onesti, ma allo stesso livello di nazisti, razzisti ed altri gruppi dediti all’odio. Se vogliono ascoltare li educheremo, ma li consideriamo responsabili della loro ignoranza e delle loro azioni.”]

esso riscuote grande successo fra soggetti il cui livello di istruzione farebbe presumere che fossero immuni dal fascino della spazzatura.

Infatti, in un luogo nel quale non immagineremmo mai di trovare citato un sito come A Voice For Men, compare un articolo come “LE PAROLE DELLA LAICITÀ – Femminicidio e violenza sulle donne“, a firma di Edoardo Lombardi Vallauri, il quale non solo è un eminente linguista e un lettore di A Voice For Men, ma non prova un filo di imbarazzo a citare il sito fra le fonti in calce ad un testo nel quale si propone di discettare di violenza di genere:

Come trovare i viaggi nel tempo di Geronimo Stilton fra le fonti di un trattato di paleontologia.

Non è certo un esperienza piacevole navigare siti come A Voice For Men, me ne rendo conto. Si incappa in titoli come questo

 

di fronte ai quali non è facile reprimere l’impulso a toccarsi le gambe per verificare che non si siano ricoperte di crinolina a causa di un varco spazio-temporale che ci ha inspiegabilmente riportati tutti indietro di qualche secolo.

Invece occorre accettare che quello che stiamo leggendo è reale, è proprio lì, sullo schermo, nero su bianco, che qualcuno non solo lo ha scritto e pubblicato, ma ci crede;  soprattutto occorre accettare che a crederci non ci sono soltanto sparuti gruppetti di anonimi cittadini vittime dell’ignoranza più crassa, magari amareggiati da una delusione sentimentale che li ha portati loro malgrado a sguazzare nel rancore e nell’autocommiserazione, ma persino gente che scrive per Micromega.

In fondo non è questo che si intende quando si dice che la violenza sulle donne è un “problema strutturale”?

Forse dovremmo perderci un po’ di tempo, perché le cosiddette farneticazioni di A Voice For Men non sono un fenomeno marginale da liquidare con una segnalazione a facebook, bensì la pietra d’angolo attorno alla quale è edificato il patriarcato.

La loro attività, come dimostra proprio la drammatica vicenda di Latina, mette in serio pericolo donne e bambini, esacerbando quella cultura che sistematicamente tende a minimizzare la violenza domestica e a biasimare le vittime, ostacolando tutte quelle azioni che produrrebbero risposte tempestive e concrete per chi chiede aiuto.

Per contrastare il movimento degli attivisti per i diritti degli uomini è necessario vincere la frustrazione e confrontarsi direttamente con i loro obiettivi, diffondendo un atteggiamento critico nei confronti della loro propaganda.

Ad esempio:

La violenza di genere e i malintesi del linguaggio

A proposito dell’articolo di Macrì e colleghi:

In risposta alla Dott.ssa Pezzuolo

Le due facce della violenza

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La sagra dell’8 marzo

L’8 marzo ci regala ogni anno momenti imbarazzanti.

Il momento in cui un’azienda pensa sia il giorno perfetto per promuovere le sue cucine, ad esempio.

Perché lo sanno tutti che “femmina cuciniera, pigghiala per mugliera!“, e una donna che non si sposa, che donna è?

O il giorno in cui un celebrato scrittore se ne esce così:

L’8 marzo non è il giorno in cui “si celebra un genere”; non è una giornata analoga alla sagra del fagiolo borlotto, nel corso della quale (e non ci trovo niente di male, anzi) si valorizza un legume tipico decantandone le straordinarie proprietà organolettiche e degustando minestroni accompagnati da ottimi vini.

Per quanto oggi anche io abbia, mio malgrado, ricevuto molti di quei fastidiosi video promozionali nei quali si elencano quelle proprietà del prodotto-donna che lo renderebbero degno di celebrazioni (femminili e determinate, dolci e coraggiose, sognatrici e pratiche, sempre più emozionate, delicate…), l’8 marzo è la Giornata Internazionale della Donna, istituita nel contesto della lotta delle donne contro la discriminazione di cui sono fatte oggetto.

All’epoca del primo Women’s Day, le donne non chiedevano di essere celebrate, lodate, festeggiate: protestavano perché veniva negato loro di votare, protestavano contro l’impari trattamento e lo sfruttamento nel mondo del lavoro.

Le donne protestano ancora oggi. Hanno protestato anche oggi. C’è ancora molto contro cui protestare.

Non ce ne frega niente se vi piacciono le donne portatrici di passioni o quelle che sfornano una lasagna perfetta, se preferite le donne con le gonne o quelle che difendono la complessità.

Le donne, per prendere parte a questa giornata, non debbono rispondere a nessun altro criterio che non sia l’appartenenza al genere umano.

Perché è per quello che combattiamo: affinché ci venga riconosciuto lo status di esseri umani.

L’elenco di caratteristiche da soddisfare, come pure le celebrazioni, li lasciamo volentieri ai fagioli borlotti.

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Un’ammissione di responsabilità

Ieri sera ho guardato le televisione. Non lo faccio quasi mai, perché mi fa male. Infatti stamattina sono in uno stato pietoso.

Ieri sera guardavo “Porta a porta” e il mio malessere si è palesato appena Bruno Vespa ha affrontato il caso del giorno: il carabiniere che a Latina ha massacrato moglie e figlie.

La nausea è diventata insostenibile quasi subito, non appena Vespa ha chiesto all’avvocata Maria Belli se la signora Gargiulo “si stava ricostruendo una vita con un altro uomo”.

No? Peccato. Ci piacciono tanto i delitti d’onore, a noi italiani.

In questi casi, di solito, preferisco rimanere in silenzio, perché non ritengo di essere in grado di scrivere quando sono sopraffatta dalla rabbia e dal disgusto.

Eppure stamattina sono qui, mossa da un’insopprimibile senso di urgenza.

Si fanno tanti discorsi, di fronte a tanta innegabile crudeltà ed efferatezza. Ascoltiamo esperti di ogni genere: psichiatri che ci raccontano di psicosi, magistrati che ci assicurano che, senza una denuncia – Antonietta Gargiulo aveva infatti presentato un esposto, e la differenza fra i due istituti, la denuncia e l’esposto, sarebbe la causa dell’impossibilità per le istituzioni di intervenire preventivamente a tutela di Antonietta e delle sue figlie – assistenti sociali che ci informano che, a dispetto del fatto che da ottobre dello scorso anno fossero stati allertati dalla stessa Gargiulo (“Un mese dopo chiede l’intervento dei servizi sociali perché non vuole che le figlie vedano il padre da sole” leggiamo sul Corriere) non esistono strumenti per mezzo dei quali intervenire tempestivamente, non si poteva mettere in sicurezza la donna e le bambine.

Eppure Antonietta aveva ribadito a gennaio: “voglio che stia lontano da me e dalle nostre figlie e la smetta di inviarmi messaggi e telefonarmi in continuazione“.

Aveva le idee molto chiare Antonietta Gargiulo, aveva fatto una richiesta molto precisa.

Spettava davvero a lei stabilire il modo in cui questo obiettivo andava raggiunto?

Antonietta Gargiulo non era una poliziotta o una carabiniera, non era un’avvocata né un’assistente sociale o una magistrata. Non aveva gli strumenti per sapere quale iter avrebbe dovuto attivare per ottenere il suo obiettivo, come non ce l’ha chiunque non sia formato per districarsi fra norme e regolamenti, linee guida e giurisprudenza.

Però aveva chiesto aiuto, più e più volte.

Perché Antonietta Gargiulo voleva essere protetta e voleva che venissero protette le sue figlie.

E allora perché è così difficile ammettere che è possibile che Antonietta Gargiulo sia stata mal consigliata, che le istituzioni preposte abbiano sottovalutato gli elementi disponibili per una valutazione del rischio, che le persone accanto a lei non abbiano saputo prospettarle una strada diversa da quella che ha percorso?

In questi casi non sento mai una delle persone direttamente coinvolte dire al pubblico: potrei aver sbagliato; lei è venuta da me, mi ha esposto i fatti e io non ho saputo cogliere quei segnali che facevano presagire questo esito infausto; due bambine sono morte e se io mi fossi comportato in modo diverso forse avrei potuto evitarlo.

Gli esseri umani sbagliano, magari anche in buona fede. Nessuno è infallibile, anche se io ritengo che abbiamo il dovere di imparare dai nostri errori, al fine di non commetterli più, perché a volte, come in questo caso, è in gioco la vita delle persone.

Certo, potreste rispondermi, del senno di poi son piene le fosse, a tragedia avvenuta è facile sentenziare.

Eppure, a tragedia avvenuta, quanto è produttivo escludere a priori che siano stati commessi degli errori da qualcun altro che non sia la vittima?

Per quanto più e più volte la magistrata Matone, ospite di Vespa, abbia ripetuto che non era sua intenzione imbastire un processo alla vittima (“la signora non ha fatto i conti, ma non per sua colpa, con la follia di questa persona” – perché, a dispetto del fatto che fosse stato valutato dall’Arma perfettamente in grado di intendere e volere, è di un pazzo colto da raptus che si parla sempre, quando muore una donna per mano di un italiano), di fatto è quello che è andato in onda: un processo alla vittima.

Quando la criminologa Bruzzone ha fatto notare che esistono strumenti per intervenire, che è possibile se non auspicabile privare dell’arma d’ordinanza un esponente delle forze dell’ordine, anche in assenza della denuncia, subito è stata interrotta sia dal giornalista che dalla magistrata, la quale sottolinea che “la signora ha camminato sul filo del rasoio“, “preoccupata dell’avvenire delle sue figlie“.

Sta parlando di soldi, perché è a quello che mirano le ex mogli, il denaro, il mantenimento, l’unico e il solo movente di ogni loro sciagurata decisione.

Sorvolerei, se potessi, sulla successiva valutazione, quella che descrive come “molto più grave” l’esposto presentato dall’assassino, il quale si era lamentato che Antonietta Gargiulo non gli permetteva di vedere le figlie.

Sarebbe più grave, quell’esposto, perché integrava una fattispecie penale.

Invece una donna che racconta di essere stata aggredita davanti a testimoni e afferma “Ho ancora paura di mio marito per il suo carattere violento e aggressivo” starebbe rendendo edotte le autorità di un comportamento non riconducibile ad alcun reato.

Quello di cui né Vespa né le donne presenti nello studio si rendono conto, è che il problema non risiede tanto nella natura della violazione o nella forma scelta per le denunce, quanto nella credibilità di chi muove le accuse.

Le donne non godono della medesima credibilità dei loro aguzzini, neanche quando vengono schiaffeggiate davanti ad una moltitudine di testimoni, neanche quando i loro figli sono evidentemente traumatizzati e terrorizzati, neanche quando sono in fin di vita in ospedale.

E di questo dovremmo sentirci tutti responsabili, tutti.

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Azkaa Riaz

E’ morta a soli 19 anni, a causa di un trauma da schiacciamento dovuto all’investimento da parte di un’auto, Azkaa Riaz, residente a Recanati, in provincia di Macerata.

Forti sospetti gravano sul padre, sul quale già pendeva un procedimento penale aperto dai carabinieri per maltrattamenti in famiglia, poiché sul volto della vittima il medico legale avrebbe riscontrato delle tumefazioni incompatibili con le conseguenze di un investimento, ma riconducibili a percosse. I maltrattamenti di Muhammad Riaz sarebbero cominciati circa un anno fa, tanto che i tre figli minorenni già prima della morte di Azkaa erano stati allontanati e affidati a una comunità.

Di Azkaa sappiamo poco o niente: “Silenziosa, dolcissima ed educata, riservata, non aveva legato con i compagni di classe: così la ricorda una delle insegnanti al professionale Bonifazi di Recanati. A 16 anni iscritta al primo anno, era stata bocciata per le troppe assenze, 120 giorni. Parlava poco italiano.”

Pare che il padre non la lasciasse libera di uscire.

Abbiamo discusso molto, sui social, in occasione della morte di Pamela Mastropietro, dell’importanza della provenienza geografica degli assassini.

Abbiamo discusso di statistiche e infografiche, e del fatto che nei luoghi dove maggiore è la diseguaglianza di genere e la discriminazione nei confronti delle donne, maggiore è il tasso di violenza nei loro confronti. Ergo – sostengono alcuni – la nazionalità dei perpetratori della violenza è fondamentale per comprendere quei fattori ambientali che possono considerarsi concause della violenza contro le donne. E in un certo senso è vero.

La ricerca svolta – quel lavoro che ha messo a confronto culture diverse – ci ha confermato che esiste un legame certo e sicuro fra la diseguaglianza di genere e il tasso di violenza nei confronti delle donne, ovvero che ovunque nel mondo, in Pakistan come in Italia, “la violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, e che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini” (Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, 1993).

Certo, in paesi nei quali si riscontrano livelli più alti di empowerment femminile il rischio per le donne di subire violenza è più basso, mentre è più alto in quelle società con sistemi di credenze sulla superiorità degli uomini rispetto alle donne più forti.

Ma entrambi questi fattori, il livello di empowerment di una donna e la convinzione che l’uomo debba dominarla in nome di una sua presunta superiorità, sono sempre e dappertutto da considerarsi elementi alla radice della violenza perpetrata.

Poco tempo fa la rivista Rolling Stone ha pubblicato un articolo dal titolo “Se sono single è colpa dei vostri selfie, nel quale l’autore si compiaceva di scrivere “parole [che] potranno risultare becere, sessiste, stereotipate, misogine“, con le quali ci comunicava che la società nella quale “papà lavorava e mamma si occupava di noi insieme alla nonna” era una società che “in un equilibrio di dominio, … funzionava“.

La società di oggi, invece, in cui le donne si sono liberate dagli oneri e dalle privazioni imposti dalla rigida struttura patriarcale, è un mondo governato dalla solitudine e dall’infelicità.

Lui, l’autore, uomo, ci sta dicendo che noi donne siamo molto, ma molto più infelici delle nostre nonne e che dovremmo ritrovare il nostro “mistero che dà la vita, fonte sublime di luce“, perché la “famiglia [quella formata da un uomo e da una donna] è l’unico equilibrio possibile.”

Almeno possiamo concordare con lui sul fatto che l’articolo è un’accozzaglia di parole becere, sessiste, stereotipate e misogine.

L’autore aggiunge anche una serie di irritanti consigli su quale musica una donna dovrebbe ascoltare, quali libri dovrebbe leggere, quali film dovrebbe guardare e quali pittori dovrebbe apprezzare. Ho preso appunti. Diamine, se non me lo avesse nominato lui di questo Kubrick non ne avrei mai sentito parlare.

So che sembra incredibile, ma questa roba è stata pubblicata il 17 febbraio 2018 e l’autore è un mio italianissimo coetaneo.

E’ single e davvero non riesco a spiegarmi come mai.

Non sto usando questo articolo (che ha diviso il pubblico femminile in entusiaste all’idea di fare un po’ di autocritica e stupite che un simile articolo sia davvero stato dato alle stampe) per mettere il Pakistan allo stesso livello dell’Italia.

Però.

Poco tempo fa Internazionale pubblicava un articolo dal titolo emblematico: “Uccidere una donna in Pakistan non è un reato”, nel quale si raccontava la drammatica storia di Asma Rani, studentessa al terzo anno di medicina all’università di Abbottabad, uccisa perché aveva rifiutato una proposta di matrimonio. “Nonostante l’orribile e agghiacciante natura dell’assassinio di Asma Rani e il video terrificante dei suoi ultimi istanti di vita, non c’è dubbio che saranno in molti a dare la colpa alla vittima: una ragazza che parte per andare a studiare in un’altra città, una ragazza che dice no a un uomo in Pakistan è una ragazza che sta andando a cercarsela, che è colpevole.” – commentava Rafia Zakaria, opinionista del quotidiano pachistano Dawn.

Se Asma è stata giudicata colpevole e quindi giustiziata dal suo aguzzino, in questi giorni piangiamo la morte di una nostra connazionale che si è macchiata della medesima colpa: Jessica Faoro, 19 anni, accoltellata dal tranviere Alessandro Garlaschi perché non voleva avere un rapporto sessuale con lui.

In entrambi questi orrendi delitti, consumati in luoghi geograficamente molto lontani, il movente è il medesimo, in entrambi i casi parliamo di una donna che non ha accettato di accondiscendere ai desideri di un uomo e quindi “si è meritata” di morire.

Se Hina Shahnawaz, che lavorava per una ong in Pakistan, è stata uccisa dal cugino perché osava “lavorare fuori casa”, per lo stesso motivo è morta l’avvocata Raffaella Presta, uccisa a colpi di fucile da Francesco Rosi, il quale “non voleva neanche che la moglie lavorasse, era arrivato adirittura a nasconderle le chiavi dell’auto pur di non farla andare in udienza.

Quello che sto cercando di dire, in buona sostanza, è che quando nominiamo le differenze culturali parlando di femminicidio, non possiamo riconoscere la responsabilità di “una società [che] ha educato a credere che le donne non abbiano il diritto di dire di no” nel caso delle morti di Azkaa, Asma e Hina, e accettare al contempo, quando parliamo di un italiano, la versione del “raptus” dell’uomo “indebitato e maniacale”, “cupo e strano” – tutte parole che intendono suggerirci che quel reato non è il prodotto di una cultura maschilista ancora viva e vegeta in Italia, come ci conferma l’articolo di Rolling Stone, ma solo l’atto insensato di un povero pazzo.

L’orrore del padre pachistano che molto probabilmente ha ucciso Azkaa non è diverso dall’orrore del boss mafioso Pino Scaduto, che nel 2009 manifestò la volontà di fare ammazzare la figlia, rea di aver iniziato una relazione con un carabiniere, o dall’orrore di Roberto Russo, che nell’agosto del 2014, a San Giovanni la Punta (Catania), si è accanito con un coltello sulla figlia dodicenne per vendicarsi della moglie visto che questa, dopo aver scoperto un suo tradimento, lo aveva lasciato.

Ci sono luoghi dove simili orrori sono più frequenti che in altri.

Il che può – o forse deve – farci riflettere sul ruolo che l’impunità garantita ai perpetratori potrebbe avere sui tassi di violenza contro le donne: l’assassino di Asma Rani non è mai stato arrestato e, leggiamo su Internazionale, “Quando questo articolo è stato scritto non si aveva ancora notizia di tentativi di individuarlo in quel paese né di contatti con le forze di polizia saudite. Se la polizia di solito evita di catturare gli assassini di donne quando si trovano in Pakistan, figuriamoci se proverà ad arrestare quelli fuggiti dal paese”.

Purché simili riflessioni vengano fatte con l’obiettivo di elaborare strategie preventive, affinché i nostri tassi di violenza diminuiscano ancora e ancora, sempre con la consapevolezza che ovunque volgiamo lo sguardo, a nord, a sud, a est o a ovest, “la violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, e che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini“.

C’è un dato, significativo quanto quello delle differenze dei tassi di violenza fra diverse zone del globo, che è molto meno citato: quello che riguarda la relazione che intercorre fra vittima e carnefice.

Ci dice l’OMS (pag.2) che, nel mondo, la maggioranza delle donne che hanno subito violenza l’hanno subita per mano di un partner; un terzo delle donne nel mondo (più o meno il 30%) ha subito agressioni e/o violenza sessuale nel contesto di una relazione sentimentale, mentre solo il 7% delle donne è stata aggredita da qualcuno che non fosse il partner (e non è detto che si tratti di un perfetto estraneo che proviene da chissà quale incivile paese).

Quel senso di insicurezza, che le donne sono abituate ad associare all’andarsene in giro da sole (come recentemente affermato, ad esempio, dalla stilista che ha fatto sfilare dei “modelli antistupro”), a rigor di logica dovrebbe coglierci quando siamo con la persona accanto alla quale si presuppone dovremmo sentirci più serene e a nostro agio.

Ed è questo, credo, il motivo per cui generalmente tutte quelle donne che si occupano di violenza di genere ritengono piuttosto inutile, quando si tratta di commentare un femminicidio, il fare riferimento alla nazionalità dei perpetratori.

E’ assurdo che una donna si preoccupi di “come vestirsi di notte” per uscire di casa, tanto quanto è assurdo affermare che è sufficiente chiudersi alle spalle il portone (come ci consigliò tempo fa il senatore D’Anna) per debellare la piaga della violenza di genere.

Violence against women can and should be prevented. Promising programmes exist and many hinge on promoting gender equality so that the full potential of the world’s women and girls can be realized.” ci esorta l’OMS: la violenza contro le donne si può e si deve prevenire, e lo fa combattendo la diseguaglianza di genere, affinché le donne e le ragazze di tutto il mondo possano dispiegare il loro potenziale.

E noi dovremmo farlo a casa nostra, a prescindere dal fatto che siamo quelli che nell’occhio hanno la trave o la pagliuzza.

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La verità indicibile

“Mi scuso se non ho compreso le regole… ma non mi scuso per il fatto che non parlo con lui perché c’è una ragione per cui non lo faccio e la ragione è che lui è un violento e l’ho visto picchiare mia mamma e non gli parlerò.”

Liam Tsimhoni

Si discute in questi giorni dell’ennesimo caso di un bambino che rischia di essere confinato in una casa-famiglia; lo scopo del provvedimento del giudice è motivato dall’esigenza di sottoporre il minore alla cosiddetta “reunification therapy“, ovvero un trattamento progettato per “deprogrammare” bambini che sono “alienati” da uno dei loro genitori durante il divorzio. La “terapia” (uso le virgolette perché definirla tale è arduo) comporta il confinare il bambino in un luogo lontano da casa, per isolarlo dal genitore a cui il bambino è più attaccato; l’attaccamento al genitore preferito è contestato, e il bambino è incoraggiato con sessioni intensive ad accettare nuovamente il genitore rifiutato. Come racconta chi un simile trattamento lo ha subito, esso si concretizza in coercizione e minacce.

Che la minaccia (minacciare: prospettare un danno, un castigo, un male) possa essere “terpaeutica”, lo sosteneva l’inventore del concetto di alienazione genitoriale Richard Gardner, e lo sosteneva a dispetto del fatto di non essere in possesso di alcun dato concreto a dimostrazione dei benefici che un simile trattamento avrebbe sulla salute fisica e psicologica dei piccoli pazienti.

Come ebbe a dire di Gardner il Professor Paul Fink, docente di psichiatria presso la Temple University School of Medicine e presidente della American Psychiatric Association recentemente venuto a mancare, “He invented a concept and talked as if it were proven science. It’s not.” – ha inventato un concetto e ne ha parlato come se fosse scientificamente provato, ma non lo è.

Ciononostante, provvedimenti di allontanamento motivati dall’esigenza di “deprogrammare” i bambini vengono emessi continuamente, sebbene non sappiamo esattamente con quanta frequenza.

Quello che emerge dai dati a nostra disposizione è che “I servizi sociali e legali spesso non prendono in considerazione i fattori che sono rilevanti per il miglior interesse dei bambini e delle bambine, come la Child Convention on the Rights of children del 1990 obbligherebbe. Inoltre, è chiaro che la violenza domestica non è né valutata né presa in considerazione nei casi di affido post-separazione.” D’altra parte, una stima precisa del numero di bambini allontanati dal nucleo familiare e confinati in case famiglia non esiste; a volte i casi più controvarsi si guadagnano qualche trafiletto sulla cronaca locale, periodicamente vengono presentate interrogazioni parlamentari che hanno per oggetto uno o più di questi casi, ma nessuna iniziativa riesce ad attirare la dovuta attenzione sulla problematica.

Nel caso del bambino di Lucca, che è finito sui giornali grazie all’interessamento di Di.re, l’associazione Donne in rete contro la violenza, la controversia legale fra i genitori che ha portato all’emissione del provvedimento ha inizio nel 2013, quando la madre finì al pronto soccorso a causa di un’aggressione dell’allora marito. Mentre la denuncia penale della donna avrebbe portato ad un rinvio a giudizio solo nel 2017 (ben 4 anni dopo), già nel 2015 venivano discussi in sede civile gli accordi per l’affido del minore.

Ormai da tempo sono conosciuti i danni provocati dalla violenza assistita: l’esposizione ripetuta dei bambini alle violenze che avvengono all’interno delle loro case può portare alle medesime conseguenze che funesteranno lo sviluppo di un bambino direttamente maltrattato.

Questa consapevolezza, tuttavia, non impedisce ai Tribunali civili di postulare l’ininfluenza del fenomeno della violenza domestica sulle decisioni da prendere in merito all’affidamento dei minori coinvolti , in evidente violazione con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato; l’enfasi che circonda il concetto di bigenitorialità fa sì che favorire il contatto del minore con entrambe le figure genitoriali diventi l’obiettivo principale di ogni intervento delle istituzioni (un obiettivo che paradossalmente si persegue isolando il minore in un luogo lontano da ogni figura di riferimento!) mentre la sicurezza e il benessere dei soggetti coinvolti passano inevitabilmente in secondo piano.

Si potrebbe pensare che questo avvenga anche perché la lentezza del sistema fa sì che il procedimento penale non si muova di pari passo con quello civile, che la presunzione di innocenza – un nobile principio, per carità – si trasformi, a causa dei tempi biblici della giustizia, nello strumento per mezzo del quale si prepara il terreno all’utilizzo di concetti come l’alienazione genitoriale.

Ma non è proprio così.

In questo caso, ad esempio, (la sentenza la trovate discussa anche qui, da un avvocato fortemente convinto dell’esistenza di un qualcosa che risponderebbe al nome di alienazione genitoriale), poiché il procedimento penale pendeva da più di quattro anni e la conclusione si prospettava “prevedibilmente non vicina“, la Cassazione ha ritenuto che “il giudice che le emette [le decisioni in materia di affidamento dei figli minori] non ha il potere di determinare anche gli esiti di un successivo giudizio prendendo posizione su mere ipotesi di fatti futuri (nella specie la eventualità, appunto, dell’accertamento degli abusi)”; in altri termini che, poiché il giudice non può prevedere come si concluderà il processo penale, non può prendere decisioni sulla base di un pericolo che potrebbe rivelarsi infondato.

Sulla base di questo principio soltanto il giudice non potrebbe prendere nessuna decisione, neppure quella di agire come se sapesse che l’imputato sarà assolto; per questo motivo, nello stabilire che il minore dovrà riprendere a frequentare il padre, la sentenza aggiunge che, anche qualora gli episodi di violenza sessuale ai danni del minore fossero avvenuti davvero, questo non sarebbe un elemento in grado di modificare la decisione di lavorare alla riunificazione fra padre e figlio: “quel rapporto va comunque recuperato, indipendentemente dall’esito del procedimento penale, la cui pendenza giustifica l’adozione delle opportune cautele, non potendosi escludere, attraverso un sostegno terapeutico, il recupero della genitorialità pur nell’eventualità che risultino accertati gli episodi ascritti“.

Le “opportune cautele” – come tristemente sappiamo dalla morte di Federico Barakat – non solo non garantiscono l’incolumità dei soggetti coinvolti (penso anche al povero educatore perito a Nantes mentre prendeva parte ad un “incontro protetto”, perché non muoiono solo donne e bambini, ma anche tutti coloro che hanno il coraggio e la sventura di frapporsi fra loro e gli assassini), ma nel momento in cui si rivelano inefficaci nel loro compito di tutela, le vittime non hanno nemmeno il diritto di chiedere ai servizi che hanno fallito di assumersene la responsabilità.

Questo è il contesto socioculturale nel quale un concetto come quello inventato da Gardner trova applicazione e questo il motivo per cui, a dispetto del fatto che nella comunità scientifica abbia perso ogni credibilità, l’alienazione genitoriale gode ancora di grande credito fra tutti quei professionisti del diritto e della salute che ruotano attorno ai Tribunali.

Per quanto sia doloroso da ammettere con noi stessi, il contesto è una società nella quale la violenza intrafamiliare non è considerato un fattore in grado di influenzare la valutazione delle competenze genitoriali di chi la perpetra, che lo faccia ai danni della partner o degli stessi bambini.

Chiunque abbia fatto la frustrante esperienza di colloquiare con gli operatori della giustizia nel contesto di una controversia per l’affido di un minore nel disperato tentativo di attirare la loro attenzione sulla violenza subita o su quella che si continua a subire da un ex partner dal comportamento coercitivo e controllante – come questa madre che mi ha contattato e spedito le trascrizioni di quei colloqui –  potrà confermarvi che essere in possesso di prove concrete degli abusi sofferti (come potremmo aspettarci venga considerato un referto del pronto soccorso), può non aver alcun effetto sull’esito di quei colloqui: quello che ci si aspetta, troppo spesso, da una donna maltrattata o da una madre i cui figli hanno subito molestie e abusi, è che si dimostri comunque collaborativa e conciliante nel confronti dell’aguzzino.

Ci sono parecchie testimonianze in tal senso, italiane e straniere, sebbene nessuno si sia premurato di fare una stima delle donne e dei bambini che versano in questa situazione.

Tuttavia, la versione che piace al grande pubblico è un’altra, quella veicolata dai resposabili delle campagne pubblicitarie che negli anni hanno creato la diffusa convinzione che esista un diffuso fenomeno chiamato “alienazione genitoriale”, è un tantino diversa. La loro è una storia che parla di bambini manipolati da donne perverse (perché è sciocco negare che il genitore manipolatore ha un sesso preciso nella letteratura sul tema), ma soprattutto di accuse inventate ad arte allo scopo di rovinare uomini inncenti, storie a proposito delle quali si snocciolano percentuali che non trovano alcun fondamento se non nelle affermazioni di chi se ne riempie la bocca.

Tutte le ricerche che sono andate ad indagare l’esistenza di massicce quantità di false accuse depositate ai danni di poveri genitori (padri) alienati hanno sconfermato le teorie di Gardner e dei suoi epigoni sull’esistenza sia della tendenza delle donne a mentire in Tribunale, sia della tendenza dei Tribunali a dare credito alle loro “menzogne”.

Gli studi ci dicono invece che proprio il fatto di parlare apertamente della violenza pone le donne in una posizione sfavorevole rispetto al partner e che un uomo maltrattante non solo è più propenso a lottare per la custodia dei suoi figli, ma molto spesso la ottiene.

Le conseguenze sui bambini le lascio immaginare a voi.

Per amore di onestà, dobbiamo dire che una ricerca sistematica e sui grandi numeri, in Italia, non è mai stata fatta, ma il fatto che in altri paesi i numeri che risultano ad indagini su vasta scala non corrispondano alla propaganda (ad esempio in Spagna o in Gran Bretagna) gettano ben più dell’ombra del dubbio sulla pressante necessità di tutelare i bambini dalle donne calunniatrici.

Se in Gran Bretagna Women’s Aid si è fatta promotrice della campagna Child First, allo scopo di chiedere un cambiamento di rotta ai Tribunali della famiglia e ai servizi coinvolti nei procedimenti giudiziari che debbono stabilire gli accordi per l’affido in caso di violenza domestica, allo scopo di ottenere l’abolizione della presunzione che il contatto con il genitore favorisca il benessere del bambino, a favore di una normativa che ponga come priorità la tutela dell’incolumità e del benessere dei bambini e delle donne nel contesto della violenza domestica, in Italia la medesima proposta, vergata delle avvocate Giovanna Cacciapuoti e Annamaria Raimondi (Associazione ‘Salute donna’, centro antiviolenza del Comune di Napoli) della dott.ssa Elvira Reale (responsabile centro Dafne per le vittime di violenza, Ospedale Cardarelli, Napoli) della dott.ssa Giulia Sannolla (Funzionaria referente antiviolenza Assessorato al Welfare Regione Puglia) e dell’avv. Filomena Zaccaria (centro antiviolenza “Rompiamo il silenzio”, Martina Franca),  non è stata accolta col medesimo entusiasmo.

Nel frattempo, invece, ci è giunta notizia della determinazione dell’avvocata Bongiorno di Doppia Difesa nel riproporre il reato di alienazione genitoriale, nonché della premiazione della sua testimonial Michelle Hunziker per il suo “impegno sociale” a favore delle donne.

Un impegno che è consistito anche nella produzione di ben tre cortometraggi creati allo scopo di “far conoscere il fenomeno ormai sempre più diffuso dell’alienazione parentale“.

Ma perché, alla luce del fatto che i casi concreti – casi come quello di Lucca o quello del tredicenne di Padova – hanno poco o nulla in comune con le storielle dei genitori che si fanno stupide ripicche nei video promozionali, comunque è quella la versione che riscuote il maggior successo?

Tanta gente è disposta ad indignarsi di fronte ad una narrazione che ci presenta la mamma cattiva che vuole allontanare i bambini da un padre amorevole (come nel caso finito addirittura in un servizio del telegiornale della sera di rai 2, un caso i cui contenuti sono stati parecchio mistificati dalla stampa), ma nessuno sembra disposto a soffermarsi a riflettere su quanto sia assurdo che venga accusata di essere “alienante” una madre che pretende soltanto, certificati alla mano, che il Tribunale riconosca che il figlio è celiaco e ne tuteli la salute, come se fosse invece perfettamente ragionevole che un uomo pretenda di “non concordare” sulla diagnosi del figlio.

La storia della “madre malevola” piace di più e argomentare con ricerche, dati, condanne che ci raccontano di un’Italia che discrmina le donne e non tutela i loro figli, non è valso a nulla in questi anni: l’alienazione genitoriale è ancora accolta e discussa “as if it were proven science”. Anche se non lo è.

Se è giusto e necessario, in questo momento, pretendere caso per caso l’applicazione della Convenzione di Istanbul a tutela delle donne e dei bambini che, dopo aver subito violenza, si trovano a dover affrontare le forche caudine di un procedimento civile per gli accordi di affidamento, forse dovremmo anche interrogarci su quali sono le ragioni che si celano dietro la fascinazione che un concetto pseudo-scientifico e del tutto privo del conforto della ricerca come l’alienazione genitoriale esercita non solo sugli addetti ai lavori, ma anche sul grande pubblico.

Forse dovremmo cercare il collegamento fra il costrutto dell’alienazione genitoriale e quel familismo amorale teorizzato da Edward Banfield, che presupponeva la famiglia come valore unico, assoluto, “come panacea universale” che ci rende “muti e ciechi – ma anche sordi – quando le cose non vanno”, forse dovremmo cercarlo nel potere che ha di ridimensionare un problema come la violenza sulle donne e sui bambini al quale non siamo disposti di cercare davvero una soluzione definitiva, perché significherebbe mettere in discussione troppo di ciò che siamo abituati a ritenere necessario e “naturale”.

Quali siano esattamente le ragioni del suo successo dell’alienazione genitoriale, io non lo so. Quello che so è che non hanno niente a che fare con qualsiasi discussione razionale si possa fare sulla questione.

Il che rende estremamente frustrante, per me, trovarmi a denunciare l’ennesimo caso di palese ingiustizia nei confronti di chi è a rischio di rivittimizzazione, perché ormai sono consapevole che finirà del dimenticatorio proprio come tutti quelli che lo hanno preceduto, mentre a breve salterà fuori un attore del cinema, una star delle fiction o un ospite fisso dei talk show disposto a mettere la sua faccia e la sua influenza a servizio della solita storiella sui genitori immaturi che confliggono e il povero bambino manipolato.

Per approfondire:

Trouble in the Family Court – prima parte

Trouble in the Family Court – seconda parte

Trouble in the Family Court – terza parte

Trouble in the Family Court – parte quarta

Trouble in the Family Court – parte quinta

I Tribunali mettono in pericolo i bambini – prima parte

I Tribunali mettono in pericolo i bambini – seconda parte

I Tribunali mettono in pericolo i bambini – terza parte

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Il silenzio delle femministe

  1. Puntuali come la morte e le tasse, quando accade che il presunto omicida di una donna non è italiano, arrivano quelli (e quelle) che si lamentano del silenzio delle femministe.

Il più delle volte sono quelli che, quando invece il perpetratore è italiano, si appellano all’istinto primordiale del maschio, poi accusano le donne di andarsene in giro con troppa disinvoltura, come il Senatore D’Anna, oppure che la vicenda è “molto ma molto strana”, perché gli italiani non le fanno certe cose.

Sono quelli che non esitano ad augurare ad altre donne una sorte orrenda, quelli che, quando parli di femminicidio, rivolgono gli occhi al cielo invocando sul vocabolo e chi lo pronuncia tutte le piaghe d’Egitto.

Poco tempo fa, proprio Pollenza, il paesino di poco più di seimila anime che è stato il teatro del macabro ritrovamento di ciò che rimaneva del corpo di Pamela Mastropietro, è finita sulle pagine di cronaca per la brutale aggressione di una sua cittadina da parte dell’ex marito:  investita, colpita alla testa con un martello prima e una chiave a triangolo poi, credo che la signora non si sia più risvegliata dal coma.

Ma non ve lo so dire con certezza, perché la sua vicenda non ha destato l’interesse del grande pubblico.

Forse perché la vittima non era italiana, forse perché non era una bella ragazza, forse perché tra moglie e marito è meglio non mettere il dito – e comunque lei gli voleva portare via la casa, a quel pover’uomo, che le ex mogli sono una razzaccia brutta e lui era un gran lavoratore – o forse perché le martellate in testa non sono abbastanza splatter… chi lo sa.

Non sono questi gli eventi a proposito dei quali si richiede il parere delle femministe, anzi: di queste sordide vicende coniugali è meglio non parlare affatto. Infatti, pochi giorni dopo l’aggressione, Pollenza ha celebrato il 25 novembre con tante belle iniziative (scarpette rosse, manichini insanguinati, sedie vuote, opere d’arte, poesie, palloncini) e nessuno ha speso una parola per la concittadina di origine albanese in coma, nessuno dei commossi partecipanti ha fatto il suo nome, un nome che nemmeno io sono in grado di fare, oggi, perché in rete non ne ho trovato traccia.

A Macerata si sta organizzando una “Manifestazione nazionale contro fascismo e razzismo” per rispondere all’ignobile gesto di Luca Traini, che per giustificare il suo desiderio di “ucciderli tutti” [i neri], ha tirato in ballo la morte di Pamela Mastropietro.

Come scrive Giulia Siviero su il Post, è sufficiente che lo dica Traini, che la strage che non è riuscito a portare a compimento sia stata causata dal dolore provato al pensiero del corpo straziato di Pamela Mastropietro, per far sì che in molti si sentano in dovere di mostrarsi solidali e comprensivi, perché quale uomo che sia un vero uomo non perderebbe il controllo di sé di fronte ad un simile oltraggio?

L’avvocato di Traini, Giancarlo Giulianelli, ha detto che “la morte di Pamela ha creato un blackout totale nella sua mente che potrebbe configurare l’incapacità di intendere e di volere al momento del gesto“. I coraggiosi difensori delle donne italiane che in questi giorni applaudono al gesto di Traini non sono in grado di notare che questa interpretazione del desiderio di Luca Traini di uccidere tutti gli uomini (e le donne) di colore è simile a quella che si trova sempre per ogni individuo che decida di far fuori la sua compagna, moglie, fidanzata: un raptus di follia, ha perso la testa, era una relazione conflittuale, lui era disoccupato da tempo, una tragedia.

Un’interpretazione che non è altro che un’assunzione acritica del punto di vista del carnefice, che inibisce l’empatia nei confronti delle sue vittime, contribuendo quindi alla loro deumanizzazione, e normalizza la scelta di servirsi della violenza: perché gli uomini sono fatti così, sono tutti un po’ folli, non sanno controllarsi, è il testosterone.

Proprio di questo discutevamo, qualche giorno prima di quel sabato 3 febbraio, su facebook: di quanto sia tossica, questa narrazione della mascolinità come intrinsecamente bestiale e predatoria, che descrive l’uomo come una pentola a pressione pronta ad esplodere, di fronte alla quale è opportuno “tenere sempre alta la guardia“.

Soprattutto perché la medesima narrazione può essere usata per difendere chi ha ucciso e fatto a pezzi Pamela Mastropietro, cosa della quale nessuno dei fan di Luca Traini sembra rendersi conto: se quello che vi interessa è che Pamela Mastropietro ottenga giustizia, lo state facendo nel modo sbagliato.

Ma non raccontiamoci balle, non è quello che vi interessa.

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Contro lo sfruttamento sessuale

Ricevo e pubblico, visto che l’appello è aperto alle firme di donne e associazioni. (Per vedere chi ha già firmato questo appello seguire il link)

(Le donne interrogano la politica)

Il voto delle donne e le domande ai politici sull’impegno contro lo sfruttamento sessuale, la prostituzione, la tratta

Nella democrazia molte cose sono cambiate perché le donne hanno spinto per il cambiamento con grande concretezza scegliendo di volta in volta obiettivi parziali ma prodromici al raggiungimento di nuovi traguardi.

Le donne hanno ottenuto leggi importanti per la cui applicazione si battono ancora: dal diritto alla rappresentanza alla legge 194, dalla riforma del diritto di famiglia alle norme a contrasto della violenza sessuata e infine la legge Merlin contro lo sfruttamento della prostituzione.

Di fronte alle vigenti nuove, relativamente, istanze derivanti dalla Convenzione di Istanbul (contro tutte le violenze degli uomini sulle donne) e la risoluzione Honeyball ancora la politica mostra le stesse inerzie ed opposizioni mostrate di fronte alla legge Merlin nel 1958. Si tratta da una parte di incapacità e dall’altra di un atteggiamento strategico per invalidare il varco aperto teso alla sconfitta dell’oppressione sessuale.

Di fronte all’evidenza della normalizzazione della schiavitù di centinaia di migliaia di donne provenienti dalla tratta e da condizioni di povertà e violenza, si tratta di dare finalmente impulso al perseguimento reale degli sfruttatori e di tutti coloro che godono d’impunità per gravi reati violenza su donne e minori, approfittando dell’inerzia applicativa di una legge dello stato (Merlin e collegate) e delle nuove convenzioni, per altro ratificate dall’Italia nelle sedi proprie.

Tra le urgenze che la politica non vede, è necessario che venga riconosciuto e portato in una dimensione normativa il contrasto reale alla prostituzione e alla tratta, il che è oggettivamente la precondizione per l’ulteriore avanzamento della democrazia. La prostituzione è l’inaccettabile normalizzazione della violenza e del dominio sessuale degli uomini sulle donne, un tema non negoziabile nel percorso di liberazione femminile.

Abbiamo inviato ai responsabili politici un documento/manifesto [a seguire] che illustra in modo inequivocabile tutte le conseguenze che le diverse soluzioni adottate dai vari sistemi statali sulla prostituzione possono avere sulla vita delle donne. Per l’importanza di questo tema quindi, come donne e cittadine, chiediamo ai politici di chiarire le loro intenzioni nei confronti della prostituzione rispondendo a queste DUE domande:

Siete favorevoli a legiferare sulla scorta del modello francese e nordico perché la prostituzione sia considerata violenza sulle donne, la domanda sia perseguita (i clienti) e le donne in prostituzione salvaguardate nei loro diritti umani come vittime di violenza?

Si NO

Siete favorevoli all’introduzione di attiviste della rete antiviolenza nei centri di prima accoglienza per migranti, per accogliere come presunte vittime di stupro, violenza e tratta le donne che arrivano nel nostro paese e instradarle nell’alveo delle richiedenti asilo/protezione sussidiaria?

SI NO

Ci attendiamo delle risposte.

MANIFESTO FEMMINISTA CONTRO LO SFRUTTAMENTO SESSUALE

DELLE DONNE E DELLE BAMBINE

AI partiti, ai movimenti politici, alle donne

La lotta alle schiavitù antiche e nuove è la frontiera mondiale alla quale tutti i paesi di democrazia avanzata, come l’Italia, devono dare il loro contributo.

Vere e proprie piaghe che colpiscono donne, bambini e uomini di tutte le età, permangono in modo manifesto o strisciante anche nel nostro paese a causa di interessi criminali ma anche di usi e comportamenti, a vario titolo, tollerati nel tessuto politico e sociale.

Una delle forme di schiavizzazione sostanziale più immutate nel tempo è quella della prostituzione femminile che, ormai è evidente a tutti, si incrocia da una parte con la tratta di esseri umani e dall’altra con una realtà di violenze psicologiche, economiche e sessuali esercitate sulle donne in quanto donne. La risoluzione europea Honeyball del 2014 sulla prostituzione, approvata in seguito alla lettura di dettagliate ricerche e alla pubblicazione di un vero e proprio rapporto/denuncia sulla dimensione spaventosa in fatto di numeri, volume di utili e modalità di reclutamento (dalla ricerca è risultato che l’esercizio della prostituzione nel 90% dei casi consegue a stupri e vessazioni), nel nostro paese non ha prodotto significative prese di coscienza nella maggioranza dei responsabili politici.

Nonostante la consapevolezza comune del fatto che una parte dell’emergenza umanitaria in Europa (di cui i viaggi della disperazione migrante sono segno tangibile) è generata e mossa dalla richiesta di un mercato che usa la prostituzione come fine e come mezzo di profitti illeciti, c’è una parte della politica che affronta l’ampia tematica delle schiavitù sessuali approcciando unicamente la prostituzione nel suo aspetto commerciale, ovvero in quello che appare come apparente libera transazione di denaro tra cliente e prostituta.

Fin dall’approvazione della legge Merlin l’Italia ha inscritto nella democrazia il principio dell’inalienabile diritto delle cittadine a disporre della propria libertà abbattendo il principio dell’utilità pubblica del corpo delle donne come “palestra” della virilità intesa come esercizio unilaterale, e non relazionale, nell’accoppiamento sessuale. Fu la stessa legge a suggerire un ripensamento sulle relazioni tra uomini e donne imponendo la chiusura dei bordelli, luoghi dove la violenza sulle donne veniva considerata fisiologica, dove si incarnava quel principio (che il femminismo anni 70 avrebbe abbattuto) della divisione della identità femminile tra la casa, la cura dei figli gratuita e la sessualità mercificata, con lo slogan rivoluzionario: “Né puttane né madonne solo donne”.

La legge Merlin, come indicazione di politiche e azioni di governo, finora in gran parte disattese, è perfettamente integrabile nelle direttive della Risoluzione del 2014, e in qualche modo pone il nostro paese in una posizione privilegiata nella lotta alla schiavitù sessuale. La legge Merlin non ha mai messo fuori legge le prostitute, ha messo fuori legge lo sfruttamento e la regolamentazione della prostituzione da parte di uno stato.

La Risoluzione Honeyball, ha statuito sulla prostituzione un principio di civiltà in linea con la convenzione di Istanbul, “riconosce che la prostituzione, la prostituzione forzata e lo sfruttamento sessuale sono questioni altamente legate al genere, nonché violazioni della dignità umana, contrari ai principi dei diritti umani, tra cui la parità di genere, e pertanto in contrasto con i principi della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, compresi l’obiettivo e il principio della parità di genere”; ovvero che la prostituzione rientra nelle modalità di fare violenza, opprimere le donne e relegare ad un ruolo subalterno e come tale essa è forma di femminicidio. La Risoluzione inoltre: ” è del parere che considerare la prostituzione un «lavoro sessuale» legale, depenalizzare l’industria del sesso in generale e rendere legale lo sfruttamento della prostituzione, non sia una soluzione per proteggere donne e ragazze minorenni vulnerabili dalla violenza e dallo sfruttamento, ma che sortisca l’effetto contrario esponendole al pericolo di subire un livello più elevato di violenza, promuovendo al contempo i mercati della prostituzione e, di conseguenza, accrescendo il numero di donne e ragazze minorenni oggetto di abusi”.

Nonostante l’importanza delle sue statuizioni questa Risoluzione rimane massimamente non recepita, non conosciuta e non diffusa, anzi addirittura confutata da nostri parlamentari cha auspicano l’inclusione del sex work tra le attività lecitamente svolte ( vedi varie proposte di legge giacenti), in contrasto con normative più rispettose della dignità delle donne come da ultima quella della legge francese, esempio virtuoso ed ultimo (2016) di una nazione che ha saputo affermare con forza e senza se e ma che la prostituzione è una forma di violenza contro tutte le donne.

Tenendo invece conto che grazie al clima creatosi intorno agli orrori generati dalla tratta e dello sfruttamento sessuale molti paesi Europei hanno riaperto la prospettiva del contrasto alla schiavitù sessuale e alla prostituzione, riconoscendo in quelle non solo una grave violazione dei diritti umani ma anche il mezzo per l’esercizio di altri traffici illeciti, non ultimo quello delle droghe pesanti. Parliamo di paesi nei quali la prostituzione è stata regolamentata, la Germania per esempio, e dove il ripensamento ha origine nella constatazione da parte degli stessi organi di controllo dello stato (polizia e pubblici ministeri) del fallimento di un modello. Questo modello messo in piedi nel 2002 doveva garantire il discrimen utopico tra prostituzione liberamente scelta e prostituzione trafficata dalla criminalità. Non è stato così: il discrimen è saltato e sotto il consenso liberamente dato si è nascosto il ricatto, il sequestro, le minacce dei criminali, trasformati da sfruttatori in imprenditori, essendo stato offerto loro un canale legale per veicolare altri traffici illeciti che necessitano di manovalanza e di clientela.

La tolleranza, anche politica e qualche volta al servizio di politici, verso la mala applicazione della Merlin e l’inapplicazione della Honeyball è il terreno di coltura di un’oppressione incombente su tutte le cittadine, che singolarmente e per le proprie figlie e figli vedono la riproposizione reiterata di ruoli sessuali gerarchizzati per genere e che imputano alla semplice clandestinità “del mestiere più antico del mondo” i guasti della violenza insita nel rapporto mercificato tra uomini e donne ed indicano come unico obiettivo l’ordine legale e il decoro cittadino.

Tutta la materia che afferisce alla difesa dei diritti delle donne è in gran parte condizionata dalla tolleranza fattuale di tutta la fenomenologia che viene designata col termine “prostituzione”, e in gran parte a questa tolleranza contribuisce l’aver creato ad arte una netta separazione tra vittime di violenza maschile e vittime della tratta. La convenzione di Istanbul riguarda tutte le donne del pianeta e a maggior ragione le vittime non solo dello stupro “iniziatico”, ma dello stupro sistematico e quotidiano dei clienti, che arricchisce gli sfruttatori. Questa separazione tra vittime, sicuramente strumentale e ingiustificabile, si basa sulla falsa vulgata di un mercato tendenzialmente misto: va detto chiaramente che le prostitute donne e adolescenti donne sono più dell’80% tra tutti coloro che vengono mercificati.

In questa, che è una disputa sui diritti umani e civili delle donne, viene spesso chiamata in causa la libertà sessuale delle donne, e non abbiamo dubbi che la politica che vuole la riapertura delle case di tolleranza sarà propensa, come non è altrimenti, a prestare ascolto a una parte del movimento delle donne che parla in difesa della libertà di prostituirsi. Ma il movimento femminista ha difeso il diritto della singola in nome del diritto di tutte, quindi anche quelli delle vittime di tratta, che solo attraverso una chiara impostazione ed estensione della legislazione a tutta la sfera della Convenzione di Istanbul, può essere rivendicata come diritto universale.

Le donne hanno sì guadagnato la loro libertà sessuale, ma non al servizio del patriarcato. Patriarcato e diritti delle donne sono un ossimoro evidente. Libertà e patriarcato sono altrettanto un ossimoro ed altrettanto un inganno voluto.

Viene usata la parola “emersione” come chiave impropria (tratta dal contesto commerciale dell’evasione fiscale) del meccanismo che dovrebbe sconfiggere la schiavitù nel mercato sessuale, restituendo libertà alle vittime in un contesto di legalizzazione dello sfruttamento della prostituzione.

Dobbiamo ancora lamentare che le retate “antiprostituzione” si risolvano spesso solo con l’espulsione di quelle che vengono chiamate clandestine, che dovrebbero in quanto vittime essere tutelate. Una palese digressione dalle garanzie previste dalla Merlin e una lesione dei principi delle convenzioni Internazionali, che non puniscono ma proteggono le donne.

I dati sulle attuali contraddizioni dell’inserimento della prostituzione nel lavoro di mercato (attraverso le varie misure: la legalizzazione/ regolamentazione /depenalizzazione) ci dicono che:

– la prostituzione come servizio sessuale, implica l’equiparazione del lavoro sessuale ad ogni altro tipo di lavoro, ma ciò non è vero perché è un lavoro vietato ai minorenni e ciò impedisce alla pari di altri lavori che possa figurare nell’orientamento professionale ad opera delle scuole, nel progetto di alternanza lavoro, e nei tirocini formativi, ecc. ecc.

-la prostituzione delegittima la parità di trattamento uomo donna nel lavoro (e si mette fuori da ogni legge prevista a riguardo), sancendo nel lavoro sessuale la evidente disparità di posizioni di potere uomo/donna senza accesso ad ascensori sociali o a inversioni di ruolo: la prostituzione al 90% ( dati internazionali e mondiali su prostituzione) è femminile mentre al 95% i clienti sono maschi (anche della residuale prostituzione maschile);

– la prostituzione legittima la presenza di zone franche nella violenza contro le donne perché le violenze sessuali, fisiche e psicologiche perpetrate dai clienti in questo ambito (e considerate da ricerche europee maggiorate dal 30 al 50% in più delle violenze attribuite all’ambito domestico) saranno addebitati ad inconvenienti del mestiere, ed il femminicidio sarà di categoria B (anch’esso rubricato come incidente di percorso) rispetto agli altri. In più sconvolgenti sono i dati diffusi in Germania sulla violenza in questa professione che parlano di 87% di violenze fisiche sulle prostitute a parte di clienti, di 59% di violenze sessuali, e 82% di violenza psicologica. (BMFSFJ – Federal Government (2007), Health, Well-Being and Personal Safety of Women in Germany: A Representative Study of Violence against Women in Germany);

– la prostituzione nasconde la tratta e lo sfruttamento sessuale di donne e minori dietro le forme imprenditoriali (House, holding, centri messaggi ecc.) che stanno prendendo piede e che sconfiggono, come avvenuto per altri settori, le singole imprese individuali, impegnando anche centinaia di donne autonome lavoratrici, paganti un affitto in proprio. Il dato oggettivo è che la prostituzione è l’oggetto più cospicuo del traffico di esseri umani (il 59%) e che dentro questa fetta di tratta a scopo sessuale troviamo il 97% di donne e bambine, (UNODOC (United Nations Office on Drugs and Crime, 2014) Global Report on Trafficking in Persons, New York. pag. 36);

-la prostituzione e la sua legalizzazione costringe la Germania ( il più grande bordello europeo) a fare marcia indietro e ad interrogarsi sulle sue scelte. I pubblici ministeri e la polizia alzano le mani: non è possibile più distinguere donne costrette/trafficate, da donne che liberamente scelgono la prostituzione (stimate insieme ai maschi ed ai trans in un 15% della prostituzione complessiva) come lavoro (sex work) perché generalmente sono sotto ricatto dei trafficanti, il cui ruolo è fornire la materia prima al mercato in espansione della prostituzione costituita dalla esigente e pressante domanda della clientela (al 95% maschile) “The national statistics showed a decrease of almost 25% in the number of victims of trafficking for sexual exploitation identified between 2002 and 2010. Law enforcement authorities repeatedly highlighted that the offences related to trafficking for sexual exploitation are difficult to prove, relying mostly on the statements of the victims. The withdrawal of victims’ statements occurs often, making it very difficult or even impossible to monitor the human trafficking offences” (Schulze, E. et al. (2014) Sexual exploitation and prostitution and its impact on gender equality, Policy Department C: Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, European Union, Brussels (pag.44);

– la prostituzione e la sua depenalizzazione in Nuova Zelanda (modello che viene promosso dai sostenitori dell’industria del sesso) protegge tutti coloro che fanno profitti nell’industria ovvero proprietari di bordello o agenzie di escort, ma non per questo protegge le donne prostituite. Il movimento internazionale delle sopravvissute all’industria del sesso, (che comprende associazioni come SPACE international, Sex Trafficking survivors united e molte altre) e attiviste femministe abolizioniste che sostengono il Modello Nordico denunciano invece come la depenalizzazione totale dell’industria del sesso strappi via ogni forma di autodeterminazione e di potere dalle mani delle donne per dare questo potere ai papponi che si trovano ad essere uomini di affari, manager legittimati a sfruttare impuniti allo stesso tempo donne che hanno scelto l’industria del sesso e vittime di tratta, che diventano così invisibili in un sistema che normalizza la prostituzione come ‘lavoro’. Da tempo ricercatori e donne che sono state o si trovano ancora oggi nei bordelli della Nuova Zelanda denunciano come la Prostitution Reform Act del 2003 non abbia eliminato né lo stigma, né tanto meno la violenza esercitata da sfruttatori e clienti , né abbia migliorato le condizioni di vita delle persone prostituite, ma abbia invece normalizzato lo sfruttamento che sono costrette a subire.

Come cittadine e femministe dichiariamo il nostro interesse prioritario a votare i partiti, gli uomini e donne che li rappresentano, solo se dalle loro risposte ALLE NOSTRE DOMANDE si evincerà che:

– vogliono lavorare nel solco di Lina Merlin contro regolamentazione/depenalizzazione della prostituzione;

– condividono la convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza sulle donne e la risoluzione Honeyball per l’abolizione della prostituzione e l’affermazione del modello nordico/francese: penalizzazione della domanda, ovvero dei clienti, e alternative di uscita per le persone prostituite che lo richiedono.

– si impegnano a sostenere le politiche per il lavoro e l’autonomia delle donne, la parità salariale/reddituale la conciliazione dei tempi, presenza delle donne nei luoghi decisionali e della politica, abbattere in ogni modo il gender gap considerando che uno dei fattori d’ingresso nella prostituzione è la sempre crescente povertà femminile come messo in evidenza di recente dall’Unione Europea http://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20130308IPR06303/la-poverta-ha-un-volto-femminile-crisi-economica-colpisce-maggiormente-le-donne

Stefania Cantatore, Udi Napoli,

Elvira Reale, Annamaria Raimondi, Associazione Salute Donna

Rosa di Matteo, Clara Pappalardo, Arcidonna Napoli Onlus

Associazione Resistenza Femminista

Esohe Aghatise, Associazione Iroko Onlus

 

Per approfondire:

Cosa ci dice la prostituzione della nostra cultura

Se pensate che la legalizzazione renderà sicura la prostituzione, guardate cosa accade nei mega bordelli tedeschi

Scienziati per un mondo senza prostituzione

E’ come se lei non fosse davvero lì

Gli uomini che comprano sesso: le loro parole

Parliamo delle scelte di lui

Noi non compriamo le donne

 

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Perché la donna incominciò a votare

Pochi giorni fa è deceduta Nunzia Maiorano, 41 anni. Accoltellata. Quella che inizialmente era stata descritta come una “lite tra coniugi” finita in tragedia

si è rivelato essere, grazie soprattutto alle testimonianze di chi ha assistito al delitto, l’ennesimo caso di violenza domestica:

Non posso sentire più la storia che mia sorella l’ha anche lei accoltellato o che è nato tutto da un litigio per un messaggio perché mia sorella è stata aggredita alle spalle da un vigliacco. Questa è la verità.” ha dichiarato il fratello della vittima.

La testimonianza della cugina conferma che l’aggressore non ha mai gridato, mentre da fuori si sentivano le urla disperate della donna che, massacrata di botte e ferita, cercava di sfuggire al suo aggressore.

Ho paura di Salvatore. Se lo lascio mi ammazza” aveva confidato Nunzia al fratello, ma l’immagine di sé che Salvatore Siani offriva al cognato era molto diversa: “cuori e simpatici link“, ma soprattutto tanto amore per la sua famiglia:

Soffriva tanto, Salvatore. E un post di ieri de il Mattino ci spiega perché:

A dispetto del fatto di aver brutalmente assassinato Nunzia, aggredendola alle spalle davanti alla madre di lei e al proprio figlio di soli 5 anni, inondandolo di sangue come se stessero girando un film splatter, Salvatore insiste con la sua versione dei fatti, che prevede una Nunzia crudele tanto quanto lui se non di più: lo voleva addirittura cacciare di casa, la “sua” casa!

E buona parte del pubblico de il Mattino si mostra comprensivo e solidale di fronte al dramma di questo pover’uomo:

Delitti del genere sono imputabili allo schifo che regna in questo paese (uno schifo del quale il povero Salvatore è vittima), dove si assegnano le case alle donne lasciando i mariti in mezzo ad una strada: è per questo che le famiglie vengono distrutte, non certo perché si accoltellano le mogli prima ancora che abbiano chiesto la separazione.

D’altronde le strade sono piene di poveri mariti senzatetto…

E’ ovvio che questi uomini vessati dalle ex (e poco importa che Nunzia non fosse ancora una ex) finiscano col massacrare le arpie che li riducono sul lastrico! Non c’è neanche bisogno di indagare oltre, perché il movente è chiaro, la responsabilità è di una legge iniqua e della “guerra dei sessi”:

(I generi lottano, ma lottano perché uno solo è il genere cattivo: le “mamme”.)

Sopporta e stai zitta: ecco l’essenza della parola “emancipazione”. E non affannatevi a cercare la parola nel dizionario per verificare, perché a causa di tutte queste donne che pretendono di occupare le case degli uomini “che si fanno il mazzo”, il lemma è stato eliminato.

Un giorno qualcuno mi spiegherà perché le donne debbono “emanciparsi” e sopportare, mentre agli uomini non solo non è richiesto con la medesima veemenza di imparare a sopportare, ma ricevono tanto consenso quando smettono di “sopportare” e si armano di coltello.

Solo gli uomini lavorano e si possono permettere una casa: le donne sono dei parassiti che si sposano allo scopo di spodestarli.

Non conosceva Nunzia, chi ha emesso un verdetto di colpevolezza contro di lei, come non conosce Salvatore, ma la versione di lui, la versione dell’omicida, è quella più credibile, per via di quel “fenomeno” tanto noto quanto privo di dati concreti a supporto della sua esistenza che sono le frotte di ex mariti ingiustamente ridotti in povertà.

Più tutele per gli uomini, è questa la soluzione del problema della violenza sulle donne, dell’aumento dei divorzi e del calo delle nascite.

E già che ci siamo, togliamoglielo il diritto di votare, che da quando le donne votano non funziona più niente in questo sciagurato paese.

 

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Sorrideremo un po’, perché ci fa bene

“Francamente, non perdiamo tempo a rispondere. Invece ecco cosa faremo: ascolteremo educatamente le persone come Catherine Deneuve, sorrideremo un po’ perché questo ci fa bene, e poi resteremo concentrate sulla vera questione. Perché i diritti delle donne e la costruzione di una società più giusta sono cose serie.”

Alice Bah Kunkhe, Ministra della cultura e della democrazia svedese, fonte

In effetti, ce ne sono di interventi che strappano una risata, in questi giorni. Se a far ridere di gusto la Ministra svedese è il documento francese che, a proposito delle campagne di denuncia delle molestie sessuali che  hanno letteralmente travolto il web dopo lo scandalo Weinstein, parla di “odio per gli uomini e la sessualità“, noi possiamo sollazzarci con  Claudia Gerini che paventa addirittura la fine del mondo:

Noi donne siamo lusingate dalle attenzioni maschili. Se non ci fossero finirebbe il mondo.

Attente, signore mie, a dire pubblicamente e con sicumera che la mano sul culo in autobus non vi procura un brivido di piacere, perché potrebbe addirittura esplodere il pianeta e dovrete portarvi questo peso sulla coscienza per tutta l’eternità, che trascorrerete in un inferno senza più maschi.

“Who knew that humankind’s very existence depended on women’s silence in the face of abuse?”

Chi pensava che addirittura l’esistenza del genere umano dipendesse dal silenzio delle donne di fronte agli abusi – scherza Jessica Valenti su The Guardian, di fronte al moltiplicarsi degli appelli preoccupati di chi vede nel successo della campagna l’inizio della fine della vita così come la conosciamo.

Per troppo tempo le donne non sono state ascoltate o credute quando hanno osato raccontare la loro verità sul potere di questi uomini. Ma il loro tempo è finito. Il loro tempo è finito!ha tuonato Oprah Winfrey ai Golden Globe.

Come sarebbe che il tempo è finito? – ci dice una Loredana Lipperini nel panico più totale, abbiamo bisogno di più tempo, parliamone, “gli uomini non sono il male“, cosa volete fare, dove volete andare?

Verso l’ignoto, vogliamo andare, verso l’infinito ed oltre, incontro ad un futuro nuovo, per cominciare una vita completamente diversa da quella alla quale siamo abituate da secoli e secoli e secoli, assumendoci la piena responsabilità del cambiamento.

In tutte queste reazioni terrificate, in questi inviti alla prudenza, alla riflessione pacata e conciliante (perché noi donne dobbiamo sempre essere pacate e concilianti, no?), sono parecchie le scelte lessicali che mi procurano parecchie perplessità.

La più problematica è sicuramente “la zona grigia“, quella la zona che, secondo Lipperini, “attiene ai rapporti fra uomini e donne” ed è il regno del’indistinto, dell’indefinibile, di tutto ciò che non può e non deve essere oggetto di giudizio, perché dal denunciare uno stupro o una molestia alla divisione manichea della popolazione mondiale in “maschi cattivi” e “femmine sante” il passo è breve.

La zona grigia, per chi non lo sapesse, è un termine introdotto da Primo Levi nel suo libro “I sommersi e i salvati”, che io vi consiglierei di rileggere (o di leggere, se non l’avete ancora fatto) per comprendere appieno l’uso improprio che se ne fa in questi giorni, descrivendo “la zona grigia” come quel luogo difficile da delimitare nel quale dalla relazione uomo-donna scompare quel disequilibrio di potere causato dalla discriminazione di genere, o meglio, anche se non scompare, diventa un elemento trascurabile se paragonato al desiderio: “ho visto anche nascere storie d’amore (e di grande amore) fra persone di diverso potere, storie che erano iniziate con “forse per ottenere quel che voglio devo andarci a letto” e “come me la scoperei volentieri”, per esempio. Storie dove la fascinazione verso il potere (di lui) era componente del desiderio. Storie dove la fascinazione verso la giovinezza e la mancanza di potere (di lei) erano ugualmente componenti del desiderio. Questo per dire che è molto difficile entrare nei letti degli altri, e che c’è una soglia dove ci si dovrebbe arrestare” – spiega Lipperini.

Dimentica, Lipperini, che le donne che hanno condiviso i vari hashtag che hanno diffuso la campagna #metoo in tutto il mondo (#WoYeShi in Cina, #balancetonporc in Francia, #quellavoltache in Italia…) non stavano varcando una soglia per introdursi di prepotenza nelle vite di coppie felici e innamorate, ma stavano narrando le loro personali esperienze di molestie sessuali.

Inoltre, considerare il potere un elemento trascurabile nel discorso non solo tradisce l’analisi che Primo Levi ci ha lasciato in eredità che ha dato origine alla fortunata espressione, ma tradisce anche la tanto criticata campagna #metoo, che parla di un sistema di potere, non di erotismo, di amore o di sessualità.

È ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema infero, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada, le assimila a sé“, scriveva Primo Levi e, se è veramente triste dover arrivare a tirare in ballo il Lager in questo contesto (ma non sono io che mi sono messa a scrivere di “zona grigia”), l’obiettivo del portare alla luce del sole la sofferenza generata dall’oppressione non è certo la santificazione di chi – anche quando si colloca in quella “zona grigia” nella quale si diventa in qualche modo conniventi con chi detiene il potere allo scopo di ottenere qualche piccolo vantaggio per sé – quel potere lo subisce, ma il riconoscimento del loro status di vittime di un sistema ingiusto fondato sulla diseguaglianza, un sistema che non scompare nel momento in cui ammettiamo – con la medesima lucidità con cui lo fece Levi – che la sua esistenza corrompe tanto gli oppressori quanto gli oppressi.

Perché non si parla di buoni e di cattivi, ma di privilegiati e soggiogati e in questo non c’è nessuna ambiguità.

Proclamare la guerra al maschio significa considerarci incapaci di respingere un’avance sgradita. Invece, anche se la violenza va sempre condannata, abbiamo la forza di dire di no” ci spiega Gerini.

Mi è sempre riuscito abbastanza bene difendermi (quando ero ragazza e il tipo che voleva presentarmi un caporedattore mi aveva raccomandato di essere molto carina con lui, mi dileguai, e in seguito devo aver rafforzato un po’ la mia facilità nel fare la faccia cattiva), ma gli occhi li ho sempre tenuti aperti.” scrive Lipperini.

E sono in buona compagnia, perché in’intervista la storica Anna Bravo ci comunica che il problema delle donne con le molestie (è un problema delle donne soltanto) è che non sono consapevoli del loro “piccolo potere“, il potere di dire di no:

“Le donne sono consapevoli del proprio valore erotico e sanno come governarlo, anche se non sempre è cosa facile (…) Il sistema cambia solo se le donne si sottraggono alla condizione di vittime. Siamo soggetti: rivendicarlo è un passo importante.”

Sono le donne che devono cambiare per cambiare il sistema.

Signore mie, basta poco, che ce vò?

Se un uomo vi molesta, minacciatelo, come consiglia l’intervistata: “ti do un pugno se non la smetti!

Può essere che il molestatore desista, può essere che vi stupri (li avevate gli occhi aperti?) o magari, se siete fortunate, vi licenzia soltanto, ma sarete “soggetti” stuprati e/o disoccupati, mica vittime! A questo punto il problema dovrebbe ritenersi risolto.

Raccontare una molestia subita non è una dichiarazione di guerra, è un atto di ribellione. C’è una bella differenza.

Molte donne sono stufe di crogiolarsi nell’idea che siamo abbastanza forti da sopravvivere all’iniquità come se questo fosse sempre sufficiente a rendere piena e felice un’esistenza, vogliono spendere le loro energie in qualcosa di diverso dalla resilienza, perché hanno un’infinita quantità di sogni, che spesso finiscono infranti contro l’ostacolo della discriminazione o soffocati dalla violenza che la discriminazione necessariamente porta con sé.

 

So che questo post è un po’ (tanto) caustico, ma la verità è che a me gli uomini piacciono, davvero, non li odio affatto, e proprio per questo sono molto ottimista riguardo il futuro.

Sono convinta che non ci estingueremo a causa del drastico calo del desiderio provocato dalla sempre più diffusa insofferenza nei confronti di battutacce sessiste, apprezzamenti scurrili e fuori contesto, ricatti sessuali e atteggiamenti da stalker: c’è una gran quantità di uomini meravigliosi là fuori, che ancora non sa di essere perfettamente in grado di sopravvivere a tutto questo.

Sono rimasti accanto a noi dopo il suffragio universale, si lasciano curare, difendere, dirigere da noi, ci votano persino, e ne ho sentito qualcuno dire “sindaca” senza accusare attacchi di nausea o giramenti di testa: ce la possono fare, abbiate fiducia.

In fondo sono esseri umani, proprio come noi.

E sono quasi certa che nessuna stia progettando di sterminarli o di spedirli a zappare la terra in stile Mao Tse-tung solo per assaporare il gusto della vendetta. Magari solo qualcuna.

La fine di un sistema oppressivo non necessariamente comporta l’inizio di una nuova forma di oppressione, la storia lo ha ampiamente dimostrato.

Proviamo a sorridere un po’, perché ci fa bene, e poi rimaniamo concentrate sulla vera questione: perché i diritti delle donne e la costruzione di una società più giusta sono cose serie.

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I porci e le loro alleate fanno bene ad agitarsi

Una traduzione da “Les porcs et leurs allié.e.s ont raison de s’inquiéter” : Caroline De Haas et des militantes féministes répondent à la tribune publiée dans “Le Monde

Un testo inaccettabile. Martedì 9 gennaio, 100 donne hanno firmato un appello pubblicato da Le Monde nel quale si difende la “libertà di importunare”, a seguito di  quella che chiamano “campagna di delazione” contro gli uomini accusati di molestie sessuali sulla scia del caso Weinstein. Un testo scritto da diversi personaggi famosi, tra i quali Catherine Millet e Catherine Robbe-Grillet, e firmato da figure note come l’attrice Catherine Deneuve e la giornalista Elisabeth Lévy, che difende, tra le altre cose, la “libertà di infastidire” dei donnaioli a fronte delle “pubbliche denunce e la messa in stato d’accusa di individui (…) collocati esattamente allo stesso livello degli aggressori sessuali”.

A questo appello ha reagito l’attivista femminista Caroline De Haas che ne ha scritto una risposta, co-firmata da una trentina di attivisti e attiviste femministe, per denunciare quello che considera un “#Metoo è stato bello, ma … “.

Ogni volta che i diritti delle donne progrediscono, le coscienze si risvegliano e fanno la loro comparsa le resistenze. Di solito assumono questa forma: “è vero, certo, ma …”. Questo 9 gennaio abbiamo avuto un “#Metoo, è stato bello, ma …”. Non molto nuovo negli argomenti usati. Sono argomenti, quelli presenti nel testo pubblicato su Le Monde, che ascoltiamo al lavoro attorno alla macchina del caffè o durante i pranzi di famiglia. Quelli di cui potrebbe servirsi un collega imbarazzante o lo zio stanco che non capisce cosa sta succedendo.

“Potremmo andare troppo lontano.” Non appena l’uguaglianza avanza, anche di mezzo millimetro, le anime buone ci avvertono immediatamente del fatto che si rischia di scivolare nell’eccesso. Noi ci viviamo, nell’eccesso. Il mondo così com’è è l’eccesso. In Francia, ogni giorno, centinaia di migliaia di donne sono vittime di molestie. Decine di migliaia di aggressioni sessuali. E centinaia di stupri. Questo è eccessivo.

“Non possiamo dire più niente”. Come se il fatto che la nostra società tolleri, un po’ meno di prima, le osservazioni sessiste, come i commenti razzisti o omofobici, possa essere un problema. “Beh, era francamente meglio quando potevamo tranquillamente dare delle troie alle donne, eh?” No. Non era meglio. La lingua influenza il comportamento umano: accettare gli insulti contro le donne significa accettare la violenza. La padronanza della nostra lingua è il segno che la nostra società sta progredendo.

“È puritanesimo.” Fai passare le femministe per delle frigide, delle represse: l’originalità dei firmatari dell’appello è … sconcertante. La violenza colpisce le donne. Tutte. Pesa sulle nostre menti, i nostri corpi, i nostri piaceri e le nostre sessualità. Come si può immaginare una società liberata in cui le donne dispongano liberamente e completamente del proprio corpo e della propria sessualità se più della metà di loro dichiara di aver già subito violenze sessuali?

“Non possiamo più flirtare”. I firmatari dell’appello confondono deliberatamente un rapporto di seduzione, basato sul rispetto e il piacere, con la violenza. Mescolare tutto è molto pratico. Si mette tutto sullo stesso piano. In fondo, se la molestia o l’aggressione non sono che un “flirtare inopportuno”, la situazione non è così grave. Le firmatarie hanno torto. Non c’è una differenza di grado tra la seduzione e le molestie, ma una differenza sostanziale. La violenza non è “una seduzione più pesante”. Nella seduzione consideriamo l’altro come un nostro uguale, rispettiamo i suoi desideri, qualunque essi siano. Nella molestia l’altro è un oggetto disponibile, del quale non ci interessano i desideri né tantomeno il consenso.

“È responsabilità delle donne.” Le firmatarie dell’appello parlano dell’educazione da dare alle bambine in modo che non si lascino intimidire. Le donne sono quindi designate come le persone responsabili, quelle che devono attivarsi per non essere aggredite. Quando ci interrogheremo sulla responsabilità degli uomini, quando li educheremo a non violentare o aggredire? E l’educazione dei ragazzi?

Le donne sono esseri umani, come tutti gli altri. Abbiamo il diritto di essere rispettate. Abbiamo il diritto fondamentale di non essere insultate, importunate, aggredite, violentate. Abbiamo il diritto fondamentale di vivere le nostre vite in sicurezza. In Francia, negli Stati Uniti, in Senegal, in Tailandia o in Brasile: oggi non è così. Da nessuna parte.
Molte di loro sono spesso pronte a denunciare il sessismo quando proviene da uomini dei quartieri popolari. Ma la mano sul culo, quando è la mano degli uomini in mezzo a loro, diventa il “diritto di infastidire”. Questa strana ambivalenza ci permette di apprezzare il loro attaccamento al femminismo di cui si vantano.

Con questo testo, cercano di richiudere la cappa di piombo che abbiamo iniziato a sollevare. Non ci riusciranno. Siamo vittime della violenza. Non ci vergogniamo. Siamo in piedi. Forti. Entusiaste. Determinate. Porremo fine alla violenza sessista e sessuale.

I maiali e le loro alleate sono preoccupati? È normale. Il loro vecchio mondo sta scomparendo. Molto lentamente – troppo lentamente – ma inesorabilmente. Alcune reminiscenze polverose non cambieranno nulla, anche se pubblicate su Le Monde.

Hanno firmato questa risposta

Adama Bah, militante afroféministe et antiraciste, Marie-Noëlle Bas, présidente des Chiennes de garde, Lauren Bastide, journaliste, Fatima Benomar, co-porte-parole des Effronté.es, Anaïs Bourdet, fondatrice de Paye ta Shnek, militante féministe, Sophie Busson, militante féministe, Marie Cervetti, directrice du FIT et militante féministe, Pauline Chabbert, militante féministe, Madeline Da Silva, militante féministe, Caroline De Haas, militante féministe, Basma Fadhloun, militante féministe, Giulia Foïs, journaliste, Clara Gonzales, militante féministe, Leila H., de Check tes privilèges, Clémence Helfter, militante féministe et syndicale, Carole Henrion, militante féministe, Anne-Charlotte Jelty, militante féministe, Andréa Lecat, militante féministe, Claire Ludwig, chargée de communication et militante féministe, Maeril, illustratrice et militante féministe
Chloé Marty, assistante sociale et féministe, Angela Muller, militante féministe, Selma Muzet Herrström, militante féministe, Michel Paques, militant féministe, Ndella Paye, militante afroféministe et antiraciste, Chloé Ponce-Voiron, militante féministe, metteuse en scène, réalisatrice et et comédienne, Claire Poursin, coprésidente des Effronté.es, Sophie Rambert, militante féministe, Noémie Renard, animatrice du site Antisexisme.net et militante féministe, Rose de Saint-Jean, militante féministe, Laure Salmona, cofondatrice du collectif Féministes contre le cyberharcèlement et militante féministe, Muriel Salmona, psychiatre, présidente de l’association Mémoire traumatique et victimologie et militante féministe, Nicole Stefan, militante féministe, Mélanie Suhas, militante féministe, Monique Taureau, militante féministe, Clémentine Vagne, militante féministe, l’association En Avant Toute(s), l’association Stop harcèlement de rue.

E la sottoscrivo anche io.

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