Giasone e la paternità

Nutrice: O figli, udite l’animo del padre
   qual è verso di voi? Morte imprecargli
   non voglio, ch’esso è mio signor; ma certo
   è chiaro ch’egli è pei suoi cari un tristo.
(Medea, Euripide)

giasone

Trovo in rete questo sito dall’inquietante titolo: “Dalla parte di Giasone”.

Inquietante perché la tragedia di Euripide, forse la più famosa versione del mito di Medea, la conosco bene, e proprio perché la conosco bene mi chiedo:

chi diamine si dichiarerebbe mai dalla parte di Giasone?

Partiamo dal presupposto che Medea e Giasone sono due personaggi frutto della fantasia.

Caso mai qualcuno ne dubitasse, sappiate che non sono mai esistiti né loro né il vello d’oro, come non sono mai esistiti la maga Circe o il Pelide Achille o il lupo cattivo o porcellini in grado di edificare solide abitazioni di mattoni o principesse affette da una tale ipersensibilità delle terga da percepire un pisello sotto pile di soffici materassi (parlo della pianta erbacea e della celebre fiaba, ovviamente).

Ci sono storie che hanno un gran successo, quindi continuiamo a tramandarcele da secoli; le riscriviamo e le rileggiamo, le cantiamo, le dipingiamo, le recitiamo a teatro o le trasformiamo in film. Perché? Beh, è una domanda interessante…

In alcune versioni di questa storia – in Euripide ad esempio – Medea uccide i propri figli, ma ci sono altre versioni in cui sono i Corinzi ad uccidere i bambini e poi a spargere la voce che sarebbe stata la madre a compiere il gesto orrendo (vedi “Commento alla Medea di Euripide”, Gennaro Tedeschi, 2010)

Di versioni ce ne sono una marea, alcune meno famose (ma comunque pregevolissime, come quella  dello scrittore e drammaturgo austriaco Franz Grillparzer), altre note più o meno a tutti; posso citare una delle mie preferite, che vi consiglio: “Medea, Stimmen”, della scrittrice tedesca Christa Wolf.

Di sicuro la versione più rappresentata della storia di Medea è, appunto, quella vergata da Euripide (qui il testo ingrale), che io ho avuto modo di vedere portata in scena da Franco Branciaroli nel ruolo della protagonista (bellissima serata, grande interpretazione di uno straordinario attore).

Euripide fu un innovatore per la sua epoca (parliamo del V a.C.), dal punto di vista formale e dal punto di vista dei contenuti: basti pensare che spesso e volentieri le vicende narrate nelle sue tragedie non ruotano attorno ad un eroe maschio, bensì a uno o più personaggi femminili (non solo Medea, ma anche “Le Troiane”, “Le Baccanti”, e poi “Elettra”, “Elena” ed altre ancora…), che egli mostra di preferire di gran lunga ai personaggi maschili, in un momento storico in cui nella società la donna non aveva ruolo alcuno.

Difatti – povero Euripide! – in vita il successo non gli arrise.

Parliamo della donna a quei tempi; ci racconta la stessa Medea:

Fra quante creature han senso e spirito,
   noi donne siam di tutte le piú misere.
   Ché, con profluvii di ricchezze prima
   dobbiam lo sposo comperare, e accoglierlo
   – male dell’altro anche peggiore – despota
   del nostro corpo. E il rischio grande è questo:
   se sarà tristo o buon: ché separarsene
   non reca onore alle consorti, né
   repudïar si può lo sposo. E, giunta
   quindi a nuovi costumi, a nuove leggi,
   indovina dovrebbe esser: ché appreso
   in casa non ha già come piacere
   possa allo sposo. E quando, a gran fatica,
   vi siamo giunte, se lo sposo vive
   di buon grado con noi, se non sopporta
   il giogo a forza, invidïata vita
   la nostra! Ma se no, meglio è morire.
   Quando in casa si cruccia, un uomo può
   uscir di casa, e presso un coetaneo,
   presso un amico, cercar tregua al tedio:
   noi, di necessità, sempre allo stesso
   uomo dobbiamo essere intente. Dicono
   che passa in casa, e scevra dai pericoli
   la nostra vita, e invece essi combattono;
   ed hanno torto: ch’io lo scudo in guerra
   imbracciare vorrei prima tre volte,
   che partorire anche una sola.

Vi pregherei di confrontare le affermazioni di Medea con un commento che ho recentemente ricevuto in questo blog,  commento che forse risponde in parte alla domanda che ci siamo posti qualche riga fa: perché ci raccontiamo sempre le stesse storie?

commento

Ma torniamo a Giasone.

Giasone, nella “Medea” di Euripide, fa davvero una magra figura. L’autore, soprattutto attraverso l’intervento del coro, dichiara apertamente la sua solidarietà a Medea e il suo disprezzo per il fedifrago consorte.

Dopo essersi coperto di gloria grazie all’aiuto di Medea (è lei che gli permette di conquistare il vello d’oro e solo ed esclusivamente grazie al suo intervento riesce a fuggire illeso dalla Colchide con i suoi Argonauti), arrivato a Corinto gli viene offerta dal Re l’opportunità di sposarne la figlia e salire così sul trono. Come non ha esistato a sposare una donna “barbara”  – straniera e quindi inferiore, secondo il suo modo di vedere le cose – nel momento in cui gli conveniva, nonostante l’intezione del Re di Corinto sia di esiliare Medea e i suoi due figli, Giasone di nuovo non esita: ripudia la prima moglie e accetta l’offerta del Re Creonte.

Giasone non prova nessun sentimento: né per Medea (per la quale almeno un briciolino di gratitudine dovrebbe sentirlo…) né per la seconda moglie, che passa dal padre allo sposo come un oggetto; non dimostra troppo interesse neanche per i suoi figli, che baratta senza troppa difficoltà con un trono, consapevole che i bambini avuti da una donna barbara ripudiata non avrebbero certo vita facile (probabilmente neanche lunga) alla corte di Creonte, seppure venisse loro concesso di rimanere…

Il personaggio che Euripide ci presenta, oltre ad essere un eroe poco eroico e un marito anaffettivo e fedifrago, è soprattutto un uomo egoista, ingrato e avido, che si sposa e si separa per mero interesse, che mette se stesso prima dei suoi stessi figli. Inoltre Giasone è razzista: è convinto di aver fatto un favore alla “barbara” Medea, strappandola alla sua terra e ai suoi “barbari” affetti… E se questo aspetto forse non doveva turbare troppo un greco del V secolo a.C., dovrebbe turbare gli uomini di oggi.

E’ a questo personaggio che intitolereste una associazione che difende i “diritti dei papà”?

Mi sembra tanto assurdo quanto lo sarebbe intitolare un centro antiviolenza a Donato Bilancia.

A meno che questi “papà vittime di violenza” non si identifichino davvero con Giasone, il che dovrebbe porci seri interrogativi in merito all’opportunità di prendere in considerazione le loro istanze…

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Informazioni su il ricciocorno schiattoso

Il ricciocorno schiattoso si dice sia stato avvistato in Svezia da persone assolutamente inattendibili, ma nonostante ciò non è famoso come Nessie.
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10 risposte a Giasone e la paternità

  1. Yellow ha detto:

    Illuminante.
    A me piaceva molto la Medea di Euripide, peccato che per l’esame di maturità portammo L’Edipo Re di Sofocle.

  2. paolam ha detto:

    Su Euripide dalla parte delle donne sono scorsi i prevedibili fiumi di inchiostro, in particolare negli ultimi due secoli. E c’è stato anche chi, spaccando il capello in particelle subatomiche, ha proposto che, come altri autori ateniesi apparentemente femministi (per es. alcune commedie di Aristofane), la sua posizione intendesse mostrare le conseguenze nefaste provocate dalle donne che non stanno al loro posto. Preferisco continuare a pensare che, nonostante il regime di reclusione teorico delle donne ateniesi “per bene” del V secolo a.C., in quel contesto culturale di donne che conversavano, ascoltavano, parlavano e leggevano ce ne fossero alquante. E che Euripide le conoscesse un po’. Poi la scelta di portare in scena i temi che rappresentava era certamente una scelta politica, come tutto il teatro ateniese dell’epoca. Interessante e forse ancora poco studiato in diverse prospettive. O forse sono io che ho letto poco eh. Sempre pù dei “giasonisti”, poverelli, che non si sono dati la pena neppure di dare un’occhiata a ciò che citavano.

    • Giustamente, su facebook, mi rammentano un’altra bravata di Giasone, che avevo dimenticato.
      Con i suoi Argonauti fa tappa sull’isola di Lemno, prima di raggiungere la Colchide. Qui seduce la regina Ipsipile (http://mitologia.dossier.net/ipsipile.html) e la abbandona incinta, dopo averle giurato fedeltà eterna.
      Ipsipile darà alla luce due gemelli… dei quali Giasone non si è mai preoccupato.

      Non per nulla Dante dice di lui (canto XVIII – Inferno):

      Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
      li Colchi del monton privati féne.
      Ello passò per l’isola di Lenno
      poi che l’ardite femmine spietate
      tutti li maschi loro a morte dienno.
      Ivi con segni e con parole ornate
      Isifile ingannò, la giovinetta
      che prima avea tutte l’altre ingannate.
      Lasciolla quivi, gravida, soletta;
      tal colpa a tal martiro lui condanna;
      e anche di Medea si fa vendetta.

  3. Vale ha detto:

    Giuro che quando ho letto il titolo ho pensato “Giacone? Ma non era quello che…? E come fa uno a usare popò di schifezza umana come stendardo?”. Forse questi qui dovrebbero leggerli i libri, prima…
    Vale

  4. IDA ha detto:

    Da ricordare anche il film “Medea” di Pasolini e la tragedia di Ovidio.
    Si penso anch’io che faccia parte del politicamente scorretto, che fa tanto figo, ma anche tanto str…

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